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Se l'Ofanto, ed il Cervaro sieno stati in antico fiumi navigabili



Che navigabili sieno stati, il racconta Strabone. Ecco le parole di questo Greco Geografo rapporto all'Ofanto: «A Bario ad Aufidum amnem, in quo Canusini suam navium Stationem habent, stadia sunt 300; ad Emporium autem superior navigatio, adverso amne, stadia sunt 96». Da questo luogo di Strabone ricavasi ad evidenza, che l'Ofanto fosse stato allora navigabile.

Dirassi: e perché oggi non è adatto neppure al tragitto di un palischermo? Ciò, rispondo, accade per l'indole di tal fiume. Il Venosino, che ben lo conoscea, chiamollo violento. Diffatti esso di continuo rode, e taglia le sue sponde di mobil terra. Il perché riempiuto il suo letto, non è più navigabile.

Rapporto al Cervaro, ecco le parole di Strabone: «Inter Salapiam et Sipuntum amnis est navigabilis, quo merces de Sipunto devehuntur, frumenta praecipue». Tra Siponto e Salpi eravi a que' dì il solo Cervaro. Dunque Strabone parla del Cervaro come fiume navigabile.

Parecchi Scrittori giudiziosi sono d'avviso, che i due menzionati torrenti non furon mai navigabili, e tacciano il principe de' Geografi d'inesattezza, e d'impostura. Un fiume, dicono, per esser navigabile, aver dee una lunghezza grande di corso, dee ricevere una gran copia di rami subalterni, e le montagne della sua origine esser deono d'ingente mole: condizioni, che non si verificano negli accennati torrenti.

Ma io dubitar non posso né della veracità, né della esattezza di un così insigne Geografo Greco, in ogni tempo riputato peritissimo delle cose Italiane; ed ecco le mie ragioni.

Primamente, il Garigliano non era in antico navigabile? Sì, perché vi erano i Navicularj. Or questo fiume Minturnense non ha certamente cento miglia di corso. Il Trigni non era ancor navigabile? Sì, perché Plinio lo chiama fiume portuoso: «flumen Trinium portuosum». Or questo fiume, che nasce dalla montagna di Capracotta, e si va a perdere nella spiaggia dell'Adriatico fra Termoli ed il Vasto Ammone, dal punto dove comincia sino al punto dove finisce, non è certamente lungo più di miglia 60. Direi di altri fiumi navigabili, e di breve corso: ma ciò sarebbe opera perduta. Laonde, quantunque l'Aufido, ed il Cervaro non abbiano la lunghezza del Maragnon, e dell'Oronoco, pure han potuto essere navigabili in antico.

Secondamente, egli è ben vero, che i rami, dai quali i due menzionati torrenti corteggiati sono ne' soli Appennini, sono al presente piccioli, ed in poca copia; ma in antico esser doveano grossi, ed in gran quantità. Le alluvioni tempestose non sono le meno idonee a far perdere le fontane? Che tali sieno, il dimostrai nella Meteorografia. Quante fontane pei tremuoti han cessato di mandar acqua? Pel tremuoto accaduto nel Contado di Molise nella sera del giorno 26 di Luglio del 1805, in Terramolara, paese di quella infelice Provincia, tre rinomate fontane non mandano più acqua. Or perché non possiam dire, che in antico negli alvei dell'Aufido, e del Cervaro si scaricavano quasiché una infinità di grosse sorgive, che poi per le alluvioni, e per le straordinarie convulsioni, che gli Appennini han sofferto, non han mandato più acqua?

Tali convulsioni sono poggiate sul fatto. Tra il Cervaro, e la Carapella evvi un antico canale, che Carapellozzo si appella. Certo che in antico per questo canale vi scorreva dell’acqua; non più vi scorre; dunque siffatto cambiamento derivato è dalle convulsioni fisiche accadute negli Appennini.

Terzamente l'Aufido, e 'l Cervaro dagli Scrittori antichi chiamansi fiumi, e non torrenti. Dunque non seccavano nella state, come non seccano i fiumi Garigliano, e Trigni.

In quarto luogo, egli è altresì vero, che gli Appennini, da cui origin traggono l'Aufido, ed il Cervaro, sono a' nostri dì monti pigmei, ma in antico esser dovettero monti giganteschi. Diffatti le piogge, i venti, i geli, i turbini, e le ingiurie de' tempi in generale, radendo a poco a poco le montagne, non ne vanno forse scemando l'altezza e 'l volume, e ne ricolman le valli? Or tutte queste cagioni fan sì, che la superficie degli Appennini vada di anno in anno cangiando la sua apparenza, talché l'attual sembiante o ignoto, o nuovo sarà un dì ai tardi nostri nipoti.

Finalmente, perché non possiam dire, che dagli antichi Apuliesi nella navigazioni dell'Aufido, e del Cervaro si usassero non già grossi navigli, ma sibbene delle zatte, quali si usano oggidì nella navigazione del Tevere, dell'Arno, e dell'Adige?

Tal'è la mia opinione relativamente all'antico stato fisico de' due menzionati torrenti appuli. I Paladini, che la oppugnano, sembrami, che sieno degli Orlandi, che combattono con delle sciable di cera.


Michelangelo Manicone

 

Fonte: M. Manicone, La fisica appula, libro V, Sangiacomo, Napoli 1807.

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