• Letteratura Capracottese

Del tempo e dell'eternità


Camion neozelandesi per il trasporto di muli bloccati a Capracotta.

Nell'Italia centrale c'è un piccolo villaggio in cima a una montagna chiamato Capracotta, che domina la valle del fiume Sangro. Nel dicembre del 1943 si combatteva giù nella valle. La neve era pesante, e si dovettero riportare i feriti lungo un ripido e tortuoso sentiero di mulattiere. Fu un viaggio duro di quattro ore e molti morirono perché esposti al fuoco nemico durante la salita verso il punto di soccorso reggimentale.

La maggior parte delle case nella valle sotto Capracotta era macerie e ogni giorno i cannoni 88, che suonavano come treni merci mentre rimbombavano sopra di esse, creavano nuovi cumuli di pietre. In una notte fredda, poco prima di Natale, ai soldati in quell'avamposto in cima alla montagna fu ordinato di resistere. Si attendeva un attacco tedesco di lì a poche ore. Per avvertire il comandante inglese del recente movimento di truppe e delle armi pesanti che Jerry [nomignolo dato ai Tedeschi] stava portando sul lato opposto della montagna, un vecchio contadino italiano e la moglie malata avevano guadato il fiume ghiacciato ed erano sfilati attraverso la terra di nessuno della vallata sottostante.

All'interno della postazione di soccorso un giovane medico britannico era seduto a guardare il fuoco. Stava pensando a sua moglie e a suo figlio in Inghilterra. All'improvviso sembrò avere una premonizione e un terrore, perché alzò gli occhi e, sorridendo a disagio, disse nel suo accento inglese:

– È una brutta cosa... una brutta cosa morire in una terra straniera lontano da casa.

Stiamo tutti combattendo e morendo in una terra straniera lontano da casa. Mentre sediamo attorno al fuoco pensando ai vecchi volti familiari, agli amici che sono entrati nella stanza della nostra vita per poi uscirne, ai sogni perduti della nostra giovinezza e a tutte le persone e a tutti i luoghi che sono spariti nei recessi del passato, mentre rimembriamo queste fugaci immagini, anche noi abbiamo una premonizione e un terrore: sappiamo che la Morte ci ha segnato uno ad uno. Sappiamo che tutte le cose sulla faccia della terra cambiano e si dissolvono per sempre, e le mode e le ricchezze di questo mondo sono incerte. Non vogliamo morire e rimanere per sempre sotto la fredda terra di una terra straniera lontani da casa, perché sappiamo che attraverso l'oceano oscuro della morte, oltre l'ultimo orizzonte, ci sono un paese migliore e una vita eterna.

Eppure noi mortali ci aggrappiamo al tempo, temendo l'ignoto. «Tutti i miei dominii per un istante di tempo!» gridò Elisabetta I, regina d'Inghilterra, sul letto di morte, la vecchia Elisabetta, che per cinquant'anni aveva sperperato tutto in inciuci politici e intrighi mondani.

I grandi uomini del passato, uomini di genio artistico, uomini di borsa e di potere, uomini di profondo senso umanitario, non importa quale sia la loro forza, tutti hanno ceduto a un rumorino impercettibile, il ticchettio dell'orologio. Nessuno di loro ha potuto conquistare il tempo, tranne l'Uno. Uno dopo l'altro sono caduti i grandi prìncipi di questo mondo. L'ombra di Adolf Hitler, che si muoveva così ferocemente lungo la Wilhelmstrasse, è ora sbiadita nei libri di storia. E Mussolini, la cui sete di gloria l'ha portato a scatenare la furia della guerra moderna contro l'indifeso popolo tribale d'Abissinia, e che teneva sempre discorsi pomposi da un alto balcone di Roma, mostrando un mento rotondo e un braccio teso alle folle ululanti di sotto... dov'è adesso? Il suo corpo, appeso per i piedi in piazza Loreto a Milano, giace in una tomba senza nome.

Dove sono tutti i Cesari del passato? Forse non sono anch'essi seccati come l'erba e appassiti come un fiore? Quando il grande pittore italiano Raffaello morì all'età di trentasette anni, portarono il suo magnifico dipinto incompiuto de "La Trasfigurazione" in corteo funebre, come emblema dell'incompletezza della vita e della brevità del tempo. Il sole sorge e il sole tramonta. Gli anni passano uno dopo l'altro: come la neve alla fine dell'inverno, scompaiono e vanno via. I fiumi scorrono incessantemente verso il mare e il ricordo delle cose precedenti viene presto dimenticato. Siamo estranei e pellegrini sulla terra: la nostra casa è oltre. Eppure noi mortali ci aggrappiamo al tempo, temendo l'ignoto. Il gioco è a perdere - fin quando non lo abbandoniamo e accogliamo l'eternità a braccia aperte - qui e ora.


Oliver Barres

(trad. di Francesco Mendozzi)

Fonte: O. Barres, One Shepherd, One Flock, Sheed & Ward, New York 1956.

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