• Letteratura Capracottese

Tredici apostoli al Cenacolo della Chiesa Madre di Capracotta


Il dipinto dell'Ultima Cena dietro il coro della Chiesa Madre (foto: A. Mendozzi).

La Chiesa Madre di Capracotta è uno scrigno di tesori. Uno di questi è il grande dipinto dell'Ultima Cena situato in posizione sfortunatissima sul fondo del tempio e, ahimé, poco valorizzato, perché nascosto agli occhi dei fedeli dal dossale in marmo dell'altare maggiore. Don Geremia Carugno (e non solo lui) era convinto che quel quadro fosse opera di Francesco Solimena (1657-1747) - noto come l'Abate Ciccio -, un prolifico artista campano che produsse tele quasi esclusivamente su committenza in tutto il Regno di Napoli. La particolarità dell'opera in questione non sta tanto nella sua fattura - pregevole ma con segni di usura - bensì nella scelta iconografica e teologica. Attorno al tavolo del Cenacolo capracottese sono infatti disposti ben tredici apostoli più Gesù.

Com'è possibile? Tutti sanno che gli apostoli erano dodici e che quella sera, a tavola per l'Ultima Cena, sedettero in tredici, Cristo compreso.

Se si osserva la tela del presunto Solimena, si nota che il Salvatore (che davanti a Sé ha un agnellino pronto per esser mangiato), posto tra un affranto Giovanni e un anziano Pietro, non occupa il centro della scena, poiché questa, all'estrema sinistra, contempla un personaggio tenuto a distanza, in una solitudine che puzza di condanna preventiva: si tratta forse di Giuda Iscariota, il traditore per antonomasia. Dal Medioevo in poi l'iconografia dominante vuole infatti che Giuda venga raffigurato o nel momento del bacio o tenuto in disparte dagli altri apostoli. Qui il suo posto a tavola viene preso dal discepolo Mattia (uno dei più giovani, penultimo a sinistra), che nella tradizione cristiana è il tredicesimo apostolo, colui che quaranta giorni dopo l'Ascensione di Gesù, verrà scelto per reintegrare il numero del collegio apostolico dopo il suicidio dell'Iscariota. Mattia predicherà prima in Giudea e poi in Etiopia, dove sarà infine crocifisso.

Particolare di Giuda.

È probabile che, dietro precise disposizioni del committente, l'artista del dipinto abbia voluto raffigurare tutti i tredici apostoli, come a dire che la Chiesa non teme tradimenti, è ferma e decisa, che la Chiesa è talmente forte da essere invincibile. Questo dettaglio rende dunque l'opera pienamente controriformistica, perché, alla luce degli strascichi dello scisma luterano e dei movimenti che seguirono, sembra voler sottolineare che eventuali defezioni da parte di traditori non possono mettere in pericolo la stabilità di Sancta Mater Ecclesia. La presenza del tredicesimo apostolo troverebbe pertanto spiegazione in chiave di propaganda politico-religiosa. Sebbene la scomparsa di Giuda non sia ancora avvenuta (egli non è più vestito da apostolo e, anzi, fa da servo) il supposto Solimena anticipa già l'avvento di Mattia, il che dà l'idea della tempestività con cui la Chiesa colma i vuoti che si creano in essa a causa della meschinità degli uomini.

Nel dipinto c'è un ulteriore elemento di speculazione teologica. Mi riferisco al grosso tomo poggiato sul leggio alle spalle di Giuda, del quale sono riuscito a trascrivere, con abbondante incertezza, molte parole della pagina di sinistra e poche di quella di destra, da cui però sono emersi, con relativa dose di dubbio, dei versetti sull'olio santo e il profumo (Es 30:22-25):

Il Signore parlò a Mosè: «Procùrati balsami pregiati: mirra vergine per il peso di cinquecento sicli; cinnamòmo profumato, la metà, cioè duecentocinquanta sicli; canna aromatica, duecentocinquanta; cassia, cinquecento sicli, conformi al siclo del santuario; e un hin d'olio d'oliva. Ne farai l'olio per l'unzione sacra, un unguento composto secondo l'arte del profumiere: sarà l'olio per l'unzione sacra».

In quel leggio vengono dunque date delle direttive per preparare l'olio santo e l'incenso da utilizzare nel servizio del tabernacolo. Non solo. L'artista ha voluto rincarare la dose teologale, sottintendendo che, come l'incenso viene spezzato in frammenti, «così Dio mantiene nella mente della gente la riverenza per le sue opere e ci insegna a non profanare né abusare di quello che Dio stesso ci fa sapere. È un grande affronto a Dio prendere in giro le cose sacre e beffarsi della Sua parola e dei Suoi comandi. È molto pericoloso e più mortale utilizzare la fede del vangelo di Cristo per curare i propri interessi mondani».

L'Ultima Cena di Capracotta è quindi ampiamente posteriore al concilio tridentino ed è databile a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo, tanto che se non è opera dell'Abate Ciccio - e io nutro alcune perplessità in merito - lo è perlomeno della sua bottega. Vi spiego ora perché.


Il Cristo di Capracotta e il volto della Chiesa di S. Nicola.

Essendo allo stato attuale impossibile staccare la tela dal muro per poter rintracciare la firma di Francesco Solimena o dare uno sguardo, sul retro, al telaio dell'opera, mi sono basato sul confronto pittorico con altre opere dell'artista napoletano, prime fra tutte i maestosi affreschi sulle volte delle navate della Chiesa di S. Nicola alla Carità di Napoli, l'edificio monumentale che più di tutti conserva opere eseguite dai maggiori pittori del Settecento napoletano. Se paragoniamo il Cristo dell'Ultima Cena della Chiesa Madre di Capracotta con uno dei volti di S. Nicola ci accorgiamo che quello sguardo rivolto verso l'alto - vero e proprio marchio di fabbrica del Solimena - è pressoché identico, così come i bulbi oculari, le arcate sopraccigliari, i capelli mossi, la piega del mento, i muscoli del collo. La differenza sostanziale sta piuttosto nel "tocco", nella pennellata, nel tratto. Qui è forte e grossolano, lì è vago e delicato. Ma ripeto: se l'Ultima Cena di Capracotta non è opera di Francesco Solimena, è sicuramente opera di uno dei suoi tanti allievi.


Francesco Mendozzi

Bibliografia di riferimento:

  • S. Carotenuto, Francesco Solimena: dall'attività giovanile agli anni della maturità (1674-1710), Nuova Cultura, Roma 2015;

  • V. Jacomuzzi, I tredici apostoli: la storia, le immagini, i luoghi, Sei, Torino 2015;

  • F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016;

  • N. Spinosa, Francesco Solimena (1657-1747) e le "Arti a Napoli", Bozzi, Roma 2018;

  • G. Vicedomini, Francesco Solimena: la sua epoca e la nostra, Cromo, Nocera Inferiore 1915.

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