• Letteratura Capracottese

Le nostre vie si dividono (I)



Sam non ci svegliò alle tre: fui io a svegliarmi e a scoprire, aprendo la porta, che stava per spuntare il giorno. Presto fummo fuori, sulla via acciottolata, e Sam rimise la scala dove l'aveva trovata. Nessuno, in paese, era ancora uscito di casa, ma la prima luce grigia cominciava ad illuminare la collina sulla quale si trovava la frazione. Partimmo in fretta. Pensavo che Sam ci avrebbe guidati in un posto coperto, dove saremmo rimasti tutto il giorno per raggiungere il fiume al tramonto, così quando egli voltò a destra e cominciò a scendere, mi fermai.

– Ehi, Sam – gli chiesi, – dove vai?

– Al Sangro! – mi rispose sorpreso. – Lo traversiamo, no?

– Adesso, con questa luce?

– Naturalmente...

– Ma come, non capisci che prima che siamo al fiume sarà giorno? È lontano, lo sai...

– Che mi importa! Dobbiamo attraversarlo stamani, luce o non luce!

– Non pensi che sia meglio nascondersi qui intorno e cercare di sapere qualcosa sulla posizione dei tedeschi, e magari di avere una guida?

– No, no! Ti dico che dobbiamo traversare adesso. Vieni?

Per una volta mi accalorai.

– Penso che sei matto, Sam. Sarebbe un suicidio. Per il momento, non sappiamo nemmeno dove siamo, e stai scendendo alla cieca. Ascolta la voce della ragione!

– Piantala di chiacchierare, ogni minuto è prezioso!

– Io non mi muovo. Anche se voi tre andate...

– Vieni, vieni!

Ci mettemmo a discutere - Curly e Bunny erano d'accordo con me - ma era come parlare ad un muro.

– Ma non ve l'ho detto stanotte che avremmo traversato all'alba?

– Sì, – risposi, – ma parlavi delle tre. Adesso sono le cinque e mezza.

Sam, che durante gli ultimi minuti aveva preparato in fretta i sacchi, mi porse il mio, si gettò il suo sulle spalle, e mi dette la mano.

– Ecco, Uys, stringila, – mi disse. – Addio, e uona fortuna! Speriamo che ce la farete. Ci vediamo a Bari...

Strinse le mani anche agli altri, e l'attimo dopo già si arrampicava sulla cresta di una collina in direzione del Sangro, stagliandosi contro il cielo grigio già orlato di rosa.

– Al diavolo! – dissi rivolgendomi agli altri. – Perché avrà la testa così dura? Probabilmente lo acchiapperanno. Bene, comunque starà in guardia... – Ero ancora irritato, ma una certa tristezza si stava già insinuando nel mio animo, perché, fino a questa separazione che sembrava così definitiva, io e Sam eravamo sempre stati insieme.

Passammo il giorno in un eccellente nascondiglio costituito da un gruppo d'alberi con il sottobosco molto folto, a circa mezzo miglio dalla frazione. Lassù, verso le nove, venimmo "adottati" da un bambino di dieci anni in groppa ad un placido somaro dalle orecchie molto lunghe che, quando fu alla nostra altezza, si fermò di colpo, volse lentamente la testa verso di noi e ragliò sonoramente. Pipino non solo voltò il somaro e ci portò un'eccellente colazione, ma ci convinse a scendere alla frazione e a pranzare con la sua famiglia. L'estrema povertà del villaggio costituiva una precisa accusa al pseudo-socialismo di Mussolini; ma l'ospitalità della famiglia di Pipino - c'erano un padre, una madre e nove figli - fu così calorosa da farci ricordare sempre con affetto e con rimpianto quella povera piccola comunità raccolta nelle casette color cenere sul fianco della collina. Ci dettero informazioni dettagliate sul luogo migliore dove traversare il fiume, ci caricarono di rifornimenti, e verso le cinque eravamo di nuovo nel nostro rifugio,

Il sole era tramontato quando cominciammo a scendere il pendio alla nostra sinistra. Passo passo giungemmo in vista del fiume po meglio della sottile nebbia che si sollevava da esso. Lontano, alla nostra destra, sulla riva del fiume c'era il paese di Ateleta; e una strada, fiancheggiata dalla linea tranviaria, correva lungo l'argine settentrionale.

Leggermente a destra oltre il fiume c'era il villaggio di Castel del Giudice in cima ad una collina alta e isolata. Una strada si dirigeva verso di esso, e poi ne usciva continuando lungo l'argine meridionale in direzione dell'Adriatico; sulla vetta più alta del crinale davanti a noi si vedevano le chiazze bianche delle case di Capracotta, il nostro obiettivo di quella tappa. All'alba, si sperava, saremmo stati oltre Capracotta sulla nostra destra. In quel momento sembrava miglia e miglia lontano. Il nostro obiettivo immediato e più pericoloso era la traversata del Sangro, il superamento di Castel del Giudice e la marcia fino al margine dei boschi.

Un quarto d'ora dopo raggiungemmo la casa di un uomo che, come ci aveva detto il padre di Pipino, aveva fatto fortuna negli Stati Uniti, e poi era tornato a morire al suo paese, tre mesi prima dello scoppio della guerra.

Eravamo nascosti fra i cespugli ad una cinquantina di metri dalla strada in attesa che facesse buio, quando un contadino ci sorprese comparendo all'improvviso e venendo a sedersi accanto a noi.

– Ci sono quattro dei vostri, ad un centinaio di metri, – ci sussurrò. – Se volete vederli, vi ci porto io!

– Grazie, ma non vogliamo vedere nessuno. Anche se la vostra faccia ci piace, – risposi.

– Bene, ne sono contento. Pensavo che vi avrebbe fatto piacere vederli. Loro, credo, sarebbero contenti. Sono rimasti là tutto il giorno. Si sentono un po' soli...

– Non abbiamo voglia di far visite in questi giorni. I trasporti non funzionano, e meno siamo, meglio è.

– Hanno cercato di passare il fiume stamani, ma i tedeschi hanno sparato e son dovuti tornare indietro. Uno è stato ferito. Ma non preoccupatevi, nulla di grave. Un colpo di striscio. Nel pomeriggio gli ho portato bende e garze. Presto attraverseranno. Gli porterò i vostri saluti. Buona fortuna per la traversata. Sarà facile al buio... – E se ne andò come era venuto fra i cespugli.

Restammo circa tre minuti in un fossato presso la strada. Poi io l'attraversai. Non si vedeva anima vita, e sulla collina dove, lo sapevamo, i tedeschi avevano un nido di mitragliatrici, splendeva una sola luce.

Traversai la linea tramviaria, raggiunsi un argine, fischiai, e gli altri furono presto con me. Facendoci largo fra le canne giungemmo subito alla riva del fiume, largo una ventina di metri e liscio come uno stagno. A Castel del Giudice brillavano alcune luci, e si udiva il suono di qualche camion sulla strada ghiaiosa lungo la collina. Ci spogliammo, cacciammo i nostri abiti nei sacchi, legammo le scarpe assieme per i lacci, e guadammo con l'acqua al petto.

Poi facemmo un bagno, il primo dopo molte settimane, usando a turno un pezzo di sapone casalingo datomi da Marta più di un mese prima. Poco dopo ci rimettemmo in moto e camminando in fretta giungemmo ad un muro di pietra che costeggiava la strada. Quando sollevammo la teste al di sopra di esso, vedemmo cinque o sei camion, a fari accesi, che scendevano giù da Castel del Giudice. Balzando giù dal muro, attraversammo con indifferenza la strada, sebbene il primo camion fosse appena passato e altri si avvicinassero da entrambe le direzioni. A venti metri dalla strada, sedemmo su un argine al limitare di un bosco per guardare il traffico. Ci sembrava tutto molto buffo: i camion, le macchine degli ufficiali, le voci in tedesco, tutto era molto divertente, e dovemmo trattenerci per non ridere forte.

Non restammo allegri a lungo. Il bosco in cui entrammo era così fitto che avanzarvi era faticosissimo. Dove non c'erano i rami bassi che univano come sbarre un albero all'altro, il nostro procedere era impedito da ogni genere di cespugli spinosi che ci graffiavano e ci trattenevano. Ma la peggiore caratteristica era l'asprezza della salita e la totale oscurità che ci impediva di vedere ad un passo davanti a noi. Passarono forse tre ore prima che trovassimo un sentiero.

Lentamente la foresta divenne meno folta, gli alberi più alti, i cespugli meno fitti; anche l'oscurità diminuì. Di quando in quando si vedeva, disegnato in nero contro il cielo scuro, il crinale spazioso che costituiva la nostra meta. Da qualche parte stava sorgendo la luna, e una pallida luca gialla era apparsa sul profilo oscuro dei monti. Ma sarebbero occorse ancora tre ore prima che essa si innalzasse visibile nel cielo.

Il terreno era molto accidentato. Curli era stato nominato battistrada, e già avevo discusso diverse volte con lui sulla direzione da seguire: sembrava che avesse una netta preferenza per i pendii scoscesi e che trascurasse volutamente il terreno pianeggiante e più facile. Non c'era metodo alcuno nella sua follia, e glielo dissi.


[continua...]


Uys Krige

(trad. di Piero Pieroni)

Fonte: U. Krige, Libertà sulla Maiella, trad. it. di P. Pieroni, Vallecchi, Firenze 1965.

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