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Jurico e «uno di Capracotta che pasturava al Iacci di Murella»


Cesidio Gentile (1847-1914).

Cesidio Gentile è considerato il più noto tra i poeti pastori della storia della transumanza, anche se in realtà non era un semplice pastore, bensì un massaro. Nativo di Pescasseroli, Gentile è anche conosciuto col soprannome di Jurico, che in dialetto pescasserolese significa "cerusico": il nomignolo è infatti legato al fatto che suo nonno, anch'egli pastore, serbava conoscenze rudimentali di medicina, o perlomeno di fitoterapia, come si dice nell'odierna scienza farmacologica. Cesidio Gentile imparò a leggere e scrivere in completa autonomia, senza l'ausilio di alcuna scuola. Il suo italiano era infatti dialettale, tanto nel parlato come nello scritto, era un idioma tratturale, un esperanto comprensibile a tutti coloro che attraversavano gli Abruzzi per le Puglie e viceversa.

Tutti i pastori dell'antica società transumante, anche quelli di Capracotta, portavano con sé libri e manuali. Nelle loro capanne mobili leggevano, raccontavano, tramandavano poesie, canzoni e leggende, si istruivano, facevano di conto e memorizzavano il cosiddetto rutìlie, le soluzioni biodinamiche dell'astronomo Rutilio Benincasa (1555-1626) che qualcuno - chissà chi - aveva impresso su carta e che ancor oggi rendono mitica l'aura di tanti pastori e contadini nostrali: uomini-pecora, stregoni chirurghi, gente che aveva compreso a fondo il valore ultimo della vita, quello della naturalità.

Il fatto che un pastore come Jurico poetasse non deve quindi stupire. Anche Giacomo Leopardi, nel "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia", aveva riportato gli strali esistenzialisti d'un pecoraio che, sotto una grande luna opalina, diceva:


Forse s'avess'io l'ale

da volar su le nubi,

e noverar le stelle ad una ad una,

o come il tuono errar di giogo in giogo,

più felice sarei, dolce mia greggia,

più felice sarei, candida luna.

O forse erra dal vero,

mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:

forse in qual forma, in quale

stato che sia, dentro covile o cuna,

è funesto a chi nasce il dì natale.


Il mestiere del pastore era certamente duro, durissimo, ma dilatava a dismisura lo spazio ed il tempo. Su prati sconfinati sotto cieli stellati in giornate interminabili il pastore, per definizione solingo di fronte all'affollato bestiame non pensante, s'abbandonava a struggenti riflessioni filosofiche, raggiungeva una trascendenza verticale ch'è possibile toccare solo in uno stato avanzato dell'io. Si pensi al "Canto del servo pastore" di Fabrizio De André, in cui il protagonista, un pecoraio, per di più orfano, che ha ormai preso le sembianze della natura circostante, con dolcezza senza pari, letteralmente, prega:


Mio padre un falco, mia madre un pagliaio, stanno sulla collina, i loro occhi senza fondo seguono la mia luna.

Notte, notte, notte sola, sola come il mio fuoco, piega la testa sul mio cuore e spegnilo poco a poco.


A Capracotta il più celebre poeta pastore è stato forse Luigi Ianiro, il quale compose tante poesie - la maggior parte oggi introvabili - tra cui la seguente, semplicissima nella struttura e nel tema, ma sicuramente emblematica dell'istruzione raggiunta da un umile conduttore di greggi:


Bella è la mia montagna,

sacra la mia foresta,

dove la mia compagna

a sospirarmi resta,

dove abita la bimba mia,

la sera e la diman

prega, innocente e pia,

prega per me lontan.


Ritornando alla figura di Cesidio Gentile, va detto che egli fu autore di una curiosissima "Leggenda marsicana", stampata «a spese d'un amico mecenate», e di migliaia d'altri versi che nel 2005 Domenico Padalino ha sapientemente raccolto in un volume di poesie "non sparse". Ma Jurico deve la propria fama anche al compaesano Benedetto Croce (1866-1952), che nella "Storia del Regno di Napoli" dedicò un'ampia sezione al poeta pastore di Pescasseroli.

Tra le tante opere compendiate dal Padalino, ho rinvenuto la «Seringha pastorala», composta «l'anno 1897 [...] sotto l'ombra del faggio»: si tratta di una raccolta di versi costituita da un'introduzione, un lungo poemetto, due lamenti e una serie «di [rime] ottave, terzine, quartine e sciolte». A noi interessa il poemetto, intitolato "Il corno di Zapponeta", in cui Gentile ha immaginato «un colloquio che fanno tre pastori al ponte di Rivolo vicino a Zapponeta», in Puglia.

I tre pecorai si chiamano Gerardo, Giacomino (o Iachitto) e Domenico (o Mingo), e provengono rispettivamente da Scanno, Lecce dei Marsi e Pescasseroli. Ognuno dei tre non fa che decantare il proprio paese natio: l'autore avverte che «l'antagonista è lo scanneso», Giacomino «loda molto il monte Meta dove lui pastorava» e Domenico «si contenta di commattere con l'orso».

Nella 33ª strofa de "Il corno di Zapponeta" Jurico fa dire a Giacomo:


Ma la comodità di Cavallaro

crede che non esiste alla Maiella.

Uno di Capracotta ebi a condaro

che pasturava al Iacci di Murella.

Solo di ghiacci si poteva saziaro

e ogni giorno si perdia un agnella.

Ce la rapiva uno arpiono fiero

e lui doveva staro sembro in pensiero.


Il cippo funerario di Jurico.

In quest'ottava a parlare è Giacomo, che riporta quanto riferito da un collega di Roccaraso, ossia che il pascolo di Cavallari (Cavallaro), oggi frazione di Pizzoli, non è confrontabile con quelli della Maiella, anche se uno di Capracotta ebbe a raccontare (ebi a condaro) che pascolava (pasturava) allo Iaccio delle Murelle, dove soltanto di ghiacci poteva saziarsi (saziaro) e dove perdeva (si perdia) ogni giorno un agnello; a rubarglielo era un'aquila reale (uno arpiono fiero), per cui stava sempre (sembro) in pensiero. Giacomo si chiedeva allora se quel pastore di Roccaraso, che tanto decantava i pascoli della Maiella, non gli avesse detto una bugia.

È impossibile dire chi fosse il pastore di Capracotta che pascolava sui nevai dell'Anfiteatro delle Murelle, forse si tratta soltanto di un'invenzione poetica di Cesidio Gentile. Sicuramente i nostri pastori affollavano d'estate i pascoli più alti delle montagne abruzzesi perché quelli "comodi" a valle se li prendevano gli autoctoni.

Il 26 ottobre 1914 Jurico morì in Molise, a Civitanova del Sannio, a seguito di una caduta da cavallo. Sul luogo del suo incidente l'amministrazione comunale ha piantato un cippo.


Francesco Mendozzi

 

Bibliografia di riferimento:

  • O. Conti, Folklorica pastorale capracottese, De Gaglia e Nebbia, Campobasso 1910;

  • B. Croce, Storia del Regno di Napoli, Laterza, Bari 1972;

  • C. Gentile, Leggenda marsicana, Tip. Lunense, Sarzana 1904;

  • C. Gentile, Raccolta delle poesie "non sparse", a cura di D. Padalino, Foggia 2005;

  • M. Gioielli, Cesidio Gentile, il pastore-poeta, in «Molise Extra», XVIII:9, Isernia, 12 marzo 2011;

  • G. Leopardi, Canti, a cura di A. Donati, Laterza, Bari 1917;

  • F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017;

  • Officio di Statistica Provinciale, Quale fu, qual'è, quale potrebbe essere la Provincia del 2° Abruzzo Ulteriore, Grossi, L'Aquila 1875;

  • E. Silvestrini, Pastori e scrittura, in «La Ricerca Folklorica», III:5, Brescia, aprile 1982;

  • A. M. Socciarelli, Gli aspetti antropologici nell'opera di "Jurico", in G. Tarquinio (a cura di), La vita e le opere di Cesidio Gentile detto "Jurico", poeta-pastore di Pescasseroli (1847-1914), Kirke, Avezzano 2015.

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