• Letteratura Capracottese

Vado a quel paese


Lo scrittore Andrea Valente.

Dimmi dove vai e ti dirò chi sei, sempre che tu vada e sempre che tu sia... Ma se non sai chi sei, allora vai e, ovunque andrai, arriverai puntuale. I comuni, in Italia, sono più di ottomila, ognuno con il suo bel nome: vuoi non trovarne uno adatto a te? Poi ci sono le frazioni, i borghi e i villaggi, le località un po' amene e un po' no. E lasciamo perdere i nomi delle strade e delle piazze, altrimenti si finisce per impazzire. Anche perché via vai e vai via hanno un significato decisamente diverso, non credi? Ancora non sai dove andare? Forse ho qualche idea che potrebbe fare al caso tuo. E se alla fine mi manderai a quel paese, stai sicuro che ci andrò.

Il racconto

Pare che a Loculi (Nuoro) gli abitanti alla sera accendano un cero, al posto delle lampadine... sarà vero? Lo chiederò al sindaco di Camposanto (Modena) che di loculi ne ha in ogni angolo e di ceri, cerini e cerette pure, immagino. Pare oltretutto che gli abitanti di lì non si chiamino camposantini o camposantesi, bensì più macabramente lapidi... sarà vero anche questo? Un giorno, rapito da questi dilemmi, saltai a bordo della mia automobile e ci andai di volata, a Camposanto, per accertarmi di ogni cosa. Avrei dovuto aspettarmelo: in quel posto non c'era anima viva. Ma anche ad Acquafredda (Brescia, ma anche Potenza) gli abitanti non si chiamano acquafreddesi o acquafreddini, bensì idraulici. Già: chi chiami, altrimenti, quando manca l'acqua calda?! E se un giorno vorrò andare da quelle parti, per accertarmi del come e del perché, dovrò ricordarmi di non farlo di sabato o di domenica, che non si è mai visto un idraulico nel week-end. Tra lapidi e idraulici, come si chiameranno mai gli abitanti di Lavagna (Genova)? Lo so che lo sai: gessetti! E il sindaco cancellino. Quelli di Cerchio (L'Aquila) sono invece compassi e il loro ombelico - è ovvio - è il buco lasciato al centro del cerchio. E se una abitante di Cerchio è un po' Rotondella (Matera) andrà bene lo stesso, che un po' di ciccia mica è una malattia... Se non ci credi, prova chiedere a Supersano (Lecce) dove nessuno, ma proprio nessuno, andrà mai in ferie a Medicina (Bologna), altrimenti che supersano è?! A proposito di ferie: dove andranno mai in vacanza gli abitanti di Golasecca (Varese)? Certo non ad Acquafredda, che ci scappa una congestione... Semmai a Bevilacqua (Verona), che è sempre la soluzione migliore. E peccato che non esista un paese che si chiami Limonata o Chinotto (quindi entrambi senza provincia). Per non bere tutto d'un fiato andranno forse a Sorso (Sassari) e se è inverno meglio andare fino a Latisana (Udine), ma attenti che scotta! Gli abitanti di Calcio (Bergamo) stanno alcuni in campo e gli altri in panchina? Il paese prima di Ultimo (Bolzano) si chiama forse Penultimo? A Maglie (Lecce) va di moda il cotone o la lana? E a Lana (Bolzano) le pecore sono di lana perché sono pecore, o sono di Lana perché sono di Lana? È vero che in Sicilia c'è un autobus ecologico che non va a gasolio, ma a Marsala (Trapani)? E chi va a Naso (Messina) alla fine trova la strada o si perde? A Inverno (Pavia) ci sono ancora le mezze stagioni? E a Mezzocorona (Trento) ci sta mezza regina o mezzo re? Quanti saranno gli abitanti di Quindici (Avellino)? Probabilmente proprio quindici e al sedicesimo danno il foglio di via. E quelli di Nove (Vicenza) saranno nove anche loro? E saranno di più gli abitanti di Nove, che sono nove, o quelli di Quindici, che sono quindici? Quelli di Quindici, certamente: sei di più, per la precisione, ma il comune di Sei non esiste né al Sud, né al Nord. E nemmeno Sei e mezzo. Se son trenta gli abitanti di Trenta (Cosenza), saranno più loro oppure quelli di Quindici? "Quelli di Trenta!" Dirai tu, con tanto di punto esclamativo. Invece no. sono molti di più gli abitanti di Quindici che quelli di Trenta, che per altro non è nemmeno la moglie di Trento, ma questo non c'entra. Questa è geografia, perbacco, non matematica. Le materie sono diverse tra loro e seguono ognuna delle regole differenti, altrimenti a scuola si studierebbe una materia soltanto e si finirebbe il programma in poche settimane. Troppo bello, sarebbe... Ora dimmi: se la guardi dal cielo l'Italia sembra a forma di... "Stivale!" Dirai tu, con un altro punto esclamativo. E questa volta non posso che darti ragione, sperando solo che gli stivali, invece - almeno i miei - non siano a forma di Italia, altrimenti sai che male ai piedi? L'Italia, in realtà, è a forma di fantasia e, siccome la fantasia non si sa che forma abbia, anche l'Italia chissà...

I nostri eroi

Si trova nel Lazio il paese di Strangolagalli, in provincia di Frosinone, per la precisione, nota anche con il nome di Ciociaria. La provincia, non il paesello, che invece si chiama Strangolagalli davvero, mentre le galline ciociare continuano a covare senza preoccuparsi più di tanto. C'è uno Strangolagalli anche più in là: è una frazione del comune di Castel del Sasso, in provincia di Caserta. Il paese di Strangolagalline, invece, non esiste in alcun luogo e quanto a parità di diritti ci sarebbe di che discutere. C'è Gallina, anzi, ce ne sono addirittura tre, in Calabria, in Toscana e in Sicilia, ma son frazioncine e non è la stessa cosa davvero, anche perché nessuna di loro finisce in padella a fare il brodo. E comunque non t'azzardare a dar delle galline alle loro abitanti, altrimenti arrosto o in brodo ci finisci tu. Esiste invece Pollone, lassù nel Piemonte biellese, e se si tratta di un gallo scampato alla padella, sarà pure un Pollone, ma un pollo certo non lo è. Manco a dirlo, la città di Pollastra non esiste per nulla, ma è pur vero che di pollastre è pieno il mondo e se non si tratta di paesi e città poco importa. Dei galli di Strangolagalli che riuscirono a far salve le tonsille pare ce ne sia uno a Gallo, in provincia dell'Aquila, uno a Gallo, in provincia di Caserta, un terzo a Gallo, in provincia di Messina. Tre sono a Gallo, in provincia di Bologna, di Forlì e di Ferrara, più uno finito a Gallo, in provincia di Reggio Emilia, per non dimenticare il gallo di Gallo, in provincia di Pesaro. Tutti gli altri fuggirono a piume spiegate fino dalle parti di Belluno e furono accolti con allegria in qualche pollaio della val Gallina, dove a colazione - ti assicuro - l'ovetto è garantito.

Pare che nel paese di Capracotta a colazione si mangi capra. Cotta, ovviamente. A pranzo: capra. Per cena: capra. Sarà vero? Chi lo sa. Di vero c'è che Capracotta esiste e se ne sta sui monti del Molise, in provincia di Isernia. Che lì si mangi carne di capra a tutte le ore, però, mi lascia più di un dubbio, ma pare che almeno una grigliata sia stata organizzata, ai tempi di chissachì. Si narra, infatti, che una popolazione nomade, volendo trovare un luogo dove fermarsi e metter radici, decise un giorno di fondare una città. Quale miglior modo di festeggiare l'evento, se non un'abbuffata in compagnia? Per il menù fu scelta una capra e, senza tanti scrupoli, si cercò di gettarla nel fuoco ancor viva. La poveretta, certamente in disaccordo, riuscì in qualche modo a fuggire e si arrampicò fin lassù dove, per la fatica o per le ustioni, stramazzò al suolo e morì. Qualcuno pensò che quello fosse un segno divino e che il luogo dove erigere la città fosse proprio dove la capra scappò. Così fu e buon appetito.

Saranno tutti belli gli alberi di Alberobello? A sentire qualsiasi naturalista, botanico o giardiniere, ogni albero è bello per definizione, perché non è bello ciò che è bello, ma ciò che ha foglie, fiori e frutti. Inutile mettersi a discutere: tanto vale accomodarsi all'ombra, del bell'albero, e godersi un po' di fresco. Se però si pensa ai tronchi, diritti e verticali verso il cielo, alle foglie sinuose, leggere e brezzolanti, ai fiori profumati e colorati, alla chioma simmetrica e ampia... beh, in questo caso non tutti gli alberi son belli. Tranne quelli di Alberobello, lo dice la parola stessa, anche se sono storti, contorti, aggrovigliati, ritorti e chissà cos'altro. Già, perché sono olivi e se ne trovano in tutta la valle intorno. E l'olio che si ricava dai loro frutti è buono, ma così buono, che dopo averlo assaggiato è bello un po' tutto, non solo gli alberi di Alberobello.

A guardarla dondolando su una barca a vela, la cittadina di Bianco appariva bianca davvero. Le case erano tutte bianche. Compresi gli stipiti delle finestre. Le strade, bianche. Le automobili, bianche anche loro. Tutti gli alberi avevano fiori bianchi. E la neve? No, qui ti sbagli. A Bianco non nevica mai. Peccato. I denti degli abitanti erano addirittura bianchissimi e non c'era bisogno di dentista, che comunque avrebbe avuto il camice bianco. I capelli di molti erano bianchi. I cani e i gatti erano tutti bianchi. La pasta, a Bianco, la si mangiava in bianco. L'unico cioccolato in vendita era quello bianco ed il latte era la bevanda preferita da tutti. La candida Bianco diventò ben presto un'ambita meta per turisti, che venivano dal mondo intero, passavano la notte in bianco e se ne ripartivano felici e contenti. Finché uno strano tipo, forse colto da un colpo di sole, non dipinse la facciata di casa sua di un azzurro intenso. E l'azzurro della sua casa mise subito ancor più in risalto il bianco di Bianco, che è così bianco che più bianco non si può. Dopo un primo istante di imbarazzo, non passarono che poche settimane di intenso lavoro che se qualcuno fosse arrivato lì, in barca vela oppure in treno, avrebbe trovato una città talmente colorata, che Arlecchino in persona si sarebbe mimetizzato benissimo. E, sorpresa delle sorprese, i turisti continuarono a venire. Anzi, ne arrivarono ancor di più. Solo che, anziché passare la notte in bianco, ne facevano di tutti i colori e quando era il momento di ripartire, felici e soddisfatti, lasciavano cadere sempre una lacrima di nostalgia.


Andrea Valente

Fonte: https://www.linkiesta.it/, 6 ottobre 2013.

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