Pianto su le rovine natie
- Letteratura Capracottese
- 8 lug
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Ormai volsero tant'anni e tante
tempeste e turbini si riversano
su la mia terra ed ella ancor si regge,
guardando dalla rocca sua vetusta
e monti e valli... Ma qual fero orrore
or vedo là dei monti in su la cima?
Che fiamme sono? Qual periglio e morte?...
Antiveder crudele, ingannatore!...
Là tra quel crudo foco io riconosco
de le trascorse età il suol natio...
O Capracotta, terra mia natale,
qual vergin donna al nero suol prostrata,
di sangue intrisa, e con le bionde chiome
pendenti incolte sul tuo nudo petto,
mancar ti veggo ne l'estremo affanno...
Tu, che feconda un dì vita mi desti,
o Madre, e come un disco mi lanciasti
sugl'impetuosi vanni della vita...
Cruente veggo le crollate mura
delle tue case, mucchi di macerie
caotiche e confuse diventate,
ora annerite dall'orrendo scoppio
della nitrica polvere nefasta.
Non disperar: sebben nella sventura,
resti tuttora la signora eccelsa,
che gradevoli effonde effluvi verdi
d'annose piante con teneri virgulti
di crescenza ansiosi:
sollevati orsù da la rovina,
o Capracotta mia, bianca regina...
De le memorie, al sol vederti, il grido
de le trascorse età, nel cor mi scende
quasi lampo guizzante in notte oscura...
Felice tempo, oh quante rimembranze
dei tuoi sereni giorni a me lasciasti!
Quanti ricordi dell'età primiera,
di quando, già io fanciulletto, andavo
infra i tuoi boschi allor che primavera
tutto ravviva e indora!
È allor che, imperversando il freddo inverno,
giocavo coi fanciulli sulla neve
a costruir ridicoli pupazzi!...
Oh i primi anni di fanciullezza mia
e di felicità, volaron presto,
svaniron com'un'ombra bianca e ria!...
Ne la mia mente, impressi i lineamenti
dei monti, e i boschi e le foreste e i campi,
le fredde nubi e gl'impetuosi venti...
E quando, già, da te, io grandicello
m'allontanai seguendo il mio destino,
sussurrava in quel dì un venticello
e par che ripetea per sempre: «Addio!...»
Addio, addio, riveder non spero
le belle valli d’armi or ricoperte,
non più io ascolterò della campana
il suon che in su la sera silenziosa
inteneriva il cor de la tua gente!...
Ahi, crudel speranza ingannatrice,
tu m'allettavi e vaga a me splendevi
per un ritorno bello e assai felice...
Amara delusion, in preda a fiamme
io veggio il paesel solingo e caro!...
E la tua prole? La tua prole amata
errante scorgo fra straniere terre,
che va cercando il pan per non morire:
triste sen va ed abbattuta e affranta,
ancor piangendo la magion perduta!...
Tu cadesti, ma allor che anelante
si sprigionò dal petto tuo la vita,
col guardo crudo di felin morente,
gli assalitor vedesti senza speme
dai monti tuoi fuggir precipitosi
verso il fecondo pian ad occidente...
Al par di Cuma la veggente vate,
con tono fiero e vindice giurasti:
«Ah, fia tempo, stranier, che le chiomate
teste nell’ima polve abbasserai!...»
Sì dicendo, lo spirito rendesti:
e le case crollaro e le tue torri!...
Rimangon sol eterni testimoni
i monti e i colli, de la tua rovina,
le pietre e i massi, i ruderi superni.
Riman nel suol natal Monte Ciglione,
nella sua forma conica svettante,
accanto all’altro mitico gigante
di Monte Campo, che festoso accoglie
gitanti a frotte nei sereni giorni;
e dirimpetto, col cipiglio fiero
d'una superba maestà selvaggia,
Monte Capraro spettator s'aderge
sdegnoso e impavido del crollo acerbo...
Ma tu, o Monte Campo, che vedesti
quel sì tremendo eccidio e tal caduta,
perché li massi tuoi tu non lanciasti?...
Perché, o neve, o freddo, non spegneste
quell'alte fiamme dal baglior sinistro?...
Ahimé, adesso sol, la fumigante
coprite lieve sua rovin mortale!...
Venne calendimaggio e nei tramonti
cosparsi di bagliore e di mestizia,
l'aurato sol l'etere tua baciava
di fumo e polve aspersa orrendamente
e il gorgogliante sangue dei tuoi figli,
ancora sparso in su la terra amica,
a render triste la verdura aprica...
E quando un tempo, un pellegrin d'affanno,
col viso smunto ed irto il biondo crine,
vagherà mestamente sui tuoi monti:
riconoscilo ben: non reca inganno!...
E pien di patrio amor le tue rovine
piangendo abbraccerà e sospirando:
«Alma terra natal, – dirà, – io canto
gl'infausti dì del lutto e i dì radiosi
della speranza!»
Antonio De Simone
Fonte: F. Mendozzi, Prima antologia di poeti capracottesi, Youcanprint, Lecce 2023.


