• Letteratura Capracottese

Tre cavalli e un somaro


Antonio, Alfonso e Pasquale Dell'Armi col cavallo dell'8 settembre (foto: P. Dell'Armi).

Certo che nella mente di una persona di una certa età ne passano di ricordi di vita vissuta in sessanta-settant'anni d'esistenza.

E le ore per ricordarsi meglio del passato sono le ore del mattino, verso le 5-6, quando non hai più voglia di dormire, ti rivengono in mente tutti i ricordi della fanciullezza, ricordi così lontani che poi svaniscono nella vita quotidiana di tutti i giorni. Sembra di avere una visione più limpida di tutti i ricordi lontani nel tempo.

È così che molte mattine a letto mi ripassavo col pensiero ogni attimo, ogni momento della vita di tanti anni fa, e sfruttando questo barlume di memoria, mi sono accorto che avrei potuto descrivere con semplice austerità i quarant'anni di vita vissuti nel mio paese e precisamente a Capracotta nell'Alto Molise, a 1.421 metri sul livello del mare.

Multiattività agricola

Bè! facendo anche uno sforzo mentale, ho cercato di rimettere su quel periodo così agrodolce ma anche naturale di un'esistenza ormai lontana.

"Multiattività agricola" è una parola difficile, e qui il giornalista, il romanziere, ci potrebbero fare addirittura una cronaca ben lunga, ma io con la mia semplicità mi limiterò a spiegare il significato della parola.

Vivere in quei luoghi a 1.421 metri di altezza, e fare l'agricoltore come mestiere primario, non era tanto facile perché, per vivere, ci dovevi mettere tutti gli altri lavori che ti capitavano a portata di mano, e non rifiutare niente, altrimenti morivi di fame. Anche a spalare la neve d'inverno per 50 lire al giorno, e 200 lire, e anche 400 lire appena dopo la Seconda guerra mondiale.

Sarebbe troppo lungo e noioso descrivere punto per punto tutte le privazioni ed i soprusi che si sopportavano per sbarcare il lunario. Di tanti lavori che si facevano, uno mi interessa ricordare in particolare, e far conoscere a chi avrà l'occasione di leggere questi modesti righi.

Il carbonaio

Un mestiere che aveva tutti i difetti immaginabili di questo mondo, perché era un mestiere pesantissimo, misero. Per riportare a casa qualche cento lire bisognava lavorare notte e giorno. Parlo dell'epoca in cui è toccato anche a me fare per parecchi anni quel maledetto lavoro, ossia dal 1930 al 1943.

I cittadini del mio paese, quando arrivava l'autunno ed avevano finito i lavori agricoli rimettendo in casa tutto il ricavato che ti dà la terra in quei luoghi, cioè grano, patate, legumi, fieno per le bestie ecc., lasciavano le bestie in custodia alle donne e si apprestavano a fare per tre-quattro mesi invernali questo inumano lavoro.

Era un periodo che se ne faceva tanto di carbone vegetale, perché aveva una grande risonanza nell'industria italiana, specie negli anni precedenti all'ultima guerra mondiale. Molte erano le aziende che si interessavano alla compera delle sezioni boschive.

Anche a Capracotta c'erano delle piccole e medie aziende che si interessavano alla collocazione degli operai. Si formavano delle squadre di cinque, sei o dieci operai, a seconda di quanto lavoro la squadra si sentiva di fare, con alla guida uno della squadra che se ne intendeva di più ed aveva le funzioni da caporale e da cuocitore. Era quella persona che, sentito il parere di qualche altro della squadra, contrattava il prezzo, cioè un lavoro a cottimo; se il bosco era di alto fusto, e le persone esperte che avevano osservato il bosco, avevano valutato bene la situazione, tagliando la legna e riducendola a carbone, forse alla fine dell'inverno ci poteva avanzare qualche mille lire. Ma se invece del bosco di alto fusto, si trattava di dissodare, cioè cavare tutte le radici del sottosuolo, nel nostro gergo dicevamo "cavà le ciòccare", e ridurle sempre a carbone, allora era un'incognita, perché non potevi e sapevi valutare con precisione che cosa ci poteva essere nel sottosuolo, ma sempre poco, perché si trattava di molto lavoro e poco prodotto, facendo una fatica enorme con lo zappone. Ricordo tante di quelle squadre che, dopo aver lavorato tre-quattro mesi senza contributi ed aver mangiato polenta giorno e sera, alla fine per far ritorno a casa dovevano vendere qualcosa della comunità oppure richiedere i soldi a casa.

Cosa che successe anche a mio nonno e a mio fratello Pasquale che, dopo aver lavorato per tre mesi nella provincia di Foggia a cavà ciòccare, per far ritorno a casa dovettero venire dove eravamo io e mio fratello Alfonso che pascolavamo le pecore, così il nostro massaro gli diede 2.000 lire del nostro salario per far ritorno a casa.

Questo era il lavoro del carbonaio, un lavoro duro, misero, sporco, perché essendo lontano dalla famiglia, ti dovevi lavare qualche volta anche la camicia. Toccava lavorare dieci, dodici ore al giorno, cominciando la mattina molto presto, e terminando la sera all'imbrunire; anzi, la notte quando era scuro, si facevano quei lavori che non richiedevano molta precisione, come la sega dei tronchi degli alberi.

Quasi in tutte le squadre c'era un ragazzo, o un giovanotto alle prime armi, che provvedeva a far da mangiare, e a cuocere di notte fagioli e fave, ed a fare la polenta o altri lavori inerenti la custodia della capanna, ed era quella persona che maggiormente passava i guai, perché essendo più piccolo, veniva da tutti comandato, mal nutrito e mal pagato.

Qualche volta poteva succedere che qualche squadra composta da elementi giovani poteva fare un buon contratto e guadagnare qualcosa di normale, ma mai si poteva ricompensare una vita di sacrifici così crudeli nel mezzo del bosco.

Invece era tutto il contrario dalla parte dei datori di lavoro. Per loro che commerciavano nella vendita della legna e carbone, ed approfittavano anche della disoccupazione e dell'umiltà della povera gente, per loro - dicevo - le cose andavano molto bene, perché tutto si veniva a sapere del ricavato delle grandi partite boschive, anche guardando il tenore di vita delle loro famiglie.

Ma non è di questo che volevo parlare, perché sembra che ai giovani di oggi gli suona come un ritornello rievocare le sofferenze del passato, accusandoci di essere stati molto umili, e di non aver preteso i nostri sacrosanti diritti, come avviene oggi. Purtroppo è la verità: è colpa della nostra poca cultura che ci teneva all'oscuro della realtà della vita.

Adesso le cose sono cambiate, ed in meglio. Ci sono state nel ventennio precedente tante conquiste sempre migliorative, e così speriamo ancora nell'avvenire, e del passato non possa che rimanere un ricordo lontano.

I cavalli di casa Dell'Armi

Quando nel 1916 mio padre morì in guerra noi ci ritirammo definitivamente a Capracotta, dato che prima facevamo la spola fra la Puglia e la montagna, cioè l'inverno mio padre e mio nonno andavano a lavorare nella provincia di Foggia, pertanto anche mia madre e noi bambini, che risiedevamo in paese, la primavera ritornavamo nel Molise. Mio nonno Pasquale Dell'Armi, forse con qualche spicciolo che aveva messo da parte o grazie alle prime lire che mia madre riscosse della pensione di guerra, comperò due mucche ed una cavalla col puledro. Mi sembra una visione così lontana, come un'ombra, perché questo avvenne se non sbaglio verso il 1919-20 o qualche anno prima, ed io avevo quattro-cinque anni, quindi molto piccolo per descrivere meglio ogni particolare. Però ricordo con precisione che fu un animale che tenemmo pochi anni e che mio nonno vendette subito.

In seguito comperammo un grande e maestoso mulo, forse non adatto alle esigenze della piccola azienda agricola familiare. Passò come un'ombra nella mia mente tanto che, per ricordarmene, ho dovuto compiere uno sforzo di memoria, perché il mulo fece la stessa fine della cavalla, cioè fu rivenduto immediatamente. Finalmente, dopo due esperienze negative, la terza andò molto bene perché comperammo da un compaesano un cavallo giovane di nome Pupitto, dal mantello baio, un cavallo che abbiamo tenuto più di vent'anni. Un cavallo adatto all'azienda familiare, docile, un cavallo di una familiarità incredibile. Nella nostra famiglia come nelle altre del paese, quando vi è un solo animale da soma e la famiglia è numerosa, la bestia deve servire due padroni, essere a disposizione di tutti e fare lavori diversi. E questo è stato l'animale adatto per lunghi venti anni.

Tenere un cavallo così a lungo - non so come potrei descrivere la circostanza - ti ci fa affezionare al punto che hai come un chiodo fisso nella mente; pensi sempre a lui, affinché non gli succeda nulla, perché per noi piccoli agricoltori, in quel periodo, un cavallo o una qualsiasi altra bestia, era tutto il nostro avere, era la vita intera.

Il primo pensiero del mattino era per le bestie della stalla, oppure per quelle che stavano al pascolo. E l'inverno... quanto lavoro e quante cure per tenerli in buona forma, perché l'estate ci dovevi lavorare! Noi agricoltori dovevamo fare tutto di fretta, visto che a 1.421 metri di altezza l'inverno arriva presto e si protrae a lungo... pare che non passi mai!

Sembra che ora la situazione metereologica sia cambiata a tal punto che d'inverno non nevica più come quarant'anni fa. O forse, vivendo da quasi trent'anni a Roma e facendo una vita migliore, non provo più quelle emozioni e quelle preoccupazioni che ora sto raccontando. Nel descrivere dopo molti anni il valore di questo animale così docile, ricordo e ripenso ai suoi infiniti pregi, a quanto fosse movimentata la vita a Capracotta. Era necessario avere un pochino di tempo libero e il cavallo a portata di mano, e potevi correre verso i boschi comunali a recuperare legna per il fuoco. Legna, sempre legna: era un pensiero incessante, perché in quei luoghi il camino non si spegneva mai, nemmeno ad agosto.

Ma più di ogni altra cosa, rammento un'altra qualità di quel cavallo. Quando per due-tre anni andammo a lavorare in provincia di Potenza - precisamente a Montemilone - ad oltre 400 chilometri dal mio paese, ci volevano cinque o sei giorni di cammino. Si partiva verso ottobre-novembre per far ritorno ad aprile-maggio. In quelle occasioni il cavallo fu di grande utilità perché erano quelli gli anni dell'ultima guerra mondiale e per mangiare esisteva la carta annonaria, cioè una prescrizione giornaliera pro capite di pane ed altri beni. Ma noi che lavoravamo nei boschi avevamo bisogno di molto più cibo. Col cavallo giravo sempre alla ricerca (e allo scambio) di merce e qualunque cosa mi capitava, la portavo nel bosco per far mangiare i miei compagni che lavoravano ed aspettavano.

Un'altra ragione per cui questo cavallo era così familiare sta nel fatto che era stato privato del sesso. A Capracotta quasi tutti i cavalli e i muli passavano sotto le tenaglie di don Peppe Turchetti, il veterinario, e del maniscalco, mastro Gaetano. Loro erano due professionisti del mestiere che non si facevano sfuggire niente. Quando venivano effettuate operazioni del genere, era una giornata di festa per tutti i partecipanti. Specialmente nei paesi del circondario di Capracotta, ove avveniva nei giorni indicati la castrazione di molti muli ed era richiesta molta forza per reggere le bestie, in quel giorno - dicevo - si stava in campagna e si mangiavano prosciutto e salsicce, e si beveva del buon vino. L'animale, privato dei genitali, diventava più docile e adatto per l'azienda agricola familiare.

In verità, durante il periodo della mia permanenza a Capracotta, mi sono orientato verso gli animali di sesso maschile. Perché dico questo?

Perché ora, meditando sul passato, ho potuto constatare che prima dell'ultima guerra mondiale, ed anche subito dopo, ho tenuto due-tre dei migliori cavalli, sempre maschi, e una sola cavalla - che in seguito descriverò con esattezza - che non ha generato puledri. È così ed è importante. Perché forse non ne avevo i meriti necessari. Voglio dire che per tenere degli animali da riproduzione, bisogna padroneggiare capacità speciali, avere quella pazienza e quei meriti che pochi agricoltori hanno. Specialmente quando la cavalla è gravida, è necessario utilizzare degli accorgimenti delicatissimi, altrimenti la bestia non darà mai figli, anche se ciò dipende pure dalla fertilità dell'animale, dalla razza e da tante altre cose che non impareremo mai.


Antonio Dell'Armi

(a cura di Francesco Mendozzi)

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