In memoria di Daniele
- Letteratura Capracottese
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«Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio». Con queste parole l'Evangelista racconta la morte di Gesù sul monte Calvario: una morte ingiusta e violenta, capace di avvolgere tutta la terra nel buio del dolore.
Un buio che ha raggiunto anche i nostri cuori, le nostre case, le nostre strade, quando abbiamo appreso la notizia della morte del nostro caro amico, fratello e compagno di vita, Daniele.
Ognuno di noi, che lo ha conosciuto, potrebbe raccontare chi è stato Daniele: cosa ha rappresentato per la nostra comunità e per la nostra parrocchia. Aveva il dono dell'amicizia, di quella vera, disinteressata. Incontrando la sua bella vita - troppo breve se la misuriamo con i giorni del calendario, ma pienamente compiuta - si percepiva la verità di quelle parole scritte nella Bibbia: «Chi trova un amico, trova un tesoro».
La vita di Daniele era sempre illuminata dal sorriso, un sorriso che nasceva dalla sua profonda umanità, radicata nella fede in Gesù, dalla devozione alla Madre di Dio e Madre nostra, che noi capracottesi invochiamo come "Madonna di Loreto".
La Provvidenza di Dio, che non ci abbandona mai - anche se a volte facciamo fatica a sentire la presenza - ha voluto che Daniele concludesse la sua vita terrena proprio al mattino della festa della Madonna di Loreto. Dal suo letto di dolore, segnato da quel male - che padre Turoldo chiamava «il grande drago» - entrato da tempo nel suo corpo, Daniele, stanco di soffrire, deve aver capito che era arrivata la sua ora di passare dal tempo all'eternità, e su quel letto diventato la sua "croce", ha pronunciato le sue ultime parole: «Madonna mia, vieni a prendermi». E la Madonna non ha tardato: in pochi minuti è venuta davvero a prenderlo per condurlo in Paradiso.
Mi piace immaginare - e sono certo che sia accaduto così - che Daniele abbia lasciato tutto ciò che lo circondava, ormai solo medicine, flebo, cerotti, e con impeto abbia afferrato la mano della Madonna per salire con Lei a contemplare il volto bello di Dio. Perché questa era un'altra caratteristica di Daniele: non stava mai fermo. Il suo passo era rapido, come se il tempo gli sfuggisse e non gli bastasse mai per tutto ciò che aveva da fare in una giornata.
In chiesa, durante le celebrazioni, lo vedevi comparire all'improvviso con un libro per il celebrante; poi sparire e tornare con il turibolo, con le ampolline, con tutto ciò che era necessario per la celebrazione. Tutto un servizio continuo, discreto, lontano da ogni ricerca di visibilità, vissuto con l'umiltà di chi sa di servire nel momento più importante della nostra fede: la celebrazione dell'Eucaristia.
Così lo vedevi correre anche durante le processioni. Chi di noi non ricorda con quanta cura organizzava il cambio delle persone che portavano la statua della Madonna? Un gesto, un richiamo, un vaso di fiori da sistemare… lo vedevi quando serviva, quando era necessario, poi si dileguava con la sua solita discrezione.
Il suo cuore gentile batteva con particolare tenerezza per gli anziani e i malati: a ciascuno portava sempre una parola buona, un gesto di umanità, un augurio per un compleanno o un onomastico.
E oggi, mentre siamo raccolti nella preghiera, ci accorgiamo di quanto la presenza di Daniele abbia inciso nella nostra vita. È difficile immaginare le nostre celebrazioni, le nostre feste, le nostre strade senza il suo passo svelto, il suo sorriso discreto, il suo modo semplice e diretto di voler bene a tutti.
Ma il dolore che proviamo non è un dolore senza speranza. La fede ci insegna che il buio del Calvario non è l'ultima parola. Dopo quelle tre ore di oscurità, dopo il silenzio della morte, è risorto il sole della Pasqua. E se è vero che oggi la nostra comunità è avvolta da un'ombra di tristezza, è altrettanto vero che siamo qui per ricordarci che la luce di Cristo non viene mai meno.
Daniele questa luce l'ha accolta, l'ha custodita, l'ha testimoniata. Non con grandi discorsi, ma con la vita. Con la sua capacità di servire, di sorridere, di farsi vicino a chi aveva bisogno, con quella fede semplice e forte che nasce dalle cose essenziali: l'amore per Gesù, la devozione alla Madonna, il rispetto per la Chiesa, la cura per gli altri, la sollecitudine per il prossimo e il profondo senso di responsabilità civile.
Di Daniele possiamo dire, prendendo in prestito le parole di san Giovanni Bosco - parole che ben si accordano con la sua vita - che è stato davvero un "buon cristiano e un onesto cittadino".
Daniele era un uomo di carità autentica. Tante volte mi telefonava per avvisarmi che aveva organizzato raccolte di generi di prima necessità per i poveri che si rivolgevano alla Caritas. E il mercoledì mattina lo vedevamo arrivare con la sua macchina colma di pacchi: pasta, olio, scatolame e tanto altro, frutti della sua operosa carità, della sua attenzione a chi viveva nell'indigenza.
E così, mentre oggi affidiamo Daniele alla misericordia del Padre, vogliamo anche onorare la sua testimonianza. Perché ognuno di noi possa portare con sé un frammento della sua vita. Che il suo modo di vivere la fede, senza rumore e senza pretese, diventi per noi un invito a riscoprire le cose che contano: la gratuità, la generosità, la capacità di donare tempo, presenza, gentilezza, operare sempre per la pace e mai per la discordia, la guerra. Daniele non ha fatto cose straordinarie agli occhi del mondo, ma ha reso straordinario ciò che è quotidiano. E questo è il segno dei santi della porta accanto.
Oggi, mentre la nostra comunità piange, il cielo festeggia. Ne siamo certi: Daniele è entrato nella pace di Dio.
E noi vogliamo immaginarlo così: già indaffarato, già in movimento, mentre in Paradiso va incontro agli amici, saluta i santi, si mette a disposizione degli angeli come faceva con noi.
In cielo porta con sé anche un po' delle nostre ricette culinarie, perché tra i tanti impegni della sua vita, aveva trovato spazio per la passione del cucinare, usando con amore gli ingredienti genuini della nostra terra.
E soprattutto lo immaginiamo accanto alla Madonna di Loreto, che lui ha tanto amato, a lodare il Signore con la semplicità e la purezza che lo hanno sempre accompagnato.
A noi resta il compito più difficile, ma anche più bello: continuare la sua eredità di bontà. Non lasciare che la sua memoria si perda nelle lacrime, ma trasformarla in bene, in gesti concreti di amore verso chi ci sta accanto.
La nostra preghiera, in questo momento, sale a Dio per i familiari di Daniele, per i fratelli e, in modo particolare, per la mamma Antonia. A lei non è facile rivolgere parole di consolazione, perché umanamente non ne esistono di sufficienti. Ma oggi è Daniele stesso a poterle sussurrare le parole di san Paolo: "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione" (2Tm 4,7-8).
La tradizione cristiana, sin dai primi secoli, ha chiamato il giorno della morte dei martiri dies natalis: giorno della nascita. Non perché si negasse il dolore della perdita, ma perché si riconosceva che per loro quel giorno segnava l'ingresso nella pienezza della vita presso Dio.
Non una fine, ma un inizio.
Non il tramonto, ma l'alba.
Il tempo di Avvento che stiamo vivendo ci richiama alla promessa della luce che viene, e proprio in questa speranza possiamo sussurrare con la fiducia della fede: buon Natale, Daniele. Nella notte santa, quando nelle nostre chiese risuonerà l'annuncio degli Angeli, sapremo che anche la tua voce si unisce al loro canto: "Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini amati dal Signore".
Il Signore ti accolga nella gioia eterna.
La Madonna ti stringa con la tenerezza con cui tu l'hai invocata nella mattina di ieri.
E a noi doni la forza di camminare nella luce e nella testimonianza che tu ci hai lasciato.
Amen.
Don Alberto Conti


