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Di padre in figlio (IV)



In quel primo anno dalla fine della guerra un famoso letterato in visita a Roma si interessò agli scritti prebellici di Amedeo. Non lo poté incontrare personalmente ma, una volta tornato a casa sulle fredde montagne del Nord, lo invitò subito a fargli visita per qualche giorno. Dopodiché sarebbe partito per un viaggio negli Stati Uniti occidentali e ci sarebbe voluto del tempo prima che tornasse. Tutti i successi di Amedeo erano stati niente in confronto all'invito di questo uomo, ritenuto un genio in tutto il mondo occidentale. Persino i suoi più illustri professori non avevano ricevuto tale onore. I suoi amici, sebbene ricchi, non potevano sperare di esser tanto onorati. A 32 anni, Amedeo si considerava un uomo di successo. Adesso aveva soldi, amici e una reputazione!

Il giorno prima che partisse per il Nord, Amedeo ricevette un telegramma da sua madre. Le mani gli tremavano in modo incontrollabile mentre leggeva. Suo padre era morto. Gli veniva richiesto di andare il prima possibile. La mamma aveva bisogno del suo aiuto per i preparativi. Era atteso al funerale il giorno seguente.

Lacrime rabbiose di odio gli salirono agli occhi. Ancora una volta suo padre lo aveva rovinato. Era morto nel suo momento migliore per creare difficoltà al figlio. Aveva rovinato tutti i piani di Amedeo, disperdendoli con quelle mani grandi e goffe. L'ultima vittoria era stata la sua. Amedeo inviò un telegramma spiegando la situazione al suo ospite in attesa. E ancora e ancora maledì suo padre.

Quando vide per la prima volta sua madre, fu colpito da quanto fosse invecchiata durante gli anni trascorsi. Il corpo era curvo e, quando lei lo baciò sulle guance, le labbra erano secche e ruvide, più morte che vive. Immaginò che a ridurla in quello stato fosse stato il marito. Che fosse infelice poteva dirlo, e chi, se non suo padre, poteva essere stato ai suoi occhi la causa della stanchezza?

Amedeo andò da solo a vedere la salma di suo padre. La vista del cadavere non fece che colmarlo di rabbia. Sopraffatto da un senso di disgusto, rimase chino sulla bara aperta e su quel guscio vuoto che giaceva all'interno. Il corpo era immobile e - pensò Amedeo - gonfio e contento della vittoria finale. Gli angoli delle labbra erano leggermente rivolti verso l'alto, come in un sorriso, e Amedeo era osssessionato al pensiero che il cadavere del padre si mettesse ora a sedere per burlarsi del figlio. Ancora una volta avrebbe provato la stessa umiliazione che aveva subito quel giorno di tanti anni fa, quando aveva ascoltato di sotto la risata di suo padre. Si allontanò dalla salma e si precipitò fuori dalla stanza.

Al corteo funebre Amedeo fu uno dei portatori della bara. Attraversò il paese dalla chiesa al cimitero. Com'era consuetudine, la gente del paese seguì il corteo funebre dietro la bara, la vedova e le donne anziane davanti, urlando e tirandosi i capelli. Amedeo era disgustato. Durante il viaggio, era turbato dal pensiero che il coperchio della bara si aprisse e il padre saltar fuori e, additandolo, ridere così forte da infettare le persone intorno a lui, che avrebbero anch'esse indicato Amedeo ridendo. Amedeo scosse la testa e la vista gli si offuscò.

La sepoltura vera e propria fu un grande sollievo per Amedeo. Era ansioso di tornare a Roma il prima possibile. Durante la cerimonia notò uno sconosciuto che lo osservava. Mentre Amedeo e sua madre stavano uscendo dai cancelli del cimitero, lo straniero li seguì, poi camminò accanto a loro. Piccolo, con la barba nera e una redingote scura che gli copriva quasi tutto il corpo, lo straniero si presentò come il letterato che aveva invitato Amedeo nella sua casa al Nord.

Amedeo rimase incredulo a fissare l'uomo. Perché - chiese allo straniero - si era dato tutto quel disturbo?

L'uomo sorrise e pose un braccio attorno alle spalle di Amedeo. Aveva sentito della sua grave perdita. Sebbene avesse programmato di lasciare l'Europa, aveva annullato ogni piano e aveva deciso di restare al fianco di Amedeo durante questo momento difficile. Sapeva quanto doveva essere emotivamente sconvolto. Dopotutto, un padre è sempre un padre, il primo educatore di un figlio. Una tale perdita non può essere presa alla leggera! Sì - rispose Amedeo - è proprio vero.


John Monaco

(trad. di Francesco Mendozzi)


 

Fonte: J. Monaco, From Father to Son, in «The Angle», XXI:1, St. John Fisher College, Rochester 1976.

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