• Letteratura Capracottese

Capracotta: il mondo pastorale antico (III)



Un lavoro di grande precisione topografica fu approvato per la Corte, nel 1760, dall'agrimensore Agatangelo Della Croce, nativo di Vastogirardi e anch'egli proprietario di armenti. Le sue "Piante topografiche e geometriche del regio Tavoliere di Puglia", dedicate al re di Napoli Ferdinando di Borbone, da poco salito al trono, furono vendute alla Dogana dalla vedova.

Alla metà del Cinquecento, sotto il Vicereame Spagnolo, furono riordinate le norme che aveva dato Alfonso d'Aragona un secolo prima.

La superficie pascolativa del Tavoliere venne ridotta a favore di quella destinata alle semine in conseguenza dell'incremento demografico.

Il canone di affitto aumentò del 50%, passando da otto a tredici ducati per ogni centinaio di pecore e da venticinque e trentasette per gli animali grossi.

Ma soprattutto si sostituì il noto sistema di distribuzione dei pascoli, detto "numerazione", con l'altro della "professazione", parola che deriva dal verbo latino "profiteri", nel significato di dichiarare.

I locati usarono non più, come per il passato, contare il numero degli animali e pagare in base a tale compito, ma dichiaravano una cifra che il doganiere si limitava a registrare, senza preoccuparsi di controllarne la veridicità. Evidentemente il fisco, più che mai bisognoso di impinguare le entrate, non ne scapitava, al tempo stesso che i proprietari di pecore, facendo una rivelazione esagerata ad arte, ottenevano una quantità di erba superiore all'effettivo bisogno, sborsando un prezzo tutto sommato modico, quale era quello della fida.

Il numero delle pecore dichiarato salì vertiginosamente fino a toccare punti di 3, 4 e 5 milioni.

Con la professazione si favorì una speculazione dei pastori ricchi a danno dei più poveri.

I piccoli armentari, privi di risorse finanziarie, non potendo gonfiare la professazione, dovevano accontentarsi di porzioni insufficienti di pascolo e soggiacere al prezzo salato con il quale i loro colleghi ricchi rivendevano gli erbaggi avuti con il marchingegno fiscale descritto.

In prosieguo di tempo, il cambiamento avvenuto nei modi di dispensare i pascoli non si rivelò il migliore e diede occasione a numerose contestazioni dei pastori, che si trovavano in difficoltà per la esosità dei tributi e per alcune cattive annate, che si tradussero in generale moria del bestiame e in carestia per gli uomini.

Quando nel 1612, la rigidità eccezionale dell'inverno provocò una disastrosa mortalità di pecore, il cui numero scese a poco più di mezzo milione, al sistema della professazione subentrò quello della "transazione".

Essa consisteva in un accordo che strinsero i locati e la Corte reale, in base al quale i primi si impegnarono a pagare 192.000 ducati in maniera forfettaria, senza rivela del numero degli animali.

Questo sistema durò fino a metà secolo, quando una prammatica del viceré dispose che si tornasse alla volontaria professazione.

Il mondo pastorale fu in subbuglio, tentò di resistere, ma dovette piegarsi. Si rivelava a luce meridiana il fatto che la Dogana era stata istituita con il solo intento di carpire ai pastori quanto più denaro possibile e rendere l'industria armentizia la prima fonte del gettito fiscale reale.

In pieno 1700, secolo dei lumi e della rivoluzione francese, le cose dovevano avviarsi a volgere altrimenti.

Esplose la sotterranea discordia fra gli abruzzesi ed i pugliesi.

Questi ultimi avevano da sempre mal tollerato la presenza dei primi, che consideravano usurpatori dei loro diritti ed occupatori della loro terra e, sulla scorta anche della scienza economica del tempo ispirata dalla corrente fisiocratica, rivendicarono all'agricoltura la primarietà del ruolo produttivo e chiesero che finalmente la gande pianura pugliese smettesse di essere il "deserto" e la «steppa del Regno di Napoli».

Sotto i Borboni fu avanzata tutta una gamma di soluzioni varie, le più ardite delle quali si spingevano fino alla proposta di sopprimere quel tipo di pastorizia primitiva, giudicata antieconomica ed anacronistica, e fare posto alla coltivazione della landa pugliese sacrificata ai locati abruzzesi.

Scesero in campo esponenti dell'economia, della finanza e della politica, si ascoltarono le voci autorevoli del molisano Galanti, del leccese Palmieri, del Filangieri, del Galiani, del Delfico.

Tutti propendevano per una messa a coltura del Tavoliere e avviarono quel processo che sarebbe sboccato poi nella legge del 21 marzo 1806 che abolì la Dogana della mena delle pecore e istituì l'Amministrazione del Tavoliere di Puglia.

Giuseppe Napoleone, che la promulgò, dispose che le terre a coltura e a pascolo venissero censite in perpetuo ai coloni e ai locati, dietro pagamento di un canone fisso.

I locati divenivano enfiteuti per le terre che già possedevano e in proporzione al numero reale delle pecore, mentre tutti quelli che avevano solo speculato sulla professazione, senza possedere le pecore, furono esclusi dalla censuazione.

Quando Napoleone cadde e sul trono di Napoli tornò Ferdinando di Borbone, la censuazione fu salvaguardata, però furono aiutati i vecchi locati abruzzesi che non avevano avuto la liquidità necessaria per partecipare alla censuazione.

Sembrò che la transumanza riprendesse secondo i vecchi schemi.

Ma con l'unificazione delle terre dell'Italia la legge del 26 febbraio 1865 dispose «l'affrancamento delle terre del Tavoliere di Puglia», soppresse l'Amministrazione del Tavoliere e demandò ogni cosa alla Direzione delle Tasse e del Demanio di Foggia.

Tutti gli armentari che per secoli, fin dal 1447, avevano affittato i pascoli pugliesi e vi avevano condotto le pecore durante l'inverno, godettero la facoltà di entrare in possesso, pagando una somma 22 volte superiore al canone di affitto precedente. Furono obbligati ad estinguere il debito o in un'unica soluzione, oppure in 15 rate annuali a partire dal 1° gennaio 1868.

Molti pastori nostrani non divennero né censuari né proprietari, o perché mancò loro la disponibilità di quattrini, oppure perché non ebbero l'apertura di mente tale che consentisse di contrarre il debito quindicennale.

Alcuni altri, invece, o perché forniti di capitale, o perché accettarono le condizioni poste dallo Stato unitario, divennero padroni a pieno diritto e costituirono quelle proprietà che molti hanno ammirato e che, in casi eccezionali, sopravvivono ancora oggi.


Pastore transumante capracottese nel 1910 (foto: A. Trombetta).

Gli anziani di Capracotta ricordano un nome, quello di Antonio Conti, che fu un personaggio intorno al quale fiorì il mito dell'uomo danaroso e stupefacente per i possedimenti feraci e sconfinati.

Le famose poste di Giordano presso Lavello, della Solagne a Venosa, e di Valle Castagno a Montensilone gli appartennero. Ma più di tutti sono memorabili i Palumbo, presso San Severo, che per l'entità del valore fecero la fortuna della loro famiglia.

Un'altra celebre posta è nella memoria dei nostri concittadini, quella della Rosa Marina, in tenimento di Lavello, appartenuta a Ruggiero Conti.

Luigi ed Alessandro Campanelli possedettero numerose masserie di là dell'Ofanto, fra Lavello, Minervino, Corato e Spinazzola, come pure decantate furono le proprietà di Giovanni Conti nella posta di Stingete, presso Manfredonia, e nella campagna di Cerignola.

Soprattutto però la memoria va alle migliaia e migliaia di uomini che, a qualunque gradino della gerarchia pastorale appartenessero, massari o pastori, casari o butteri, impersonarono la leggenda del tratturo e della transumanza.

Costretti a trascorrere gran parte dell'anno lontano dal paese e dagli affetti della famiglia, conobbero ogni genere di privazione e menarono una vita di lavoro, dignitoso ma avaro. Ligi al loro compito, gli si assoggettarono con disciplinata rassegnazione ma sentirono, specialmente i più sottoposti, cocente l'umiliazione inferta dal potere costituito sulla roba. La loro mercede fu povera, neanche bastevole alla sopravvivenza.

I ritmi dell'impegno furono continui, con brevi soste durante la permanenza in montagna. Non conobbero svaghi né distrazioni di sorta, se si eccettua quelle familiari o le altre della vita in comune, cordiale e leale. Le sole forme di acculturazione le trassero dal gruppo di appartenenza e, antropologicamente parlando, risultarono di elevato livello civile ed umano.

Menarono un'esistenza modesta, risicata e travagliata, eppure crearono un modello di comportamento e una scala di valori che noi talvolta ammiriamo e rimpiangiamo. Senza ostentazione, possiamo dichiararci fieri di loro ed impegnarci ad esserne anche degni.


Luigi Conti

Fonte: L. Conti, Capracotta. Il mondo pastorale antico, S. Giorgio, Agnone 1986.

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