• Letteratura Capracottese

Il mestiere del carbonaio


Una carbonaia degli anni Sessanta (foto: V. Di Lorenzo).

La produzione del carbone è un'attività che ha impiegato generazioni di boscaioli sulle nostre montagne fino alla metà del secolo appena concluso. Il contesto territoriale in cui siamo vissuti non consentiva grandi scelte lavorative e pertanto la maggior parte della forza lavoro era destinata all'agricoltura, all'allevamento ed all'industria boschiva, attività, quest'ultima, in cui si è sempre cimentata la mia famiglia "la Scialpa" per quanto io ricordi e riesca a ritornare a ritroso nel tempo. Il mestiere del carbonaio non era facile e come tutti i mestieri provenienti dal passato necessitava di una notevole esperienza maturata negli anni; di seguito cercherò di raccontare a modo mio le varie fasi del come si faceva il carbone e varie notizie relative all'industria boschiva.

Inizialmente si preparava la legna necessaria al quantitativo di carbone che si desiderava ottenere ed in base a questo il "capo cocitore" analizzava dove si poteva realizzare la "piazzola" per allocare re cuatuózze, compito importantissimo in quanto si doveva preparare un piano perfetto, senza pendenze, che poteva causare possibili conseguenze negative alla successiva cottura. Il quantitativo di legna stabilito si portava nella piazzola e il trasporto avveniva tutto "a spalla" dividendo la piccola ciamàglie da quella di più grandi dimensioni; per la piccola si usava un attrezzo chiamato furcàle, preparato preventivamente dal cocitore per ciascun addetto. La legna piccola veniva messa tutta intorno alla piazzola formando un circolo detto "turno", invece quella di più grosse dimensioni veniva inserita all'interno del turno, a questo punto tutto era pronto per iniziare la composizione del cuatuózze; la legna grande veniva posta a pezzi incrociati ad una altezza di circa un metro, formando la ferlizza e in quel momento si iniziava ad intravvedere come sarebbe stato il lavoro finale; a questo punto veniva formato un buco centrale che da terra andava fino alla sommità del cuatuózze, si poneva la legna compatta a circolo con i pezzi l'uno vicino all'altro, ben messi, chiudendo gli spazi ancora aperti con la legna più piccola.

Finito l'impalcato del cuatuózze si "atterrava", cioè si procedeva ai preparativi per la copertura con la terra: per prima cosa si realizzava una fascia circolare di ceppi al piede del cuatuózze di circa 40 cm., poi nella parte superiore, a protezione, si poneva del fogliame di piante o paglia al fine di impedire l'inserimento della terra all'interno della legna. Anche questa fase era molto delicata in quanto anche il tipo di terra usata, posta con grande attenzione, doveva essere di natura pozzolanica al fine di favorire una cottura ottimale, cosa non possibile con il tipo di terra argillosa, la migliore sicuramente era la terra usata già per un precedente cuatuózze. Prima di procedere alla fase più importante che era quella di mette fuóche, si procedeva alla realizzazione di un circolo di ceppi provenienti dai rifiuti della legna per una altezza di circa 2,50 m., ad una distanza di circa 1,50 m., a protezione del cuatuózze dal vento, detto paravènta.

A questo punto ci si preparava a mette fuóche, la prima fase era quella relativa alla preparazione di un po' di piccola legna per alimentare il primo fuoco, detta re taccari, pezzi piccoli e corti e dopo due giorni che il fuoco aveva acchiappàte, cioè aveva preso, incominciava la lavorazione e bisognava tenere conto del fatto che esso iniziava ad ardere da sopra e una volta che aveva preso il suo ritmo si doveva alimentare due volte al giorno attraverso il buco iniziale creato alla formazione del cuatuózze. Il buco inizialmente di piccole dimensioni, col passare dei giorni diventava sempre più largo e pertanto si poteva alimentare con legna più consistente, ricordando a grandi linee uno stomaco umano che dopo il consumo del cibo richiede altro mangiare, fino al riempimento del buco stesso con il carbone.

La figura più importante era sicuramente quella del "cocitore", egli doveva essere pratico e avere esperienza, dalla sua capacità di comandare il fuoco si otteneva il miglior risultato oppure la bruciatura del cuatuózze, il palo con cui dirigeva i lavori si chiamava friccicóne; egli poteva "chiamare" il fuoco a suo piacimento facendo dei buchi che consentivano di aspirare l'aria e modificare il verso dei focolai che inaspettatamente si formavano, questi buchi li faceva con un paletto di un metro circa detto buscinatùre; è importante ricordare che tutti gli addetti ai lavori dovevano essere ben informati sulle fasi e sulla sicurezza dell'ambiente lavorativo in quanto la creazione di eventuali vuoti non dava scampo, causando incidenti di natura quasi sempre mortale.

Tornando al cuatuózze, quando il cocitore si accorgeva che il fuoco aveva finito di ardere, dava inizio alle operazioni di pulitura della terra cotta che si presentava in maniera compatta e bisognava pertanto romperla con un attrezzo chiamato raspiéglie, la terra di dimensioni più grandi veniva tolta, quella sfarinata più fina si rispalmava a contatto diretto con il carbone al fine di spegnere eventuali fuochi ancora accesi: successivamente si cominciava a "sfornare" il carbone, si usava poca acqua e come già detto si usava maggiormente la terra che risultava molto più efficace, una volta finito di sfornare si faceva un mucchio chiamato réglia, assicuratosi della totale assenza di fuoco si riempivano i sacchi da portare a destinazione. L'industria del carbone, allora molto fiorente, dava lavoro a tanta gente, mi piace ricordare, oltre agli addetti di cui ho già parlato, gli "insacchini" che lo insaccavano, i "mulattieri" che si incaricavano del trasporto dai boschi ai punti di raccolta o rivendita e tanti rivenditori all'ingrosso ed al minuto che hanno poi fatto, chi più e chi meno, fortuna in tanti paesi delle regioni limitrofe.


Vincenzo Di Lorenzo

Fonte: V. Di Lorenzo, Il mestiere del carbonaio, Termoli 2017.