• Letteratura Capracottese

Le nostre vie si dividono (II)



– Guarda, – mi disse accalorandosi. – Ho preso di mira quelle stelle lassù. Capracotta giace proprio sotto di esse. So dove vado, e ti ci porterò prima dell'alba!

Anch'io «avevo preso di mira» qualcosa ed ero assolutamente sicuro che stavamo marciando verso ovest, invece che verso sud-est. Ma poiché Bunny era d'accordo con il suo compagno pilota, non potevo far altro che seguirli o andarmene per conto mio nella direzione che credevo giusta. Dopo un tempo incredibilmente lungo giungemmo in una radura, dove giacevano tagliati alcuni grandi alberi.

– Che alberi immensi! – disse Curly. – Mi ricordano casa mia... Ma i boscaioli dove sono?

Andammo fino ad una capanna di tronchi fra gli alberi dove non trovammo nessuno. Di nuovo provai il desiderio folle, insensato di lasciarmi cadere per terra e di dormire, dormire fino a non poterne più.

All'improvviso, come nato dal nulla, ci raggiunse il suono di una campana. Era debole, veniva da lontano, ma era molto distinto nel silenzio profondo del bosco.

– Hai sentito? – chiesi. – Da qualche parte nella foresta ci deve essere una chiesetta o una cappella. Andiamo a cercarla?

– Sciocchezze! – rispose trionfante Curly. – È la chiesa di Capracotta. Avevo ragione...

Poco dopo udimmo un cane abbaiare, e la sua voce reiterata evocò l'immagine di una fattoria, calda e riparata nel cuore della fredda foresta, mentre a me pareva di esser tornato in contatto con il mondo. Fummo avvolti da una fittissima nebbia che ci scivolò addosso dalle spalle.

– Bloccati, siamo bloccati! E qui ci facciamo un sonno!

Le stelle erano scomparse e non ci si vedeva a cinque passi. Ci sdraiammo, stendemmo le coperte e i miei compagni si addormentarono quasi subito. La nebbia infittiva e potevo appena distinguere i corpi dei miei compagni. La tristezza si insinuò nuovamente nei miei pensieri: eravamo in un mondo oscuro, spettrale... che galleggiava senza forma fuori dello spazio e del tempo... che non conteneva nulla di reale salvo i nostri corpi vaghi, stremati...

Udii di nuovo le campane, più distanti, più attutite... Quando ci destammo c'erano di nuovo le stelle, la luna era alta e la nebbia scomparsa. Ci mettemmo frettolosamente in marcia. Una mucca immobile dietro un albero ci spaventò; però, quando ormai era rimasta troppo indietro alla nostre spalle, Curly esclamò:

– Che scemi! Avremmo potuto mungerla!

Piegando a sinistra, uscimmo dalla foresta, sorpassammo una casa colonica, bianca e immobile fra gli olivi, e ci trovammo subito di fronte ad un pendio ripido e accidentato. Esausti, sostammo in cima ad un colle, fermandoci a guardare un mondo chiaramente disegnato dalla luce lunare.

Un'altra salita, poi la strada. La traversammo, faticammo a tirarci fuori da un campo arato di fresco, ed eccola di nuovo, bianca come il latte, contorta sul fianco nudo della montagna; quando la incrociammo una terza volta, Curly ebbe ancora la forza di imprecare ad alta voce. L'alba non poteva essere lontana e le stelle cominciavano ad impallidire. Un'altra salita, poi Capracotta ci apparve con le sue case scure contro il cielo giù grigio.

– Mi dispiace, – dissi a Curly. – Sbagliavo di grosso. Non discuterò mai più il tuo senso di orientamento.

– Fa nulla, – grugnì. – Tutti sbagliano...

Ci stavamo avvicinando: si accesero tre o quattro luci, poi i tedeschi avviarono i motori dei camion per riscaldarli.

– Dobbiamo spostarci; – disse Bunny. – Presto qualcuno di quei camion verrà giù.

Traversammo di nuovo la strada, e ce la trovammo ancora di fronte cinquanta metri più avanti. L'avevamo appena attraversata quando udimmo il primo camion venire giù per la collina; non ci eravamo allontanati che una ventina di metri, quando il camion comparve sulla curva. Ci buttammo nell'erba umida. Il camion ci passò accanto e un tedesco disse all'altro:

Mein Gott, fa un bel greddo, Heinrich...

Per un terribile istante mi parve che l'autista intendesse frenare, ma l'attimo dopo il camion era già scomparso oltre la curva. Balzammo in piedi e corremmo a nasconderci dietro alcune altre rocce. Passarono altri quattro camion prima che potessimo rimetterci in marcia. Divenne una corsa contro l'alba.

Seguendo il fianco della montagna che girava attorno a Capracotta avremmo potuto oltrepassare il villaggio se avessimo camminato abbastanza in fretta. In cima c'era uno sperone e una volta superatolo saremmo stati fuori vista da Capracotta; ma lo sperone era ancora lontano, il primo gallo aveva già cantato e si vedeva chiaramente il campanile della chiesa. Il terreno stava diventando più difficile, perché il fianco della montagna era cosparso di grossi blocchi di pietra che sembravano nettamente staccati dal colpo di un gigantesco scalpello manovrato da un gigante. Non potevamo raggiungere la cima andando direttamente avanti, perché le pareti alla nostra sinistra erano alte una trentina di metri e continuavano così fino allo sperone. Proseguimmo, correndo se appena si poteva e inciampando spesso sulla grossa ghiaia. I nostri scarponi risuonavano sulle rocce staccando a volte piccole valanghe di ciottoli che ruzzolavano giù di balza in balza, fino in fondo dove si fermavano con un rumore che a noi pareva assordante.

– Per amor di Dio, state attenti a dove mettete i piedi, – disse Curly, – o ci sentiranno al villaggio!

Da parte mia, pensavo che ci avessero già uditi, e mi voltai per guardare verso Capracotta. Il cielo sopra di noi era già rosso e per le strade si vedeva gente in movimento. Poi mi ricordai della moglie di Lot e decisi che non mi sarei più voltato indietro.

Ce la facemmo alla fine, e superato lo sperone ci trovammo dietro la cresta dei monti sui quali ci eravamo arrampicati per tutta la notte. Sotto di noi il pendio era nudo; sopra, c'erano un centinaio di metri di macchia, poi la sommità rocciosa. La nostra cima sembrava la più alta per centinaia di miglia intorno.

La luna era calata e ci si vedeva assai poco. Su quella vastità di vette azzurrine e di profondità buie la stella del mattino splendeva in magnifico isolamento, con una luce così intensa da farmi pensare ad un girasole. Gli unici indizi dell'alba prossima erano alcune strisce di rosso sull'orizzonte e l'aria diventata madreperlacea. Presto anche la stella del mattino non fu che un pallido lucore contro il cielo. Le montagne cominciarono ad assumere forma e concretezza, aggrovigliate le une sulle altre. Eppure, sebbene chiaramente disegnato, il paesaggio non era ancora permanente: ad ogni istante compariva una nuova montagna, un nuovo picco emergeva alla luce.

Proprio sotto di noi, una cittadina rosea sembrava dischiudersi alla luce del suo stelo costituito da un ripido colle. A poca distanza, leggermente a sinistra, un villaggio, posato sulla sommità rocciosa di un crepaccio, aveva trovato la sua forma perfetta. Presto comparvero altri villaggi, paesi, case isolate ovunque volgessimo gli occi; puntato contro di noi come una lancia d'argento apparve anche un fiume; il paesaggio non era più fluido e aveva raggiunto la stabilità; all'alba, ormai, non mancava che il sole.

– Ne abbiamo fatta di strada! – disse Bunny. – È difficile a credere, ma quel paese più grande deve essere Agnone.

Consultammo la mappa consunta e polverosa di Brunozzi. Il paese non poteva essere che Agnone, sebbene quando la mappa era stata disegnata Agnone ci fosse parsa all'altro capo del mondo. Dovevamo superare quel paese sulla destra, per raggiungere il Trigno; almeno così ci avevano detto Brunozzi e i nostri amici della frazione. Ma il fiume, con nostra grande sorpresa, puntava direttamente verso di noi.

– Non può essere il Trigno, – disse Curly. – Non possiamo esser giunti dal Sangro al Trigno in una sola notte. Non sembra possibile...

– Devo ammettere – disse Bunny – che quel fiume mi preoccupa. E non stiamo sognando. È un fiume.

– Certo che è un fiume, – disse Curly. – Ma non ho voglia di perdere altro tempo a raddrizzare un paesaggio che non corrisponde a quanto si pensava...


Uys Krige

(trad. di Piero Pieroni)

Fonte: U. Krige, Libertà sulla Maiella, trad. it. di P. Pieroni, Vallecchi, Firenze 1965.

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