• Letteratura Capracottese

Marosa e re zurre


L'uccisione del maiale (foto: E. Trotta).

La guerra non ha risparmiato Capracotta, la linea Gustav era a due passi, la popolazione si era rifugiata nel cimitero dopo che i Tedeschi avevano fatto saltare in aria quasi tutte le case del paese. Una delle poche risparmiate fu quella di Lucia. Forse venne a lei l'idea di chiudere re zùrre déndre a re cuatenàre (il capro in soffitta) per non farlo prendere dai Tedeschi che requisivano ogni animale che trovavano per poterlo mangiare. Re zùrre era il solo elemento che potesse perpetuare il gregge, quello che veniva acquistato alla fiera dell'8 settembre o "rottamato" nella stessa l'anno successivo, dopo aver montato non meno di duecento capre. Fu una lotta portarlo nel solaio, chiuderlo dentro e portagli da mangiare e bere. La scala per arrivarci era a quei tempi a pioli.

Un giorno Marosa salì per dargli da mangiare e mentre con fatica stava chiudendo la botola il caprone si precipitò per uscire dallo spazio angusto e la urtò con forza. Lei perse l'equilibrio e cadde giù dalla scala, procurandosi una ferita alla testa che sanguinava copiosamente. Lucia, disperata, chiamò alcune donne del vicinato e tutte le dissero la stessa cosa: occorreva un disinfettante per evitare il peggio, re spìrete (l'alcol). Dove trovarlo? Ma dai Tedeschi, ovviamente!

E Lucia va dai Tedeschi, truppe d'occupazione, al comando, ex Asilo, oggi casa di riposo "S. Maria di Loreto", per cercare lo spirito. Al suo arrivo spiega l'incidente occorso alla madre mimando la testa rotta della madre e le corna del caprone. E ad alta voce dice mimando:

Mamma mea, rotta capa, zurro bianco, blè blè blè blè blè...

I Tedeschi non capiscono, pensano che li stiano prendendo in giro, chiamano l'interprete che a sua volta chiama delle donne del posto e finalmente è tutto chiaro e Lucia può avere, tra soffocate risate, il suo spirito.

Tempi duri, durissimi. I Tedeschi requisivano ogni animale che trovvano, evidentemente i loro approvvigionamenti non erano più regolari. Ricordo ancora mio padre che si decise ad ammazzare il maiale, l'unico che avessimo, ancora non a completo ingrassamento, strangolandolo con una fune e non scannandolo per evitare che gridasse. Lo fece con determinazione sperando che nessuno sentisse. Quell'anno niente salsicce né suprescieàte (soppressate). La carne fu divisa tra familiari, parenti e vicini. In silenzio, pena una "visita" inattesa dei Tedeschi.


Nunzia Flesca

Fonte: A. D'Andrea, La pecora che miagola perde il boccone. L'immensa eredità di Lucia di Milione: strega, amazzone e sacerdotessa di Capracotta, Youcanprint, Lecce 2019.

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