• Letteratura Capracottese

Storia di una ninna-nanna strana e nostrana


Le proteste del '74 in difesa della farmacia comunale (foto: P. Dell'Armi).

Fu un'estate movimentata quella del 1974 a Capracotta.

Ero arrivato, come tutti gli anni, verso metà luglio; avevo 21 anni e la gioia di passare circa due mesi nel paese natio; soprattutto sentivo il piacere di riallacciare tante amicizie con figlie e figli, come me, di capracottesi sparsi un po' in tutta Italia.

Eravamo tutti legati allora dalla passione per la politica perché avevamo partecipato, ciascuno nella propria città di residenza, alle manifestazioni di protesta e alle contestazioni studentesche ed operaie che agitavano i luoghi pubblici dal 1968.

Capracotta, in quella estate, ci offrì una straordinaria occasione di poter esercitare una attività di vero e proprio impegno politico e civile.

Verso la fine di luglio si era appreso che la Giunta comunale aveva deciso di dimezzare l'orario di apertura al pubblico della farmacia comunale.

Piuttosto che tutti i giorni, come era stato fino ad allora, essa doveva essere aperta a giorni alterni, nel corso della settimana. Si diceva "a scavalco", un giorno sì ed uno no, e l'operazione mirava ovviamente a risparmiare denaro.

Il provvedimento parve molto ingiusto a tutti.

Si trattava davvero di uno scavalco: "scavalcava" infatti, nel senso che ignorava senza scrupoli, le necessità e le esigenze degli abitanti che evidentemente utilizzavano la farmacia non già come esercizio commerciale, bensì come un "servizio" dove poter trovare l'occorrente in un momento di necessità e di emergenza.

E siccome della salute della famiglia, dei bambini e degli anziani si occupavano, e si occupano, sempre le donne, furono proprio le più anziane tra loro a far sentire il disappunto e la rabbia.

Non doveva essere facile, per le donne di una certa età e se abitano in un paese di montagna, correre in caso di bisogno, e con chissà quale mezzo, alla farmacia del vicino paese... magari con tanto di neve!

La questione apparve a tutti quale era: una ingiustizia, un disagio annunciato, un vero e proprio sopruso.

Alla protesta delle donne si unì presto quella degli altri; degli abitanti residenti e degli emigrati e soprattutto quella di noi giovani, che avevamo lo spirito della rivolta a fior di pelle.

La faccenda venne affrontata inizialmente in una assemblea riunitasi presso l'ex asilo comunale. Gli animi erano infuocati tanto che sull'argomento si tornò a discutere ancora in molte sedi e circostanze, nei locali pubblici e nelle strade, per tutto il mese. Sembravano sparite le differenze tra giovani o vecchi, residenti o emigrati, tra contadini e coloro che erano di solito visti come... "intellettuali", lontani da casa e disinteressati alla vita di paese.

Il culmine della protesta sfociò in una manifestazione di piazza, con tanto di corteo che si snodò lungo tutto il paese, che mai aveva avuto esperienze diverse da quelle delle.... processioni. Alla testa del corteo campeggiava uno striscione scritto a mano: FARMACIA SUBITO.

La lotta non fu vana. Alla fine si ottenne la revoca del provvedimento restrittivo, con grande gioia e soddisfazione di noi tutti e soprattutto dei più anziani, con Irene e Lucia di Milione in prima fila: erano loro quelli che spessissimo avevano bisogno di medicinali.

La vera vittoria fu quella di aver difeso, tutti insieme, l'unica farmacia rimasta in paese, e per di più comunale. Aver difeso cioè un bene comune, diverso dalle farmacie private, aperte talvolta come trampolino di lancio per carriere molto politiche e molto poco... terapeutiche...

Di solito il popolo di Capracotta è un popolo discreto, laborioso, diffidente della politica e poco incline ad esporsi, soprattutto le donne! Quella occasione, invece, ruppe il ghiaccio; si formarono tante nuove amicizie e dai tanti incontri nacque il "Collettivo di paese". Si trattava di una sorta di comitato che discuteva i problemi di Capracotta e raccoglieva i desideri dei partecipanti: si era data ormai la stura alla voglia di partecipare e, se necessario, ribellarsi.

Soprattutto si creò un rapporto vivo ed autentico tra coloro che a Capracotta vivevano tutto l'anno e coloro che erano accusati di essere feluósofe (filosofi), perché non addentro alla vita e alle dinamiche della montagna.


La manifestazione "Zulluam 'nziembra" alla villa comunale (foto: P. Dell'Armi).

A pensarci oggi, col senno di poi, forse sarebbe stato più importante lottare non tanto per il mantenimento della farmacia e dei suoi orari di apertura. Avremmo potuto cogliere piuttosto l'occasione per "inventarci" la nostra... farmacia, mettendo a profitto le sicure conoscenze antiche sull'uso e sulle proprietà delle tante erbe officinali di cui è ricca la montagna della nostra terra. E magari raccogliere il patrimonio di conoscenze per realizzare laboratori di trasformazione delle erbe e con un bel salto di qualità, dotare Capracotta di una salutare erboristeria.

Nei due anni successivi accaddero tante cose e si lottò per le case popolari, per i trasporti; venne istituita una cooperativa di magliaie, poi chiusa. Ma non è di questo che in questa circostanza voglio dire. Voglio raccontare piuttosto che il gruppo del Collettivo (alla fine così lo chiamavamo) di cui facevo parte decise di organizzare per l'agosto dell'anno successivo una settimana chiamata "Zulluam 'nziembra", "giochiamo insieme" in italiano.

Era sì rivolto ai giovani e ai bambini ma vi potevano partecipare tutti. Su un grande foglio di carta, con la tecnica dei ta-tze-bao cinesi, fu scritto a mano un programma che si sarebbe svolto presso la Villa, il giardino comunale del paese.

Ci fu una attività dedicata al disegno e alla pittura, da realizzarsi con l'uso dei più diversi materiali; su grandi fogli di carta, recuperati in qualche modo, furono eseguiti disegni da oltre 50 bambini, distesi, insieme ai fogli, sul prato verde della Villa.

Vennero fuori lavori fantastici, tanto che alcuni di essi furono spediti a Mosca, in occasione del Festival Internazionale della Gioventù (comunista).

A dire il vero questa cosa mi dispiacque un po'; avrei voluto tenere a Capracotta quello che avevamo realizzato, perché l'Unione Sovietica sembrava un paese già corrotto dalla burocrazia e dalla formazione di nuove caste, che in nome del popolo detenevano il potere.

Fortunatamente qualche "opera" è rimasta e la conservo gelosamente in un baule nel mio... sottoscala; aspetta una buona occasione, nuova, per essere esposta ed apprezzata, perché possa fornire spunti di riflessione.

Un'altra attività fu quella di costruire oggetti con i petriésse (scarti di legno della lavorazione delle falegnamerie di Capracotta) e anche in questo caso vennero fuori bellissime cose.

Si lavorava sempre in gruppo di tre, quattro persone e ciascuno cercava di far tesoro di quel che aveva imparato durante il tempo di occupazione delle scuole, allora investite dal vento della contestazione. Ed era un privilegio poter lavorare in gruppo, con collaborazione, lontani da forme di individualismo e di competizione.

E poi ancora giochi di equilibrio e di movimento, un concerto in piazza, di musica popolar-folk e di contestazione che terminò in un girotondo favoloso e che abbracciò tutto il gruppo di case poste tra il corso principale, la Chiesa di S. Antonio, il Colle e la piazza principale.

Certo ci sentivamo coinvolti socialmente e politicamente e la storia di poi ha sfortunatamente indirizzato le sue energie verso forme di lotta e di partecipazione piuttosto "dure" e alquanto violente. Le proposte alternative sembrarono andare tutte nella direzione del pensiero forte e dell'azione cosiddetta impegnata. Quasi che l'impegno e il lavoro non potessero che passare

attraverso iniziative decisamente serie, di lavoro ufficialmente riconosciuto e amministrativamente avallato.

Non c'era tempo per altro e ogni proposta alternativa fu considerata debole, ludica, periferica.

Chi volle sperimentarsi, come noi, nel "gioco", venne emarginato come non importante, secondario, superficiale! E invece, ma allora non lo sapevamo, la strada per ogni cambiamento vero ed importante può passare attraverso l'apparente effimeratezza della condivisione amicale, attraverso il coinvolgimento di tutte le parti, soprattutto non istituzionali, percorrendo la via della pacifica collaborazione e la messa in comune, sempre, delle migliori qualità di ciascuno.

È il lavoro dei tanti e diversi, lavoro silenzioso e leggero, che porta a valorizzare le storie locali e la ricchezza straordinaria dei patrimoni da mettere poi in comune. Il diffondersi e l'affermarsi di movimenti ecologici e pacifisti, tanti anni dopo, dimostrano la necessità di questa inusuale sensibilità. Non è lontano dal vero ritenere che questa forma di partecipazione, così come quella settimana di agosto la realizzò, ha agito sotterraneamente nelle coscienze dei partecipanti e può essere certamente considerata la primissima cellula di ciò che sarebbe diventata la proposta del "vivere con cura". Qui, prima ancora dei risultati misurabili quantitativamente, conta la qualità degli incontri e lo spirito di condivisione conviviale; qui vince solo l'estrema attenzione alle straordinarie "piccole cose".

In quella famosa settimana di tanti anni fa e di tanti giochi...

La caccia al tesoro (foto: P. Dell'Armi).

E infine organizzammo una particolare caccia al tesoro che ci impegnò per parecchi giorni. Si trattava di andare a scovare, sempre in piccoli gruppi, materiale legato agli usi, costumi e tradizioni della vita di Capracotta. L'entusiasmo fu alle stelle: riuscimmo a trovare così tanto, da aver bisogno di giorni per riordinare.

Bisogna tener presente che allora Capracotta contava circa 2.500-3.000 residenti ma si era alla fine della vita rurale che aveva caratterizzato il paese.

Quella caccia al tesoro fu un'occasione d'oro per vivere, con spirito di vacanza e di tempo libero, un importante momento di ricerca per conoscere e far riaffiorare una cultura in via ormai di estinzione, perché soppiantata dai nuovi miti dell'urbanesimo, dell'industrializzazione e del progresso individuale.

Tra i dieci campi di ricerca, oltre al reperimento di oggetti del recente passato della tradizione popolare, della caccia al tesoro c'era il compito di raccogliere il maggior numero possibile di ninne-nanne e cantilene autoctone, quelle che le donne, e vogliamo sperare forse anche gli uomini, cantavano ai bimbi e alle bimbe, neonati, per favorire ed assecondare il sonno.

Scoprimmo che molte si assomigliavano: come in quelle di ogni paese d'Italia compariva l'uomo nero ed altri archetipi dell'infanzia.

Altre invece erano proprio particolari ed anzi una era così... personalizzata che ancora oggi, ricordandola, mi colpisce ancora molto.

È interessante davvero la storia di questa ninna-nanna; ne venimmo a conoscenza perché invitavamo sempre i partecipanti a cercare, per ogni filastrocca, le origini e le recitatrici domestiche.

Ed ecco dunque la storia di... una ninna-nanna capracottese D.O.C.

Una donna aveva sposato un certo Domenico, nome che a Capracotta si usa accorciare con Ming.

Costui era un uomo molto alto di statura tanto che gli venne affibbiato il soprannome de "il Lungo", lung in dialetto capracottese. Il marito in oggetto, dunque, veniva comunemente chiamato Ming Lung. La coppia ebbe un figlio di nome Sebastiano, nome che a Capracotta si accorcia con Ciàn.

Così che quando si voleva identificare proprio quel bimbo e non altri tra eventuali cugini omonimi bastava dire: Ciàn Ming Lung! E tutti capivano che si trattava di Ciano, il figlio di Domenico detto "il Lungo"!

Certo però che Ciàn Ming Lung è più vicino al nome di una dinastia imperiale cinese, abitante la città celeste che non di un infante di un piccolo paese di montagna. Ma tant'è.

Ebbene la mamma di Ciàn aveva il problema di far addormentare il figlioletto o forse un suo fratellino piuttosto inquieto e non facile al sonno. Ogni genitore sa che cosa sia questo problema per il bimbo, per sé e le faccende domestiche, per gli altri familiari, per i vicini di casa...

Tentava certo con tutto il repertorio tradizionale in uso tra le puerpere ma pareva che il bambino di dormire non ne volesse proprio sapere.

Fino a quando, però, la buona donna non ebbe quella che potremmo definire una geniale intuizione: utilizzò il nome di suo marito come ninna-nanna o come direbbero in oriente i monaci tibetani, un mantra.

Questa espressione vocale e musicale, evocativa e magica, è capace di ricreare un collegamento intimo e spirituale tra chi recita e l'universo circostante, in un circolo di accogliente amore. Come ogni mantra, dunque, questo funzionò ed il sospirato sonno giunse, pacifico e ristoratore.

Basta provare, ed ecco allora la ninna-nanna-mantra.


Ming Lung, Lung, Lung

Lung, Lung, Lung, Lung,

Lung, Lung, Lung...

(All'infinito)


Già allora questa cosa mi aveva colpito, ammiratore quale ero della lunga marcia e della rivoluzione culturale maoista. Anche questa, purtoppo, una rivoluzione degenerata. Devo essere stato affascinato, certo, anche dalla lingua cinese che si snoda davvero come tanti piccoli e monosillabici mondi sonori.

Nome e soprannome del marito, nel nostro caso, trasformato in ninna-nanna: il nome Ming come starter, come un via libera al soprannome Lung, usato come suono base decisivo.

La pratica di utilizzare il materiale offerto dal territorio era quasi l'unica esistente prima dell'urbanesimo. Ogni nucleo, meglio se allargato, doveva saper utilizzare quel materiale, seppur poco, per poter vivere con una certa dignità, servendosi del riciclo perché nulla andasse buttato via.

Questa ninna-nanna è, a pensarci bene, il riciclo di un nome e soprannome che, per magia di una donna, diventa un efficace e semplice ninna-nanna. Un mantra, appunto.

Alcune scuole di medicina orientale sostengono che ci siano suoni strumentali e vocali che attivando i centri nervosi atti a regolare funzioni neuronali, portino beneficio e si mostrino veri e propri rimedi di guarigione.

La semiologia Julia Kristeva sostiene che non è tanto il contenuto o il vocabolo, anche se importanti, ad essere decisivo nella comunicazione tra individui; quel che è davvero fondamentale è la tonalità dei suoni e la diversità di ogni sfumatura, capace di creare legami di amore con il mondo.

Chissà come la moglie del nostro Ming recitava la sua ninna-nanna al suo piccino, con quali vibrazioni sonore ed armonie vocali: allora non ci fu il tempo di cercare notizie su questa donna.

Il desiderio e la segreta speranza di queste pagine, scritte "a quattro mani", con conviviale e semplice collaborazione, è anche quello di riaprire la caccia al tesoro interrotta tanti anni fa.

Chissà se, scoperta l'identità della protagonista autrice della ninna-nanna, non le si possa intitolare un "concorso" di ninne-nanne da cercare o da inventare ancora.

No. Non conosciamo questa donna; non sappiamo neppure quando sia vissuta; difficile saperlo se le donne, tranne qualche eccezione, vivevano come ombre dei mariti... e tuttavia a questa donna, chiunque essa sia, va il nostro grazie.

Grazie, donna ancora ignota, per averci donato una ninna-nanna semplice e buona come vorremmo fossero tutti i sogni dei bimbi.


Antonio D'Andrea e Anna Montaruli

Fonte: A. D'Andrea e A. Montaruli, Che tutti dormano... Ming Lung. Storia di una ninna-nanna strana e nostrana, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. II, Proforma, Isernia 2012.

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