• Letteratura Capracottese

San Tommaso a Capracotta


Mattia Preti, "Il dubbio di san Tommaso", 1685, olio su tela.

Mio nonno, Valerio Carfagnini, si definiva "un credente scettico" e gli piaceva aggiungere: «Ho sempre ammirato l'apostolo Tommaso che, secondo me, è stato - nei Vangeli - trattato ingiustamente. Non ho mai considerato il dubbio un peccato, né la fede un merito, anzi: solo in nome della fede (e mai del dubbio) si sono compiuti e si compiono misfatti atroci, si scatenano guerre, sbandierando la fede per giustificare violenze, sopraffazioni, e persino genocidi. La storia lo dimostra. E non solo la storia con la S maiuscola, ma anche quella minuscola, di cui i libri non parlano. Quante nefandezze sono imputabili a una fede che non ha niente a che fare coi comandamenti di Dio!».

– Nonno, ma devi ammettere che ci sono anche fedeli buoni, quelli che si sforzano di ascoltare gli insegnamenti evangelici... che credono al Paradiso e all'Inferno, ai miracoli... sono tantissimi! Non credi anche tu che la fede vera sia quella degli umili, delle persone che non farebbero mai del male a nessuno, perché sono convinti che bisogna amare il prossimo, perdonare, non vendicarsi, ma porgere l'altra guancia?

Il nonno sorrise guardandomi:

– La fede degli umili, dici? Anche questo è un malinteso romantico, credimi, e ti racconterò un episodio di cui sono stato testimone, moltissimi anni fa.

Subito dopo la mia laurea in medicina fui costretto ad accettare un incarico a Capracotta, nella provincia di Isernia, il comune più alto dell'Appennino (oltre 1.420 m.s.l.m.). Il medico condotto del paese era morto da quasi un anno ed io avrei dovuto prendere il suo posto.

In famiglia mi avevano già dato il benservito dicendo: «Ti abbiamo mantenuto fino alla laurea: adesso arrangiati».

Non avevo scelta e accettai l'incarico "ereditando", oltre alla condotta, anche la casa-ambulatorio del defunto dottore, che era morto senza eredi.

Così partii da Montorio.

Arrivai a Capracotta in una tarda sera d'inverno, uno di quegli inverni feroci e impietosi a cui avrei imparato ad abituarmi negli anni seguenti. Nevicava.

Andai a bussare al portone della canonica (e dove altrimenti?).

Scossi il battente più volte, e finalmente la porta si aprì... vidi sbucare dal buio una donna senza età, tutta vestita di nero, con un viso pallido, vagamente caprino.

– Scusate, ma sono nu poco azzoppata – belò la donna, porgendomi l'estremità di un bastone, che riuscii a stringere fingendo che fosse la sua mano.

– Nun dicetemi niente! Lo so chi siete. Siete il nuovo dottore... ma entrate, entrate, che siete più morto che vivo!

Incoraggiato da così benevola accoglienza, entrai in casa, e la neve mi scivolò di dosso allagando il pavimento.

Quella specie di perpetua mi puntò il lume in faccia e mi fissò, e io fissai lei, sbalordito: e... sì... quella vistosa barbetta bianca sul mento, quella testa oblunga... era una capra travestita da donna?

E quando sentii belare e "zoccolettare" sul pavimento, non mi meravigliai più di tanto...

Se un paese che si chiama Capra-cotta, ci sarà pure una ragione, mi dicevo.

"Bee... bee..." ai miei piedi una capra vera, stava leccando la neve sciolta sul pavimento, e pareva gustarsela come se fosse suchemel, il caprifoglio, e mi leccava gli scarponi, strusciandosi contro le mie gambe...

– Buona, buona, Rosa, lascia in pace il dottore. Scusatemi tanto, dotto', questa... è Rosa, la mia caprettina. È buona assai! E pure intelligente.

– E voi come vi chiamate?

– Mi chiamo Rosa, pure io...

Le due Rose mi tenevano quasi bloccato sul pavimento, finché tentai di muovere un passo per tendere ancora la mano e stringere il bastone che la perpetua mi porgeva.

– Piacere, Rosa, io sono Valerio Carfagnini!

– Lo so, lo so – rispose una delle due Rose, e in quel momento entrò il prete: un omino tutto bianco, esile come un fiammifero, ma dal pigl