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Bellezza e costume della popolana capracottese


Il costume femminile di Capracotta in un disegno di Giovanni Paglione.

Il compianto De Amicis, nel libro "Sull'oceano", così dice d'una nostra contadina emigrante in America. «Spiccava una bella donnetta di Capracotta, con un visetto regolare e dolce di madonna (lavata male), a cui diceva mirabilmente un fazzoletto da collo, che portava incrociato sul petto, tutto purpureo di rose e di garofani, che parevano veri e fiammeggiavano agli occhi». Ed, allo sbarco, con evidente compiacenza, rivede la bella donna e volentieri ne riparla. «Avevano preso fuoco perfino certe teste grigie, certi bifolchi cinquantenni dalla pelle di rinoceronte, nei quali si sarebbe detto che la scintilla non si dovesse più accendere nemmeno per confricazione. Uno di questi, un monferrino, con un muso di cinghiale, era diventato addirittura canuto spettacolo per la contadina di Capracotta, il cui visetto tondo di madonna mal lavata, colorito dal riflesso del fazzoletto a rose vermiglie, faceva girar la cùccuma anche a vari altri, non ostante la presenza d'un lungo marito barbuto».

Ed invero la capracottese è bella, ma invecchia precocemente a causa delle dure fatiche a cui si assoggetta, in ispecie quella d'arrampicarsi sui picchi e sulle rocce delle vicine montagne scoscese per far legna e ceppame, che, assicurato a robuste funi, carica sul capo e penosamente porta al paese. Prestante della persona, ha generalmente occhi e capelli bruni.

Ciò che rendeva più simpatica la Capracottese d' una volta e che dava maggior risalto alla sua florida bellezza, era la foggia di vestire, di cui una pallida idea ci viene dal fiammante paludamento di qualche vecchia rimasta fedele al suo tempo ed alle sue costumanze.

Portava essa una gonna di panno scarlatto, pieghettato, con galloni d'oro, corpetto di velluto anche gallonato, con maniche sostenute da be' nastri di seta, in guisa da lasciar vedere il candore della camicia di tela casalinga. Le calze erano di seta, gli scarpini di pelle lucida, con fibbie d'argento e d'oro; portava agli orecchi grossi pendenti a forma di mezzaluna, alle dita grandi anelli chiamati corniòle. Completava l'abbigliamento la nappa di lana verde posta sopra la cuffia, ed un mantello in gergo detto puoànne, di castoro; variamente colorato, guarnito di nastri fiammeggianti.

Oggi, invece, il vestito della nostra popolana non è così bello, né così comodo; lungi dal somigliare come l'antico al panneggiato d'una statua, esso consiste in una mezza dozzina di gonnelle, la più interna delle quali non sempre risponde alle regole della decenza e dell'igiene.

Gli uomini vestivano di lana bleu, calzoni corti sino alle ginocchia, abbottonati, calza di lana bleu, scarpe di pelle allacciate. Il bavaro della giacca era corto e rialzato, lo sparato della camicia grosso, con fazzoletto di seta annodato, cappello duro, di feltro, a tronco di cono, infettucciato.


Oreste Conti

 

Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.

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