La Sindone, una porta aperta sul mistero
- Letteratura Capracottese
- 5 giorni fa
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Non c'è nulla di nascosto che non sarà svelato,
né di segreto che non sarà conosciuto...
[Mt 10,26]
La Quaresima e la prossima Pasqua di Resurrezione ci portano, ancora una volta, a riflettere ed interrogarci su eventi che, pur svoltisi duemila anni fa, hanno contribuito a formare il nostro pensiero e guidato la storia occidentale. Credere o non credere sono scelte eclusive di ciascuno, ma una reliquia, comparsa misteriosamente da un remoto passato, può influenzare o mettere a dura prova le nostre convinzioni quali che esse siano?
Fin dalle prime lezioni universitarie di Medicina e Patologia legale mi sono appassionato alla lettura degli studi e delle ipotesi che, continuamente, vengono condotte su tale misterioso oggetto e oggi vorrei condividere con Voi il fascino emanato da questa avvincente fonte di teorie, grattacapi e continui confronti tra studiosi, credenti e scettici: la Sindone di Torino.
Anche stavolta quello che doveva essere un breve scritto è diventato un umile "pippone" riassuntivo basato su informazioni storiche e scientifiche ma, come vedremo insieme, la Sindone non ammette mezze misure: ti prende, ti stupisce, ti crea una certezza e ti pone altre due domande per poi lasciarti con tre dubbi. E allora ricominci, perché la Sindone, «senza resa», come il mare della canzone di Bertoli, «ti aspetta per ricominciare».
Dopo la morte sulla croce il corpo di Gesù il Cristo, reclamato da Giuseppe di Arimatea, venne frettolosamente sepolto, dopo averlo cosparso di unguenti, in una tomba nelle vicinanze del Golgota poiché «si avvicinava la Parasceve» (Gv 19.31). Il completamento della sepoltura probabilmente sarebbe stato effettuato una volta trascorso il giorno festivo: infatti le due donne, di buon mattino andarono al sepolcro con unguenti e domandandosi come avrebbero fatto a rimuovere la pietra che ne sigillava l'ingresso. Ma gli eventi andarono diversamente e nel sepolcro, come gli apostoli accorsi poterono constatare, erano rimaste solo le bende che avvolgevano il corpo del Risorto. Sicuramente tali oggetti furono conservati come preziose reliquie ed infatti fin dai primi secoli dopo gli eventi di Gerusalemme compaiono testimonianze e racconti locali riguardo la loro presenza presso alcune comunità cristiane primeve: in particolare un lenzuolo o un sudario su cui era visibile l'impronta lasciata dal cadavere del Crocifisso. Nel 544 viene riportata ad Edessa (oggi Urfa, in Turchia) la presenza di un telo su cui era impressa l'immagine acheropita (non realizzata da mano umana) di Gesù detta Mandylion, poi trasferita nel X secolo a Costantinopoli e di cui si persero le tracce durante il saccheggio accaduto durante la quarta crociata, nel 1204. Altre bende, senza menzione della presenza di immagini, vengono segnalate nel 570 e nel 670 a Gerusalemme. Quest'ultima fu donata a Carlo Magno nel 797 e fu trasferita in Francia, a Compiegne, per poi venire distrutta durante la Rivoluzione. Identica sorte subì, nel 1794, il "Sudario di Besançon", ivi comparso nel 1208 e che, invece, riportava una immagine frontale del Cristo. Attualmente si ritiene che il Mandylion sia effettivamente la Sindone conservata a Torino, anche se altri lo identificano con il "Sudario di Manoppello", anch'esso acheropito, misteriosamente comparso in Abruzzo nel 1506.
La parola "Sindone" (ampio lenzuolo) deriva dalla locuzione greca sindon ed ha la stessa accezione. Viene suggerita anche una derivazione del termine dal lontano Oriente, probabilmente dall'India: una delle zone principali dove il lino, che costituisce il telo, veniva anticamente prodotto e che i Romani chiamavano sindus (notare comunque la presenza della radice -ind all'interno del lemma).
In ogni caso la fama acquisita nel corso dei secoli dal lenzuolo di lino conservato nel Duomo di Torino ha fatto sì che ormai che il termine "Sindone" abbia assunto una denominazione univoca. Tale lenzuolo, delle dimensioni di 4,41 x 1,13 m, costituito da due teli di lino cuciti per lungo, con torcitura delle fibre a Z e intessuto a spina di pesce, e recante una impronta umana frontale e dorsale, fa la sua comparsa ufficiale nella "Storia a Lirey" in Francia nel 1353, custodito dal cavaliere Goffredo di Charny. Successivamente dopo varie vicissitudini entrò in possesso dei Savoia e fu conservato a Chambéry dove nel 1532 subì un danneggiamento ad opera di un furioso incendio. La teca d'argento in cui la Sindone era ripiegata andò incontro ad una parziale fusione e gocce di metallo rovente caddero sul lino bruciandolo in alcuni punti ai lati dell'immagine. Nel 1578 la Sindone fu trasferita a Torino, sopravvivendo ad un altro incendio nel 1997, dove è devotamente conservata tuttora in una teca blindata e in atmosfera controllata di argon per preservare l'immagine da ulteriore degrado.
Il primo grande studio multidisciplinare sulla Sindone iniziò nel 1978 con la creazione dello STuRP (Shroud of Turin Research Project) da cui derivarono importanti conclusioni e basi per successive ulteriori ricerche.
L'immagine rimasta impressa sul telo è attribuibile ad un individuo caucasico, deceduto per morte violenta da crocifissione romana, maschio e di altezza tra i 170 e 180 cm e sorprendentemente porta tutti i segni riferiti dai vangeli circa gli eventi relativi alla passione e morte di Gesù il Cristo.
L'impronta della testa, lievemente inclinata in avanti e sulla destra, mostra la presenza di colature di sangue dovute alle circa 50 ferite causate dalla corona di spine, particolare unico e mai riportato dai resoconti sulle pene capitali inflitte per crocifissione. Il volto, ricompostosi dopo le sofferenze, circondato da capelli lunghi con baffi e barba bipartita, presenta una deviazione lieve del naso che appare allungato come per trauma, con probabile frattura del dorso per numerosi colpi ricevuti e terriccio aderito ai tegumenti derivato da probabile caduta accidentale. I colpi inferti sul viso hanno comportato anche la tumefazione dello zigomo destro, forse fratturato e le palpebre appaiono tumefatte. Intorno alla zona della bocca non sono presenti danni del lino determinati dai vapori ammoniacali sviluppantesi normalmente durante i processi decompositivi cosa che, insieme alla visione generale del cadavere, depone per una breve permanenza del telo sul corpo del giustiziato valutabile in non oltre le trenta/quaranta ore dal decesso. L'esame delle braccia, flesse sull'addome e con le mani incrociate in zona pubica, indicano un individuo con buona muscolatura e destrimane. I polsi recano impronte ematiche per ferite da chiodi dolorosissimamente infissi nello spazio di Destot - creato dai legamenti e dalle ossa del polso - con conseguente flessione spastica dei pollici per lesione del nervo mediano che, pertanto, non compaiono nell'impronta sindonica. L'infissione dei chiodi, come dalle iconografie storiche e moderne nel palmo della mano, avrebbe determinato lo strappamento dei tessuti sotto la trazione dovuta al peso del corpo. Le escoriazioni sui polsi per strofinio sul legno sono attribuibili ai violenti spasmi dolorosi causati dalla infissione dei predetti chiodi. Le ferite dei polsi peraltro hanno determinato colature di sangue sulle braccia sospese sulla croce. L'allungamento anomalo del braccio destro è attribuibile ad una frattura o lussazione della relativa spalla. Il torace, in atteggiamento inspiratorio da fame d'aria e trazione sulle braccia causate sempre dalla permanenza sulla croce, presenta una ferita da lancia a sezione quadrangolare (il pilum romano) sul costato tra la V e la VI costa, 10 cm sotto l'ascella destra, compatibile con la perforazione del cuore. La relativa macchia costituita da siero separato dalla porzione rossa del sangue dimostra che tale ferita venne inferta postmortem («e dalla ferita sgorgarono sangue ed acqu», Gv 19,34) in un soggetto deceduto per probabile infarto miocardico acuto. Le ginocchia scorticate portano anch'esse tracce di terriccio mentre i piedi, deformati ed estesi dalla sovrapposizione in croce, mostrano le ferite della infissione dei chiodi. Il supplizio della croce romana comportava, tra l'altro, la difficoltà a respirare poiché la posizione delle braccia impediva il funzionamento dei muscoli inspiratori e del diaframma fissando la gabbia toracica. Il condannato per repirare era così obbligato a sollevarsi sui piedi inchiodati con enorme dolore per cui, poco dopo, ricadeva rimettendo in dolorosa trazione le braccia cosi da far ricominciare il drammatico ciclo. L'assenza di tracce del crurifragium, la frattura delle ginocchia per accelerare il decesso mediante asfissia, è ulteriore testimonianza della morte precoce del condannato.
La differenza di altezza tra l'impronta anteriore e la posteriore potrebbe essere spiegata con la lieve flessione del cadavere rimasto "congelato" sulla croce dal rigor mortis che, come nei casi di morte violenta, si è instaurato molto velocemente e non completamente risoltosi durante le frettolose procedure di sepoltura.
La schiena dell'uomo della Sindone e il dorso degli arti inferiori si osservano circa 120 lesioni da colpi di frusta di cui la gran parte causate dal flagrum romano che aveva sulla parte terminale delle tre cinghie dei rinforzi metallici, uncini o pezzi di pietra per rendere il colpo ancora più devastante. Altre lesioni sono imputabili alle semplici frustate con cui i condannati venivano crudelmente spinti al patibolo durante la "via dolorosa". Sulle spalle le numerose escoriazioni ravvisate sono state causate dalla presenza del patibulum (il braccio trasversale) cui le braccia venivano legate durante il cammino e che, infisso poi sullo stipes (il braccio verticale) formava la classica crux romana. Le tracce di terriccio sul naso, già menzionate, confermano che l'uomo della Sindone cadde nel cammino senza potersi proteggere il viso poichè le braccia erano legate a sostenere il trave di legno. Queste lesioni sono la prova, senza eccezioni, che la condanna fu romana: la flagellazione ebraica prevedeva solo 39 (40-1) colpi di frusta mentre la pena capitale era la lapidazione; flagellazione e crocifissione erano pene terrificanti che venivano inflitte a criminali, schiavi e non ai cittadini romani.
La Sindone racconta, in totale aderenza ai vangeli, tutta la storia evangelica sulla crocifissione di Gesù e le probabilità che un'altra persona possa aver subìto il supplizio con le stesse modalità di esecuzione è stata calcolata in 1 a 200 miliardi.
Oltre alle bruciature dovute all'incendio di Chambéry sono ravvisabili dei piccoli fori, sempre da bruciatura, formanti una L, forse creati da sgocciolamento di materiale ardente da una torcia o da un ulteriore incendio di cui non si ha traccia storica nel quale il telo venne coinvolto.
L'immagine del corpo rimasta impressa sul lino è stata determinata dalla ossidazione superficiale della cellulosa costituente le fibrille di lino che lo formano. Tale ossidazione è limitata ad uno spessore limitatissimo (30/40 micron) e non è visibile sulla parte opposta del telo a differenza delle macchie di sangue che lo hanno intriso a tutto spessore. Le fibrille sotto le macchie di sangue non risultano ossidate per cui è presumibile che il sangue abbia macchiato il telo prima della formazione dell'immagine stessa. Inoltre per poter percepire visivamente e con precisione l'impronta è necessario portarsi ad una distanza dal telo tra i quattro e i sei metri. Non sono ravvisabili impronte laterali del corpo: la Sindone non era stata avvolta o arrotolata attorno al cadavere ma probabilmente solo appoggiata.
Nel 1848 Secondo Pia (1855-1941), avvocato e fotografo, eseguì il primo rilevo fotografico del telo e, durante lo sviluppo delle pellicole si accorse che l'impronta osservata nel negativo mostrava dei tratti incredibili: la Sindone era essa stessa un negativo fotografico e l'immagine, in bianco e nero dai negativi sviluppati che ne risultava, aveva caratteristiche tridimensionali inspiegabili oltrechè impressionanti e concedeva informazioni fino a quel momento non intuibili.
Le indagini fisico-chimiche eseguite nel corso delle varie ricognizioni hanno portato a conclusioni da lasciare sbalorditi. Le variazioni cromatiche non sono dovute a variazioni di intensità delle ossidazioni ma a variazione del numero delle fibrille interessate che risultano alterate in funzione della intimità del contatto avuto con il corpo. Tale ossidazione è riconducibile ad un precoce invecchiamento della cellulosa e non esiste colore assorbito per capillarità: le tracce rarissime di pigmento sono riconducibili ad un contatto veloce con pitture.
La "fame" ed il traffico di reliquie nel medioevo erano talmente intensi da spingere a fabbricare o reperire oggetti che, posti a contatto con la reliquia vera, diventavano essi stessi reliquie con tanto di certificazione.
L'immagine non ha direzionalità cioè non si ravvisano tracce di pennellate, è tridimensionale e con uniformità cromatica. Il lavaggio del lino o il trattamento con solventi non comporta la perdita del colore. L'esame delle macchie riferite a sangue non ha consentito la rivelazione di emazie, ormai degradate, ma la presenza di emoglobina e di altri costituenti ematici ne certifica la veridicità; l'analisi del gruppo sanguigno ha dato i, responso AB, gruppo peraltro abbastanza raro e anche lo stesso gruppo identificato per il sangue relativo al Miracolo Eucaristico di Lanciano e presente sul sudario di Oviedo. Le macchie ematiche sono di tre tipi: da sangue fresco, da coaguli recenti e da coauguli vecchi. Inoltre poiché i coauguli non appaiono "strappati" si può dedurre che il telo non sia stato meccanicamente rimosso dal corpo: l'unica spiegazione attualmente plausibile contemplerebbe che il cadavere sia diventato "fisicamente trasparente" mentre il lenzuolo si afflosciava su se stesso. Peraltro il riscontro nelle macchie ematiche di particolari concentrazioni di fibrina, creatinina e bilirubina consentono di confermare la morte violenta dell'uomo che versò quel sangue.
L'esame delle piegature del telo cui il telo fu sottoposto nel tempo hanno evidenziato che per alcuni periodi fu esposto mostrando solo il volto cosa che viene riferita anche praticata per il Mandylion. Tale conclusione apre una misteriosa porta sull'ipotesi del ruolo giocato dai cavalieri templari nel trasporto in Europa e nella conservazione del lenzuolo: una delle accuse scagliate contro di loro durante il processo, voluto da Filippo il Bello e papa Clemente V, riguardava l'adorazione di un idolo, un volto, o una figura chiamata Bafometto.
A tutt'oggi non si ha una valida teoria che possa spiegare la formazione dell'impronta. Si è parlato di reazione chimica tra essudati e unguenti, vapori post mortem, energia termica e/o radiante, pittura, fotografia antlitteram, ossidazione della cellulosa come avviene nella carta degli erbari dopo un lungo contatto, bruciatura tramite statua o bassorilievo riscaldato, o, ancora, una miscellanea tra tutte le ipotesi elencate.
Tuttavia ad ogni teoria formulata, e poi presa come spiegazione "quasi" certa, manca quel piccolo particolare, quel quid che la renderebbe effettivamente vera, specialmente poi se il tutto viene riesaminato alla luce dei tentativi di datazione del telo sindonico.
A questo punto va aggiunta una constatazione: ad ogni relazione sostenente la falsa origine della reliquia corrisponde, immediatamente, un coro di trionfale, e spesso maligno, giubilo di gran parte degli scettici, esultanti come in una vittoria calcistica per un supposto colpo mortale inferto ai credenti, anzi ai "creduloni".
Tale atteggiamento, invece, non fa parte del mondo cattolico quali che siano i risultati: la vera Fede non ha bisogno di prove o di reliquie per la Sua conferma. La stessa Chiesa Cattolica ha sempre mantenuto un atteggiamento cauto e distaccato pur consentendone la venerazione.
La fede infatti è l'elemento portante del messaggio evangelico e innumerevoli volte viene rimarcata nei vangeli dalle stesse parole del Cristo:
• «la fede ti ha salvata» (Mc 5:25-34 e Mt 8:5–33);
• «se aveste fede quanto un granello di senapa» (Lc 17:5-10);
• «chiunque crede in Lui non va perduto» (Gv 3:16);
• la fede riscontrata nel centurione romano (Mt 8:5-13);
• «beati coloro che crederanno senza vedere» (Gv 20:19-31);
• la fede del padre del giovane indemoniato;
• la fede dei portatori del paralitico;
• la fede nel dialogo con Nicodemo (Gv 3);
• il cieco di Bartimeo (Mc 4:35-41);
• la fede della cananea (Mt 15:21-28);
• la fede dono di Dio (Gv 6:44).
Tornando alla discussione scientifica l'elemento da prendere in considerazione per validare qualsiasi ipotesi è il metodo galileiano: osservazione, ipotesi ed esperimento (riproducibiltà del fenomeno). Tutto questo nello studio della Logica si identifica nel postulato della falsificabilità, cioè presentare tutto lo studio elencando dati, materiali, metodi e vari passaggi la cui verifica possa immediatamente validare o sconfessare procedure e conclusioni.
Il tentativo di datare la Sindone si fonde con le ricerche sulla sua veridicità o con le affermazioni che la vogliono opera di un abilissimo falsario.
Si è parlato più volte di un falso realizzato in epoca medievale, addirittura scomodando come artefice Leonardo da Vinci che, secondo alcuni, ne avrebbe impresso il suo viso. Tuttavia la documentazione sulla presenza della Sindone a Lirey nel 1353, precede di 99 anni la nascita del genio universale a meno che non si voglia parlare delle sue capacità di viaggiare nel tempo. Senza contare che la casa dei Savoia ne venne in possesso documentato nel 1453 quando Leonardo aveva pochi mesi di vita. Qualora fosse comunque una pittura realizzata con la tecnica dello "sfumato leonardesco", l'artista avrebbe avuto bisogno di un micropennello con manico di almeno tre o sei metri di lunghezza per visionare l'immagine correttamente e per colorare una per una le fibrille superficiali con chissà quale arcano e irrintracciabile pigmento, come irrintracciabile è la presenza di sostanze leganti.
La tesi del falso medievale venne trionfalmente rafforzata dagli esami al Carbonio radioattivo (C14) del 1988.
I tre laboratori incaricati per la datazione determinarono un'epoca compresa tra il 1260 e il 1390. Tuttavia tale affermazione è stata contestata a causa dei dubbi sollevati sul corretto prelievo dei campioni, prelievi che avrebbero incluso zone di restauro successivo; una inefficiente "pulitura" degli stessi che avrebbe lasciato tracce di contaminazioni avvenute nel corso del tempo, o fili utilizzati nei restauri e non rimossi. Le gocce di argento fuso durante l'incendio di Chambéry avrebbero creato nella teca una «atmosfera ringiovanente» riaumentando la concentrazione di C14. Va segnalata infine, una inspiegabile reticenza pluriennale dei laboratori a fornire i dati grezzi di analisi che, ottenuti recentemente per via giudiziaria, hanno mostrato, in una revisione del 2019, parametri molto differenti da quelli annunciati, nonché lacunosi, rimettendo il tutto in discussione e portando alcuni critici a ventilare addirittura un “complotto” teso a screditare la reliquia e la Chiesa Cattolica che ne è custode.
Il lino, intessuto a spina di pesce, tecnica comune nel I secolo d.C. nelle zone mediorientali ma conosciuta anche nell'antico Egitto, mostra la torcitura delle fibre che lo costituiscono praticata con tecnica a Z conferente al tessuto maggiore resistenza e consistenza laddove la torcitura a S, invece, conferisce morbidezza. La tesi del falso medievale ha ripreso consistenza quando alcuni storici dell'arte hanno affermato che i telai atti a tale torcitura non esistevano nel XII secolo. Ma la confutazione di questa affermazione arriva puntuale tramite l'osservazione, da parte degli storici dell'industria tessile, che tali telai erano sconosciuti fino al XII secolo limitatamente all'Europa, mentre in Oriente erano diffusi fin dall'antichità, utilizzati anche in Cina molti secoli prima dell'avvento di Cristo per la tessitura della seta che, rispetto al lino, è molto più complessa da torcere con tecnica a Z. Peraltro la teoria dei telai inesistenti nel XII secolo parebbe essere stata concepita come funzionale alla dimostrazione della Sindone quale falso medievale. Ancora una volta viene così ribadito che l'approccio ad una materia così complessa deve essere necessariamente multidisciplinare: anche i luminari possono prendere abbagli uscendo dal loro campo di azione.
Una interessante ricerca condotta sui residui microscopici presenti sul telo ha evidenziato la presenza di pollini relativi a piante del bacino mediterraneo ed europeo a conferma del cammino percorso dalla reliquia nel corso dei secoli. Tracce di microalghe sono state attribuite alla contaminazione dell’acqua con cui venne spento l’incendio del 1532 e che bagnò parte del lenzuolo. La ricerca del dna ha mostrato la presenza di almeno 14 tracce di individui che hanno manipolato il telo, forse durante le varie ostensioni, di cui uno di origini indiane e altri di etnia mediorientale. Tali dati sono stati anche confermati dalle ricerche sul dna mitocondriale. Non è stato possibile, con le tecniche attuali, ricostruire il profilo genetico completo del condannato, e questo sconfessa l'affermazione, peraltro scombiccherata, dell'uomo della Sindone avente metà del patrimonio genetico di un essere umano poiché nato da generazione verginale. La polvere di aragonite rinvenuta è tipica delle rocce di Gerusalemme. Non assolutamente sono presenti sostanze che avrebbero potuto fungere da reagenti fotografici.
Manoscritti medievali (1370 e 1389) recentemente scoperti mostrano un aperto scetticismo del redattore e la sua ferma convinzione che la Sindone fosse un falso, ma, da quanto intuibile dalle pubblicazioni al riguardo, erano impressioni individuali o ricavate per sentito dire e prive di un effettivo riscontro scientifico o testimoniale. Quando, tra mille anni, un paleologo troverà i libri del prof. John Allegro, eminente esegeta e studioso dei manoscritti del Mar Morto, in cui si afferma che Gesù il Cristo non è mai esistito poiché semplicemente effetto di una allucinazione collettiva dei suoi discepoli, scatenata dalla intossicazione dovuta alla assunzione di funghi allucinogeni, si avrà forse la prova certa della non storicità del Nazareno?
Altra prova ottenuta nel 2025 tramite una modernissima tecnica detta WAXS presso il CNR di Bari, non distruttiva o invasiva e basata sulla datazione per indice di degrado temporale della cellulosa costituente le fibre di lino, ottenuta mediante diffrazione dei raggi X, ha fatto risalire la Sindone al I secolo d.C. Questi dati sono stati confermati anche dall'esame comparativo con fibre di tessuti trovati a Masada (55-74 d.C.) mediante studio condotto con protocollo a doppio cieco.
La datazione relativa al I secolo d.C. è stata confermata anche mediante analisi di degrado della vanillina contenuta nelle fibre.
Le teorie fondate sulla Sindone creata tramite bassorilievi o statue riscaldate mostrano lacune nei modelli matematici o nella scelta di software adatti o ancora nella mancata osservazione della direzionalità dell'immagine. Senza contare che le fibrille sono ossidate e non bruciate o surriscaldate. Risultati più conformi sono stati ottenuti tramite irraggiamento di tessuti analoghi con particelle raggi UV ad alta intensità ed unidirezionali. In ogni caso è stato calcolato che l'effetto radiante si è sviluppato con estrema potenza nell'arco di pochi istanti mentre il corpo svaniva.
Dati derivati da rilievi fotogrammetrici o visivi ravvisanti la presenza di impronte create da catene, fiori, monete sugli occhi o lettere ai lati del viso, per quanto affascinanti e da sottoporre ad ulteriori indagini, ci fanno sconfinare nel campo della paraeidolia, influenza nefasta che i colleghi radiologi e odontoiatri hanno ben presente quando si accingono ad osservare un radiogramma per troppo tempo.
La rappresentazione del volto di Gesù pare sia stata influenzata dalla immagine sindonica: debole ma ulteriore prova dell'antichità del lenzuolo. Le raffigurazioni del volto di Gesù dal I al VI secolo sono prevalentemente allegoriche come la figura del pesce, quella del buon pastore, l'ancora, l'agnello mentre gli eventuali volti erano tipici delle varie comunità locali come il Cristo Siriano dipinto con capelli corti ricci e barba corta, oppure il Cristo Romano dal volto rasato. Ma a partire dal VI secolo in coincidenza con la comparsa del Mandylion l'iconografia si unifica e il Cristo viene raffigurato con i capelli lunghi, il naso allungato e la barba bipartita come vediamo nei vari e splendidi Pantocràtores dell'arte medievale.
Una miniatura del Codice Pray, conservato a Budapest e datato al 1192, mostra la preparazione alla sepoltura del Crocifisso. Nicodemo spalma gli unguenti sul cadavere che ha capelli lunghi, naso allungato e barba bipartita. Le mani, incrociate sul pube, sono prive dei pollici come fossero ripiegati verso il palmo. Sotto il corpo è in preparazione un telo su cui si possono osservare macchie o fori con disposizione identica alle bruciature a L osservate sulla Sindone.
A questo punto la storia del falsario medievale risulta traballante: l'artista e scienziato avrebbe dovuto conoscere con dovizia di particolari tutta la tecnica della crocifissione romana e la struttura dei flagelli.
Avrebbe dovuto essere a conoscenza dei pollini, delle alterazioni ematiche nei morti per cause violente e delle alterazioni da rigor mortis nei crocifissi, nonché delle varie fasi della emocoaugulazione, quindi nozioni estremamente sofisticate di anatomia, fisiologia e tanatologia. Senza contare la conoscenza delle pratiche funerarie ebraiche del I secolo. Come ha potuto macchiare il telo con il sangue nei punti strategici e poi con precisione millimetrica appoggiarlo su bassorilievo o statua irradiante per ossidare le fibrille, levando il tutto senza creare immagini da "strappo"? Tutte conoscenze e tecniche che appaiono sconosciute agli studiosi medievali. Aggiungo poi che gli scultori medievali avevano uno stile che difficilmente si concilia con le fattezze dell'eventuale stampo che avrebbe generato l'immagine, come anche inconciliabile lo stile dei pittori.
Eppure anche ammettendo la veridicità del telo non è ancora possibile dimostrare come e perché l'immagine si sia formata e chi veramente fosse l'uomo della Sindone: la scienza specialmente su quest'ultimo punto si deve fermare e cedere il passo alla Fede.
Ma, falsa o vera che sia, la Sindone e chiunque sia stato l'individuo che con essa fu temporaneamente sepolto, siamo obbligati a riflettere, con profonda commozione e rabbrividendo, sui drammatici, terribili eventi che Yehoshua "Yeshu" ben Yosef, detto "il Mashiach", dovette affrontare e di cui la Sindone ne è rappresentazione.
Una morte orribile in un atroce supplizio e preceduta da sofferenze inenarrabili ben lontane dalla narrazione che ha anestetizzato l'animo dell'uomo moderno che oggi guarda, quasi con naturalezza, il Crocifisso. Una porta spalancata sul mistero e sul dolore.
Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
[Isaia 53:3]
Davanti alla Sindone, scettici o credenti, non si resta impassibili, ti parla nel silenzio millenario della morte che tutto ricompone. Eppure c'è chi, nel volto dell'uomo della Sindone, come nel "Cristo velato" vede la prossimità di un risveglio.
Un poco e non mi vedrete;
un poco ancora e mi vedrete...
[Gv 16,16-20]
Francesco Di Nardo


