• Letteratura Capracottese

La strada d'erba (I)



La strada pastorale gonfia ai bordi

l'onda di nuove lane, come in cielo

la Via Lattea raddensa la sua chioma

più morbida di stelle. Già in pianura

l'archimandrita avvolto nel tabarro

sta immobile nell'ululo selvaggio

dei venti. Ad una legge secolare

egli obbedisce; e non lo tiene pure

il suono che nel cuore il vecchio dio

Pan gli versa dal flauto armonioso?

Lì fermo sul bastone d'avellano,

le piante ha radicate come un fauno

dentro le pieghe erbose della terra

di Puglia che col fascino materno

a sé l'avvince. E i tinnuli campani,

che mescolan l'argento di lor timbri

ai tremuli belati intorno erranti,

solo egli sente, e i brividi dell'erba.

Cala la sera e il caldo ovil dischiude,

mentre svanisce in cielo la montagna.


Dal Tavoliere, verso tramontana,

o pastore d'Abruzzo, quando è chiara

l'aria, tu scopri con lo sguardo acuto

il bel profilo della tua montagna.

E la discerni ché per l'ardue nevi

è bianca sovra il fondo cilestrino

del cielo, e sacra al cuore tuo di figlio.

E il tratturo è la via che nell'ottobre

col branco ti sospinge in basso, e dopo

nel maggio ai freschi mai ti riconduce;

la via che come un verde fiume aulente

fin dai millenni agli avi dei tuoi avi

si schiuse giù dal monte alla pianura;

e questa, al pari di seconda madre,

te nutrì, fin d'allora, di dolci erbe.


Ma non della Maiella, del Gran Sasso

era quel pecoraio ch'or è un anno

qui nella piana s'ammalò d'amore.

Veniva dalla terra di Camarda,

e giovin era, e ben provvisto capo

di numeroso gregge; e come errava

per le viuzze d'un di questi borghi,

ove lo stazzo aveva dell'armento,

gli prese il cuore un bel balcon fiorito

di rose sulla porta d'un gran forno.


I butteri calavan con le mule

in paese, recando a basto il fresco

cacio alla pesatura, un giorno solo

per settimana, come l'erba scarsa

era nel verno e assai più scarso il frutto.

Ritornavano al poggio verso il vespro

con le fiscelle vuote di ricotta,

ma con in cambio, dentro le bisacce,

il pane caldo: il prezioso dono

offerto dalla casa alla campagna.

Or nel tempo più aspro ben più carchi

si curvavano i dorsi delle mule

fin sui fianchi coperti delle rame

dell'olivo, il sapor delle cui fronde

spandeva nella bocca delle bestie

aroma d'olio e latte. Il giovin capo

sulla soglia attendeva impaziente:

aiutava i garzoni a trar le frasche

nell'ovile che come una selvetta

si serrava d'argentei ramoscelli;

e poi con umil atto agli aspettanti

distribuiva la più eletta grazia

del pane, la sostanza su cui mani

tenere eran passate a por la croce,

l'umile segno di benedizione.


II padrone del forno a sé in disparte

un dì chiamò la donna: – La ragazza

adesso cuce dalla sua maestra;

stammi dunque a sentire. Non mi garba,

già te lo dissi, il giovin castellano

di Camarda. So bene ch'è provvisto

alla montagna di podere e casa

e di buon gregge, e suole qui fornirsi

in grosso di farina, pane e d'olio.

Ma la figliuola nostra non mi sento

di dargliela per moglie. Molto meglio

per lei sarebbe un fabbro, un mastro d'ascia

del paese, e finanche un mio garzone

che mi portasse avanti questo vecchio

forno. Quel montanaro invece lungi

di qui la condurrebbe ad appassire

nelle case, fra i salici e le nevi

del Gran Sasso. E ricordati del detto

che mai non falla: gli uomini d'Abruzzo

per un vomere danno in cambio un ago,

ci succhiano la terra e se ne vanno.

Dirò ai garzoni che le lor provviste

se le facciano altrove, e che qui dentro

non vi mettan più piede; ché costoro

dei monti sono di fatture esperti.


II giovin ebbe il cuore in gran tumulto,

e a quella volta un giorno se ne venne.

Ma l'uomo, sempre fermo, alfin concluse:

– Sappi che adesso più non mi convince

la grande utilità del tuo mestiere.

Non vedi che la terra si trasforma?

Ove son più da noi quei folti boschi,

quei grandi paschi che assiepavan dentro

le nostre case? Fan carbone e legna

dei boschi, e seminati fan dei paschi,

sì che pochi ne resta. E mi domando:

quale bisogno abbiamo noi del cacio,

della pecora? Il grano a noi bisogna,

per farne la farina e il pan che sazia!

E l'uom che lo produca è necessario,

e un forno che lo metta fuor ben cotto

per la povera gente or come il mio

fa che può dare cento chili al giorno.

Un uom che a ciò s'industri per me conta,

e me farà felice con mia figlia.


Umberto Fraccacreta


[continua...]

Fonte: U. Fraccacreta, Nuovi poemetti, Cappelli, Bologna 1934.