• Letteratura Capracottese

Una primavera, poche primavere


Panorama di Capracotta da S. Lucia (foto: A. Mendozzi).

Di bianco vestita nel nuovo scintillante vestito, brillava ai riflessi del sole come la neve che pochi mesi prima aveva ricoperto genti e case.

Aveva capelli lisci come equiseto, di un colore difficile da descrivere perché mutevole alle condizioni di luce e di vento. Li scostava spesso di lato permettendo alle orecchie minute di farsi ammirare, con un gesto che era insieme ammaliante e gentile. Sapeva farsi guardare, voleva farsi guardare, ma non offriva null'altro che composta indifferenza all'avventore di turno. In quei giorni, finito da un pezzo l'inverno, la primavera stava meschinamente guastando l'estate oramai alle porte con piogge ed un freddo pungente. Una primavera che si scontrava coi sogni di coloro che aspettavano l'estate con l'ansia febbricitante di una donna còlta dal fuoco di Sant'Antonio.

L'avevo vista tante volte prima d'allora, ma fu solo in quel giorno di tregua temporalesca che mi apparve in tutta la sua seducente bellezza, naturale conseguenza della giovane età e della cura certosina ma non ossessiva con cui acconciava il corpo alle esigenze della giornata. Quel pomeriggio uscì dal bar e la strada che tagliava il centro del paese si svuotò immediatamente, come un incanto di chissà quale fata: tutte le vite che transitavano davanti ai miei occhi avevano di colpo perduto qualsiasi senso compiuto. Solo lei riempiva il corso con una bellezza letteraria ed una presenza degna delle matrone romane, intente, nel loro fervore aristocratico, a dispensare consigli e frecciate alle altre.

Stava parlando con le sue amiche, tutte belle ma non egualmente degne di vanità. In fondo, pensavo con volgare provincialismo, i lapacendri migliori non sono quelli che nascono in famigliola ma quelli che da soli affrontano le intemperie del bosco. Eppure il suo labiale era chiaro e sensuale, parlava del vestito bianco comprato il giorno prima e delle scarpe che di lì a poco avrebbe portato a casa e del profumo, anch'esso nuovo, che dal collo avrebbe dovuto inebriarla giorno e notte. Incantato da tanta innocente frivolezza me ne stavo inebetito, in piedi, stando solo attento a non scivolare sul pericoloso scalino che il marciapiedi umido porgeva ai miei talloni. La comitiva si mosse e i miei occhi con essa. Il corpo, ancora stordito da tanta meraviglia, si rivelava difficile da manovrare: un leggero tremolio rendeva le mani inutili appendici, le gambe sembravano non poter regger più il busto mentre il cuore cominciava a rimbalzare in tondo tra l'ascella, la gola e il diaframma.

Ero già innamorato? La razionalità prese il sopravvento e decisi che il questito necessitava di una gamma di risposte da filtrare rapidamente. Il primo punto stava nel chiarire se era innamoramento od infatuazione.

Sbagliare la prima risposta equivaleva a compromettere i futuri accorgimenti del caso.

Come aspettando che le risposte cadessero dal cielo, indirizzai lo sguardo in alto e cadde quasi volontariamente sul roseo aspetto che la montagna aveva improvvisamente assunto a causa del tramonto; la croce cristiana che segnalava i termini del monte sembrava essersi ingigantita ed il suo colore nero stonava col violetto delle rocce che, in precario equilibrio, pensai, erano l'anima di quell'impervio costone. Era una montagna lontana dall'idea comune con cui i bambini riempiono i disegni. Invece di essere a punta, si presentava come un lungo dente di sega che terminava in un'altra piccola montagnola, quella sì, a punta. Era possibile vedere solo il lato più scosceso e pietroso, lasciando intuire che nei secoli tanti erano stati i macigni rotolati giù da quel multiforme blocco di roccia. Una montagna, questa, che incuteva virilità e fatica, ruvidezza e sudore ma anche creatività e fantasia, inventiva e anticonformismo.

La domanda attendeva ancora una risposta convincente, con lei che s'era talmente allontanata da apparire irraggiungibile. Realizzai che la migliore ispirazione poteva provenirmi soltanto da un secondo incontro furtivo.

Seguii la sua scia che portava verso il quartiere più vecchio del paese, un quartiere che aveva conosciuto bene la guerra ma che agli occhi di un ingenuo turista appariva come un ridente borghetto medievale. In realtà sull'ampia strada che stavo percorrendo per raggiungere lei una volta c'erano case e genti in progresso. Poi la guerra, le fiamme, i tedeschi, gli inglesi, la rovina. Di quella povertà e di quella tragedia restava un belvedere che dava su di una valle florida e disabitata, vista mare. Da quell'altezza era possibile ammirare un'altra montagna, diametralmente opposta alla prima, di maggior signorilità perché molto più morbida nelle sue discese a valle, più lussureggiante di alberi e prati, un letto ideale per gli ovini che lì trovavano cibo in quantità. Una montagna che richiamava fiducia ed eleganza, dolcezza e familiarità così come gelosia ed invidia, noncuranza ed una certa ambiguità.

Lei era affacciata al muretto che dava sul burrone e scrutava il panorama con occhi distratti, con gli occhi della donna pratica le cui fantasie si realizzano via via che vive, lasciando ai sogni un piccolo spazio con su scritto “utopie”. Le sue amiche non c'erano, segno evidente che erano tornate a casa in blocco e che lei aveva accampato delle scuse per restare sola. Notai che la mia curiosità venne recepita quando vidi le ciglia garbatamente muoversi sotto i grandi occhiali da sole. Dopodiché si voltò verso di me e si tolse gli occhiali. Solo una sigaretta salvò la mia persona dall'imbarazzo e dall'umiliazione. Estrassi il mio pacchetto morbido e, nell'atto di abbassare gli occhi, notai che anch'ella stringeva una sigaretta nella mano. Facendomi forza, come di fronte ad una corte marziale, accusai con voce forte e fraterna:

– Anche tu fumi?

E lei, con fare stizzito:

– Sì, ma non dirlo in giro, altrimenti passo i guai.

La sua voce aveva cambiato ritmo solo verso la fine della frase provocando un cambiamento nel tono della risposta che, da acida affermazione, si fece dolce supplica.

– I tuoi non sanno che fumi? – dissi senza pensare troppo ai modi.

– No. E non devono assolutamente saperlo! – si interruppe per espellere il fumo, poi aggiunse – E comunque fumo poco...

Come dovevo comportarmi? Come la montagna aspra e rocciosa o come quella verde e sinuosa? Modi ruvidi e da gradasso o toni sereni e paternalistici? Ebbi l'accortezza di apparire sicuro di me e, anche se le mani cominciavano a sudare, con voluta spavalderia, per sondare il suo umore, le dissi:

– Ho dunque l'onore di essere il primo a conoscere il tuo segreto.

Lei rispose semplicemente, con gusto, di sì. E stavolta fu lei, dimenticando l'aria di sufficienza con cui aveva accolto la mia prima indiscreta domanda, a fare un passo avanti:

– So come ti chiami, ti vedo spesso in giro ma non so cosa fai nella vita.

Fingendo ancora di non esser lusingato da quell'interesse inatteso le risposi:

– Vedo che sai molte cose di me mentre io non so nulla di te… – anche qui mentivo, poi continuai – Ho da poco finito l'università e questa sarà l'ultima stagione da uomo libero della mia vita. Al mio ritorno mi attende un lavoro. Tu?

– Io a settembre comincio l'ultimo anno di liceo ma non ce la faccio più. Beato te che hai finito.

Attendeva un mio rimbrotto che invece fu l'esatto contrario.

– Ti capisco. Anch'io ho sempre odiato la scuola. Non sopporto chi vuole insegnarti qualcosa su non si sa quali basi.

Questa banale dichiarazione fu per lei un fulmine a ciel sereno visto che subito mi stupì dicendo a bocca spalancata:

– Mi hai letto nel pensiero. Devi essere una persona davvero intelligente.

Non capii se c'era un vero intento lusinghiero nelle sue parole ma comunque sorrisi. Entrambe le sigarette, intanto, si accorciavano vistosamente, segno che il tempo che avevo a disposizione stava per terminare. Appoggiando i gomiti al muretto e avvicinandomi a lei, la costrinsi a fare altrettanto, cosicché ci ritrovammo assieme assorti a guardare il cielo scuro sulla valle silenziosa e ventata.

– Credo che dovremmo parlare più spesso. Non ho mai conosciuto donne speciali in vita mia, ma di certo preferisci passeggiare con le tue amiche che fumarti una sigaretta con me – dissi con l'aria del bambino che vuole essere coccolato dalla mamma.

Forse fu una congiuntura astrale che in quel momento transitava su noi od un campo magnetico di chissà quale forza, fatto sta che lei approfittò di un movimento della mia testa verso di lei per baciarmi profondamente, con trasporto giovanile e con tenera ammirazione. Rimasi come un manichino con le braccia penzolanti, poi, gettata la sigaretta in terra, la strinsi con premura, deliziandomi di quel bacio così improvviso ed inaspettato.

– Ora devo andare. Ci vedremo presto!

Mi lasciò impietrito e correndo leggermente mi abbandonò; ma prima di scomparire dalla mia vista mi gridò con un sorriso smagliante:

– Ti voglio già bene.

Il cuore lo stavo masticando da qualche minuto e la testa cominciò a fare voli pindarici, tutto il corpo era dolorante come dopo una rissa. Compresi che quella in cui ero caduto era una trappola ben congeniata. Non ero stato io a seguirla e cercarla, semmai era stata lei ad aver capito tutto già molte ore, se non giorni, addietro, spingendomi ad espormi come mai avevo fatto prima. Sono ancor'oggi convinto che quel comportamento sia stato una delle cose più delicate cui abbia mai assistito. Quella superficiale ma esperta attenzione alle logiche del cuore non apparteneva infatti alle mie coetanee, troppo indaffarate a mostrarsi complicate e ricercate, nel gusto e nell'estetica, nel pensiero e nei modi. In quel bacio pomeridiano e primaverile scoprii la divina innocenza della semplicità.

Dopo quel giorno, furono tanti i giorni trascorsi assieme a lei, sempre evitando di mostrare in piazza la nostra relazione che ogni giorno si faceva più fitta ma anche, tremendamente, più cadùca. Così pensavo che un amore nato per finire poco dopo non è completo. Poi mi contraddicevo sostenendo che invece sono proprio gli amori improvvisi e nascosti quelli più veri. Ma entrambe le supposizioni si scontravano con la certezza che tutto sarebbe finito quando fosse cominciata la mia esperienza lavorativa. L'incanto si sarebbe rotto e quelle ore trascorse a parlar d'amore e a giocar con l'amore si sarebbero sciolte come aveva fatto la neve in aprile. Non a caso, pensavo, era stata proprio la fine dell'inverno a regalarmi questa dolce stagione. La fine di qualcosa di bello e tremendo era stato l'inizio di qualcos'altro di migliore, almeno per me. Poi finì anche la primavera e venne l'estate, del tutto simile alla prima.

Ci siamo astenuti dal frequentarci di mattina, lasciando aperto in quelle ore il gioco degli sguardi. Ognuno di noi cercava l'altro e con la scusa di parlare con le persone cercava un maggiore campo visivo. Mai tanto gustosa è stata l'ipocrisia verso gli altri, il disinteresse verso i loro problemi. Cento o diecimila persone non cambiavano i fatti. In quel corso c'era soltanto lei.

Abbiamo sempre tenuto fede all'appuntamento del tardo pomeriggio per la consueta sigaretta.

La notte invece scomparivamo alla vista dei nostri rispettivi amici con scuse tanto stupide quanto divertenti. E decidevamo insieme quali scuse costruire, come renderle convincenti. Mal di pancia o sonno pregresso, mal di testa o mancanza di soldi, troppo freddo e via dicendo. Nessuno di noi lasciava tracce dietro di sé e l'incontro diventava una sorta di annegamento nella virtù dell'amore e nel peccato della carne. Questo immedesimarmi nella prima giovinezza mi rese più docile e attento. Anche io dovevo, superata da un pezzo l'adolescenza, tornare a mentire, a nascondermi, ad avere diciott'anni.

Se da un lato l'estate aveva prolungato le tante spigolosità meteorologiche della primavera e reso più instabili i giorni di sole e bel tempo, dall'altro il nostro amore non aveva subìto variazioni di sorta, camminava veloce verso la fine, di cui non volevo parlare e che sempre mi attanagliava e soffocava il mio entusiasmo. Ogni giorno vissuto con lei era un giorno in meno da vivere con lei. Com'era crudele questo supplizio e com'era dolce ogni suo minuto! Rabbia ed amore, gioia e frustrazione. Furono questi i sentimenti pervasivi di quella stagione.

Un giorno fu lei a volerne parlare chiedendomi:

– Come rimaniamo per settembre?

A volte dimostrava una logica tanto ferma e diretta da sconcertarmi.

– Non lo so. Non ce la faccio a pensarci. Io andrò a lavorare lontano e non credo che mi concederanno le ferie tanto facilmente. Tu andrai a scuola e conoscerai altri ragazzi, e in nessun modo potremo vederci se non vogliamo cambiare l'idea che gli altri hanno di noi – fu secca la mia risposta.

– Non me ne frega niente degli altri! – ribattè con rabbia mal celata.

Io non dissi più niente sigillando così il momento finale della nostra storia, una storia che, ne sono certo, ha alleggerito parecchio le mie convinzioni, smussando la mia intemperanza. Alcuni giorni dopo un'azienda mi scelse per portarmi al Nord, ed ovviamente accettai. Ma nel curriculum che pretesero non ho mai scritto che la mia coscienza, il mio spirito e la mia anima sono rimaste lì, in quelle strade, dentro quel bar, presso quei monti, a Capracotta. Fu lei la cornice di quel Friedrich, fu il silenzioso mecenate di quegli attimi rubati alla quotidianeità, tanto che quegli scampoli di primavera vissuti assieme furono i momenti più vivi e sublimi della mia vita. Ed oggi non so se quello fu sogno o realtà, finzione d'autore o vita vissuta: la commedia delle parti, le scenografie montane, gli attori protagonisti e le comparse, la trama semplice ed istintiva.

Quel che è certo è che da allora odio profondamente la stagione primaverile perché so che tutte le primavere future non saranno mai come quella. E tutte le donne del mondo non saranno come lei.


Francesco Mendozzi

Fonte: F. Mendozzi, Una primavera, poche primavere, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.


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