• Letteratura Capracottese

Capracotta: una perla ineguagliabile della natura


Via Santa Maria di Loreto nel 1978.

Capracotta: chi non conosce, per lo meno di nome, questo comune molisano tra i più alti d'Italia (m. 1.421) evocatore di inverni memorabili e di estati dolcissime?

Capracotta: un paese risorto dalle ceneri della guerra, bello e lindo, dove alcuni edifici pretenziosi e di scarso gusto mal si accordano con l'architettura sobria dell'abitato.

Una volta centro principale di questa zona montana, ora sopravanzato, sulla strada del turismo da località che nulla hanno di più se non, forse, la intraprendenza specifica dei propri abitanti, ma non la natura stupenda dagli immensi panorami.

Quali le cause di questo arretramento, quali i fattori? Molti e pochi; ma tant'è: oggi Capracotta si accontenta di un turismo di ritorno, alimentato cioè dai suoi stessi cittadini, da oriundi, amici e conoscenti, di un turismo che si esaurisce in pochi giorni.

Le sue strade, vuote per la maggior parte dell'anno, solo in agosto e nei primi di settembre, infatti, si riempiono di gente: di adulti che affollano i bar dando vita ad interminabili partite a tressette e ad accanite passatelle; di giovani che bivaccano nella villa (stupendo palco aereo) o nella piazza (mutilata della torre dell'orologio) in cui portano i sussulti della città in manifestazioni spesso del tutto esibizionistiche, e di forestieri a rimorchio che, per il solo fatto di essere arrivati in paese, esauriscono qui la loro carica vitale, la sete di girare, vedere, conoscere.

È un turismo che nulla ha da spartire con quello di un tempo; un turismo rumoroso e fracassone che tutt'al più si spinge fino a Prato Gentile o a S. Luca, lasciando una scia di sacchetti di plastica e di rifiuti.

Ma Capracotta non finisce nella piazza, nella villa o a S. Luca; Capracotta è qualcosa di più e merita un altro trattamento, maggiore attenzione e rispetto. Non basta arrivare qui per dire di esserci effettivamente stati.

Stare a Capracotta vuol dire fermarsi a guardare il lento fluire di un gregge alle pendici di monte Capraro; posare gli occhi su di un campo fiorito, i cardi violacei, le rapàniche argentate; ascoltare con attenzione il concerto di campanacci dell'armento al pascolo; bivaccare su monte Campo per attendere un'alba mai vista e goduta o alle Crocette dove l'occhio spazia sull'immensa piana di Monteforte, in attesa del tramonto nel cielo di cobalto; sradicarsi dalla macchina e camminare nel bosco dove una lapide ricorda il sacrificio dei fratelli Fiadino; dissetarsi alla sorgente di Pesco Bertino o alla fonte Brecciara dall'acqua medicamentosa; discorrere con i vecchi ed assorbire i sali della loro saggezza, della loro filosofia; colloquiare con le donne veraci, istintive, decise, non contaminate e ammorbidite dalla vita di città.

Vuol dire ancora raccogliere fragole aromatiche e lamponi e funghi; vuol dire accorgersi del profumo intenso dei prati; estasiarsi a mirare il cielo stellato e la valle ricca di luci dal belvedere della Chiesa Madre; riempire di aria frizzante, i polmoni umiliati dagli scarichi cittadini, e tante cose ancora.

Questa è Capracotta che, forse, a dispetto dei suoi, resta una perla ineguagliabile della natura, un posto felice, un'oasi salubrissima, in un mondo inquinato, capace di far esclamare ad un poeta popolare: «aria de Capracotta, aria gentile: viiate a chi ce te la nnammurata».


Prato Gentile durante la Pezzata negli anni '70.

In verità l'innamorata qui ce l'hanno tutti i capracottesi: vecchi e bambini, uomini e donne e, incredibile ma vero, in comune; è un amore che non genera gelosie però, ma accomuna e lega gente cresciuta nel culto delle fazioni che ancora tardano a scomparire; è un amore devoto, infinito, che periodicamente si rinnova ed accresce.

E Lei, l'oggetto di tanta passione, non tradisce i suoi fedeli; li aspetta da sempre in un piccolo edificio posto qualche chilometro prima del paese, là dove la montagna si restringe aprendosi, a guisa di balconata, sulle valli del Sangro e del Trigno.

Da secoli scruta il loro apparire, li segue quando ripartono, li accompagna nel loro atavico andare per il mondo.

Chi è questa incomparabile donna, suscitatrice di tanti affetti? È la Madonna di Loreto che poco o nulla dice a quelli che non sono di Capracotta, ma che rappresenta tutto - casa, famiglia, lavoro, gioie, dolori - per quanti su questi monti hanno avuto i natali.

Per la Madonnina i capracottesi veraci stravedono; ne hanno fiducia piena, immensa, che niente può scalfire. Valga per tutti un esempio.

Quando la furia della guerra si abbatté su Capracotta apportando distruzione e morte, tra gli sfollati accampati alla meglio nel cimitero, una donna si lamentava:

– Madonna di Loreto, perché hai permesso questo disastro?

Ed una sua amica, quasi scandalizzata:

– Non è stata la Madonnina; l'ho sognata stanotte e mi ha detto che è stata la Madonna del Carmine.

E non poteva essere altrimenti: Lei che da oltre quattrocento anni veglia su questa gente; gente riunitasi a migliaia per degnamente celebrarla in quest'anno in cui la sua chiesetta è stata elevata a santuario.

È stato uno spettacolo unico l'omaggio di tutti alla Madonna di Loreto, con in testa i rappresentanti della vecchia Società pastori i quali, con i loro cavalli l'hanno scortata e salutata, a ricordo di un rito antico che i progenitori rinnovavano ogni volta, prima di iniziare il loro andare lungo il tratturo, diretti in Puglia per ivi svernare con le greggi.

Era l'ultima cosa cara che salutavano andando via, era la prima amica che incontravano tornando quassù, quando i prati rinverdivano.

Lo è ancora: l'ultima e la prima, per le migliaia di capracottesi, migratori per istinto e per destino, partiti per ogni dove.


Ze n'ema ì, z'ema lassà

ma la Madonna ema preà,

l'ema preà la notte e dì

ca a Capracotta ema sempre armenì.


Ora la piazza è deserta; tra gli alberi della villa, sgombra e silenziosa, è possibile riudire il cinguettìo degli uccelli; le strade, già invase dalle macchine, sono vuote ed i bambini ne hanno ripreso possesso.

I vecchi, sul limitare degli usci, seduti al sole settembrino di questo dolcissimo e delicato scampolo d'estate, commentano e, centellinando il tempo che scorre, sperano nell'estate prossima.

Nei boschi le foglie si indorano: l'autunno è alle porte.


Nicolino Camposarcuno

Fonte: N. Camposarcuno, Capracotta: una perla ineguagliabile della natura, in «Il Gazzettino», VII, Ripalimosani, ottobre 1978.

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