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Echi di memorie familiari

Immagine del redattore: Letteratura Capracottese
Letteratura Capracottese
3 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

Capracotta
Piazza S. Falconi negli anni '40.

Un sole settembrino rendeva l'aria piacevole, lei decise che sarebbe andata di nuovo a Capracotta, nonostante ci fosse stata il pomeriggio e la sera precedente.

Era l'8 settembre, la festa patronale del paese, così, quasi in automatico, si mise in auto col suo cagnolino Clodoveo. Capracotta non era molto distante, 28 chilometri, la strada panoramica e poco frequentata, per quanto la conoscesse benissimo, le dava un senso di avventura il percorrerla, le era rimasta sin dall'infanzia l'idea che andare a Capracotta in realtà fosse un viaggio verso un "altrove". Forse perché le erano rimasti vividi i racconti dei nonni paterni che quel viaggio lo facevano a cavallo o a piedi, o forse per l'emozione che vedeva negli occhi di suo padre tutte le volte che appariva il paese fra Monte Capraro e Monte Campo. Fatto sta che anche per lei andarci aveva un che di avventuroso, malinconico, emozionante e persino magico.

Sì, magico, perché le ricordava l'infanzia coi nonni paterni: l'andare a cavallo col nonno, il giocare con gli altri bambini a farsi sollevare dal vento e poi osservare e ascoltare tutti gli animali del bosco, che il nonno le aveva fatto conoscere e che da allora non aveva più avuto occasione di incontrare.

Quel paese così in alto, fra due montagne, era come se racchiudesse un mondo altro, una vita altra che non aveva vissuto, ma solo immaginata nella sua infanzia, come un amore intravisto e mai concretizzato, oppure era forse solo un magico sogno.

Era festa grande, così si dice ancora oggi, per indicare la festa patronale che vi ha luogo ogni tre anni. Il giorno prima, a Capracotta, c'era stata la sfilata con tutti i cavalli bardati a festa che avevano scortato la Madonna di Loreto dalla chiesa a lei dedicata, situata all'inizio del paese, sino alla chiesa madre, dove avrebbe trascorso la notte vegliata dai fedeli, e poi il giorno successivo riportata in processione, ritornando così nella sua chiesetta seicentesca. Moltissima gente in chiesa, lungo le strade per salutare la Madonna, ed essere da lei guardati e benedetti, così le diceva la nonna.

C'è la banda, tanta confusione e i bambini che giocano e poi improvvisamente tutto finisce. Il paese sembra deserto, sono tutti a pranzo, un grande silenzio cala e si espande, lasciando spazio ai ricordi, ai racconti, ed è come se ora fossero i luoghi a raccontare il loro passato.

È lì, nella piazza del Comune, ed è impossibile non ricordare che esattamente 80 anni fa l'8 settembre 1943, le zie stavano giocando, quando la loro nonna le fece rientrare a casa, perché i carabinieri avevano annunciato l'arrivo dei tedeschi. La Madonna di Loreto non venne riportata alla sua chiesetta seicentesca, e tutti i preparativi della processione furono interrotti. Non le avevano raccontato altro. La zia Nunziatina, di quel giorno ricordava solo che la nonna le aveva tolto gli orecchini e la catenina d'oro, per evitare che le fossero requisiti. E poi ci furono a novembre l'incendio del paese e la fuga nei boschi...

Lei si ritrovò, così, sia per una sorta di inerzia, sia per quel restare immersa in questi ricordi, sia per seguire Clodoveo nei suoi percorsi olfattivi a zig zag, davanti a quella che un tempo era la torre dell'orologio e che ora è solo un piccolo plastico ed un murales. Dalla parte opposta, quasi di fronte, dove un tempo c'era la casa dei suoi nonni, ora c'è solo un pezzetto di terra su cui cresce l'erba.

Qui le pare di sentire la voce della zia Assuntina, che le racconta la sua disperazione, quando nel luglio del 1944, rientrati al paesello, dopo essere stati sfollati a Pescolanciano dal novembre del 1943. Assuntina, che aveva quasi cinque anni, era scoppiata in un pianto a dirotto: alla vista della casa in rovina, si era seduta sulle macerie e nessuno era riuscito a consolarla e a trascinarla via. Solo alla sera, la bambina si era calmata però le era venuta la febbre. Tutti in famiglia ricordavano il suo pianto e i successivi giorni di febbre.

Zia Assuntina era una bella bambina con i capelli rossicci raccolti in una treccia poderosa, con l'aria imbronciata, almeno così appare nelle foto fatte qualche anno dopo per la sua prima comunione. Nella sua vita, pur avendo un carattere allegro ed espansivo, aveva conservato a tratti un profondo senso di malinconia, che le si poteva intravedere negli occhi, come un velo, come un silenzio improvviso dell'anima e poi quel suo bisogno di elargire denaro a chiunque chiedesse l'elemosina, quasi un voler compensare in qualche modo una sua sofferenza che riconosceva nell'altro.

Quella sua generosità e disponibilità con tutti, che spesso in famiglia veniva rimproverata, erano sicuramente la sua personale risposta al trauma che aveva subito. Al contrario sua sorella Nunziatina, di tre anni più grande, aveva sviluppato una sorta di timore e diffidenza nei confronti degli altri, una paura di vivere, di mostrarsi al di fuori della propria cerchia familiare.

E poi c'era suo padre, di ben 12 anni più grande della zia Assuntina, che di quella esperienza traumatica aveva conservato sì il ricordo doloroso, ma questo non aveva cancellato la gioia della sua infanzia al paesello. Egli infatti aveva voluto sulla sua tomba l'immagine della torre dell'orologio, quella torre che vedeva tutte le mattine appena sveglio aprendo la finestra. Voleva che lo ricordassimo così, indissolubilmente legato a quel luogo della sua infanzia, alle sue radici.

Il cane Clodoveo la riportò alla realtà con uno strattone; nuvole si stavano addensando e quel cielo azzurro di prima, cominciava ad avere un aspetto lattiginoso. Forse, avrebbe dovuto mangiare qualcosa prima di tornare a casa; guardò l'orologio, erano ormai le 3 del pomeriggio, si voltò indietro un attimo, quella scalinata deserta, la torre e la casa erano lì, c'erano davvero non erano illusione o reverie.

Pensò: si possono far rivivere cose che non si sono mai viste? Sì, per solo un attimo, lei le aveva viste.


Maria Teresa Di Tanna

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