top of page

Vivere "serenamente" la vecchiaia (I)


Don Ninotto in una foto di gruppo del 1953.

Vecchiaia veneranda non è la longevità,

né si misura con il numero degli anni.

[Sap. 4,8]


Lunga vita si augura l'uomo come premio, ricchezza di giorni è per tutti una straordinaria benedizione. Ogni giorno è un dono di Dio, un regalo della natura, un incentivo alla voglia di vivere. Carico di anni è chi ha fatto dei suoi anni guadagno e offerta, chi ha spartito i suoi giorni nella giustizia e nella verità, chi ha praticato le vie della compassione e della misericordia. Vera longevità è lasciare memoria d'amore e nostalgia di perdono. Se il tempo consegna nel suo passare conforto di memoria, l'amore condiviso conserva per sempre il tempo al vissuto presente, resta sempre, non muore mai.

Ognuno ha la sua anzianità. La vecchiaia è esattamente come la si vive. È sì un fatto anagrafico e fisiologico, ma è soprattutto un fatto spirituale, una stagione del cuore. Si è giovani o anziani dentro, dove ognuno decide come guardare il mondo, come vedere la natura, la società, lo scorrere del tempo e delle stagioni, le vicende dell'umanità, le gioie e le sciagure proprie e della gente.

Ciò che noi chiamiamo saggezza non è sapere molte cose ma di coglierne il significato, di collocarle al loro giusto posto in quello spazio pieno di mondo e di storia che è la mente innervata nel cuore. C'è un sapere che non è fatto di nozioni, ma di percezioni, delle tracce che ciò che ci ha toccato ha lasciato nel cervello e nell'anima. È conoscenza che inclina all'obbedienza. Conoscere la vita significa imparare ad obbedire, a “chinare il capo” di fronte ad un mistero più grande di noi, e tacere. Ci sono verità che si credono pienamente solo dopo che sono accadute. Occorrono anni per raggiungere questo sapere privilegiato, umile, semplice e altissimo, che è l'esperienza. L'anziano ha imparato il linguaggio di questa scuola, possiede il segreto di una pace profonda, diventa un vero maestro di vita. Incontrarlo è grazia.

Ha raggiunto la "soglia" della contemplazione, intesa come conoscenza amorosa, saporosa e adorante del terreno e dell'eterno. L'anziano che negli anni, meditando, ha raccolto in un sapere i principi della vita, ne ha fatto la sua filosofia e religione, è anche un contemplativo. Si è fatto discepolo della sapienza discesa dal cielo contenuta nel Vangelo. Il suo pensiero retto e sincero, il volere andare a fondo delle cose, senza presunzione e senza violenza, lo conducono a contatto con le essenze, che custodiscono le verità di ciò che è e di ciò che accade, cioè il sapere di Dio. Per questo le sue parole hanno uno spessore diverso da quelle comuni e fanno pensare. Il contemplativo, con la riflessione e l'adorazione, è giunto all'anima della vicenda umana e sa svelarla agli altri. Nulla procura tanta pace, quanto il possesso della verità, sapere come stanno le cose. In primo luogo quelle che riguardano il nostro essere qui, ora, circondato di mistero, e il senso del nostro andare e procedere nella vita.

La psicologia parla, a questo proposito, di espansione dell'io, di occhio dell'anima, di dilatazione dei confini della coscienza, termini suggestivi che indicano una più lucida conoscenza di sé. Un sé illuminato si trova avvantaggiato nel lavoro di liberazione dall'egoismo, dell'avidità saziata e mai sazia, dell'intolleranza, del desiderio di prevalere e di dominare. Come pure nel superamento di numerosi stati dolorosi che lo fanno soffrire: l'ansia, la depressione, la diffidenza, un modo malato di ricordare il passato, la sfiducia in sé stessi, il senso di abbandono, il risentimento che non riesce a dimenticare, l'incapacità di lasciarsi amare e sentirsi amato.

La prima guarigione da cercare è quella del cuore. La felicità è nel cuore! Tocca a noi rispondervi nel segreto della vita. Una vita che va ascoltata, colta nella semplicità e nelle piccole cose, sentendo «il desiderio di una realtà invisibile». Invecchiare è un'arte e la vecchiaia è una qualità. Se si guariscono i sentimenti, anche le memorie e i desideri, le sofferenze dei ricordi e l'ingordigia dei desideri vanno ricercati nella libertà e nel benessere interno. L'anzianità non è declino, ma illuminazione e ascesa.

Si vedono le cose dall'alto, con uno sguardo che abbraccia tutti i sentieri percorsi senza incolpare nessuno. È vero che è l'età della debolezza, spesso accompagnata da malattie e fragilità, l'età della perdita di tanti beni sui vari versanti del nostro essere, quello fisico, mentale, psichico, affettivo. Ma è anche l'età in cui si possono gustare i frutti di quanto si è seminato. Un patrimonio spirituale riempie la vita, dà luce e gioia e la rende sempre degna di essere amata.

Questo richiamo all'interiorità, l'essere spinti dolcemente ma energicamente al centro, la sede dell'io e dell'essenziale, la nostra vera casa, dove è custodito quel patrimonio spirituale che ognuno porta dentro di sé, dà senso e giusta direzione al nostro vivere.

Il bisogno sempre più forte di Dio, il rimanere aggrappati alle sue parole e alle sue promesse, rende più accettabile il declino delle forze, che mette a nudo la fragilità del corpo e l'insidia della solitudine. Dio, «tua vita e tua longevità» (Dt. 30,20), come dice Mosè al popolo per stringere alleanza con Jahvé. L'amore, la preghiera, la tolleranza, la disposizione generosa a riconoscere il bello e il buono negli altri sono spinte alla interiorità. La contemplazione e il dialogo con sé stessi, si fanno più luminosi sull'orizzonte che ci circonda, mentre camminiamo verso l'Ultimo Orizzonte. Il vivere bene è il modo più semplice per vivere sereni, star bene e fare il bene.

La vecchiaia appare dunque non soltanto come una serie di sintomi e di affezioni, ma come la conquista di un carattere: la saggezza. La saggezza richiede pazienza, ma va maturata, si può offrire agli altri, ma soprattutto va cercata per sé stessi. E la saggezza è strettamente apparentata con la serenità e la felicità. Nella biografia di Confucio viene detto che a cinquant'anni aveva sviluppato il lato spirituale della sua persona, che a sessanta le sue orecchie erano attente alla verità, che a settanta sapeva seguire gli «impulsi del proprio cuore» senza rischiare di agire male. È proprio così anche sul piano simbolico della lingua cinese l'ideogramma, che significa lunga vita, era spesso associato a quello che indica la felicità, articolato in una grande varietà di motivi decorativi.

"La vita, i giorni. Sulla vecchiaia" è un libro di Enzo Bianchi, offre uno sguardo profondo della vita, soprattutto la sapienza del cuore, parla della vecchiaia. Tra le righe c'è labbraccio sobrio della sua vita che ripercorre il lungo cammino di un uomo. È il diario di oggi, ma anche di ieri ed una luce sul domani. Oggi, forse, più di ieri siamo sorpresi dalle paure e dai timori, temiamo di essere lasciati soli.

Tra i tanti tipi di invecchiamento la solitudine, gli altri che non ti cercano, la necessità di trovare rimedi al corpo sempre più fragile, rendono la vecchiaia più triste e impegnativa. Non è l'anticamera della morte, ma un'altra maniera di vivere. Bisogna imparare ad essere vecchi. Bisogna imparare ad aggiungere vita ai giorni e non solo giorni alla vita. Bisogna lottare per non spegnere le relazioni, continuare a frequentare gli amici, avere un rapporto diverso con la natura, cogliere la bellezza che ci circonda, sentire pulsare il mondo in noi e attorno a noi, non rassegnarsi alla vita che se ne va. Avere il coraggio di rinnovare le amicizie, gli affetti, i sentimenti, senza lasciarsi andare e cedere alla tristezza e malinconia che fanno morire prima.

Vecchiaia è l'arte di inventare una nuova vita. È un prepararsi a lasciare la presa, ad accettare l’incompiuto, ad allentare il controllo sul mondo e sulle cose. Imparare ad invecchiare così come abbiamo imparato ad essere bambini, poi giovani, poi uomini e donne mature. L'ascolto della musica può aiutare a superare questo scoglio della propria esistenza. «Nella notte canto. La mia notte non ha oscurità, ma tutto nella luce diventa chiaro», recita un poeta ispirato. La musica, la più spirituale delle arti, la vetta suprema del linguaggio, comunica emozioni, tocca il cuore, addolcisce la solitudine della vecchiaia. La musica nasce «dal rimpianto del paradiso e trasmette il brivido interiore di Dio», chiosa un acuto scrittore francese, Cioran. È accensione d'anima, tocca il cuore al non detto che lo caratterizza, in un contesto di gratuità e di bellezza. Cantare con arte è cantare nel giubilo, in modo da piacere, senza offendere orecchie perfette, tradure in suoni articolati, comprendere e non saper spiegare a parole ciò che si canta nel cuore.

Uscire dagli steccati dell'inerzia e della solitudine, pensare la longevità come risorsa, valorizzare tutti i momenti attivi per coltivare interessi, è l'atteggiamento più incline a riflettere sul senso delle cose. Far crescere la capacità di "stare con" attraverso relazioni umane sensate, lavori di gruppo, vita con gli altri, l'uso frequente del telefono, internet, dvd, cellulare ecc. aumenta la cultura della relazione, offre un salto di qualità nella vita dell'anziano, realizza integrazione sociale tra generazioni sul territorio.

L'anziano avverte il bisogno di giustizia, di verità, di amore, sente il bisogno di elevare lo spirito cercando luce e conforto, scopre il mistero della vita e del dolore. Sono semplici intuizioni che fanno avvertire la terza età come una opportunità, perché permettono di fare cose a cui precedentemente è stato necessario rinunciare.

Per secoli agli anziani si è dato potere e sapienza e considerati casi venerati. «Coram cano capite consurge et honora personam senis» ("Dinanzi ad una testa bianca alzati e onora la persona del vecchio") è scritto nella Bibbia (Lev. 19,31). Oggi gli anziani vengono visti come «un peso che rallenta il sistema». C'è quasi un fastidio nel vedere che esiste una longevità attiva e vissuta soggettivamente. In realtà gli anziani sono la parte più ricca della società. Tre pericoli incombono pesantemente su di loro: la solitudine, che si vince con la cultura comunitaria, la perdita di un fine e un obiettivo nella vita che fa da sostegno, la concezione della creaturalità, che ricorda che siamo creature di Dio e non padroni di noi stessi.


Osman Antonio Di Lorenzo



Comments


bottom of page