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La prèta de Capracotta: un'autocritica


Le chianche della tomba di San Giovanni (foto: F. Mendozzi).

Buona parte dell'arte urbana capracottese, quella degli artigiani del legno, del ferro e della pietra, è pressoché andata perduta con la distruzione del paese perpetrata dalle truppe tedesche in ritirata nel novembre del 1943. Quel che non è stato distrutto dai nazisti è stato smantellato dai capracottesi stessi negli anni seguenti, rapiti da una folle rincorsa alla modernità.

Noi capracottesi abbiamo sbancato la Terra Vecchia in nome di una nuova casa al Villaggio U.N.R.R.A. o di un appartamento nei caseggiati I.A.C.P. di via S. Maria di Loreto; abbiamo prima stravolto e poi abbattuto un'antichissima torre angioina per dare un briciolo di lavoro ai disoccupati; abbiamo rimosso i resti di abitazioni signorili, di antichi edifici di culto, gettato nei Ritagli i libri e i mobili più belli; abbiamo fatto commercio di reperti archeologici; ci siamo macchiati di simonia, vendendo oggetti d'arte religiosa nel più desolante silenzio generale; non abbiamo rispettato gli elementari canoni di estetica urbana permettendo ogni tipo di intonaci, tetti ed infissi; abbiamo persino sbagliato il taglio del bosco di Monte Capraro quando si è trattato di installare la funivia nel 1996.

Amo immensamente Capracotta ma noi capracottesi non siamo migliori degli altri: abbiamo i nostri interessi, i nostri intrallazzi, le nostre ripicche, i nostri puzzolenti scheletri nell'armadio.

Il Corso prima della guerra (foto: G. Paglione).

Una delle tante leggerezze compiute nell'epoca della ricostruzione post-bellica è quella di aver rimosso la pavimentazione originale di corso S. Antonio, a suo tempo ricoperto dalle chianche, ossia lastre rettangolari di pietra bianca, che probabilmente veniva estratta e lavorata presso la vecchia cava di Monte Campo, quella stessa cava che a breve diventerà un bacino idrico per l'innevamento artificiale di Prato Gentile e della relativa pista di sci nordico, un'opera sulla quale sono perplesso ma non scettico.

Va detto che le chianche erano spesso utilizzate in edilizia anche nella parte sporgente dei tetti, quella che affaccia sulla pubblica via. Tuttavia qualcuna di quelle chianche è ancor oggi visibile, poiché alcuni cittadini, all'indomani del piano di ricostruzione di Capracotta, le hanno prelevate per pavimentare la tomba di San Giovanni, ovvero il passaggio coperto che collega via S. Giovanni con la parallela via Nicola Mosca, posta a un livello stradale più basso.

Quelle chianche superstiti testimoniano semplicemente la lungimiranza degli artigiani del passato, che utilizzavano materiali che non temono neve e ghiaccio, a differenza degli odierni sampietrini in porfido, ripetutamente sostituiti con grave esborso per l'amministrazione comunale e con sommo dispiacere per i femori di turisti ed anziani, che ogni anno rischiano di scivolare tra buche e gelature.


Francesco Mendozzi

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