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Teatro a mille metri


Il teatro italico di Pietrabbondante.

Da Isernia risalgo a Pietrabbondante, verso il cuore del Sannio e l'antico centro sacro e federale della regione, verso il monte che custodisce ancora i monumenti più intatti della gente sannitica e che, a tagliar corto alle tante controversie dotte e indotte tra la Boviano del monte e la Boviano del piano, siamo ormai d'accordo che sia da identificare col sito di Bovianum vetus.

Dopo il ponte sul Carpino e un bel fondo valle dove il geometrico allineamento dei campi e la scoperta di un cippo terminale, permettono ancora di riconoscere le linee di un'antica adsignatio agrorum, ecco l'abitato di Carpinone con gran distese di frumemo nelle vie e gran torneare di galline e di polli tenuti a bada da donne ammantate e sedute sulla soglia delle porte come ai piedi dell'altare. Poi di costa in costa, tra rocce e querceti, si sale come tra le chiuse d'acqua di un bacino montano, fino alla conca di Sessano dove il paese, abbrancato al monte, guarda paternamente dall'alto le case del borgo di Pantanello al riparo di un folto di querce: poco più oltre, al valico di Colle Venditto, ci si affaccia sulla conca di Pescolanciano e si scopre un più vasto anfiteatro di monti percorso dalla chiusa valle del Trigno.

Al castello di Pescolanciano, alto, quadrato, massiccio, il ponte levatoio si profila contro luce come il fornice di un viadotto; in basso, belle case e capannelli di mantelloni al sole: macchie scure contro le pietre assolate.

Al bivio un'auto-diligenza scende giù giù per il vallone verso Trivento e Roccavivara dove è la bella basilica di S. Maria di Canneto sul greto del fiume, e dove un buon prete arrende dalla misericordia di Dio e degli uomini di rifar bella e sana la sua chiesa. Io risalgo invece verso il Monte Caraceno e riconosco il paesaggio di molti anni fa, quando venni a fare qui il mio noviziato sul terreno dell'archeologia militante e le prime nevi scese nelle trincee di scavo mi risospinsero al piano. Ecco la selva di Collemeluccio di abeti e di faggi; e le foglie arrossate dei faggi mettono una strana fioritura sulla macchia scura degli abeti. Alla prima radura presso la segheria, i tronchi lisci e decorticati, allineati o incastellati, sembrano gli stessi di rami anni fa. Alle case dei boscaioli c'è oggi ozio beato al sole. Oh potessi rifare con uno di loro il cammino di questi anni a colpi di ascia o di piccone con qualche ora di ozio beato al sole!

Ma ecco, tra il bosco, la vetta a cupola del Monte Caraceno, selvosa dal lato di nord, pelata dal lato di mezzodì; ed ecco il paese con i suoi tre picchi di roccia e le case serrate a catena come entro una mascella robusta.

All'ingresso dell'arce, un guerriero sannita in armi e in vedetta (buon bronzo del Guastalla a ricordo dei caduti di guerra), si staglia contro le nevi dei monti e pare gigante tra quell'orizzonte e quegli umili tetti stillanti di sgelo. Vado alla chiesa attanagliata all'estremo picco di roccia: stanno riparando il tetto scoperchiato dall'ultima bufera e il muro volto a settentrione tutto intessuto di pietre antiche squadrate, ha preso il freddo e grigio colore del sasso. È la più aerea vetta del Molise: l'occhio scorre dai monti di Capracotta sulle nevi di Monte Campo e di Monte S. Nicola, giù per la lunga fila delle case di Agnone, per risalire a Belmonte, Castiglione Messer Marino e Schiavi di Abruzzo e ridiscendere a Casal Verrino e Bagnoli del Trigno. Ed era la più forte posizione di vedetta e di difesa del Sannio. La cima del monte (a più di 1.200 metri) è ancora incastellata con le sue massicce mura poligonali; il più antico nucleo dell'abitato era ridossato alla meglio, come oggi, a questo costone; il quartiere delle pubbliche e sacre riunioni federali, più in basso, al riparo della gran vena del Caraceno e su meno aspro pendio.

Scendiamo dunque per la mulattiera al tempio e al teatro della città antica: da poco più a poco meno di mille metri.

È la contrada del "Calcatello" dove negli scavi iniziati e abbandonati, ripresi e non compiuti dal 1835 al 1930, si sono messi in luce, con la scoperta della più amica Bovianum, diversa dalla Bovianum Undecimanorum della pianura del Biferno, i due più integri monumenti italici del Sannio, un bel gruppo di iscrizioni osche e una serie di armature in bronzo, una «vena di armi» come si disse dagli scavatori del tempo, in spade, lance, elmi, paragnatidi, cinturoni e gambali, da fare del Museo di Napoli la più preziosa armeria che si abbia per il costume di guerra dei Sanniti durante il periodo della lotta contro Roma.

Innanzi al teatro, il paesaggio si racchiude e si circoscrive tra l'arce ed i poggi che fanno da primo piano al vasco orizzonte: l'occhio spazia per tutto il paese sannita dei Pentri; e la cavea, affondata nel terreno, sembra un'immensa esedra fatta a bella posta per godersi riposatamente il panorama dei monti. È il teatro più alto d'Italia ed è il più felice connubio che io conosca tra strutture italiche e architettura greca. Il poligonale con la perfetta tessitura poliedrica dei suoi blocchi serrati e squadrati, fa da sostegno alle parodoi frenando la poderosa spinta del terrapieno, s'incurva docilmente, come una duttile opera cementizia, a racchiudere e a contenere il semicerchio della cavea.

E accanto a queste sode strutture da muro di fortezza e da bastione di difesa, rifulge la più pura eleganza dei teatri di Grecia. Seggi di pietra polita ricavati da un sol blocco, con il dorsale elegantemente sagomato e rigettato all'indietro e chiusi da braccioli a zampe di grifo come erano i seggi di riguardo per magistrati e sacerdoti; lastroni di calcare a taglio trapezoidale lungo il corridoio del diàzoma; gradinate a semicerchio ai lati dell'orchestra per il miglior disimpegno dei posti della cavea: e come nell'Odéon di Pompei, ma scolpiti nel duro calcare anziché nel tenero tufo, due Satiri Telamoni, uno mutilo e uno intero, vecchia e cara conoscenza dci teatri di Grecia e di Sicilia; e, infine, quel che più stupisce, il ritrovare nelle poche ma preziose tracce dell'edificio della scena, il muro del proscenio ancora di tipo ellenistico, rettilineo, con l'impronta delle semicolonne e con gli intercolunni che dovevano essere occupati da tramezzi lignei dipinti e smontabili, come nel proscenio di Priene; e tutto ciò senza rifacimenti, senza aggiunte, senza quelle alterazioni posteriori che fanno dello studio della scena del teatro antico il più allegro rompicapo per archeologi e filologi: un puro e tipico esempio, insomma, di teatro ellenistico come se, invece di trovarci nel cuore del Sannio a mille metri di altezza, tra nevi e tra selve, fossimo sulle rive del Tirreno, dello Jonio o davanti al mare di Sicilia.

Era indubbiamente il riflesso della gran luce che veniva dalla Campania, dalle genti sannite che si erano insediate nelle città greche della costa; ma è tal fatto da far meditare su quel che erano le condizioni di civiltà e di vita delle regioni più montuose del vecchio Sannio italico. E non era segno né di mollezza né di eccessiva arrendevolezza a più facili costumi di vita, ché, vicino al teatro, c'è ancora il tempio di pura architettura italica con l'iscrizione che ricorreva lungo il fregio nella lingua grave e solenne della gente osco-sannita; e, non lontano da qui, si rinvenne quel deposito di armature in bronzo che dovevano servire come armi di parata per i ludi italici nelle cerimonie e negli agoni per divinità ed eroi.

I Sanniti, dunque, che vivevano su questi monti tra bufere di vento e di neve, o avvolti di pelli caprigne o coperti delle loro snelle e salde armature in bronzo, nelle cinte poligonali di Capracotta, di S. Nicola, di Carovilli, di Isernia e di Sepino, i mandriani che correvano dal monte al piano tra i bivacchi di pastura, quelli che ci hanno lasciato sulla tavola bronzea della "Fonte del Romito", presso Agnone, l'inventario dei loro dèi come una litania sacra nella quale sembra di poter cogliere risonanze ancora vive nei nomi di luoghi, di boschi, di fiumi, di borghi, qui convenivano annualmente ed assistevano da questi seggi allo spettacolo: i magistrati (i méddices) e i sacerdoti sugli scanni di pietra, i guerrieri e il popolo più in alto, forse su semplici gradinate di zolle erbose. E quanto daremmo per conoscere il programma di quelle liturgie italiche, per ricuperare dal naufragio della letteratura osca qualche reliquia meno misera di quel che non ci venga dalle glosse dei grammatici.

E da secoli il teatro della vecchia Bovianum resiste vittoriosamente alle forze nemiche della montagna. La massa del terreno impregnata dalle acque di disgelo preme lentamente contro i muri di sostegno e ne ha piegato qua e là le strutture scatenandone i giunti come a colpi di ariete; e le acque di ristagno hanno provocato un sensibile cedimento del suolo. Lievi lesioni: poche opere di canalizzazione e di rimboschimento basteranno a proteggere per sempre il più eccelso teatro d'Italia.

Certo qui visse l'ultima tribù libera dei Sanniti e Roma, dopo averne debellata l'ultima vana ribellione, dové abbandonarli al loro destino con il loro simulacro di libertà e di fede. Erano le città dei valichi e delle valli che bisognava presidiare e rinsanguare e la nuova Boiano del Biferno, e Saepinum sulla via del tratturo e Triventum lungo la valle del Trigno, furono le città romane di vedetta, di commerci e di traffico del vecchio Sannio domato. E qui, tra il tempio e il teatro, quella catasta di armi sepolte sotto un telo di terra, ebbe quasi il valore di un rito di abbandono e di esilio.

Ma quando si voglia comprendere quella che fu la prima grande epopea delle stirpi italiche, e il gran dramma dell'unificazione compiuta da Roma e lo sforzo e il valore di quella conquista, bisogna salire su questa rocca solitaria dove gli Italici, squadrando i massi dell'Appennino, portarono la prima luce della civiltà mediterranea.

Parvemi quel giorno, mentre l'ombra scendeva dall'arce sulla città sacra dei Sanniti e non so quale religioso e austero silenzio veniva dai monti, dalle selve, dalle nevi, da quel vasto orizzonte su quelle mute rovine, di ritrovarmi sui gradini del teatro della rocciosa Delfi, di una piccola e umile Delfi italica, senza ricchezze, senza tesori, senza offerte di templi e di bronzi, ma nel santuario di un popolo di guerrieri e di pastori che avevano acceso le prime faville dell'indipendenza e dell'unità del mezzogiorno della penisola e si erano soltanto piegati a quello che doveva essere, col destino di Roma, il loro più grande destino.


Amedeo Maiuri

 

Fonte: A. Maiuri, Passeggiate campane, Sansoni, Firenze 1950.

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