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I regali


Donne di Capracotta salutano l'emigrazione.

I primi anni che lavoravamo all'estero, lo Zigrino e io, il tempo ci passava abbastanza bene. Eravamo partiti con l'idea di mettere insieme ventimila lire per ciascuno, tutti e due coi medesimi progetti pel nostro ritorno: comperare un campo. Dapprincipio questa occupazione, di veder crescere il nostro peculio giorno per giorno e di calcolare quanto avremmo risparmiato mangiando pane e lardo, pane e formaggio, pane e pomodori, e cucinando la sera un piatto di minestra da noi, rappresentava una divisione di giorni e di ore. Ma poi ci facemmo l'abitudine, e il tempo non passava mai. Certe volte lo Zigrino mi diceva: «Sono invecchiato qui senza accorgermene». Zigrino poteva avere quarant'anni; io ne avevo venticinque. Un giorno morì un nostro compaesano e compagno di lavoro, che non abitava con noi. Si era coricato come si mettesse in viaggio per sbrigare anche questa faccenda, e chiuse gli occhi. Ci ricordammo allora come egli era partito prima di noi dal paese, come lo ritrovammo laggiù, e i giorni che ci eravamo fatta compagnia discorrendo. Erano passati dieci anni. Da allora il tempo cominciò a precipitare, passava senza che neppure ce ne accorgessimo, come si vedono passare di notte i treni lampo. Facemmo il conto di quel salto di dieci anni che era stato tanto breve, e avevamo appena avuto il tempo di dire ogni tanto frasi come queste: «Oggi piove», «Fa freddo», «Guarda la neve», «C'è un bel sole».

Ultimamente i soldi crescevano lentamente, sempre più lentamente. Li serbavamo su di noi in una tasca che ci eravamo fatta nella fodera del panciotto. A volte ci traversava la mente l'idea che se ci fossimo perduti ci saremmo perduti con qualche migliaio di lire addosso, come un bariletto di polvere d'oro. Alla fine della settimana facevamo i conti. Ci pareva a volte di avere molto più denari, perché durante la settimana facevamo la somma a memoria e finivamo col fantasticare e col credere di esserci sbagliati a contare. Lo credevamo sempre volentieri. Poi, a ricontare quei biglietti ripiegati, con quell'odore, colore e consistenza di roba usata, passata per tante mani, come qualcosa che serbasse il calore della pelle degli altri, delle mani di mezza umanità, ci accorgemmo che mancava parecchio a raggiungere la somma che credevamo di possedere. Poi ce ne dimenticavamo, e il giorno dopo c'illudevamo nuovamente mancasse poco alla cifra che ci eravamo fissa in mente. Negli ultimi tempi eravamo arrivati a diciottomila lire. Diciotto era un numero simpatico. Ma diciannove ci pareva molto bello, e venti era grasso, pieno, come un uovo pieno; ma ce ne voleva.

Una mattina di festa, mentre uscivo dall'osteria tenuta da un italiano, ma non delle nostre parti, scoprii sulla proda lungo il fiume certe pianticelle che mi pareva di conoscere. Lo dissi al mio compagno Zigrino: «Bada che son piante di pomodoro e di zucca». Ci tornai e le sradicai piano piano perché non si rompessero. Erano proprio quello che dicevo: i pomodori avevano le prime fogliuzze merlettate e già si sentiva l'odore che fanno, quel profumo che i ragazzi sentono bene negli orti. E le piantine di zucca erano turchine, con le prime foglie disposte come due polmoni. È buffo, certo, pensare che cosa fa un uomo lontano dal suo paese; e ora, quando vedo gente che parte, ora che sono tornato a casa mia, fantastico su tante cose puerili che formano il segreto della gente lontana da casa.

Io e lo Zigrino stavamo attenti a quelle piantine, aspettando il giorno che dalle prime foglie della zucca sarebbero venute fuori le foglie nervate. Questo ci servì a misurare meglio il tempo. Pensavamo che le piante crescono fatalmente, lasciano spuntare le foglie, e spunta un grumolo nuovo tra queste, e poi si arriva al nodo dei fiori. Ricordavamo la campagna quando pare che non si svegli mai; poi un giorno qualcosa si scioglie nell'aria, tutto diviene lesto, solerte, e le piante si mettono a crescere. E l'inverno è come se non ci fosse mai stato. Il giorno della fioritura sembrava lontano, ma perché è fatale che la pianta cresca, i giorni della pioggia e del sole divengono una prospettiva, ma sicura. Insomma, come vedere la crescita d'un fìglio. Che sembra lenta, lui pare che rimanga sempre piccino; ed ecco è già grande, e per lui il tempo ricomincia a passare senza che si fermi mai. Ed ecco una mattina avemmo ventimila lire per uno, piu il prezzo del biglietto di ritorno.

Camminavamo per la città, una sera che era festa, ed era bello ora che dovevamo partire. Già diventava tutto per noi un ricordo visto da lontano; ci ricordammo di tutto quanto era stato, le sere e le mattine con certi dolori diversi, il tempo profondo come un viaggio, le parole di ieri che pareva ancora risuonassero nella nostra stanzuccia, e tutto ci tornava a mente come se lo capissimo soltanto ora. Zigrino quella sera disse: «Non hai pensato che non possiamo tornare a casa senza regali pei parenti e gli amici. I regali sono necessarii; è il più bel momento del ritorno quando la gente aspetta che tu apra la valigia: i bambini stanno in gruppo, non parlano; la donna non osa mettere le mani sulle valige e aspetta come sanno aspettare le donne. Alla fine tu cavi fuori i regali uno per uno, come animali strani, di terre lontane e i ragazzi li stringono quasi temendo di vederli scappare. Poi si parla di queste cose per molti giorni».

«È vero», dissi io. «Ma se tu ti metti a comperare regali, non ti restano più ventimila lire tonde. Tra parenti e amici, pensa che cosa ci vuole. Non si possono fare cattive figure. Bisogna pensarci prima».

Camminammo un poco pensierosi lungo il fiume. Io pensavo che avevo una Bibbia in ispagnolo e l'avrei portata al maestro. Ma ci voleva ben altro.

«Rimaniamo ancora un anno», disse Zigrino. «In quest'anno metteremo insieme un po' di roba. Ma le ventimila lire non si toccano».

Ci pareva che a toccare queste ventimila lire, sarebbero franate come quei castelli di sabbia che i ragazzi fanno sulla riva del mare. Stabilimmo una lista di oggetti da procurarci, e più pensavamo e più gente ci tornava alla memoria. Pregustammo le grida, la sorpresa, la confusione, tutto. E anche a chi non ci voleva bene avremmo regalato qualcosa; perché a volte fa bene essere grandi con chi non ci vuole. Tutte le sere, prima di andare a dormire, rimuginavamo che cosa ci sarebbe voluto per ognuno. A volte, mentre mangiavamo, ci ricordavamo d'improvviso d'una persona. Nelle lettere che ci mandavano da casa, era specificato ogni volta chi ci salutava: la moglie cominciava sempre col dire che stava bene, e cosf i ragazzi: dei ragazzi scriveva uno per uno tutti i nomi; poi scriveva i nomi dei parenti, degli amici, dei conoscenti, e il nome ci bastava di vederlo scritto perché leggessimo anche come era fatta la pesona; volevamo tanto bene alla gente nostra da sembrarci che il nome di ciascuno fosse un elemento proprio suo e formato apposta per lui, come la forma del naso e il colore dei capelli. Le lettere erano sempre le stesse; mentre io leggevo, Zigrino me ne diceva dei pezzi a memoria. A volte i nomi non venivano nella stessa sequenza delle altre volte, e ci mettevamo a domandarci se non fosse accaduto qualche cosa di male. A volte ci prendeva la curiosità di sapere come era una contrada, un pezzo di campagna, se il campo era seminato e se gli alberi fossero stati tagliati. Poi, da quando mandammo a dire che saremmo tornati presto, la lista dei nomi scomparve dalle lettere, ed era la moglie che parlava di sé e dei figlioli. Diceva che aspettava il ritorno, e la vedevamo stilla soglia della porta.

Passò l'anno. Ma intanto venne la crisi, ci fu poco lavoro, e non soltanto non guadagnammo un soldo di più, ma ci mangiammo i denari del viaggio. Bisognò ricominciare daccapo a guadagnarlo. Cosi passarono altri cinque anni. Stavamo all'estero da oltre quindici anni. Partimmo un giorno quasi senza gioia.

Tutti ricordano come andò coi nostri regali. Eravamo riusciti a metterne insieme parecchi. Ma le bambine erano cresciute, i bambini erano diventati grandi, e a nessuno andavano bene né le scarpe né i vestitini che avevamo comperato. In quegli ultimi anni non avevamo contato piu il tempo che passava. Quando io tirai fuori le scarpe dalla mia valigia e mi accorsi che i ragazzi mi guardavano delusi, mi arrabbiai. Volli che almeno la bimba più piccola si mettesse un paio di scarpe, ma le facevano male, e pianse tutta una sera in un angolo, fino a quando gliele tolsi dai piedi e le buttai dalla finestra. Ma al Zigrino capitò peggio: gli era morta la moglie mentre egli tornava, e lo seppe soltanto quando fu a casa. Zigrino aveva cinquantacinque anni. Stette molti giorni senza parlare, chiuso in casa.


Corrado Alvaro

 

Fonte: C. Alvaro, I regali, in R. Di Paolo (a cura di), Il Sud: un mondo da scoprire, Morano, Napoli 1972.

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