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Gli antefatti storici dell'inimicizia tra Agnone e Capracotta



Per motivare la ragion d'essere dei documenti che presenteremo di seguito sarà utile, anzi necessario, risalire a quei fatti quotidiani che poi fanno la storia di ogni popolo.

Di certo, dobbiamo ricordare che i capracottesi, data la posizione geografica del proprio paese, nel tempo hanno avuto sempre una certa inclinazione a scendere dai propri monti e a trovare una posizione più congrua e dignitosa per il proprio vivere. Tante negli anni passati furono le famiglie quasi al completo che si trasferirono ad Agnone, o che, pur vivendo ancora a Capracotta, ebbero contatti quasi quotidiani con la realtà agnonese per motivi economici, commerciali e lavorativi.

Quale fu l'accoglienza degli agnonesi? I documenti e le testimonianze che riportiamo in queste pagine serviranno a dimostrare quali realmente furono le relazioni tra le due comunità.

Pur avendo a che fare con due popoli volenterosi e ben preparati nelle proprie attività di lavoro e di iniziativa, spesso si notano delle vere e proprie inimicizie e polemiche tra le varie famiglie e i vari casati.

Tutto ciò che abbiamo qui evidenziato o appena accennato viene messo in rilievo nei vari documenti che abbiamo cercato di rilevare nel tempo più o meno lungo in cui le popolazioni agnonese e capracottese hanno avuto modo di frequentarsi, incontrarsi e, perché no, tante volte ritrovarsi a collaborare per cercare insieme un miglior modo per il vivere delle singole famiglie e delle due comunità.

Fin dal XVI secolo, la diversa altitudine, le caratteristiche del territorio, obiettive ragioni di viabilità e collegamenti, una differente densità di popolazione, avevano diversamente caratterizzato le due comunità.

«Agnone, con le sue scuole e convitti – ci dice Paride Bonavolta, la cui famiglia si trasferì da Capracotta ad Agnone nei primi anni del '700 – era da tempo il naturale centro di attrazione da centri anche lontani, tanto da essere definita l'Atene del Sannio. Ma non furono solo le scuole a caratterizzare la città perché, favoriti dai commerci con le regioni vicine, fiorirono anche l'artigianato e il commercio. Come conseguenza ben presto si consolidò una intraprendente borghesia che tra il XVIII e il XIX secolo generò coraggiose iniziative associative in campo bancario, industriale e associativo, che culminarono ai primi del '900 con la realizzazione di una ferrovia privata e e di una centrale idroelettrica. Era quindi inevitabile che molte famiglie capracottesi, o parte di esse, compresa la mia, lasciassero il paese per Agnone, attratte dalle maggiori opportunità lavorative o per avviarsi ad una professione, contando quest'ultima su un buon numero di medici, farmacisti, notai, insegnanti ed avvocati, essendo anche sede di tribunale».

La Rivoluzione francese del 1779 ebbe i suoi effetti anche in Italia, e in modo particolare nel Meridione, al tempo dell'eroica ma sfortunata Rivoluzione napoletana del 1799, già ampiamente trattata in una precedente pubblicazione del nostro Liceo. E anche il Molise fu un territorio dove le idee cardine di detta rivoluzione - liberté, égalité, fraternité - ebbero una grande adesione ed interesse.

Nell'Alto Molise le due fazioni - i seguaci dei Borboni e i nuovi liberali (chiamati giacobini) - sia ad Agnone che a Capracotta si trovarono a fronteggiarsi in un modo spesso violento e disarmante, così da procurare disordini e improvvise adesioni da parte di tutta la popolazione, che si schierava, spesso presa dall'improvvisazione, o con l'una o con l'altra parte. È da presupporre che anche tra i nostri due paesi, i due schieramenti si trovarono "l'uno contro l'altro armato", procurando così disordini e spesso danni irreparabili.

Come nel caso della reazione sanfedista ai danni dei giacobini agnonesi legati al martire Libero Serafini, quando, racconta ancora il Bonavolta: «il mio avo Venanzio, dai testi postunitari ricordato come "un capracottese" sposato ad una agnonese, fu colui che, insieme ad altri, raccolse prove contro i giacobini agnonesi che in realtà erano espressione della ricca borghesia locale che, come comprovato, manu militari aveva voluto imporre ed esportare le idee repubblicane nel circondario, e quindi a Capracotta, sicuramente più legata per le sue origini contadine ai Borboni».

Anche nei fatti legati al periodo risorgimentale, prima alla lotta tra liberali e borbonici e successivamente tra "briganti" e "galantuomini", sia Agnone che Capracotta ebbero un ruolo non indifferente.

A Capracotta la popolazione si divise, ci furono dei rivoltosi che si schierarono decisamente contro un gruppo di liberali tra cui c'era anche il sacerdote Filippo Falconi, parroco del paese; uomo molto dotto e deciso difensore della cosa ecclesiastica. Non sbaglio se, come risulta dalle fonti, affermo che accanto a una storia nazionale del Risorgimento, esiste anche una storia "capracottese" di tale movimento, con fatti e illustri personaggi della nostra cittadina. Potremmo a modo di esempio fare i nomi del chirurgo Fortunato Conti e Stanislao Falconi, grande avvocato e procuratore presso la corte di cassazione del Regno delle Due Sicilie, giurista raffinatissimo. O Padre Giuliano da Capracotta, frate cappuccino, che nel 1860 depone il saio di frate e indossa la camicia rossa, partecipando alla Battaglia del Volturno contro l'esercito borbonico. Vincenzo Di Rienzo, garibaldino, presente a Teano all'incontro tra Garibaldi e il re Vittorio Emanuele II. È medaglia d'argento al valor militare per le campagne 1866-1870.

La comunità agnonese guardò sempre con attenzione e un senso di rispettosa invidia questi personaggi, i quali si affermavano in più campi, come quelli della politica, della giurisdizione e delle scelte di vita più congeniali alle future generazioni.

Anche Agnone tuttavia aveva partecipato agli eventi risorgimentali con numerosi suoi cittadini, come Michele D'Onofrio, amico di Garibaldi - di cui si conserva ancora una lettera autografa - e di Felice Cavallotti, Alessandro Gamberale, Stefano Di Primio, Gelsomino Ferrara, Giuseppe Maria Busico e Vincenzo De Sire. Quest'ultimo si arruolò nell'esercito della Repubblica romana del 1848 e successivamente fu arrestato dalla reazione papalina, passando poi molti anni nelle prigioni borboniche. Per i suoi trascorsi e per la somiglianza fisica con l'eroe dei due mondi, fu soprannominato Garibaldi e con tale nomignolo visse con attestati di stima ed affetto fino alla morte, il 7 febbraio 1890, prima di essere nominato cavaliere del Regno nella ricorrenza del 17 marzo 1890.

Ma fu soprattutto nel periodo successivo all'Unità che i due paesi si confrontarono per più di cinquant'anni sul piano politico-istituzionale, come testimoniato puntualmente dal libro "Il Molise. Dall'Unità alla Repubblica" di Antonio Arduino.

E così nel 1861, appena costituita l'Unità d'Italia, furono definiti anche i collegi politici elettorali; il Molise fu suddiviso in sette collegi aventi per capoluogo rispettivamente Agnone, Boiano, Campobasso, Isernia, Palata, Riccia, Larino. Capracotta, come gli altri paesi dell'Alto Molise fece parte del collegio di Agnone.

Le prime elezioni del 1861 premiarono Ippolito Amicarelli, un sacerdote di Agnone perseguitato dal Borbone.

Gli elettori furono pochissimi: basti pensare che a Napoli Silvio Spaventa, nativo di Bomba e successivamente ministro dei Lavori pubblici nel governo Minghetti, fu uno dei primi eletti con soli 100 voti.

Nelle successive elezioni venne eletto l'agnonese Francesco Saverio Sabelli, che venne poi riconfermato anche nel 1867, al quale, dopo le sue volontarie dimissioni, succedette il sacerdote Giuseppe Tamburi, anche lui dimissionario nel 1869. Cosicché il collegio si rese vacante e cominciò ad essere meta di candidati forestieri non votati nei loro paesi di appartenenza. Agnone divenne quindi "rifugio" di altre regioni per mancanza di un candidato idoneo presente nel collegio.

Questa situazione durò fino al 1876, quando Nicola Falconi di Capracotta si presentò come candidato e fu eletto ottenendo consenso da tutti; consenso che sarà ininterrottamente riconfermato nelle successive candidature. Da alcune fonti postume possiamo dire che Falconi ebbe l'abilità inserirsi al di sopra delle due fazioni agnonesi, il partito di Giovanni Ionata e quello di Francesco Saverio Sabelli, che allora erano in lotta tra di loro, contendendosi il potere amministrativo locale e quello della deputazione provinciale.

Tuttavia vi era tra Agnone e Falconi una certa promessa di ritiro di quest'ultimo qualora si fosse reperito un idoneo candidato agnonese. Questo periodo durò, senza alcun turbamento fino al 1900, ma da quell'anno le cose cominciarono a cambiare, in seguito alla riforma mandamentale, anche a causa del fatto che Pietrabbondante fu distaccata dal mandamento di Agnone e San Pietro Avellana da quello di Capracotta. La reazione di Agnone contro Falconi sfociò in una serie di accuse fatte dai tre periodici editi in quel tempo. Capracotta, patria dello stesso deputato, reagì in modo più chiaro ed inequivocabile con le dimissioni in massa della giunta e dal consiglio municipale; ciò non servì a nulla, in quanto la legge fu approvata a scapito di Agnone e Capracotta.

Agnone continuò la sua battaglia almeno a livello dei giornali e tra questi si distinse "Il Risveglio Sannitico" di Luigi Gamberale. Fu un periodo duro per il nostro Molise, il Volturno stava per essere venduto ai fautori - a detta del Risveglio - che rispondevano ai nomi di Fazio e Veneziale, i quali si dichiararono innocenti e risposero agli attacchi di Gamberale, il quale nei suoi scritti, incriminò anche il deputato capracottese, definendolo amico della cricca di Veneziale. Si cominciò ad opinare in Agnone la candidatura di un esponente locale.

Intanto Falconi era stato nominato senatore del Regno e finalmente Agnone, come era nei patti, riuscì a liberarsi del dominio capracottese. Ma fecero male i calcoli in quanto Falconi aveva già fatto le premesse per la candidatura del nipote, Tommaso Mosca. Il 7 marzo 1909 furono convocati i comizi elettorali e vi fu un'affluenza d'elettori alle urne come non mai, con 1.903.687 votanti su 2.930.437 iscritti.

Ad Agnone gli elettori furono 5.810 e fu eletto, al primo scrutinio, Tommaso Mosca, ministeriale, con 1.715 voti contro i 1.336 riportati da Alessandro Marracino, votato dagli agnonesi e dalla sua Vastogirardi.

A dimostrazione dell'accesa animosità della campagna elettorale, riportiamo due esempi "letterari" (si fa per dire!) di entrambi gli schieramenti.

Il 1 gennaio 1909, un certo Rocco Moauro fu Raimondo di Caccavone, fece pervenire a molte case di notabili di Agnone un foglietto dato alle stampe, dal titolo "Strenna di Capodanno" - il cui originale è conservato presso la Biblioteca "Labanca" di Agnone - frutto, a nostro avviso, della coalizione di tutti i paesi del circondario a favore del candidato capracottese Mosca, contro Agnone.


È sentenza risaputa e da tutti è conosciuta: gli agnonesi nulla fanno senza frode, senza inganno. L'anagramma Agnonesi è: si negano - per due tornesi come fosse un gran tesoro si negano tra di loro. Nega il figlio al genitore; il donatario al donatore; come Giuda traditore negò Cristo redentore. Agnonesi ingannatori o venditori o compratori; sono con tutti fraudolenti, con l'amico o col parente, con la povera e ricca gente. È di Agnone il calderaio, l'orefice e l'ottonaio, l'argentiere ed il ramaio, l'avvocato ed il notaio, non escludo il clero tutto. Sono tutti di una pasta: agnonesi? E tanto basta!


Sempre in quelle votazioni gli agnonesi risposero boicottando la candidatura Mosca con la seguente canzonetta popolare (di anonimo):


Evviva Marracino,

il nostro candidato,

evviva i risveglisti,

evviva il comitato.

Cantate pure

"Evviva Agnone"

il sette marzo,

la votazione.

Viva la nostr'Agnone,

la prima del collegio

che della fitta nebbia

n'ha fatto pregio.

Fuori il duro ghiaccio

e la neve ammucchiata,

fuori li traditori,

fuori la forc'armata,

fuori la camorra

d'una volta detta

che l'immane piovra

male fine aspetta.

Furon sette i peccati

di prima qualità

che il falco ci donó,

che brutta eredità!

Grida fischi abbasso

pur si ripeterà:

fuori falconi, mosche

e capre in quantità.

Cantate pure,

dite così:

Non è per noi

don Tommasì...


Dunque nel 1912, in occasione della riforma elettorale, la lotta tra Agnone e Mosca si riaccese per sfociare questa volta nella forma più violenta e campanilistica nel 1913, quando Mosca venne implicato nello scandalo del Palazzo della Giustizia a Roma e fu quindi costretto a dimettersi. Agnone prese la palla al balzo, questa volta il candidato doveva essere agnonese e la persona più rappresentativa e prestigiosa era Giovanni Piccoli, un ginecologo ostetrico che accettò la candidatura. Mosca rimise il suo mandato parlamentare agli elettori. Si doveva decidere tra Mosca, deputato dimissionario, Marracino di Vastogirardi e Giovanni Piccoli, nuovo candidato agnonese e sul quale Agnone concentrò tutti i suoi sforzi. Gamberale, per favorire la propaganda del Piccoli, lo fece attraverso due periodici e a sua volta per difendersi dai feroci attacchi della stampa agnonese questi risposero con un periodico edito a Capracotta, con il compito di rispondere alle accuse e a sua volta dì accusare pesantemente.

Dunque nessun candidato venne eletto e si dovette ricorrere al ballottaggio che avvenne con Mosca, unico rimasto a causa del ritiro degli avversari. Ma la lotta non era ancora finita, Mosca avrebbe dovuto fare ancora i conti con le elezioni. Marracino sentendosi intruso si ritirò lasciando campo libero. Così gli strascichi elettorali continuarono per altri mesi, ancora dopo le elezioni che continuarono a causa del clima rovente, sia ad Agnone per il tradimento di Ionata in favore di Mosca, sia a Capracotta dove alcuni parenti decisero di non votarlo. Poi venne la guerra e non vi furono più votazioni.

Non possiamo non riportare qui alcuni significativi passaggi del discorso tenuto a Capracotta in occasione del 70° anniversario della sua distruzione dallo storico Raffaele Colapietra che in tal modo descrive - con voluto tono provocatorio - i motivi del "superamento" di Capracotta sulla rivale Agnone e della decadenza di entrambi.

«Nel secolo passato – afferma il noto meridionalista – si è determinato quindi una sorta di vuoto di una città illustre, come Agnone, che non è stata più messa in grado di esercitare quel ruolo attrattivo, coordinativo, dato anche e soprattutto dagli istituti di istruzione e da una classe intellettuale assolutamente incomparabili con tutto il Molise che le era proprio e che è venuto a mancare, mentre, invece, venuto meno più tardi il ruolo comunitario ed egemonico delle grandi famiglie capracottesi, venuta meno la pastorizia, l'Alto Molise è quel deserto, diciamo, o almeno quel difficilissimo luogo di articolazione politica che è ancora oggi».

Nel secondo dopoguerra nel Parlamento italiano furono invece gli agnonesi a prevalere con Remo Sammartino e Bruno Vecchiarelli, che, l'uno senatore e l'altro deputato, furono eletti ininterrottamente dal 1948 al 1992, sostituendosi così al dominio capracottese di Falconi e Mosca, durato dal 1876 al 1912.

E veniamo così ai giorni nostri e alle polemiche non ancora del tutto sopite tra i due paesi dell'Alto Molise.

Come, ad esempio, quella per la paternità della famosa Tavola Osca, prezioso documento e simbolo dei comuni progenitori Sanniti, tuttora conservata al British Museum di Londra.

La vexata quaestio nasce dal fatto che nella bacheca del suddetto museo dove era esposta la tavola, la stessa veniva definita come "Tavola di Agnone", per il semplice fatto che era stata venduta agli inglesi dagli agnonesi e che il primo a farne degli studi specifici era stato il medico e archeologo Francesco Saverio Cremonese di Agnone.

E allora, è giusto dire: Tavola di Agnone o Tavola di Capracotta?

La storia è questa: nel marzo del 1848, un certo Pietro Tisone, bovaro della masseria di Giangregorio Falcone di Capracotta, per caso, scavando una fossa presso la Fonte del Romito, trovò la preziosa lamina di bronzo e la consegnò al suo padrone. Francesco Saverio Cremonese, attraverso l'orefice agnonese Vincenzo Paolo D'Onofrio, che per commercio faceva raccolta di monete, vasettini, scodelline fittili e di altre reliquie antiche, fece pressante richiesta della lamina al Falcone. A stenti e non prima di quattro o cinque mesi quest'ultimo cedette e la lamina passò nelle mani del richiedente; successivamente finì al commerciante romano Alessandro Castellani, quindi a Napoli ed infine - non si è mai capito bene come - nel 1873 passò al British Museum di Londra, pare venduta per 4.000 lire. Insigni studiosi con obiettività ed alto senso di giustizia hanno denunciato il furto del reperto e del nome, diventato ormai vulgata.

Ma una recente notizia, che rende ancor più paradossale l'intera vicenda, apparsa su tutti i giornali locali, ci dice - ironia della sorte! - che, secondo nuove ipotesi di studio, la Tavola è in realtà niente po' po' di meno che di Pietrabbondante!

E infatti, in un incontro tenutosi ad Isernia il 22 gennaio di quest'anno, Bruno Paglione e Paolo Nuvoli, autori del libro "Gli enigma. La Tavola Osca e Pietrabbondante", hanno avanzato il sospetto che il mitico reperto non sia stato trovato tra Agnone e Capracotta, ma che in realtà provenga da Pietrabbondante, come, secondo loro, recenti studi confermano. La qual cosa dovrebbe in un certo senso riavvicinare gli eterni contendenti, questa volta coalizzati insieme contro il nuovo inaspettato nemico: Pietrabbondante!

Al di là di ogni sterile, e ridicolo, campanilismo, secondo noi la questione si risolve semplicemente così: la tavola è stata trovata nel territorio di Capracotta, è stata studiata per la prima volta da un agnonese, e l’unico nome attribuibile - e universalmente riconosciuto dagli studiosi - è quello di "Tavola Osca".

Fine della polemica!


Francesco Paolo Tanzj

 

Fonte: F. P. Tanzj, La storia che ci unisce: storia dell'Alto Molise, San Giorgio, Agnone 2015.

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