• Letteratura Capracottese

La strada d'erba (III)



La donna, che cuciva accanto a loro,

all'uomo sempre intento alla fatica

disse: – Per ritornello un tempo avevi

che costoro d'Abruzzo sono gente

ruvida e dalla testa dura, come

l'aspro granito delle lor montagne;

ma lui ha più che un briciolo di cuore,

e parla come un musico che incanta. –

L'uomo taceva e si sentiva solo,

solo nel forno con l'aduste braccia.


Col giorno delle Ceneri poi venne

il tempo della rigida astinenza,

e le due donne, che il quaresimale

giù ripiegava nelle lunghe soste

dei venerdì di marzo, impazienti

furon di bere al calice celeste.

Asperso di domestica rugiada,

sulla bambagia crebbe presto al buio,

nella quiete della casa, il grano

coi lunghi steli gialli in sofferenza.

La fanciulla l'aveva in sua custodia

quel po' di grano che le ricantava,

nel grande amore di Gesù, la pace

delle estasi odorate dell'incenso.

E un giorno cupo di silenzio e d'ombra

con pure mani ne intrecciò la chioma,

perché non sole o vento, ma l'ebrezza

provasse di morire nel sepolcro,

pallido di tremore, in un supremo

atto d'offerta, ai piedi dell'altare.


I butteri e i pastori a prender Pasqua

vennero nelle chiese e per le case,

seco traendo agnelli e ramoscelli.

E i rami si portaron benedetti

ai loro paschi e nelle loro mandrie,

perché men scarso d'erba fosse il prato,

e più abbondante il rivolo del latte,

e più dolce il riposo; ove le carni

presto immolate furono, secondo

vuole l'antico rito, sulla mensa.

E all'opera più alacre risonava

il forno, nelle spire della rossa

fiamma accogliendo i pani e le focacce

e le carni dal fumo inebriante.

E l'uom restituiva quella grazia,

ormai fatta nel caldo del suo forno

bruna e forte, alle donne che per entro

fra l'origano avevano intrecciato

steli di palma per santificarla.

Fiori di pesco e tuniche celesti

fluttuaron nell'aria, e la campana,

silenziosa per due giorni interi

di passione, su dal piano ai clivi

all'uomo ricantando l'alta gloria,

onde gonfie d'argento intorno sparse.


Alla mensa di Pasqua l'uomo accolse

il giovine che s'era già promesso

il giorno della Candelora, e il latte

così rappreso nell'usate forme

asperse del suo lieve aroma d'erba

la santità del pane e dell'agnello.

Dopo l'uomo s'aprì con la sua donna:

– Or voi donne osservate zitte, meglio

che noi uomini. Il nostro pecoraio

da un mese a questa parte già mi pare

un po' più mogio e mutolo. Vien maggio

e di nozze non parla. Eppur dovrebbe

farsi codesto parentado, innanzi

che parta con le pecore! Qual figlio

da due mesi l'accolsi nella casa.


Ma la donna sapeva: – Oh no, timore

non v'è. Sempre lo stesso, più pensoso

egli è a causa del gregge: nel gennaio

la malerba dal cupo fior turchino,

nella valle Capoccia ove più fonda

è l'ombra, a nove pecore gli attorse

le budella. E fu cruda l'invernata,

e magra d'erbe poi la primavera,

né più buona è la frasca dell'olivo.

Per questo è triste: la stagion del cacio

va sempre peggio e, se continua asciutto,

in via si metterà prima di maggio.

Al suo ritorno si faran le nozze,

per bene e senza fretta; e alla Montagna

dell'Angelo trarremo presto in voto.


Umberto Fraccacreta


[continua...]

Fonte: U. Fraccacreta, Nuovi poemetti, Cappelli, Bologna 1934.