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La leggenda della torre


La Torre del Sinarca a Termoli (CB).

La città che ci ospita attualmente era presidiata da quasi cinquecento uomini armati comandati da un condottiero che veniva dall'altra sponda dell'Adriatico. Non si sapeva esattamente quale fosse la sua terra d'origine, se la Dalmazia, il Montenegro o l'Albania. Darko si faceva chiamare ed era una persona che non permetteva che si commettessero errori in battaglia. Dai sottoposti esigeva dedizione assoluta oltre a fedeltà ed obbedienza ai comandi. Il reggente di Benevento non si fidava dei condottieri italiani, per cui aveva fatto cercare uno straniero per quell'impegno in una zona di grande interesse strategico. Suo luogotenente, braccio destro e persona in cui riponeva grande fiducia, era un giovane nobile discendente da un figlio naturale di Carlo I d'Angiò. Affinché tu possa comprendere meglio, devo andare indietro nel tempo. Nel 1266, come ti ho detto prima, Carlo aveva sconfitto Manfredi proprio a Benevento. In quell'occasione il re francese fu ferito al torace e portato nel castello di un nobiluomo locale.

– Aprite! Abbiamo un ferito. – Parlava il comandante del drappello di armati di Carlo d'Angiò, che si era staccato dal grosso delle truppe per trovare un rifugio al re ferito, alla fine della battaglia vinta contro Manfredi. Si rivolgeva agli armigeri di guardia al ponte levatoio del primo castello che avevano incontrato.

– Diteci chi siete e in quanti siete – fu la risposta.

– Siamo trenta francesi ed abbiamo con noi un ferito che ha bisogno di cure.

Il capo degli armati lasciò la postazione e corse dal suo padrone con la richiesta dei francesi.

– Che tutti lascino le armi al posto di guardia. Che i cavalli vengano radunati al centro del piazzale d'armi. Fa salire da me soltanto il comandante con il ferito. Se il ferito non può camminare permetti ad altri due di trasportarlo. Accompagnali tu con quattro dei nostri. Che gli stranieri siano sempre attentamente controllati e che i nostri siano sempre bene armati. State attenti perché non conosciamo le reali intenzioni di costoro.

Per timore di rappresaglie, i francesi non volevano che alcuno sapesse che il ferito era Carlo d'Angiò. Per farla breve, la figlia del castellano curò il re e lo seguì amorevolmente per tutto il tempo che rimase ospite della casa. A quanto si dice, aveva dato un importante contributo nel salvargli la vita. Re Carlo rimase colpito dalla bellezza e dalla dolcezza della giovane "infermiera" a tal punto che se ne innamorò. Era ricambiato dalla donna che rimase incinta prima che lui abbandonasse il castello. Poiché la ragazza non era di sangue reale, per ovvi motivi dinastici, al re non fu permesso di sposarla. La donna ebbe in dote da lui delle ricche terre che confinavano con il territorio di Sulmona e nell'Alto Molise, nei pressi di Isernia. La ragazza, memore di quanto aveva vissuto e di quanto aveva sofferto per non aver potuto avere vicino chi amava, non si accasò mai e visse nel castello del padre. Lavorò intensamente, anche dopo la morte del vecchio, per potenziare i possedimenti, ampliarli e consegnare al figlio un casato solido, non solo nei confini ma anche nelle finanze. Il giovane sapeva chi era suo padre, ma non ne era molto fiero. Cercava di non parlarne né desiderava che altri toccassero quell'argomento. Egli seguiva le terre di proprietà portandosi nelle varie località sgravando così la madre dall'obbligo di spostarsi frequentemente. L'avventura negativa che aveva subito la madre e gli insegnamenti avuti in famiglia avevano accentuato di molto la sua sensibilità alle sventure degli altri, per cui aiutava le "anime" che abitavano i suoi territori e lavoravano per il suo casato. Giornalmente si esercitava all'uso delle armi e voleva che fosse sempre attivo e pronto ad ogni evento un manipolo di cinquanta armati, tutti giovani fidati della zona, non soldati di ventura quindi, che lui personalmente selezionava. Si recava a rotazione presso le sue fattorie per cui conosceva tutti i componenti delle famiglie.

Un giorno stava percorrendo a cavallo la strada che da Agnone sale verso Capracotta per portarsi sull'altipiano che sovrasta Isernia. Doveva raggiungere le alte malghe dove, durante i mesi estivi, dimoravano le sue mucche. Aveva poco più di diciannove anni. Passò vicino ad una radura dove stavano pascolando delle pecore seguite da una ragazzina. Alcune bestie stavano allontanandosi dal gregge ed il cane faticava molto nel farle rientrare. Deviò dal suo percorso e riuscì a ricompattare il gregge. La pastorella, timorosa, lo ringraziò con deferenza. Poiché non l'aveva mai vista prima d'allora, le chiese chi fosse.

– Signore, abito nella fattoria di Giovanni. Non ho nessuno. E seguo le pecore.

La giovinetta non sapeva con chi stesse parlando. Era una ragazzina. Poco più che una bambina, ma molto bella, gentile, delicata. Quel volto rimase impresso nel cervello e nel cuore del giovane padrone. Giunto che fu alle malghe, ascoltò con la solita attenzione quanto dovevano dirgli i responsabili del suo bestiame, ma, subito dopo, partì al galoppo per arrivare prima possibile alla fattoria seguita dal suo dipendente Giovanni. Appena entrato nel cortile abbandonò il cavallo al primo ragazzo che vide per correre alla casa. Il fattore si inchinò e si genuflesse.

– Spero che il viaggio sia stato tranquillo e che le mandrie stiano bene e siano seguite attentamente.

– Sì. Sì. Tutto bene. – disse frettolosamente, perché voleva sapere ciò che più gli interessava.

– Ma... dimmi, Giovanni, vive qui, da te, una giovinetta che segue le nostre pecore?

– Sì, mio signore. Ti prego di non adirarti, ma è orfana. Non ha alcuno che possa aiutarla, per cui l'Evelina mi ha chiesto il permesso di tenerla con noi. Come voi sapete, o mio signore, ho una figlia della stessa età. La piccola orfana non disturba e, sapete, non costa perché mangia poco, gli avanzi. Le due bambine dormono assieme, sullo stesso pagliericcio.

– Da sempre so che tua moglie è una santa. Ha sempre il cuore aperto nell'accogliere i miseri. Salutala a nome mio e dille che ne riparleremo.

Giovanni annuì, perplesso. Non sapeva come interpretare ciò che gli aveva detto il suo signore e padrone.

Il nobiluomo si congedò per far rientro al castello.

Raccontò alla madre tutto sulle mandrie, sulle pecore, sulla produzione di olio, di vino e di grano. Quando ebbe concluso quella parte, ed agganciandosi alla tenuta seguita da Giovanni, cercando di essere più disinvolto possibile, e volendo dare il minor risalto all'argomento, quasi fosse una notizia di nessuna importanza, disse alla madre che l'Evelina, nella sua enorme bontà dava ospitalità ad un'orfana, di ambedue i genitori, e la faceva dormire con la figlia.

Il giovane non si era mai interessato ad alcuna ragazza, fino ad allora, per cui l'accenno ad una fanciulla fu interpretato dalla madre nel modo più appropriato. Parlarono ancora di qualche problema economico. E la castellana lasciò che il figlio esponesse tutto ciò che doveva presentare e, quando il giovane ebbe esauriti tutti gli argomenti, diede il suo giudizio sull'andamento delle tenute. Si guardò bene dal parlare della giovinetta. Volle tenere il figlio in uno stato di tensione per qualche minuto, perché aveva compreso che era stato colpito dalla fanciulla. Parlò ancora di amministrazione e si accorse che quanto andava dicendo interessava molto poco al giovane che era lontano con i pensieri perché fissava il caminetto dove un grosso tronco di quercia stava bruciando e lanciava grosse lingue di fuoco verso il camino. Ogni qualtanto la nobildonna doveva farsi forza per non esternare l'ilarità che provava vedendo lo sguardo indifferente del figlio che volava verso i monti. Alla fine, con noncuranza, buttò lì una frase:

– Mi farebbe comodo avere con me una ragazza, od una fanciulla, che accudisse le mie cose. Diciamo che potrebbe farmi comodo una giovane dama di compagnia.

Il ragazzo si scosse dai suoi pensieri, rientrò immediatamente in casa con il cervello ed il cuore e sobbalzò sulla sedia:

– Credo proprio che quella ragazzina, di cui ti ho parlato prima, potrebbe essere perfetta in quel ruolo.

Non c'erano barriere tra loro. I loro pensieri erano trasparenti ed improntati su un'amicizia profonda e sincera. Per cui così si espresse la castellana:

– Ah! Ah! Il birboncello c'è cascato. La pastorella ha colpito nel segno, vero?

– Direi proprio di sì, mamma.

Così la giovane orfana fu chiamata a vivere nel castello della padrona.


Ennio Furlani

 

Fonte: E. Furlani, La leggenda della Torre Saracena, Editreg, Trieste 2007.

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