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Pianto su le rovine natie

  • Immagine del redattore: Letteratura Capracottese
    Letteratura Capracottese
  • 8 lug
  • Tempo di lettura: 3 min

Le rovine di Capracotta dal campanile della Chiesa Madre.
Le rovine di Capracotta dal campanile della Chiesa Madre.

Ormai volsero tant'anni e tante

tempeste e turbini si riversano

su la mia terra ed ella ancor si regge,

guardando dalla rocca sua vetusta

e monti e valli... Ma qual fero orrore

or vedo là dei monti in su la cima?

Che fiamme sono? Qual periglio e morte?...

Antiveder crudele, ingannatore!...

Là tra quel crudo foco io riconosco

de le trascorse età il suol natio...


O Capracotta, terra mia natale,

qual vergin donna al nero suol prostrata,

di sangue intrisa, e con le bionde chiome

pendenti incolte sul tuo nudo petto,

mancar ti veggo ne l'estremo affanno...

Tu, che feconda un dì vita mi desti,

o Madre, e come un disco mi lanciasti

sugl'impetuosi vanni della vita...

Cruente veggo le crollate mura

delle tue case, mucchi di macerie

caotiche e confuse diventate,

ora annerite dall'orrendo scoppio

della nitrica polvere nefasta.


Non disperar: sebben nella sventura,

resti tuttora la signora eccelsa,

che gradevoli effonde effluvi verdi

d'annose piante con teneri virgulti

di crescenza ansiosi:

sollevati orsù da la rovina,

o Capracotta mia, bianca regina...


De le memorie, al sol vederti, il grido

de le trascorse età, nel cor mi scende

quasi lampo guizzante in notte oscura...

Felice tempo, oh quante rimembranze

dei tuoi sereni giorni a me lasciasti!

Quanti ricordi dell'età primiera,

di quando, già io fanciulletto, andavo

infra i tuoi boschi allor che primavera

tutto ravviva e indora!


È allor che, imperversando il freddo inverno,

giocavo coi fanciulli sulla neve

a costruir ridicoli pupazzi!...

Oh i primi anni di fanciullezza mia

e di felicità, volaron presto,

svaniron com'un'ombra bianca e ria!...

Ne la mia mente, impressi i lineamenti

dei monti, e i boschi e le foreste e i campi,

le fredde nubi e gl'impetuosi venti...


E quando, già, da te, io grandicello

m'allontanai seguendo il mio destino,

sussurrava in quel dì un venticello

e par che ripetea per sempre: «Addio!...»

Addio, addio, riveder non spero

le belle valli d’armi or ricoperte,

non più io ascolterò della campana

il suon che in su la sera silenziosa

inteneriva il cor de la tua gente!...

Ahi, crudel speranza ingannatrice,

tu m'allettavi e vaga a me splendevi

per un ritorno bello e assai felice...

Amara delusion, in preda a fiamme

io veggio il paesel solingo e caro!...

E la tua prole? La tua prole amata

errante scorgo fra straniere terre,

che va cercando il pan per non morire:

triste sen va ed abbattuta e affranta,

ancor piangendo la magion perduta!...


Tu cadesti, ma allor che anelante

si sprigionò dal petto tuo la vita,

col guardo crudo di felin morente,

gli assalitor vedesti senza speme

dai monti tuoi fuggir precipitosi

verso il fecondo pian ad occidente...

Al par di Cuma la veggente vate,

con tono fiero e vindice giurasti:

«Ah, fia tempo, stranier, che le chiomate

teste nell’ima polve abbasserai!...»

Sì dicendo, lo spirito rendesti:

e le case crollaro e le tue torri!...


Rimangon sol eterni testimoni

i monti e i colli, de la tua rovina,

le pietre e i massi, i ruderi superni.

Riman nel suol natal Monte Ciglione,

nella sua forma conica svettante,

accanto all’altro mitico gigante

di Monte Campo, che festoso accoglie

gitanti a frotte nei sereni giorni;

e dirimpetto, col cipiglio fiero

d'una superba maestà selvaggia,

Monte Capraro spettator s'aderge

sdegnoso e impavido del crollo acerbo...


Ma tu, o Monte Campo, che vedesti

quel sì tremendo eccidio e tal caduta,

perché li massi tuoi tu non lanciasti?...

Perché, o neve, o freddo, non spegneste

quell'alte fiamme dal baglior sinistro?...

Ahimé, adesso sol, la fumigante

coprite lieve sua rovin mortale!...


Venne calendimaggio e nei tramonti

cosparsi di bagliore e di mestizia,

l'aurato sol l'etere tua baciava

di fumo e polve aspersa orrendamente

e il gorgogliante sangue dei tuoi figli,

ancora sparso in su la terra amica,

a render triste la verdura aprica...


E quando un tempo, un pellegrin d'affanno,

col viso smunto ed irto il biondo crine,

vagherà mestamente sui tuoi monti:

riconoscilo ben: non reca inganno!...

E pien di patrio amor le tue rovine

piangendo abbraccerà e sospirando:

«Alma terra natal, – dirà, – io canto

gl'infausti dì del lutto e i dì radiosi

della speranza!»


Antonio De Simone

Fonte: F. Mendozzi, Prima antologia di poeti capracottesi, Youcanprint, Lecce 2023.

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