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L'insurrezione borbonica nell'Alto Molise (II)


La distruzione di Palazzo Jadopi a Isernia.

4.

La rivolta dell'autunno del 1860, anche se si esaurì nel giro di due settimane, fece subito sentire i suoi effetti all'inizio dell'entrante anno 1861. Diverse furono le ripercussioni, non sempre positive, che direttamente scaturirono dai moti reazionari. Anzitutto venne rinnovato il decurionato che reggeva le sorti della locale comunità con l'inserimento di amministratori di comprovata fede liberale; poi si procedette ad allontanare i dipendenti comunali implicati nei moti reazionari ed al rinnovamento delle principali cariche comunali (segretario, cassiere, guardiaboschi etc.). Altre conseguenze non positive derivarono dagli indirizzi di politica ecclesiastica del nuovo Governo italiano: la soppressione delle Chiese collegiate; l'incameramento dei patrimoni e delle proprietà religiose e la stretta sorveglianza dei vescovi ostili al nuovo Governo italiano. Tra questi il nostro conterraneo Giandomenico Falconi, vescovo di Altamura ed Acquaviva, rifugiatosi a Capracotta sin dall'estate precedente. Ciascuna di queste tematiche meriterebbe analisi, ragionamenti e discussioni ampie ed approfondite, che, però, non possono essere svolte nel pomeriggio odierno, per non togliere spazio ad altri importanti interventi.

Accennerò solo alla questione del vasto patrimonio della Cappella di Santa Maria di Loreto che, nel giro di due successivi secoli, venne per ben due volte preso di mira da autorità esterne le quali volevano sottrarlo alla locale comunità per destinarlo a scopi non proprio nobili. La prima aggressione fu quella settecentesca del vescovo triventino Fortunato Palumbo che, nell'anno 1743, dovette desistere dai suoi ambiziosi propositi per l'intervento, prontamente richiesto ed ottenuto dalla popolazione capracottese, del delegato alla Reale giusdizione Fraggiani, il quale vietò al vescovo triventino qualsiasi intromissione nei beni laicali della Cappella di Loreto e nella elezione dei suoi procuratori. Di nuovo l'ingente patrimonio dell'Opera Pia corse il rischio di passare in mani estranee, allorquando nel 1861 il primo Governo italiano emanò la legge sull'asse ecclesiastico che prevedeva l'incameramento dei patrimoni degli enti religiosi. Anche questa seconda volta il patrimonio della Cappella venne sottratto al provvedimento governativo di incameramento statale grazie alla fattiva opera di don Filippo Falconi, giovane e dotto sacerdote liberale, che riuscì, con tenacia ed abilità, a preservare l'ingente patrimonio della Cappella di Loreto e tenere indenne le estese proprietà dell'Opera Pia della Congregazione della Carità.

 

5.

A conclusione del mio intervento, intendo soffermarmi brevemente sulle possibili letture ed interpretazioni della ribellione borbonica dell'Alto Molise e dell'intera vicenda storica dell'Unità d'Italia anche per valutare se essa è stata produttiva di concreti benefici e vantaggi per le nostre comunità di montagna.

Nella prima metà del Novecento alcuni illustri nostri conterranei - a cominciare dallo stesso Oreste Conti - espressero giudizi e valutazioni sulla rivolta capracottese dell'autunno del 1860.

Nel suo saggio sui moti capracottesi del l911, Oreste Conti - che, ricordiamoci, apparteneva ad una delle famiglie più benestanti del paese e che pure aveva elogiato, sul piano poetico, l'anima popolare - riteneva che la rivolta capracottese dell'autunno del 1860 fosse essenzialmente un risvolto della grave lotta di classe tra il ceto dei galantuomini e la retriva plebe «impantanata – a suo dire – nei vecchi pregiudizi, inconscia dei tempi nuovi» e dimentica che «i popolani ebbero sempre favori e protezioni dai signori». Dunque, per l'Autore del saggio, la gente del popolo mostrava ingratitudine ed irriconoscenza verso i maggiorenti del paese, e cioè verso il ceto signorile che, l'aveva gratificata con favori e protezioni.

Sullo scontro sociale insiste anche il giurista e deputato crispiano Tommaso Mosca, nostro conterraneo, il quale nel suo intervento alla Camera dei Deputati, nella tornata del 10 maggio 1912, durante la discussione del disegno di legge sulla riforma elettorale politica, poneva l'accento sul «peccato [del ceto dominante] di aver mantenuto in una condizione quasi servile il proletariato agricolo e d'averlo escluso completamente da ogni forma della vita pubblica». Aggiungeva il nostro parlamentare che «all'epoca del Risorgimento le masse agricole si sono mostrate ostili al movimento liberale ed unitario» e si sono ribellate in forma brutale e selvaggia non per la «influenza del clero sulle classi rurali» giacché, come egli ricordava, «nel mio paese nativo (Capracotta) i preti erano quasi tutti liberali, e furono perciò senz'alcun riguardo imprigionati dai contadini, e sarebbero stati da essi forse massacrati, se non fosse provvidenzialmente sopravvenuta la battaglia del Volturno». Alla quale presero parte anche molti giovani capracottesi, figli della gente del popolo, i quali, come volontari della Legione Sannitica o al seguito dei garibaldini combatterono valorosamente e meritarono decorazioni militari che ancora oggi fanno bella mostra nella sede comunale. Ricorderò alcuni nomi come Vincenzo Di Rienzo, non ancora ventenne, che partecipò anche alle successive guerre per l'Unità d'Italia; come Pasquale D'Andrea il quale, secondo Campanelli, si allontanò dal convento e «si unì ai garibaldini diventando un secondo fra Pantaleo». E qui cade a punto una fondamentale considerazione e riflessione. È certamente indubbio che gli strati più umili della popolazione - prevalentemente formata da pastori, braccianti, boscaioli - pensavano unicamente a recarsi nei campi e nei boschi per zappare, arare, fare legna e badare alle bestie - e rimasero, così, in disparte ed indifferenti rispetto alla causa dell'Unità d'Italia. Ma altra buona parte di nostri compaesani o per ardore giovanile (come i volontari della Legione Sannitica e quelli garibaldini) o per consapevole fervore ideale (come le persone più acculturate appartenenti alla borghesia delle professioni: medici, farmacisti, avvocati, notai) o per spirito di cristiana solidarietà verso gli strati più poveri e deboli della gente del popolo (come numerosi canonici e sacerdoti del clero capracottese inclini a migliorare le condizioni socio-economiche dell'intera comunità) fu in grado di concepire e condividere il significato dei valori ideali di "Patria", libertà ed eguaglianza e prese attivamente parte al movimento risorgimentale.

Ritornando alle valutazioni della rivolta, una diversa lettura offre di quegli avvenimenti l'avv. Luigi Campanelli, legato da vincoli di stretta parentela con l'illustre magistrato Stanislao Falconi e con il fratello vescovo Giandomenico Falconi, personalità di spicco e devoti alla monarchia del Regno di Napoli. L'avvocato e storiografo capracottese, nella sua opera "Il territorio di Capracotta", pubblicata nel l931, minimizza e ridicolizza la portata e la gravità della rivolta capracottese che, a suo dire, fu dovuta all'insensatezza di pochi esaltati e «che finì qui dopo tre o quattro giorni in maniera alquanto burlesca». Lo storiografo capracottese, inoltre, attribuisce la responsabilità di quei drammatici eventi essenzialmente «alla velleità settaria o rivoluzionaria» di alcuni preti liberali e sostiene che non l'intera comunità ma solamente «la folle dei cafoni» si sollevò contro i galantuomini, da cui credevansi oppressi.

A mio avviso la sommossa autunnale del 1860 può avere una precisa e puntuale chiave di lettura: le ribellioni dei contadini delle comunità di montagna avvennero non per difendere la bandiera del lealismo borbonico ed attestare la fedeltà e l'attaccamento al sovrano regnante, Ferdinando II, inviso a gran parte della popolazione; né per contrastare ed avversare i sostenitori del movimento liberale che anelavano ad una Patria unita. Nessuna di queste due spiegazioni, fondate su ragioni di antagonismo politico ed astio ideologico, appare plausibile e convincente. La causa essenziale della ribellione, a mio avviso, va ricercata nel fatto che una sparuta ed esigua minoranza della povera gente del popolo ('«una bordaglia di trecento reazionari circa», secondo la deposizione di Gaetano Conti) sobillata da retrivi borbonici, colse l'occasione dei moti insurrezionali, scoppiati ad Isernia e nell'Alto Molise, come pretesto per sfogare la sua rabbia e collera contro i maggiorenti del ceto signorile (appartenenti ai casati dei Campanelli, Falconi, Castiglione, Conti, che si trovavano in lotta e competizione tra loro per il predominio del potere locale) e per rivalersi nei confronti di alcuni galantuomini, non privi di scrupoli, del ceto signorile e della borghesia delle professioni. Dunque le ribellioni delle popolazioni di montagna furono un comprensibile atto di protesta e di rivalsa contro la supponenza, l'arroganza, la protervia, della "razza padrona" e cioè contro la casta dei padroni che reggeva, ahimè, le sorti sfortunate della povera gente, non rassegnata a subire imposizioni e oppressioni dai maggiorenti del paese.

 

6.

Rimarrebbe, in chiusura di questo intervento, da chiedersi e valutare se l'unificazione d'Italia abbia arrecato benefici e vantaggi anche alle nostre isolate e sottosviluppate comunità di montagna, sprovvviste all'epoca di strade (salvo la dissestata ruotabile statale Aquilonia), di acquedotti, di scuole e di altre essenziali opere pubbliche.

La mia impressione è che se, immediatamente dopo la raggiunta unificazione d'Italia, le ricadute furono modeste e di segno non sempre positivo, nell'arco temporale di quaranta anni (1860-1900) si percepirono concretamente effetti positivi dell'azione politica del nuovo governo italiano che mutarono il corso della storia anche della nostra piccola comunità di montagna, la quale venne dotata di strutture - camposanto, strade, fontane, scuole, asilo infantile - indispensabili alle esigenze fondamentali del vivere civile. Si avviava così, con questi primi fiochi barlumi di civiltà, il lento e lungo cammino della modernizzazione del tessuto sociale ed economico della nostra piccola comunità di montagna che solo in tempi assai recenti, è riuscita a venire fuori dallo stato di gravissima arretratezza e dalle pregresse condizioni di vita fortemente insoddisfacenti, per raggiungere un buon tenore ed una apprezzata qualità di benessere sociale.


Alfonso Battista


 

Fonte: A. Battista, L'insurrezione borbonica nell'Alto Molise: lettura critica del saggio di Oreste Conti "I moti del 1860 a Capracotta", in E. Mattiocco (a cura di), L'Abruzzo per i 150 anni dell'Unità d'Italia, Colacchi, L'Aquila 2014.

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