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Le guaritrici di paese


Capracotta Donne Circolo
Donne capracottesi al Circolo d'Unione.

La mia indagine sulle guaritrici dei paesi non ha avuto grande successo. Nonostante mi sia fatta aiutare da amiche originarie di questi luoghi, è stato molto complicato trovare donne disponibili a raccontare le loro esperienze e conoscenze sulle pratiche di guarigione del territorio, anche con coloro con le quali si è instaurato un rapporto di fiducia e confidenza. Alcune di loro non si sono sentite di rispondere alle mie domande perché il prete del paese ritiene questi temi sconvenienti e sacrileghi. Questo mi ha fatto capire quanto gli argomenti legati alle arti magiche e alla guarigione siano tutt'ora un tabù che fa paura e quanto si cerchi di allontanarli semplicemente relegandoli nei luoghi più reconditi della mente. Insomma, la questione è tutt'oggi in sospeso e il silenzio non aiuta a fare chiarezza. A livello individuale la disponibilità e la voglia di parlare e condividere è forte, ma lo è altrettanto il timore di risvegliare antiche questioni sopite nella memoria.

Sono soprattutto le donne che ancora praticano le arti di guarigione e, fino a qualche decennio fa, ogni paese aveva anche più figure di riferimento, generalmente ognuna con compiti e poteri diversi. La loro arte sta nel percepire ciò che porta il maleficio, che nei casi più comuni è l'effetto di un'azione più o meno volontaria nata dall'invidia o dalla cattiveria e che si riversa sul destinatario, il quale può essere sia una persona che un oggetto. Uno sguardo, un gesto o una parola, molto spesso agiti senza consapevolezza, possono avere conseguenze nefaste sulla riuscita di un lavoro, sull'integrità di un oggetto o sulla salute di chi li riceve. La parola stessa malocchio spiega in modo efficace questo processo che, se ci riflettiamo profondamente, è una pratica pressoché quotidiana che tutti eseguiamo senza accorgercene ancora oggi e che anche i moderni percorsi di consapevolezza tentano di riportare all'attenzione di chi la agisce. Intuisco come le donne in passato prestassero molta attenzione ai rapporti umani nella comunità, mantenendo la connessione viva e attiva tra i mondi, non solo attraverso le pratiche dei rituali di guarigione ma nelle azioni quotidiane: questa sensibilità, che oggi potremmo considerare "speciale", era parte naturale della vita, il sesto senso che era il senso stesso della vita perché le dava significato. La modernità, perciò, non ha affatto cancellato queste dinamiche ma le ha celate e allontanate dalla consapevolezza collettiva, denigrandole e fingendo che non esistono.

Il maleficio diventa magheria quando è esercitato da un mago, una maga o da una qualsiasi entità non fisica. A San Buono, un paese medievale sulle colline abruzzesi, mi è stato riferito di donne che, così come potevano curare le malattie, le potevano anche provocare: intorno a loro si era perciò creato un clima di terrore, alimentato da coloro che venivano presi di mira per dispetti, vendette e inimicizie di paese.

Il compito della guaritrice perciò è di fare da tramite tra il mondo visibile e invisibile per identificare la causa del problema e ristabilire un nuovo equilibrio sia dell'individuo che della comunità attraverso il corpo del/la malato/a.

Le segnature sono i riti di cura utilizzati da sempre non soltanto per guarire ferite, malanni, herpes, sciatica, ascessi etc.. ma anche per ritrovare oggetti perduti, calmare gli agenti atmosferici, togliere le paure e il malocchio. Il loro nome deriva dai gesti ripetuti durante la recitazione delle formule, tra cui il segno della croce. Tali formule sono sussurrate a voce bassa in dialetto e si fondono con la gestualità rituale e con l'utilizzo di attrezzature casalinghe facilmente reperibili negli ambienti rurali e di uso quotidiano. Le formule mormorate sottovoce sono spesso cariche di riferimenti religiosi: si invoca la Madonna, Gesù, sante e santi a cui si chiede intercessione, oppure si racconta una breve storia che li vede protagonisti, oppure ancora ci si riferisce direttamente al malanno chiedendogli di andarsene. La ripetizione dei gesti e delle litanie è parte integrante del rito ed è legata al numero tre e ai suoi multipli.

Conosciamo bene la simbologia di questo numero associata al ciclo lunare che in ambito contadino è sempre stato il punto di riferimento anche per la coltivazione e la predizione delle stagioni, pratica fondamentale per evitare di perdere i raccolti stagionali e assicurarsi il cibo in inverno. La transizione della luna è osservata anche per la scelta del momento adatto per fare il rito: alcuni in luna calante, altri in crescente e altri ancora con la luna nera. Queste conoscenze nel tempo hanno assunto una forma religiosa che ha permesso il tramando fino ai giorni nostri, ma la loro origine è indubbiamente arcaica e magico-sciamanica e, inoltre, rivela una conoscenza profonda dei movimenti celesti legati ai cicli della terra: come sopra, così sotto.

La pratica più diffusa dalle guaritrici sannite è quella di incantare il malocchio per scacciare malanni e allontanare invidie e cattiverie. Il verbo "incantare" che si usa nei dialetti locali è un esplicito rimando agli incantesimi e la dice lunga sul potere della parola e del in-canto come forma di espressione dell'intenzione magica del canto.

Queste formule vengono tutt'ora trasmesse oralmente dalle donne in giorni particolari della settimana oppure nei periodi delle feste religiose, facilmente riconducibili alle celebrazioni contadine della ruota dell'anno: al di fuori di queste occasioni, la litania è solo sussurrata e non può essere pronunciata ad alta voce o al di fuori del rito, pena la capacità stessa di poterlo operare. Il potere di questa pratica consiste nel connettere la malattia o l'evento al mito di riferimento e ai suoi simboli, annullando il distacco della comunità dalla sua fonte di Vita: l'intento della guaritrice consiste, infatti, nel ricordare e ripetere le azioni primordiali che hanno garantito l'ordine primevo, riproponendo la narrazione che da significato alla comunità stessa e che, in qualsiasi momento, sa riconnetterla al tempo delle origini.

Un'altra pratica molto comune, che nel tempo è diventata parte integrante del linguaggio dialettale, è quella dello scongiuro: un gesto o una formula apotropaica utilizzati per allontanare gli influssi maligni non solo dalle guaritrici, ma dalle donne in generale. Considerato prettamente scaramantico per i canoni della modernità, in realtà lo scongiuro rappresenta un vero e proprio atto di pulizia del campo morfogenetico che porta anche alla guarigione fisica. Può essere una breve esclamazione oppure un gesto come il segno della croce e, di solito, viene usato preventivamente per allontanare l'esito negativo di un evento. Anche queste formule sono state nel tempo inglobate dal linguaggio cattolico, anche se nelle loro forme dialettali rimangono riminiscenze arcaiche. "Che Dio lo/la benedica" è una delle frasi più usate tutt'oggi, anche quando si fanno complimenti e lodi che potrebbero derivare dall'invidia - e perciò maledire - il pane in lievitazione, il raccolto dei campi o i bambini appena nati. Lo scongiuro, quindi, pone l'attenzione a ciò che si nomina o che viene nominato perché il potere della parola è quello di portare il pensiero nella materia, creando la realtà.

Infine, in diversi paesi si parla di donne con veri e propri poteri taumaturgici, come nel caso di Marianna di Castiglione Messer Marino, un paesino di montagna sull'Appennino abruzzese. Conosciuta come "la Mammina", Marianna era la levatrice di paese che curava anche dolori articolari, massaggiando la parte lesa e, nei casi di rottura, ingessando l'arto. La sua manipolazione portava ad una riduzione del dolore, tanto che anche medici e dottori si curavano da lei e ne consigliavano i trattamenti ai pazienti più difficili. A Capracotta, nell'Alto Molise, si racconta di Vincenza detta "Cenzella la Fata" - classe 1895 - che aveva poteri pranoterapici e utilizzava piante e oggetti della tradizione contadina per curare i mali più complessi.

In questi casi il verbo dialettale non è incantare ma risanare e il trattamento avveniva attraverso l'uso delle mani e in silenzio, sottolineando una natura più fisica e, allo stesso tempo, un potere specifico e innato della guaritrice.

Ciò che accomuna queste pratiche è l'assoluta gratuità: la guaritrice si mette al servizio della comunità per il bene della stessa e il chiedere denaro è sentito come una rottura dell'equilibrio tra malato/a, malattia, guarigione e guaritrice.


Maria figlia di Adriana

 

Fonte: Maria figlia di Adriana, Donne, guarigione e comunità nel Sannio, Scuola delle Donne, 2022.

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