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Il professor Peppino Di Lullo


...stimerò il mio Maestro di questa arte come mio padre...

[Ippocrate di Kos, "Giuramento antico", V sec. a.C.]


Giuseppe Di Lullo (1930-2011).

«Ma tu, come fai a sapere tutte queste informazioni? Dove le trovi?». Ricordo il suo sguardo curioso, la voce decisa e impostata dall'insegnamento e dallo studio del canto, mentre sul viso si stampava il perenne gioviale sorriso del Maestro che si compiace nel vedere la passione e l'amore per l'arte crescere in un suo allievo, con una mano che mi afferrava un braccio e l'altra aperta e agitata per sottolineare l'intensità della frase. Da giovane organista ero, come oggi, perennemente affamato di notizie e concetti su questo meraviglioso strumento e, appena possibile, ero ansioso di comunicargli tutto come per una inconscia necessità di approvazione. Parimenti sottoponevo alla sua autorevolezza ogni impressione e notizia sul "Principalone" di cui era stato per tantissimo tempo titolare e custode.

Giuseppe Di Lullo nasce il 21 novembre 1930 a S. Nicandro Garganico (FG) da famiglia capracottese e, pur se destinato, come da tradizione artigianale, alla professione di calzolaio, manifesta fin dalla tenera età una naturale e talentuosa predisposizione per la musica, diventando a 13 anni primo clarinetto della banda del paese sotto la guida del m. Mastrovalerio, suo primo mentore.

Purtroppo, come avveniva in quei tempi, la musica era ritenuta "roba da ricchi", tutt'al più un passatempo, e i contrasti famigliari furono molti e anche duri, pur se supportato dallo stesso m. Mastrovalerio che, al riguardo, ebbe una furibonda lite con il papà Domenico.

Il ritorno a Capracotta dopo la Seconda guerra mondiale non interrompe questa passione: è inseparabile dai suoi libri e il dono di un violino contribuisce ad aumentare la voglia di studiare. Da lì la partecipazione a dei veri e propri pomeriggi musicali presso l'abitazione della maestra di pianoforte Luisetta Falconi Panà, insieme ad altri giovani, e in presenza di don Nicola Angelaccio, arciprete della Collegiata, che lo spinge ulteriormente allo studio.

Consegue così il diploma in Solfeggio e il diploma in Pianoforte complementare per compositori. Si dedica anche allo studio della fisarmonica, strumento aggregativo, ed approda nel 1960 all'insegnamento apprendendo sul campo la didattica verso i giovani. Si abilita così all'insegnamento dell'educazione musicale ed ottiene l'autorizzazione a svolgere la professione di maestro direttore di banda, regolarmente iscritto all'associazione professionale.

Il suo caratteristico metodo di insegnamento accende gli animi degli studenti che, con entusiasmo, continuano la frequenza musicale scolastica anche negli anni successivi laddove era facoltativa.

Il prof. Lucio Venditti ricordava come, durante le sue lezioni di canto agli studenti, una folla si radunava sotto le finestre delle aule per ascoltare i ragazzi nei canti a più voci.

Nasce da queste esperienze nei primi anni '70 il "Coro Montecampo" da lui diretto. Si dedica anche alla raccolta di brani popolari da inserire nel repertorio e degli stornelli capracottesi da lui trasformati in vere e proprie canzoni popolari come la celebre "Aria di Capracotta".

Da ricordare il sodalizio musicale e di amicizia fraterna con il m. prof. Vincenzo Sanità che lo coadiuvava alle tastiere ma anche con Serafino Trotta, dalla notevole sensibilità musicale e dotato di una splendida e potente voce tenorile.

In tutta la sua permanenza a Capracotta fu anche il titolare dell'organo "Principalone" della Chiesa Madre Collegiata curando particolarmente l'"Oratorio di Natale" ed inserendo di suo pugno i versetti d'organo della Messa e della "Ninna nanna", composti sfruttando le caratteristiche peculiari dello strumento a lui affidato. Aggiungo che la stessa sua armonizzazione dell'Oratorio risulta specifica ed esclusiva per il "Principalone": più volte, sollecitato da amici e compaesani, ho dimostrato personalmente come tali brani da lui elaborati risuonino unici e caratteristici solo sull'organo della Chiesa Madre o su strumenti della stessa foggia. Quindi anche una perfetta conoscenza delle possibilità foniche del "suo" strumento, cosa rara.

Molte le occasioni liturgiche con lui al violino e il prof. Sanità all'organo.

La sua passione per la banda resta immutata: composizioni e adattamenti eseguite in innumerevoli occasioni ma anche brani per pianoforte, arpa e strumenti a fiato. Resta incompiuto un metodo di divisione e lettura simultanea delle chiavi musicali.

Il 19 febbraio 2011 un punto coronato si disegnò sull'ultima nota...


Spartito con dedica della maestra Luisetta Panà.

Questo per la biografia ufficiale ma ora il "mio" professor Peppino.

Se esiste un qualche "responsabile" che mi ha spinto allo studio dell'organo o che ha fatto nascere in me la passione per questo strumento, nell'elenco ai primi posti spicca il nome di Giuseppe Di Lullo.

I miei primi ricordi sono di messe natalizie seduto in navata sulle ginocchia di mamma che, pianista, mi spiegava, per quello che potevo capire, le varie parti della funzione cantata mentre il mio naso gelato puntava fisso verso la cantoria, una soffitta dei misteri, dove la severa mole del "Principalone" magistralmente azionato dal professor Peppino riempiva i miei pensieri.

Da chierichetto mi trattenevo il più possibile ad ascoltare le prove mentre, nella chiesa semibuia, preparavamo per la veglia di mezzanotte e ricordo anche la sua voce rimproverare costantemente i soprani per la esecuzione errata del "Laudamus Te": quando le abitudini dei coristi vanno avanti la concentrazione! Anni dopo da organista avrei affrontato la stessa arrabbiatura ma non avevo lo stesso "stile": allora mi fermavo e cercavo di ricordare cosa avrebbe fatto lui.

Le recite scolastiche cantate erano uno spasso. Le prove venivano svolte nel salone superiore dell'asilo dove le suore custodivano un armonium ed erano pomeriggi di canto e di occhi che guardavano (rubando) le sue mani sulla tastiera: agilità nascosta nelle falangi incoppate, cioè raccolte per ergonomia dei movimenti (tecnica derivata da Bach) ed il vezzo elegante di alzarle chiudendole e ruotandole lievemente al termine del brano. Ci rammentava, ridendo e sottolineando i punti su cui fare attenzione, che si sarebbe messo accanto un cesto di pomodori da usare nell'esibizione reale lanciandoli ad ogni "stecca": non abbiamo mai sbagliato e non per i pomodori ma perché era riuscito a sottolineare mentalmente un punto su cui concentrarsi. Questa una piccola briciola della sua didattica.

Da giovane studente di organo non perdevo una singola occasione per fermarmi in cantoria: imparai così vari trucchetti esecutivi come l'uso del pollice nell'accordo di VII.

Le "pause predica" durante le lunghe messe solenni le sfruttavamo in chiacchierate nell'atrio del sottotetto: lezioni e risate, concetti musicali e scherzi.

Curioso il suo modo di parlare contraendo lievemente il labbro superiore come suonando un invisibile clarinetto.

La tradizione voleva che gli auguri del coro e del personale officiante e di qualche fedele venissero scambiati al termine della messa all'uscita della sagrestia che faceva da atrio alle scale dell'organo. L'ultimo a scendere era sempre l'organista ma in una occasione il Professore tardava a scendere. Arrivò, ma zoppicando e sorreggendosi un ginocchio a causa di una rovinosa caduta per le ripide scale della cantoria. Lui stesso, a distanza di tempo, mi raccontava dei postumi di quella addirrupàta: da quel momento presi seriamente in considerazione una seria ristrutturazione dei pericolosi e ripidi gradini lignei, cosa che avvenne in concomitanza degli ultimi restauri.

Da apprendista provvedevo all'accoglienza: cioè i momenti di organo che precedono la funzione mentre i fedeli cominciano a riempire le navate. In una di queste occasioni prima di una solenne di Natale con il coro già pronto stavo preludiando ma la campanella della funzione squillò e il Professore non era ancora salito! Non potei fare altro che attaccare l'introitus della messa e durante la cadenza finale voltandomi lo vidi arrivare. Mi accinsi a cedere velocemente il posto per il Kyrie ma lui con un sorriso mi fece il gesto di continuare tra lo stupore dei coristi. Avevo 15 anni! Potrei ricordare ogni secondo di quel Kyrie con i capelli dritti e il fiato trattenuto per la concentrazione. Ma sentivo costantemente la sua mano sulla spalla a darmi coraggio. Al momento di cedere il posto per il Gloria non fu necessario aiutarmi a scendere dalla panca: galleggiavo! Bastò spingermi di lato leggermente. Il mio battesimo da organista alla messa di Natale! Oggi sono sempre più portato a pensare che lo abbia fatto di proposito.

Dalla sua voce appresi la storia della composizione dei versetti d'organo dell'Oratorio di Natale come anche di tante storie ed aneddoti nati nella cantoria.

Interessante la sua elaborazione all'organo di "Alla fredda tua capanna" di Zimarino, dove faceva uso dei bassi al pedale come per una esecuzione in stile bandistico: Serafino ed io continuavamo a prendere silenziosi appunti e poi insieme cercavamo di ricostruire il tutto qualche giorno più tardi.

Anche da organista titolare e poi titolare di cattedrale non ho mai perso occasione per cercare il suo sostegno e la sua approvazione, riportare notizie ed apprenderne di nuove, cosa che avvenne anche durante la campagna per il restauro dell'organo, ed era un piacere incontrarlo per il Corso sottobraccio al prof. Vincenzo Sanità, anzi una festa!

Il tempo è passato, così altre sono le consoles e le cantorie. Ma prima di ogni funzione ancora oggi ho la sensazione di quella mano sulla spalla.

Grazie Professore... anzi: "Grazie Prussò!"...


Francesco Di Nardo

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