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L'arciprete Agostino Bonanotte di Capracotta


La collegiata di Capracotta (foto: G. Paglione).

Agostino Bonanotte era nato il 5 agosto 1812 a Capracotta. Morì nel suo paese nel 1889.

Angela Caruso con questo suo saggio avvia la ricostruzione delle vicende di un personaggio che certamente non fu un occupante passivo degli spazi liturgici perché cercò di fare della Chiesa di Capracotta, e per un certo tempo gli riuscì, un luogo che avesse una dignità ecclesiastica di alto livello. Forse perché convinto che così Dio Padre il giorno del Grande Giudizio sarebbe stato benevolo nei suoi confronti e nei confronti della comunità di cui faceva parte.

Di Agostino Bonanotte Angela Caruso ha ritrovato tre piccole pubblicazioni che lo riguardano e che, divenute ormai rare, con la ristampa, sono l'occasione per cercare di capire cosa stesse accadendo in una comunità che ospitava, come ancora ospita, la parrocchiale più alta della dorsale appenninica.

L'incarico di parroco del suo paese gli era stato dato dal vescovo di Trivento dopo un'esperienza maturata nella parrocchia di Montenero Valcocchiara dal giugno del 1840 fino all'ottobre del 1847.

Nell'archivio storico della Diocesi di Trivento si conservano alcune carte della sua complessa vicenda umana. Forse non tutte. Sicuramente quelle che riguardano i suoi spostamenti che furono preceduti da un vero e proprio concorso per titoli ed esami che si tenevano presso la sede vescovile.

Così, dalla prova sostenuta nel 1839 quando concorse alla copertura del posto di parroco di Rionero Sannitico, dove si collocò al secondo posto, sappiamo che era un ottimo latinista e che ben conosceva il Diritto Canonico. Allora gli esami si facevano rispondendo in latino a domande fatte in latino.

L'archivio di Trivento conserva anche la documentazione delle battaglie che egli sostenne all'interno di un'agguerrita compagnia di sacerdoti che a Capracotta, evidentemente non sempre condivisero le sue iniziative.

Egli fu parroco di Capracotta dal 1847 al 1889 con un'interruzione di quasi 4 anni per essere partito per un viaggio, di cui si sa poco, verso gli Stati Uniti d'America dal dicembre del 1872 al settembre del 1876.

La Chiesa dell'Assunta di Capracotta, con la sua imponente mole bianca, è un punto fisso nel territorio ed è l'elemento più caratteristico del profilo del paese.

Quando i Capracottesi sfollati tornarono nel loro paese nell'inverno del 1943 trovarono quasi nulla delle loro case. Del nucleo antico era rimasta in piedi solo la loro Chiesa Madre.

Rientrava nella politica dell'esercito tedesco in ritirata lasciare nelle terre bruciate solo i grandi monumenti.

L'Assunta di Capracotta, come d'altra parte tutte le chiese delle piccole comunità, rappresenta l'anima di un paese. Molto più del Castello o di qualsiasi altro edificio pubblico.

Il suo pavimento è il luogo fisico dove i propri antenati aspiravano a farsi seppellire in attesa che i loro corpi potessero un giorno ricongiungersi alle anime davanti al Cristo Giudicatore.

Poter attendere il giudizio definitivo per un cristiano è la massima aspirazione. Così dovette essere anche per Agostino Bonanotte che nella Chiesa Assunta di Capracotta non solo esercitò le funzioni di parroco, ma visse intensamente una parte consistente della sua vita con una visione molto particolare della storia di cui egli faceva parte.

E nella sua Chiesa riteneva di potere essere seppellito.

Il Cimitero di Capracotta, nonostante le leggi igieniche murattiane lo avessero stabilito dal 1806, sarebbe stato realizzato solo nel 1879.

Tutti i Capracottesi sanno che sotto l'altare maggiore, nell'area del presbiterio, ancora sopravvive un angusto ambiente che impropriamente viene chiamato cripta, ma che è il luogo di sepoltura degli arcipreti di Capracotta.

Pochissimi sono coloro che hanno avuto la possibilità di accedervi. Ultimamente l'accesso è stato definitivamente murato e solo nell'immaginario collettivo appaiono gli scheletri ancora vestiti dei paramenti sacri. Aspettano, seduti, che la loro anima si ricongiunga al corpo per sostenere il Giudizio finale.

Tra essi anche ciò che rimane delle spoglie di Agostino Bonanotte.

Egli è stato il massimo sostenitore del riconoscimento del titolo di Collegiata per la sua chiesa. Una circostanza non secondaria che non è solo il riconoscimento di una particolare autonomia amministrativa e finanziaria, ma anche l'attribuzione sul piano teologico di una funzione di consistente solennità nell'organizzazione delle cerimonie liturgiche per rendere onore a Dio.

L'istituzione di una Collegiata è operazione giuridica che spetta alla gerarchia ecclesiastica romana, ma la sua sopravvivenza è fortemente condizionata dalla capacità locale di trasformare in concreto le sue regole istitutive. Anche perché una Collegiata, pur non avendo il titolo di Cattedrale e non avendo un vescovo che ne costituisca il diretto riferimento pastorale, ha un Capitolo di presbiteri secolari che abbiano il titolo del canonicato.

Il Capitolo è la forma più antica di democrazia in Europa ed è tipica delle organizzazioni monastiche. In esso ogni componente ha il diritto di affermare il proprio pensiero ed esprimere la propria volontà confrontandola collegialmente con quella degli altri.

Dai documenti pubblicati viene fuori una sorta di rassegnata accettazione di un cambiamento post-unitario che nei fatti era diretta conseguenza di circostanze politiche che trovavano origine nelle riforme murattiane ormai irreversibili.

Il lavoro di Angela Caruso costituisce un altro importante mattone per la ricostruzione di avvenimenti che una certa letteratura ha relegato nell'ambito delle vicende interne alla Chiesa.

Avvenimenti e fatti che, invece, sono fondamentali per avere un quadro molto particolareggiato di una realtà di cui l'ultima generazione ancora conserva un ricordo diretto attraverso il racconto orale che, per quanto ormai labile, è il segno di quella "eternità relativa" che è la condizione necessaria per la sopravvivenza delle nostre comunità.


Franco Valente

 

Fonte: A. Caruso, L'arciprete Agostino Bonanotte di Capracotta: dalla microstoria alla storia, Artificio, Ascoli Piceno 2016.

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