• Letteratura Capracottese

Il vestito del sarto Giovanni


Una delle bellissime mattonelle in ceramica di Leo Giuliano.

Il Maresciallo si alzava alle sei in punto ogni mattina, faceva colazione e subito, cravatta munito, per il paese gironzolava chiacchierando con questo e con quell'altro. Tutti ne parlavano bene, gran bella persona era. Aveva servito l'Arma in quel di Roma e da pensionato era rientrato a Capracotta. Quella mattina di agosto Mariannina, entrando, aveva subito pensato che c'era qualcosa di strano, la colazione stava ancora sul tavolo come l'aveva preparata la sera prima. Lo aveva trovato in camera, ancora nel letto, immobile, sembrava dormisse serenamente. La grande mietitrice era arrivata e aveva portato con sé il Maresciallo.

Il Notaio di Carovilli, presso cui era custodito il testamento, aveva mandato subito a chiamare l'unico destinatario del lascito. Trattavasi di un tale Alfredo, figlio dell'unica sorella non più in vita del Maresciallo.

Alfredo, 47 anni, viveva a San Pietro, mai lavorato, non sposato, senza casa, devoto al dio Bacco, perennemente squattrinato. La sua dimora da qualche anno era la stazione ferroviaria.

Appresa la notizia l'uomo aveva subito contattato il Notaio, il quale lo aveva informato dell'eredità. Una casa di tre vani, camera cucina bagno con stalluccia per il maiale in giardino, un piccolo terreno da coltivare e un piccolo deposito, circa quindici mila lire, all'ufficio postale, il tutto a Capracotta.

Così Alfredo, che quasi non conosceva lo zio defunto, si ritrovava all'improvviso con una casa e un gruzzolo di soldi, senza avere fatto nulla. Che fortuna!

Era settembre quando era andato a vivere nella nuova casa di Capracotta, ed essendo il nipote di quel brav'uomo del Maresciallo, tutti lo rispettavano e si rendevano disponibili.

Decise di tenere come domestica Mariannina, tanto costava poco.

Dormiva fino mezzogiorno e anche oltre, pranzava, riposava ancora e poi a bere vino in questa o quell'altra taverna fino a notte tarda.

Presto però i paesani scoprirono che aveva una brutta malattia, una delle più terribili, si trattava del morbo del "braccino corto".

Per timore che le lire dello zio potessero finire, Alfredo aveva la libretta in tutti i negozi e presso molti artigiani.

– L'ufficio postale non mi permette ancora di poter prendere le lire che ho ereditato, dovete avere pazienza, è questione di qualche settimana poi pagherò tutti e tutto – diceva ai suoi creditori.

E così il fornaio, il macellaio, il fruttivendolo, la domestica e tanti ancora non potevano far altro che aspettare.

Chi più di tutti doveva avere era il sarto Giovanni, ben sessantamila lire per un meraviglioso tabarro che Alfredo sfoggiava come un pavone per tutto il paese. Questa cosa, però, al sarto non lo faceva dormire, proprio non la mandava giù, ma cosa fare?

Era il pomeriggio del primo sabato di ottobre, il sarto stava davanti alla bottega quando vide passare Alfredo con un porchetto al guinzaglio.

– Dove hai preso quel porchetto? – gli chiese, – E cosa ci devi fare?

Alfredo si avvicinò e iniziò a spiegare. Era stato alla fiera di Carovilli e vedendo il bel porchetto aveva deciso di comperarlo ma costava troppo. Conversando col mercante questi gli aveva detto che a Capracotta conosceva bene il Maresciallo Giuseppe, gran brava persona. Quindi dopo essersi presentato come il nipote del Maresciallo, il mercante gli aveva dato il porchetto:

– Non ti preoccupare, me lo pagherai sabato prossimo quando andrò alla fiera di Agnone.

Una stretta di mano e... addio porchetto. Avendo una comoda stalluccia nel giardino, avrebbe fatto ingrassare ben bene il porchetto e poi, a dicembre, salsicce e prosciutti. Alfredo lo salutò e, con tabarro e porchetto, si avviò verso casa. Il sarto, seguendo con lo sguardo il porchetto, ma soprattutto il tabarro, si lisciava il mento e scuoteva la testa...

Quella sera dietro la finestra che dava sulla bottega del sarto, Pinella, con le sese gonfie di latte, aspettava che si svegliasse il piccolo Enrico. Di solito era un orologio svizzero, a mezzanotte esatta si svegliava, quella sera però tardava e così , mentre lo aspettava, vide due tabarri che quasi furtivamente si infilavano nella bottega del sarto.

Chi potrà mai essere a quest'ora, pensò ad alta voce, ma subito ne arrivò un altro, più alto di quelli di prima, che sicuramente doveva essere il postiere, pensò. Dopo qualche minuto altri due, poi tre, poi uno solo e altri due ancora, poi all'improvviso, come una sirena, il pianto di Enrico. Subito attaccò il piccolo alla sesa e si riaffacciò, ma non si vedevano altri movimenti, solo s'intravedevano una flebile lucina accesa e ombre muoversi nella cucina sopra la bottega.

Chissà cosa mai andavano facendo a quell'ora di notte, pensò Pinella. Con le sese ormai prosciugate si addormentò stringendo a sé il piccolo Enrico.

Da quando i paesani avevano scoperto la "malattia" di Alfredo, tendevano a tenerlo lontano, d'improvviso però, stranamente, tutti diventarono nuovamente molto disponibili nei suoi confronti.

Alfredo non si spiegava quel cambiamento, ma ne era contento, poteva continuare a non pagare nessuno: meglio di così!

Non sapendo come allevare il porchetto, aveva chiesto al macellaio Mario qual era la migliore alimentazione e quale poteva essere il periodo migliore per "fargli la festa".

– Granone e patane ci vogliono, all'Immacolata gli facciamo la festa e poi lo facciamo tutto a salcicce e ventresche, senza fare i prosciutti – gli aveva detto Mario. – I prosciutti era meglio non farli perché – aveva spiegato, – tu sei solo Alfre', e quando te li finisci due prosciutti grandi? Le salcicce invece le fai seccare bene, quindi le mettiamo dentro allo strutto e si mantengono pure un anno.

E così una bella mattina Minguccio il fruttivendolo gli aveva portato a casa un bel sacco di granone e due sacchette di patane:

– Poi me le paghi, pensa a fare ingrassare il porchetto – gli aveva detto andando via.

Qualche giorno dopo anche Nicola, il boscaiolo, gli aveva portato un bel mucchio di legna di faggio, per far seccare bene le salsicce e, come Minguccio, aveva detto:

– Non ti preoccupare, mi pagherai dopo, pensa a seccare bene le salsicce!

Il porchetto era diventato un porchettone, ingrassava ogni giorno di più, cosicché Alfredo chiese a Mario di compiere il cruento gesto il giorno successivo all'Immacolata Concezione, il 9 dicembre.

Così fu. Mario fece un bel lavoro. Dal soffitto della cucina di Alfredo penzolavano ora decine di salsicce e di pancette, tante erano che si dovettero appendere anche in camera da letto e per il corridoio. Terminato il lavoro Mario aveva raccomandato ad Alfredo di tenere sempre un fuocherello acceso e di usare solo legna di faggio. Tempo un mese si sarebbero seccate al punto giusto per essere messe sotto strutto. Alfredo prese molto sul serio la cosa, la mattina accendeva il camino e quando usciva chiedeva a Mariannina di badare al fuoco.

Era il 20 dicembre quando il Postiere gli consegnò una lettera da parte del Sindaco. Nella lettera era scritto che, in onore del compianto Maresciallo, uomo benvoluto da tutta la comunità capracottese, l'amministrazione comunale voleva consegnare una targa commemorativa a lui, unico nipote. La cerimonia era stata fissata per il giorno 12 gennaio, alle sei del pomeriggio presso la sala della Società Artigiani. Il programma prevedeva un discorso del Sindaco con consegna della targa e successivo piccolo rinfresco, qualche bottiglia di vino e panini per tutti. Alfredo accettò l'invito del sindaco con molto entusiasmo e assicurò la sua partecipazione. Intanto continuava di giorno in giorno il suo impegno per seccare le salsicce e le pancette.

Si festeggiò il Natale, si festeggiò il Capodanno, arrivò la Befana e pure il pomeriggio del 12 gennaio.

Le salsicce gli sembravano seccate al punto giusto ma, su consiglio di Mario, da qualche giorno metteva meno legna al fuoco perché altrimenti sarebbero diventate troppo dure.

– Hai fatto un bel lavoro, bravo, qualche giorno ancora e le mettiamo sotto strutto – gli aveva detto Mario.

Erano le cinque e mezza del pomeriggio, dopo aver attizzato il fuoco Alfredo prese il suo meraviglioso tabarro e si avviò verso la Società Artigiani. Quando entrò nella sala, lo stupore fu grande. Tante erano le persone ad aspettarlo che per l'emozione non riusciva a parlare. La cerimonia ebbe inizio. Il Sindaco fece il suo bel discorso, parlò del Maresciallo defunto e parlò anche di lui, nipote di quell'uomo che tanto era stato amato da tutto il paese. La gioia di Alfredo era incontenibile. Terminata la cerimonia, erano circa le sette e mezza, il rinfresco. Sopra un lungo e ampio tavolo due damigiane di vino rosso dominavano la scena, cesti di pane, tante salsicce e belle ventresche, quanta bontà. Tutti bevevano e mangiavano con appetito, nulla avanzò alla fine della serata, pure le cotiche delle pancette avevano mangiato.

Alfredo aveva bevuto così tanto di quel buon vino rosso che, a fatica, traballando, scivolando e sbagliando via, riuscì dopo molte ore, quasi all'alba, a rientrare a casa. Senza nemmeno accendere la luce, tanto era sbronzo, si buttò sul letto e iniziò a russare come un porchetto.

La mattinata era splendida, il sole splendeva alto nel cielo, Alfredo aprì gli occhi e... si udirono urla!

Intanto, seduto accanto alla stufa, il sarto Giovanni sorridendo nella sua bottega si lisciava il mento. Pensò che aveva confezionato un vestito davvero perfetto...


Leo Giuliano

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