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Storia dei 7 partigiani capracottesi


Italo Potena a pranzo con Dario Fo e Franca Rame.

Il 25 aprile 2023, anniversario della Liberazione d'Italia dal nazismo per mano dell'esercito angloamericano e dei partigiani italiani, ho avuto uno scambio di battute con Pierino Di Tella, assessore del Comune di Capracotta, il quale, dopo aver celebrato la giornata presso il monumento che ricorda la barbara uccisione di Rodolfo e Gasperino Fiadino avvenuta il 4 novembre 1943 in località Sotto il Monte, mi ha scritto che l'intento del 25 aprile capracottese è quello di «rendere omaggio a due patrioti morti per la nostra libertà odierna».

In effetti, nonostante l'uso scellerato che della parola ha fatto la destra sovranista (cavalcando l'onda elettorale di Donald Trump), quello dei «patrioti» era un appellativo utilizzato dai partigiani - e per i partigiani - durante la guerra civile che ha dilaniato l'Italia all'indomani dello scriteriato armistizio dell'8 settembre '43. All'assessore Di Tella ho quindi confidato la mia opinione, secondo cui «quella dei Fiadino fu probabilmente un'azione legata più ai valori della carità cristiana che non a quelli dell'antifascismo, il che non toglie nulla al loro sacrificio, barbaramente uccisi da soldataglia infame di un esercito infame di una guerra infame voluta dal fascismo».

All'uopo gli ho ricordato la figura del sarto Ciro Giuliano che, grazie agli studi di Mario Avagliano, ho scoperto far parte della resistenza romana, tanto che casa sua era il rifugio di importanti comandanti partigiani, come Giuseppe di Montezemolo e Guido Accame (qui). Tuttavia la qualifica di «patrioti» (quindi partigiani) ai fratelli Fiadino non la reputo storicamente corretta. A mio avviso l'episodio dei fratelli Fiadino va letto sì nel solco della "resistenza passiva" ma non in quello della lotta partigiana.

A guerra finita, infatti, furono tanti ad autoproclamarsi partigiani, sperando di ottenere dal nuovo regime democratico un qualche riconoscimento, soprattutto economico. Per chiudere la questione del riconoscimento delle qualifiche partigiane lo Stato italiano si vide costretto ad emanare, col decreto legislativo luogotenenziale n. 518 del 21 agosto 1945, una serie di «disposizioni concernenti il riconoscimento delle qualifiche dei partigiani e l'esame delle proposte di ricompensa». Grazie allo schedario delle commissioni per il riconoscimento degli uomini e delle donne della Resistenza, digitalizzato dall'Istituto Centrale per gli Archivi sul portale de "I Partigiani d'Italia", è finalmente possibile dire con certezza chi sono i capracottesi che hanno ottenuto detta qualifica: si tratta di appena 7 nostri concittadini, tutti di sesso maschile (6 di loro furono attivi in Abruzzo, 1 in Piemonte).

Il più anziano di essi è Germano Trotta, nato il 12 maggio 1905, il cui ruolo è stato confermato dalla Commissione regionale abruzzese per il Riconoscimento della qualifica di partigiano.

Il secondo, in ordine anagrafico, è Esterino Di Tella, figlio di Dionisio e Antonina Dell'Armi, nato il 16 maggio 1913, riconosciuto partigiano combattente dal 1° maggio 1944 al 7 giugno 1945 dalla Commissione regionale piemontese. Al momento dell'armistizio Esterino apparteneva ai chimici lanciafiamme della 5° Divisione Alpini di Chivasso col grado di caporal maggiore, tanto che scelse proprio Caporale come nome di battaglia.

Il nome di Esterino, però, compare in una brutta storia avvenuta alcuni anni dopo a Torino. Mi riferisco all'assassinio di Eleuterio Codecà, direttore del settore auto di Fiat S.p.A., avvenuto il 16 aprile 1952 in via Villa della Regina, nel capoluogo piemontese. Forze dell'ordine ed opinione pubblica intuirono subito che l'omicidio si inseriva nella lotta politica allora in atto tra comunisti e dirigenti dell'industria automobilistica ma soltanto nel 1955 i carabinieri riuscirono a individuare il presunto assassino, Giuseppe Faletto, detto Briga. Al processo, oltre a Faletto, furono imputati Sergio Mazzuccato (latitante), Valentino Chiarbonello (latitante), Mario Rinaldi, Ubaldo Serra e il nostro Esterino Di Tella, «tutti operai già appartenenti alle formazioni garibaldine». Contro ogni pronostico gli imputati vennero assolti o condannati a pene molto lievi ed il delitto Codecà è tuttora irrisolto, privo di esecutori materiali e di mandanti.

Purtuttavia, per certificare le affinità politiche e programmatiche tra il Faletto e i coimputati, durante il dibattimento emersero diversi episodi legati al periodo bellico, quando Briga e Caporale operavano fianco a fianco in una banda partigiana (la Brigata Garibaldi di stanza a Colle del Lys), a cui il presidente di sezione penale Giulio Carron Ceva attribuì «dei fatti ripugnanti». Riporto uno stralcio di quel processo - a proposito dell'assassinio di una madre e del figlio avvenuto nel marzo '45 a Saffarona, lei accusata di essere una spia fascista, lui no - per capire quale fosse il clima della guerra civile, quali le azioni partigiane, il modus operandi, le rivendicazioni, gli odi, le linee di comando, i motivi, i madornali errori, i crimini impuniti:

Faletto: Una solta volta avevo accompagnato dei partigiani, ma in quella occasione mi ero limitato a fare da autista. Avevo sentito dire che il Maggi aveva fatto arrestare due carabinieri che si erano nascosti da lui.
Presidente: Lo dicevano, ma non era vero, e lo ha smentito anche il proprietario della tenuta. Che cosa siete andati a fare assieme al Di Tella?
Faletto: Siamo andati a prelevarlo per ordine del comandante Massimo, lo abbiamo portato a San Bernardino, e l'ho ucciso.
Presidente: Un disgraziato padre di famiglia, che aveva i bambini piccoli e la moglie in stato interessante, che non era repubblichino, che non era niente. Perché l'avete ucciso?
Faletto: Perché c'era l'ordine.
Presidente: E l'orologio? E il denaro che aveva in tasca? Si dice che aveva circa ventimila lire.
Faletto: In tasca aveva soltanto qualche centinaio di lire che consegnai al comando.

A chi voglia approfondire la storia del delitto Codecà e le implicazioni politiche tra il periodo partigiano e le lotte operaie degli anni '50, consiglio il bel libro di Lorenzo Gianotti "L'enigma Codecà", ripubblicato nel 2008 da "La Stampa" di Torino.

Proseguiamo allora col terzo partigiano capracottese, ossia l'ing. Italo Potena, figlio di Alfredo ed Elvira Comegna, nato il 4 giugno 1916, riconosciuto partigiano combattente dal 21 ottobre 1943 al 15 giugno 1944 nelle file della brigata abruzzese di Armando Ammazzalorso, il quale aveva organizzato la più consistente banda partigiana del Teramano e, assieme ad altri gruppi di insorti, aveva combattuto la battaglia di Bosco Martese, dove i nazisti avevano avuto la peggio. Alla liberazione della città di Teramo, proclamata il 16 giugno 1944, Ammazzalorso fu nominato prefetto. Per quanto riguarda specificatamente Italo, egli divenne un grosso imprenditore locale e nel 1946 fu nominato presidente dell'Automobile Club Teramo almeno fino al 1952.

Il quarto partigiano nativo di Capracotta è Giuseppe Iacovone, nato il 2 gennaio 1917 da Mauro e Filippa Carpagni. Giuseppe era un semplice civile quando, dopo l'8 settembre 1943, imbracciò le armi e si arruolò nella banda partigiana della conca di Sulmona, restando attivo fino al 10 giugno 1944.

Il quinto partigiano è Giacomo Potena, figlio di Alfredo e Viola Sciarretta, nato il 5 settembre 1920. Anch'egli, al pari del compaesano Italo Potena, mentre era soldato per l'esercito italiano entrò a far parte della Brigata Ammazzalorso di Teramo.


Giuseppe Monaco (1923-2005) e Loreto Di Nucci (1924-2007).

Il sesto partigiano è Giuseppe Monaco, nato a Capracotta il 18 aprile 1923. Il settimo partigiano capracottese è infine Loreto Di Nucci, orfano di Domenico Antonio, nato il 23 aprile 1924 e deceduto il 24 agosto 2007, unico tra i nostri ad aver ottenuto il riconoscimento di partigiano da una commissione estera. Infatti Loreto era un finanziere di stanza nei Balcani e, dopo l'armistizio badogliano, riuscì a sfuggire alla cattura ma impiegò diversi mesi per tornare a casa, mesi durante i quali condusse evidentemente la sua guerra partigiana.

Capracotta, dunque, ebbe 7 partigiani: non uno di più, non uno di meno.


Repubblicano, anticlericale ché,

da secoli e secoli, sono cristiano,

antifascista per indole,

di fatto e partigiano.

So che ci ha liberato

l'esercito anglo-americano.

Sono una casa, una famiglia, una stalla,

so che la geografia è destino:

la storia non si fa signorile a tavolino.

La libertà un doveroso pericolo, in verità.

[G. L. Ferretti, 2004]


Francesco Mendozzi

 

Bibliografia di riferimento:

  • Annuario del Ministero dell'Economia nazionale, vol. VII, Provveditorato Generale dello Stato, Roma 1929;

  • L. Gianotti, L'enigma Codecà. Uno sparo in via Villa della Regina, Spoon River, Torino 2002;

  • F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017;

  • Regia Università degli Studi di Roma, Annuario per l'anno accademico 1940-41, Pallotta, Roma 1941.

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