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La guerra di Antonio


La patente di Antonio Dell'Armi, conseguita nel 1940.

Durante la Seconda guerra mondiale le storie di tanti uomini in uniforme si sono sommate, intrecciate e si sono sviluppate al fianco di quei fatti d'arme che sono per lo più noti a molti e, se i fatti d'arme sono la storia, i fatti degli uomini che hanno combattuto e vissuto la guerra sono la parte più intima ed umana. Ho avuto, tempo fa, l'opportunità di conoscere Antonio Dell'Armi, bersagliere, reduce della Seconda guerra mondiale, il nostro incontro non ha percorso i fatti della sua vita militare, ma mi ha dato modo di conoscere però la persona, una figura di uomo che si impone all'attenzione.

Infatti, ad Antonio Dell'Armi appartiene il profilo solido e concreto dell'uomo che ha vissuto un rapporto privilegiato con la natura, il rapporto fatto di fatica, di passione e di rispetto ed è cresciuto in quel mondo contadino e montanaro dove c'è poco spazio per sogni pindarici o velleità. Recentemente, ho saputo che aveva lasciato una memoria, uno scritto in cui raccontava della sua vita militare dal 1937 al 1945. Ho letto attentamente il suo scritto e sento da subito il desiderio di anticipare una considerazione che va poi a ricongiungersi con il profilo dell'uomo. In Antonio Dell'Armi in primo piano emerge il senso del dovere e della fatica di una vita militare che ossequia, ma che non fa per lui e che soffre molto, seppure con dignità. Non è un antieroe, anzi in una dimensione diversa lo è comunque anche lui, ma nelle sue parole, nel suo scritto salta agli occhi quel pragmatismo ed il senso di sacrificio al quale la vita del contadino lo aveva abituato fin da giovanissimo.

Antonio Dell'Armi ha perso suo padre Felice durante la Prima guerra mondiale e nel 1919 a suo padre viene riconosciuta una pensione di guerra, ma per una famiglia contadina è essenziale il lavoro con il bestiame e nei campi ed Antonio giovanissimo è elemento importante per la sua famiglia e quindi chiamato ad un dovere severo ed impegnativo. Capracotta è un piccolo paese dell'Alto Molise in provincia di Isernia, tutt'intorno le montagne dell'Appannino, il paese raggiunge i 1.421 m. di quota. Questa precisazione è importante perché, nel susseguirsi degli eventi, Capracotta sarà durante la guerra un punto strategico per il fronte, e fondamentale per quel fenomeno che in molti abbiamo incontrato sui libri di scuola, definito "transumanza e alpeggio".

Infatti il paese di Capracotta fa parte di quell'area da cui le greggi si muovevano verso il Tavoliere delle Puglia per superare il rigido inverno per poi tornare alle soglie della primavera. Strategicamente, quindi non è trascurabile neanche il fatto che pecore, maiali, mucche e cavalli si trasformassero in guerra come la "logistica" di qualunque esercito che avesse potuto attingere a quelle risorse. È questo il punto di congiunzione tra la storia della guerra e la storia di una realtà contadina che nella guerra stessa si fonde.

Antonio Dell'Armi viene arruolato nel 1937 nella 4ª Compagnia del 2° Battaglione del 1° Reggimento Bersaglieri di stanza a Napoli e poi, successivamente a Roma; la 4ª Compagnia era quella che aveva in dotazione le armi pesanti, sostanzialmente mitragliatrici Breda e qualche mortaio, ed Antonio scrive: «Non solo eravamo dotati di armi pesanti, ma per disgrazia stavamo sempre in bicicletta». Antonio è un uomo di montagna, passo lento e misurato, e la bicicletta è proprio un'afflizione e con mestizia confessa di non aver mai usato una bicicletta prima della chiamata alle armi. I suoi ricordi si riallacciano al giorno in cui arrivò in treno a Roma, Caserma Lamarmora, a piedi ed affardellati fino in caserma, ma era solo l'antipasto, e ciò che segue, lui lo definisce «tremendo»: disciplina ferrea, senza pace, una ginnastica sfrenata, però comunque si ritiene un fortunato poiché la compagnia era alloggiata nelle camerate a pian terreno e, quindi, non doveva salire al secondo e terzo piano con la fune, sì, perché è immediata la comprensione del fatto che le scale erano vietate. Tutto l'insieme dell'addestramento campale lo definisce un insieme di diavolerie in cui si inseriva un percorso di circa 100 km. in bicicletta una volta a settimana La libera uscita a Roma era un momento solenne, ma non era per tutti perché chi non otteneva buoni risultati in bicicletta rimaneva in caserma a pedalare nel cortile grande per allenarsi. Alla fine di luglio Antonio Dell'Armi viene promosso Caporale, e, nonostante il suo raccontarsi inadeguato a quella vita, i fatti e la promozione mi fanno pensare al suo caparbio ed apprezzato impegno.

In un tratto del suo racconto emerge la sua straordinaria e semplice umanità ed è precisamente quando fa riferimento all'incarico di portare documenti e posta agli altri ministeri, a Roma, tra binari del tram e vetture in movimento, non raramente cade e di quelle "paure" gli rimase un trauma di cui soffrì per lungo tempo. Poi, arrivò il congedo ed il ritorno a Capracotta, siamo agli inizi del 1939, e a maggio 1940 arriva il richiamo per la mobilitazione e viene inviato al 1° Reggimento Bersaglieri a Napoli. Il reggimento parte per la frontiera Alpino-Occidentale e come i suoi commilitoni partecipa alle azioni di guerra e, nel suo racconto sfugge i particolari di quei combattimenti in territorio francese, sicuramente è un altro momento di sacrificio e sofferenza, un ricordo che lui stesso definisce «offuscato». Poi la Francia chiese l'armistizio ed è il 22 giugno 1940: la Francia si arrende alla Germania. Il Reggimento viene quindi trasferito a Ferrara; nel frattempo altri due fratelli più grandi erano stati arruolati e per Antonio arriva l'inaspettato congedo. Ed è evidente, in quello che scrive, la sua riverenza nei confronti di una sorte benigna, poiché da li a poco dal suo congedo, il 1° Reggimento venne impiegato in Albania; molti suoi commilitoni ed amici morirono in quella Campagna di Guerra e noi tutti ne conosciamo i dettagli più tristi.

Ma la "guerra di Antonio" non era finita perché gli eventi bellici impongono la mobilitazione ed in tanti vengono richiamati alle armi; è il 1942. Il 1° Reggimento viene riorganizzato a Napoli, man mano che arrivavano i richiamati e venivano ricostituiti i quadri. Ma Napoli era sotto le bombe ed i Bersaglieri furono tra i primi soccorritori della popolazione civile. Riorganizzato il reggimento i Bersaglieri furono avviati a Ponte Cagnano e da lì ad Alba in provincia di Cuneo. Un nuovo spostamento colloca il reggimento a Borgo San Dalmazio, Antonio e pochi altri possono andare in licenza e, mentre è in licenza, ordini immediati muovono il reggimento verso le stazioni dei treni diretti in Russia, «tutti partiti, tutti gli amici, i commilitoni, un compaesano, gli ufficiali, tutti e, nonostante Antonio non ami la guerra, vive quel momento con rammarico, ed attende, appena rientrato al reparto, di ricongiungersi ai suoi Bersaglieri.

Ma non fu così, le notizie dalla Russia erano amare, quasi nessuno tornò da quell'inferno di neve e ghiaccio. Il Reggimento, seppero poi, che arrivò al fronte mentre gli eventi peggioravano ed il fronte veniva travolto dalla controffensiva russa. Le notizie confermavano ormai che non avrebbe raggiunto i suoi amici, e nella incertezza di quei giorni tutti si chiedevanocosa sarebbe accaduto. Ciò che rimaneva del l° Reggimento, in parte ricostituito, venne aggregato alla 4ª Armata e la mattina dell'11 novembre 1942, giorno di san Martino, arrivò l'ordine di occupare il dipartimento della Provenza in Francia e, l'inciso di Antonio è paradigmatico: «Per noi Bersaglieri Ciclisti fu un massacro». Il racconto è da girone dantesco e le parole di Antonio sono queste:

Con le biciclette affardellate in assetto di guerra dovemmo affrontare la irta salita che passa per Limone del Piemonte, oltre cinquanta chilometri, più sei o sette chilometri di galleria, e poi tutta la discesa per arrivare la sera a Nizza, l'unica strada era percorsa dalla cavalleria, dai carri armati, da cannoni montati su camion e tutto ciò che era della IV Armata. Per me fu la fine, non ce la facevo ad andare in bicicletta, rimanevo sempre indietro dalla compagnia, non ce la facevo neanche quando mi attaccavo alla moto dell'Aiutante Maggiore, dovetti rinunciare e proseguire la salita a piedi.

Erano molti quelli che come Antonio si stavano arrendendo alla fatica, tutto il trasferimento in bicicletta durò tre o quattro giorni, 600 km. di martirio fino a Draguignon Pegomas, e quando vi arrivarono tutti, tutti erano stremati ed affamati, e, purtroppo senza viveri. Era vietatissimo, ma qualcuno mangiò la razione di riserva individuale, anche se gli ufficiali imponevano una dura disciplina, si rendevano conto di quanto la fame fosse cattiva.

Antonio racconta che il territorio era impoverito e non si trovava nulla da mangiare e per lui fu il crollo: il grande sforzo in bicicletta con le ruote piene, la fame, le privazioni lo portarono allo stremo fino poi al ricovero. Rientrato in servizio continuava a stare male, ma non lo diceva a nessuno e continua a fare il suo dovere con grande sacrificio, un sacrificio apprezzato dai suoi superiori, infatti arrivò la promozione a Caporal Maggiore ed una sognata seppur breve licenza.

Il suo reparto rimase in Francia fino alla fine di agosto 1943, poi lasciarono la Provenza per rientrare in Italia, nel frattempo era caduto il Governo Fascista e con non poche difficoltà raggiunsero Torino proprio nei giorni dell'Armistizio voluto da Badoglio, il 9 settembre a Torino in molti pensavano con euforia alla fine della guerra ed al rientro a casa. Le notizie sull'andamento della guerra erano confuse e contraddittorie, aleggiavano già i venti di una guerra civile ed, in oltre, cercando di tenersi lontano dai tedeschi, si muovevano per strade impervie e lontano dai grandi centri abitati. Raggiunsero una fattoria nella zona di Vercelli e lì trovarono ospitalità per qualche giorno, il mangiare era poco, ma latte, riso e polenta era più di quanto era per loro immaginabile; qualche giorno ancora, ma il senso di incertezza spinse il gruppetto a lasciare la fattoria e raggiungere una stazione. Antonio non ricorda quale stazione, ma da quella stazione, dopo qualche notte passata a nascondersi, si infilarono su di un treno che forse andava Roma, un vagone merci nel quale si serrarono dentro legando le maniglie con le cinghie dei pantaloni. Una sosta alla stazione di Milano, il dubbio sulla destinazione del treno e poi tanta paura di essere scoperti; a Milano la stazione era un formicolio di soldati tedeschi e italiani, di polizia e carabinieri, le voci che si sentivano accrescevano la paura e Antonio e gli altri si rannicchiavano negli angoli del carro merci per diventare invisibili. Il treno ripartì in direzione Roma e fece una sosta ad Orte, saltarono giù dal treno ed ognuno prese la strada di casa.

Ma le sorprese non finiscono qui, la guerra di Antonio continua perché, nel frattempo, Capracotta è diventata la sede di un comando di prima linea tedesco e fa parte della linea difensiva che arriva fino a Montecassino, il via vai di truppe tedesche era intenso e costante e la paura di esseredeportato era costante, i suoi 27 anni lo ponevano tra quelli che rischiavano di più e quindi decise di nascondersi fuori del paese. Nel frattempo un proclama delle forze tedesche ordinava di radunare tutti cavalli, poi le mucche ed i maiali, le requisizioni continuavano, con la preoccupazione di tutti di rimanere senza sostentamento per l'imminente inverno. Poi il paese fu segnato dalla fucilazione dei due fratelli Fiadino, che avevano nascosto soldati americani fuggiti da un campo di prigionia.

La famiglia Dell'Armi aveva salvato dalla requisizione due mucche, un cavallo, un maiale e quattro pecore; le mucche Antonio le aveva murate in una stalla, ed il maiale lo nascondevano in casa, ma quando aveva fame quel maiale si faceva sentire bene e la sua presenza era diventata un vero e grave rischio e non ci fu altra soluzione che ucciderlo. Antonio non sapeva come fare e, anche se ai nostri giorni il racconto risulta ruvido, Antonio racconta in modo asciutto che gli tirò una gran botta in testa con uno zappone e poi lo lavorò tutta la notte nascondendo le carni in tini e tinozze preparando le carni per la conservazione.

Quel maiale fu la salvezza della famiglia in quell'inverno del 1943; le notti erano insonni e non ci si abitua alla paura e, infatti, una mattina presto Antonio sentì bussare alla porta di casa, intravide dei tedeschi, uno di questi bussava insistentemente, non c'era modo di fuggire, allora raggiunse il fienile e si nascose nel fieno, nel frattempo l'anziana madre aveva aperto e cercava di convincere il tedesco che non c'era nessuno, che Antonio era fuggito, ma non bastarono le parole ed il tedesco lo cercò per tutta la casa, poi andò nel fienile e con una baionetta innestata tirava di punta nel fieno, la paura è indescrivibile e di quella lama e la paura il ricordo restò indelebile. Nella nottata precedente erano stati rastrellati un centinaio di uomini del paese e, caricati sui camion, furono portati via tra la disperazione dei familiari. Saputo dell'evento notturno e a questo punto Antonio non può più esitare, esce dal fienile, corre in casa, si barrica dentro, poi, presi i vestiti di sua madre, si veste da donna e scappa in campagna, giù per i dirupi nel vallone fino a raggiungere una casa a circa due chilometri dal paese. Lì si ritrovò con altri che erano scappati, una ventina in tutto, ma da dove erano non potevano controllare i movimenti dei tedeschi e decisero quindi di salire in alto.

La ricorda come una notte terribile, dolorosa ed angosciante; salirono il monte fino alla quota di 1.600 m. al rifugio di Prato Gentile. Ma la giornata non andò meglio, furono avvistati da una pattuglia tedesca e crepitarono le raffiche di mitra, tutti fuggirono per i boschi sparpagliandosi, poi Antonio, rimasto solo, nell'incertezza di quei momenti, attanagliato dalla fame e stremato, decise di tornare in paese. Nel frattempo gli Alleati avevano attaccato con forza Cassino e nella zona alle spalle del fronte transitavano le truppe tedesche di retrovia e di rinforzo e forse si preparavano anche ad una imminente ritirata. Le nubi all'orizzonte divennero nere e poi furono tempesta: Capracotta fu razziata e poi devastata dalle esplosioni, i genieri fecero saltare con la dinamite il 70% delle case ed altre furono incendiate, e tutto il cibo e le provviste rimasto andò distrutto, la popolazione si rifugiò nelle due chiese, molti altri così come la sua famiglia si rifugiarono nel cimitero. Le forze tedesche si ritirarono sul fiume Sangro facendo saltare i ponti alle loro spalle.

A Capracotta si affacciano le truppe inglesi ed un nutrito contingente di Goums, i soldati marocchini. Antonio ricorda i piccoli muli, ma ricorda anche i cannoni, gli obici che furono piazzati dietro il paese sparando in continuazione verso le postazioni tedesche al di là del fiume Sangro e per giorni e giorni martellarono quelle postazioni. Una mattina, improvvisamente, arrivò l'ordine del Comandante inglese che la popolazione civile avrebbe dovuto abbandonare il paese, tutti ed in fretta, il paese doveva essere sfollato. Molti furono trasportati con i camion e furono evacuati in provincia di Lecce, chi poté si spostò con i propri mezzi (cioè anche a piedi con animali e carretti) nelle retrovie del fronte.

Antonio con un cavallo e una decina di persone della sua famiglia si rifugia ad Agnone, e, particolare non da poco, porta con se un po' di quella carne di maiale che aveva salvato dalla requisizione dei tedeschi, quell'inverno fu durissimo con tanta neve e poco cibo. Rimasero ad Agnone dal dicembre 1943 al marzo del 1944, quattro mesi terribili poi il tuono dei cannoni si affievolì ed il Comando inglese consentì ai più giovani e alle famiglie che avevano le case ancora in piedi di fare ritorno in paese, ripercorrendo la mulattiera da Agnone la famiglia.

Dell'Armi rientrò a Capracotta con il nonno Pasquale in sella al fedele cavallo che ogni tanto affondava nella neve alta, ancora un viaggio duro e memorabile. Il fronte avanzava lasciando dietro di se solo rovine e, forse, ora la "guerra di Antonio" era davvero conclusa, come la guerra di molti altri italiani, ma, ancora una volta, possiamo dire che, per molti altri, non solo non era conclusa, ma viveva i suoi momenti più tragici.


Roberto Geminiani

 

Fonte: R. Geminiani, La guerra di Antonio, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. V, Proforma, Isernia 2014.

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