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Di padre in figlio (III)



La mattina seguente era una grigia domenica. Il vento freddo di montagna sbatteva contro le case imbiancate a calce, soffiava attraverso le soglie e i davanzali difettosi. Dal pulpito il prete annunciò la notizia del trionfo di Amedeo. Al termine della messa, i paesani si diressero lentamente verso la sua casa, dove, con le migliori intenzioni, si congratularono col padre di Amedeo, che rimase completamente sbalordito. Di cosa si trattava, voleva sapere. I sostenitori rimasero sbalorditi. Non sapeva che suo figlio avrebbe studiato a Roma, che aveva vinto l'agognata borsa di studio? Doveva saperlo. Tutti gli altri sì e lui no. Lui non sapeva niente. Era adirato che gli facessero i complimenti e gli altri avvertirono la sua rabbia. Qualcosa non andava in casa. Se ne andarono subito così com'erano venuti.

Amedeo entrò un po' più tardi, conscio che il corteo di persone era passato a casa sua. Il padre sedeva davanti al caminetto guardando in silenzio le fiamme. Amedeo gli raccontò la notizia che lui aveva già sentito dalle labbra di tutti tranne che da quelle di suo figlio. Pietro non rispose, rimase immobile. Cosa c'è che non va - chiese Amedeo, fingendosi preoccupato. Ancora nessuna risposta. Sebbene Amedeo si sforzasse di apparire ferito e confuso, sapeva benissimo perché suo padre si comportasse in quel modo. Aveva capito che ogni sua azione aveva un tale effetto: era ciò che stava aspettando. L'ho ridimensionato, - pensò Amedeo - l'ho ridimensionato!

Quel giorno padre e figlio non si parlarono. Né il dì seguente. Furono fatti i preparativi per la partenza di Amedeo e i due si guardarono con malcelata indifferenza.

Il giorno in cui Amedeo partì per Roma, padre e figlio fecero il gioco dell'addio affettuoso. Il padre abbracciò il figlio. Il figlio abbracciò il padre. Ma nessuno dei due era un illuso. Il padre augurò buona fortuna al figlio. Il figlio buon lavoro al padre. Ma a nessuno dei due importava. La madre di Amedeo, che ci teneva, versò lacrime di dolore riconciliato; pianse ancora di più dopo che suo figlio, in pochi istanti, da figura vivente che salutava sul treno diventò un lontano ricordo.

Quella sera apparecchiò la tavola e guardò il marito seduto davanti al fuoco. Questa abitudine, iniziata nei giorni prima della partenza di Amedeo, la mantenne fedelmente giorno per giorno. Apparecchiava la tavola e lui si sedeva. Un giorno lo vide prendere uno dei libri di Amedeo. Le sue lunghe dita callose accarezzavano la rilegatura, la copertina, la carta. Voltò le pagine, le fissò, cercò di capirne qualcosa ma non vi riuscì. Abbassò il volume e distolse gli occhi dalla moglie. La mattina, quando il marito partiva per il lavoro, la donna piangeva per il figlio e la sera Pietro fissava le fiamme, parlando di rado. Nessuno dei due poteva sfogarsi con l'altro.

Così passò il tempo fino all'arrivo della prima lettera di Amedeo. Stava bene, studiava sodo e mandava il suo affetto ad entrambi. Questo era tutto. La prima lettera fu simile alle poche che seguirono.

Quando Amedeo scese dal binario della stazione di Roma, intuì che una nuova vita aveva inizio, libera dalle tirannie del padre. Qui avrebbe avuto i suoi orari, le sue compagnie. Si vide nel ruolo dell'intellettuale universitario, del mondano romano, del critico culturale, dell'atleta, e come il moderno anello della catena del contributo di Roma alla civiltà occidentale. Come lo incantava la città! Così diversa dal luogo in cui aveva trascorso tutta la vita. Le fontane gli toglievano il respiro. L'arte incatenava la sua anima. Camminava affascinato lungo le strade principali.

Per Amedeo via Veneto era il gioiello più grande di tutti. Qui sembrava esserci il maggior numero di tavoli, la maggior parte delle persone, uomini d'affari in abiti scuri e scarpe bianche che sorseggiavano Chivas Regal, sugli ampi marciapiedi tende d'ogni colore che proteggevano la gente dal sole. Giorno e notte, i tavoli erano sempre pieni, gli espressi caldi, le risate squillanti. Questa strada nel cuore di Roma sembrava una città a sé, una città che non dormiva mai.

Chiese, piazze, musei, gallerie d'arte, tutto era egualmente sorprendente. Un caldo e soleggiato pomeriggio subito dopo il suo arrivo si fermò nell'atrio principale del museo di Villa Borghese a fissare gli affreschi del soffitto. Una donna più matura con bambini piccoli passò, diede loro un colpetto di gomito e, indicando Amedeo a bocca spalancata, disse loro che quel ragazzo stava catturando le mosche. La loro risata distrasse Amedeo, che subito alzò di nuovo lo sguardo, stavolta a bocca chiusa. Le figure sembravano saltar fuori dal soffitto. Dubitava che fossero dipinte. Voleva che quelle mani tese si avvicinassero a lui, lo tirassero su verso la conoscenza e la comprensione.

I primi anni di Amedeo a Roma trascorsero rapidamente e senza intoppi. Dapprima molto timido e senza pretese - ricordava quanto aveva detto padre Cattini a proposito del non dimenticare le proprie origini - iniziò gradualmente ad abituarsi alla vita nella grande città. Studiò duramente, tanto che al terzo anno d'università era considerato da molti dei suoi professori uno dei migliori studenti. Cominciò ad interessarsi alla scrittura d'ogni genere, in particolare alla poesia, e presto acquisì una notevole abilità in quest'arte e una certa reputazione all'interno della comunità accademica.

Dopo quattro anni si laureò e poco dopo pubblicò una piccola raccolta di poesie. Pur continuando i suoi studi verso un livello avanzato, fu incoraggiato da amici e professori a continuare a scrivere e non passò molto tempo prima che pubblicasse una seconda, quindi una terza raccolta di poesie. Scrisse una raccolta di saggi su vari argomenti, ma non era in grado di sostenere le spese tipografiche. Tuttavia, aveva scelto bene i suoi amici e questi fecero sì che i soldi non fossero una preoccupazione. Quando Amedeo pubblicò l'ennesimo opuscolo, una brillante discussione sull'ideale utopistico, la comunità accademica romana rimase silenziosamente sbalordita, e presto cominciarono a circolare voci secondo cui l'ultimo lavoro di Amedeo era un originale capolavoro di pensiero, una dimostrazione di puro genio. All'inizio le opere di Amedeo circolavano all'interno del mondo universitario italiano ma pian piano i suoi lettori iniziarono a diffondersi all'estero. Uno dei suoi professori, un esperto linguista, si incaricò di tradurre in inglese le opere di Amedeo. Certo, non raggiunse mai la popolarità di un Hemingway, di un D'Annunzio o di un Conrad; tuttavia la sua reputazione tra le élite di diversi paesi era acclarata. Egli, dopo un decennio a Roma, come aveva ardentemente sperato suo padre, era adesso rispettato. Durante tutto questo tempo aveva trascurato i suoi genitori. Scriveva occasionalmente una lettera ma non andò mai a trovarli, né chiese loro di fargli visita.

Suo padre era notevolmente invecchiato. I capelli di Pietro erano da tempo diventati bianchi. Lavorava ancora la sua terra perché non aveva altri mezzi di sostentamento, non aveva altra scelta. I lunghi anni di lavoro e i sacrifici avevano chiesto il loro prezzo. Quando Pietro tornava a casa la sera era sull'orlo dello sfinimento. Ansimando pesantemente, con le mani tremanti, andava direttamente alla sedia davanti al camino. Pensava di rado al figlio e, nelle rare occasioni in cui lo faceva, era come se Amedeo fosse più una fantasia che non un essere umano. Spesso dimenticava persino di avere un figlio.

La Seconda guerra mondiale lasciò miracolosamente integri Amedeo e il suo gruppo, forse perché furono tra i primi ad unirsi ai canti di guerra, ad aiutare il governo con gli scritti ad innalzare al culmine il grido di guerra. Durante questo periodo, Amedeo aveva scritto un saggio benevolo nei confronti del "Mein Kampf". Col ritorno della pace, Amedeo fu tra i primi ad accogliere i vincitori e ciò che rappresentavano. Fece sapere che i suoi scritti in tempo di guerra erano stati mal interpretati. Naturalmente non era mai stato un fascista. Aveva solo sperato, attraverso i suoi scritti, di sostenere il popolo italiano nel momento più difficile. Ora che la guerra era finita le menti più distaccate avevano prevalso, la sua su tutte.


John Monaco

(trad. di Francesco Mendozzi)




 

Fonte: J. Monaco, From Father to Son, in «The Angle», XXI:1, St. John Fisher College, Rochester 1976.

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