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Storia dei sarti di Capracotta dal dopoguerra ad oggi (I)


CAPITOLO I

 

Il paese in cui si seminavano patate e si raccoglievano sartori

Sarti Capracotta
Giovani sarti capracottesi.

Capracotta è un paese di circa millecento abitanti arroccato, ad un'altitudine di ben 1.421 metri, su un costone roccioso che congiunge Monte Campo e Monte Capraro, e che con imponenza separa, come un bastione naturale, la vallata dell'Alto Sangro e l'Abruzzo, a nord, e la vallata del fiume Verrino ed il Molise, a sud.

La sua particolare posizione la rende particolarmente esposta ai venti, che nei lunghi mesi invernali portano con sé temperature polari e nevicate eccezionali, capaci di raggiungere, in alcuni anni, anche i cinque-sei metri. Particolarmente dura la vita dei suoi abitanti: è difficile svolgere qualunque attività produttiva, quando fuori imperversa una bufera di neve, oppure la temperatura scende molto al di sotto dello zero.

Proprio tale caratteristica ha fatto sì che Capracotta emergesse, specie negli ultimi decenni, come uno dei più apprezzati centri turistici, per il soggiorno invernale ma anche estivo, in tutto il Centro-Sud Italia: il paese è infatti rinomato per la bellezza selvaggia della natura e dei suoi paesaggi, per la cordialità e l'ospitalità dei suoi abitanti, per le prelibatezze gastronomiche che vi si possono degustare.

Moltissimi paesani ricordano ancor oggi la memorabile interpretazione di Alberto Sordi nel film degli anni Cinquanta "Il conte Max", nel quale egli cita frequentemente proprio Capracotta, indicandola quale meta della sua abituale villeggiatura estiva e definendola «una Cortina in miniatura», sicuramente più a buon prezzo della celeberrima località alpina.

Tra l'altro, il particolare affetto dei capracottesi per il popolare attore, scaturito da quella pellicola, fu tale che, quando egli scomparve, due anni addietro, il Comune di Capracotta fu tra i primi in Italia a dedicare un piccolo monumento alla sua memoria.

La recente valorizzazione a scopi turistici del patrimonio naturale capracottese non deve far dimenticare, comunque, che se, ai giorni nostri, la particolare asprezza del suo rigido clima può rappresentare un elemento attrattivo e quindi una potenziale risorsa, in passato essa ha reso. Si narra che sia stato proprio il più illustre sarto a cui il paese abbia mai dato i natali, Ciro Giuliano (la cui figura verrà meglio descritta più avanti) a chiedere a Vittorio De Sica, regista del film e suo cliente, di citare Capracotta nella pellicola.

Non a caso, in una delle scene del film Alberto Sordi giunge in un lussuoso albergo di Cortina e chiede al concierge quanto costi un pernottamento. Sentitosi rispondere la cifra (per l'epoca) esorbitante di novemila lire, ostenta indifferenza, poiché si spaccia per un nobile (il conte Max del titolo), benché sia di umili origini; ma poi, con il suo inimitabile umorismo, afferma tra sé e sé: «A Capracotta ci facevo un mese di villeggiatura!».

La terra di montagna, inoltre, non consente di impiantare colture redditizie come vigneti ed oliveti, per cui i capracottesi, fatti salvi alcuni terreni in cui si coglievano un po' di cereali, legumi o patate, hanno cercato di sfruttare le altre ricchezze che la natura poteva offrire all'uomo in quel particolare territorio, dedicandosi per esempio all'allevamento (soprattutto la pastorizia), che costituiva una scelta operata tra ben poche alternative. Chi non era contadino o pastore, infatti, diventava falegname, carbonaio, oppure si dedicava ad un'attività artigianale all'interno di qualche bottega. Calzolai e sarti appartenevano a quest'ultima categoria.

Racconta una leggenda che tanti fanciulli di Capracotta siano divenuti sarti osservando le stalattiti che si formavano alle estremità dei tetti nelle giornate di bufera e che il ricordo ancestrale del corpo appuntito, sopito nella memoria, riemergesse inconsapevolmente quando si trattava di imparare il mestiere, una volta finita la scuola dell'obbligo. La stalattite diventava allora l'ago, simbolo dell'arte nobile del sarto.

Più prosaicamente, un detto paesano spiega con un'efficacissima sintesi, sempre legata alle caratteristiche climatiche di Capracotta, la ragione per cui i mestieri artigianali fossero particolarmente ambiti: "l'arte sotto al tetto Dio l'ha benedetta".

In effetti, gli artigiani lavoravano protetti dalle intemperie e non erano soggetti ai capricci del clima, che poteva scatenare, ad esempio, prolungate siccità o disastrose grandinate, né dovevano temere morie di animali, causate da chissà quale pestilenza.

Ultimo, ma non meno importante, alcuni di loro avevano il privilegio di non sporcarsi le mani, nel senso letterale dell'espressione.

I sarti erano fra questi.

Resta comunque un grande mistero il fatto che Capracotta, in tutto l'arco del ventesimo secolo, abbia dato i natali ad un impressionante numero di sarti: l'unico censimento finora svolto, ma rimasto ancora incompleto per la difficoltà insita in questo tipo di ricerca storica, ha permesso a Sebastiano Di Rienzo, ex presidente dell'Accademia italiana dei Sartori ed attuale segretario della Federazione mondiale, di ricostruire un elenco nel quale sono già inseriti quasi 250 nomi di soli sarti uomini, ma che, secondo il suo autore, può tranquillamente superare i cinquecento nominativi.

Non è dunque esagerato l'appellativo di "paese dei mille sarti" con il quale Capracotta è conosciuta nell'ambiente della sartoria, né la diffusa affermazione, secondo la quale in quel paese «si seminavano patate e si raccoglievano sartori».

Le numerose botteghe del paese, com'è comprensibile, contavano perciò un elevatissimo numero di apprendisti, specialmente nei primi decenni dopo la Seconda guerra mondiale. Le più note erano quelle di Ottavio Comegna, di Cesare Di Rienzo, di Panfilo Monaco (detto "Pampanuccio"), nonché quella avviata nei primi anni del secolo da Loreto Borrelli, per essere successivamente proseguita dal figlio Giovanni.

Ciascuna di queste arrivava a contare anche una quindicina di lavoranti.

Meno numerose erano, invece, le sartorie femminili. Lo si spiega considerando, in primo luogo, che molte donne si specializzavano nell'arte del ricamo (in genere appresa dalle suore), con cui ornavano i loro corredi; una volta sopraggiunto il matrimonio, poi, chi aveva appreso il mestiere di sarta si limitava a proseguire il lavoro in casa, dove si tagliava e cuciva qualche abito per familiari e conoscenti, sempre che le esigenze domestiche non prendessero il sopravvento.

A distanza di molti anni, comunque, nella memoria collettiva sono ancora impressi i nomi di Maria "Balà", di Teresa Paglione (detta "di Pettinicchio", dal cognome del marito), di Elda Santilli e Manuela D'Andrea, che gestivano i laboratori più noti in paese.

Immensi sacrifici e duro lavoro caratterizzavano per tutti, uomini e donne, l'apprendistato in bottega. L'attività, infatti, si protraeva ogni giorno ad oltranza, dalle prime ore del mattino sino a tarda notte, senza che vi fosse la possibilità di guadagnare alcunché, tranne le 5 o 10 lire di mancia quando ci si recava a consegnare il vestito al cliente, incarico per ottenere il quale si accendeva, com'è intuibile, un'agguerrita competizione.

In occasione del Natale o della Pasqua, anzi, erano gli stessi ragazzi a portare qualche dono al proprio maestro, per assicurarsi la sua benevolenza e garantirsi la prosecuzione del lavoro in bottega.

«La mentalità era che il giovane avesse il privilegio di imparare un mestiere, non che il sarto ricevesse un aiuto nello svolgimento della propria attività spiega Bibbiana Procaccino, che all'età di soli diciassette anni gestiva un laboratorio con cinque lavoranti –. Questa concezione della nostra professione mi ha in seguito creato alcuni problemi, quando mi allontanai da Capracotta per andare a vivere, per un breve periodo di tempo, a Lanciano, poiché conobbi giovani sarte che, prima di venire a lavorare per me, mi chiedevano quanto sarebbero state pagate. Ma come potevo garantire loro una retribuzione, se io stessa non avevo ancora un numero di clienti tale da ritenere sufficientemente avviata la mia sartoria?».

Lo stesso maestro, comunque, non sarebbe stato in grado di riconoscere un compenso ai suoi allievi, dal momento che, salvo qualche cliente più facoltoso, il pagamento avveniva in natura: grano, patate e qualche gallina erano la tipica merce di scambio.

Appena entrato in bottega, il giovane apprendista veniva sottoposto a quella che si poteva considerare una vera e propria cerimonia di iniziazione, che consisteva nella legatura del dito medio: questo veniva ripiegato su se stesso e stretto con una fascetta per giorni e giorni, affinché fosse in seguito più semplice spingere l'ago con il ditale, eseguendo il movimento tipico del sarto durante l'operazione della cucitura.

I primissimi passi dell'apprendistato consistevano infatti nel mettere qualche punto lento su pezze di scarto, oppure nel riempire di carbone il ferro da stiro. Solo dopo molto tempo si cominciava a lavorare sulle stoffe con cui sarebbero stati confezionati gli abiti, eseguendo per esempio la particolare cucitura detta soprammano (o sopraggitto), che consiste nel fermare l'estremità di una pezza di tessuto già tagliata, per evitare che si sfilacci.

Apprendere i primi rudimenti del mestiere richiedeva quindi lunghi mesi di "gavetta", in cui la difficoltà era accresciuta dal fatto che, un po' per mancanza di tempo, un po' per gelosia, nessuno si prestava volentieri a fungere da insegnante: «Bisognava rubare con gli occhi il mestiere, spiando il lavoro degli altri» afferma mastro Giovanni Borrelli; talvolta, comunque, i praticanti più esperti confidavano qualche tecnica ai loro colleghi più giovani.

Gli inizi sono stati particolarmente duri per tutti, anche per chi, in seguito, ha avuto modo di distinguersi, in Italia e nel mondo intero: racconta Sebastiano Di Rienzo che, quando fu presentato per la prima volta al suo futuro maestro, Giovanni Borrelli, questi non volle prenderlo con sé a bottega, perché già scoppiava di ragazzi; qualche tempo più tardi, tuttavia, i genitori riportarono il giovane Sebastiano (che aveva allora poco più di dieci anni) da "mastro Giovanni", per convincerlo in tutti i modi ad insegnargli il mestiere.

Egli, alla fine, accettò, pur con qualche riluttanza; fece allora sedere il ragazzo accanto ad un sacco di carbone, sull'unica sedia evidentemente disponibile, che però era inutilizzata a causa della sua scomodità, poiché aveva la seduta inclinata in avanti. Fu lì che il giovanissimo Di Rienzo trascorse, stringendo i denti, i suoi primi periodi di apprendista: «Ricordo ancora oggi i dolori alle ossa ed ai muscoli che mi provocava quella sedia!».

Ciò non toglie che tra il maestro ed il suo allievo si instaurasse un rapporto di reciproco affetto ed ammirazione, che aveva una delle principali manifestazioni nel momento in cui l'apprendista lasciava la bottega ed il paese per emigrare.

All'interno delle sartorie i giovani sarti capracottesi apprendevano infatti il mestiere almeno per un paio d'anni, dopodichè la grande maggioranza di loro si trasferiva a Roma: la miseria e la speranza di un futuro più roseo in una grande città erano chiaramente le spinte propulsive dell'emigrazione di massa, che negli anni Cinquanta e Sessanta, d'altronde, non coinvolse unicamente i sarti.

La sera precedente la partenza era tradizione, per il giovane sarto, recarsi in visita dal maestro per salutarlo; se questi, tuttavia, rispondeva proponendo di rimandare l'ultimo incontro alla mattina seguente, significava allora che egli si sarebbe presentato alla fermata della corriera per consegnare all'ormai ex allievo una modesta somma di denaro, in genere compresa tra 500 e 1.000 lire, come segno di ringraziamento per gli anni trascorsi nella sartoria.

Roma costituiva la destinazione privilegiata di questi giovanissimi apprendisti, anche rispetto ad altre, come Napoli, che, oltre ad essere geograficamente altrettanto vicine, vantavano per di più una fulgida tradizione in ambito sartoriale (specie maschile), poiché il nome della capitale era legato alla strepitosa fama qui conseguita da due eccezionali sarti capracottesi: Gaetano Terreri, che tra la sua clientela annoverava molti divi di Cinecittà, e, soprattutto, Ciro Giuliano.

Nato nel 1894, Ciro era figlio d'arte, poiché anche il padre, Vincenzo, era sarto e, tanto per arrotondare, direttore d'albergo. A quindici anni già lavorava per Mattina e Cassisi, buone firme della sartoria romana, ma, prima ancora, aveva appreso proprio le tecniche sartoriali della scuola napoletana. Come tutti, i suoi esordi erano stati segnati dalla fatica e dai sacrifici. «Ciro [...] raccontava spesso quelli fatti da lui quando, ancora ragazzo, [...] allievo di Mattina e Cassisi, lavorava quindici o sedici ore al giorno in ambienti malsani. Proprio questa esperienza, l'ansia di riuscire e di emergere ne avevano fatto il grande Ciro».

La sua straordinaria forza di volontà lo portò così ad eccellere, al punto tale da divenire maestro venerato da tutti i sui colleghi e sarto di fiducia, tra le due guerre e nel secondo dopoguerra fino a tutti gli anni Sessanta, di gran parte della classe dirigente italiana, dei finanzieri, degli industriali, dei nobili (ad esempio, il Duca di Windsor), degli ambasciatori e dei gerarchi fascisti più mondani, come Galeazzo Ciano, genero di Mussolini. «Aveva, inoltre, vestito anche molti dandies stranieri di passaggio, tra cui Gary Cooper e, occasionalmente, [...] Clark Gable».

Ciro, tuttavia, non amava vestire i divi dello spettacolo, perché il loro stile richiedeva stravaganza ed eccentricità, caratteristiche estranee alla tradizione dell'eleganza maschile.

I suoi abiti, al contrario, non erano mai sontuosi o ridondanti, poiché egli puntava tutto sulla semplicità della linea. «La vera eleganza si basa sempre sulla semplicità», sosteneva anche un altro straordinario sarto, Nazzareno Fonticoli, socio fondatore della Brioni Roman Style di Penne e suo "amico fraterno", come egli stesso si definì nell'elogio funebre che scrisse in onore di Ciro sulle pagine della rivista dell'Accademia nazionale dei Sartori, nell'occasione della scomparsa, avvenuta nel 1978.

Alcuni giorni dopo il triste accadimento, perfino una storica penna del giornalismo italiano, come Luigi Barzini, dedicò gran parte della terza pagina del "Corriere della Sera" al ricordo di questo personaggio leggendario, del quale scrisse: «In realtà Ciro [...] non aveva rinnovato l'arte della sartoria. Aveva, con talento e gusto italiano, adattato ed interpretato criteri e tecniche inglesi. Appoggiava, cioè, la giacca alle spalle del cliente così com'erano, come gliele aveva fatte sua madre, senza imbottiture, senza telette rigide od altro, per cui il resto pendeva per gravità, sciolto, con garbo e naturalezza. I sarti più tradizionali appoggiano invece la giacca a spalle finte, fatte di bambagia, sostegni ed accorgimenti vari. Il resto è rigido, modellato scultoreamente con l'aiuto di tele nascoste nella fodera, e con altri artifizi. I segreti di Ciro erano forse solo due. Le sue stoffe erano di grande qualità, quelle che, prima dell'ultima guerra, erano prodotte in Inghilterra da poche piccole fabbriche, con scelte lane australiane, per pochi sarti, ad uso di pochi clienti, stoffe paragonabili, per pregio e rarità, a certi vini carissimi. [...] Tali stoffe non si ciancicavano, non avevano bisogno di essere stirate perché riprendevano da sé la forma appese in armadio, cadevano con naturale eleganza, muovendosi col movimento del corpo. Ciro andava ogni anno a scegliersele di persona in Inghilterra. Il secondo segreto era questo: non seguiva la moda. I suoi abiti non avevano data di nascita, come quelli di Coco Chanel. Erano eleganti anche dopo trent'anni».

L'eleganza senza tempo contraddistingueva anche la sua stessa figura, di signore distinto e riservato, che contraddiceva le sue umili origini e consentiva di paragonarlo ad un aristocratico d'antan (era, tra l'altro, un grande appassionato d'arte).

Non fu un caso se venne definito proprio da una rivista della nazione aristocratica per eccellenza, l'inglese "Gentlemen's Quarterly", il miglior sarto italiano e ancora la «bibbia dell'eleganza maschile».

Lo splendido articolo di Barzini (risalente all'8 dicembre) conteneva però anche due imprecisioni, che generarono una piccola querelle tra lui e Mario Caraceni, il quale, alcuni giorni dopo la pubblicazione dell'elzeviro, inviò una lettera al "Corriere", anch'essa pubblicata sul numero del 13 dicembre, in cui sosteneva che Barzini si era sbagliato, poiché aveva utilizzato il nome di Ciro Giuliano per narrare quella che era, in realtà, la storia dei Caraceni e di Domenico in particolare. Tra le altre cose, infatti, il giornalista aveva indicato quale luogo di nascita di Ciro Giuliano Ortona e non Capracotta.

Barzini fece seguire alla lettera una parziale smentita di quanto contenuto nell'articolo, correggendosi però solo su due punti: il luogo di nascita e, conseguentemente, il fatto che egli non avesse, da giovane, all'interno di una piccola sartoria ortonese, "smontato e rimontato" gli abiti che Francesco Paolo Tosti, famoso musicista originario di quella cittadina, si faceva confezionare da Savile Row a Londra (all'epoca la più importante sartoria mondiale), indossava per qualche tempo e faceva poi pervenire al fratello, molto più magro di lui, che viveva tra minori agi ad Ortona. Come correttamente riportato da Guido Vergani in "Sarti d'Abruzzo", questa curiosa circostanza consentì invece a Domenico Caraceni di apprendere le tecniche della sartoria inglese e di rielaborarle con gusto e classe tipicamente italiani.

In pochi erano al corrente delle vere origini di Ciro Giuliano, a causa della sua riservatezza; egli, tuttavia, fece lavorare molti compaesani nella sua sartoria, tra cui lo stesso Gaetano Terreri, che dopo esservi divenuto tagliatore decise di mettersi in proprio.

La fama che nacque dalla maestria di questo figlio di Capracotta creò intorno a lui un alone di fascino ed ammirazione, quasi di mito, presso l'alta società di Roma, come spiegò magistralmente un'altra grande firma del giornalismo italiano, Indro Montanelli, che descrisse così i suoi primi incontri con quello che definì «il re dei sarti europei».

Con quel nome mezzo da conquistatore e mezzo da bandito e con la leggenda che lo aureola di sibaritica sontuosità, Ciro Giuliano avevo finito per immaginarmelo alto, autoritario e di piglio prepotente, una specie di Pastonchi o di Duveen del "doppio petto", incline più a dare con dittatoriale arroganza che a ricevere ordini, a trattare i clienti come altrettanti minorenni e a disporre delle loro finanze con la stessa indifferente sommarietà con cui sembrava disporre di quelle proprie. Fu quindi con una certa sorpresa che una sera, al pranzo di una mia amica [...] al posto contrassegnato dal nome di Ciro Giuliano, alla destra della padrona di casa, vidi sedere un ometto di statura un po' inferiore alla media, magnificamente, ma anche quietamente vestito, curvo di spalle e con un volto mansueto e malinconico sotto una folta chioma di capelli lisci e lievemente argentati. [...] E il taglio dell'abito, e il profilo reso aristocratico dal naso aquilino, e la riservatezza e la soavità dei modi m'avevano fatto pensare a un diplomatico della vecchia scuola o a uno di quei "Conti Zii" della buona società che possono permettersi qualunque familiarità verso uomini e donne senza timore di venir fraintesi. [...] A tavola Ciro sedette con la sedia un po' scostata e le mani sulle ginocchia, fissando con una certa ansietà il vassoio che il cameriere aveva cominciato a far girare fra i commensali, colmo di gamberi e aragostine con maionese, filetti di salmone e tarte al caviale. La padrona di casa lo sogguardava con un sorrisetto ironico sulle labbra. Alla fine con la mano gli diede un piccolo colpo sul braccio, e gli sussurrò all'orecchio: – Non preoccuparti, Ciro, per te c'è un'altra cosa... Proprio in quel momento un secondo cameriere gli deponeva davanti un piatto di spaghetti alla matriciana. Gli occhi malinconici e mansueti di Ciro s'illuminarono di gratitudine e la sua mano corse a strizzare con le dita, ma con estrema delicatezza, il ganascino della signora. – Te ringrazie tante tante! – disse con forte accento abruzzese. E compostamente prese ad arrotolare gli spaghetti fra i denti della forchetta. Anche alle portate successive, che erano complicate e raffinate, per Ciro ci furono «altre cose» [...]. Ciro mangiò tutto questo con soddisfazione, ma senza voracità, poco partecipando alla conversazione finché questa si aggirò su Fath, su Dior e sulla nuova moda che si apprestavano a lanciare. – Ancora una mode? – chiese a un tratto e con naturalissimo stupore. – Ma quante ne invènteno, mamme mie! E, altro non trovando da aggiungere, riprese a mangiare il suo cacio pecorino dal forte odore. [...] Il giorno dopo andai da Ciro per ordinargli un vestito. Non ne avevo alcun bisogno, ma mi piaceva riveder lui e diventarne amico. Con un certo stupore mi accorsi che lo ero già. Venne col metro pendulo dalla spalla destra, che ha un po' più curva di quella sinistra, e la mezza sigaretta di marca nazionale incombusta fra le labbra. – Oh! – disse come se mi avesse aspettato sino ad allora. – Sei venute?... Dammi un bacie... –, e mi baciò, ma sempre con l'abituale castità, sulle due guance. – Facciamo un vestitucce? – aggiunse sogguardandomi col suo volto quieto e malinconico. – Facciamo un vestitucce –, risposi. – Come lo vuoi? – Come mi consigli di volerlo? Ciro sfogliò un catalogo di scampoli, si soffermò su uno e me lo mostrò fissandomi con aria interrogativa. – Eh! – feci io. – Eh! – fece lui. E mi pareva d'aver ritrovato Otello, il sarto della mia infanzia in campagna; che, nonostante quel nome melodrammatico, era soltanto il figlio di un nostro mezzadro e confezionava gli abiti in modo che a un certo punto si potessero rivoltare e poi riadattare ai nostri fratelli e cugini minori secondo i dettami della parsimoniosa economia domestica delle nostre vecchie famiglie toscane. Fu il più bel vestito che mai avessi portato sino ad allora; ma Ciro me lo mise addosso, quando fu pronto, con la stessa mancanza di liturgica solennità con cui Otello mi metteva addosso le sue giacche a fagotto. – Magnifico! – dissi ammirandomi nello specchio, davanti e didietro. – Non c'è male! – corresse lui. Poi, parendogli di essersi vantato, aggiunse in fretta: – Ci vuol poco, figlie mie, a fare un vestitucce a te, alte e magre come sei... E subito, per cambiar discorso, m'invitò a pranzo per la sera dopo a casa sua. Non c'era la solita dozzina di principi e miliardari; eravamo anzi in quattro soli: lui, io e due signore molto eleganti, ma senza blasone. C'erano però, nella vasta sala rettangolare che si spalancava con un balcone e due finestre dirimpetto a Palazzo Farnese, i Tiziani e i Tintoretti di cui avevo udito favoleggiare. [...] Ciro non interloquì quasi mai nella conversazione che fu vicace e brillante. [...] Solo la fronte ogni tanto si corrugava: ed era quando nel discorso cadeva qualche pungente commento o un aneddoto piccante su questo o quel personaggio della società. – È tante carine! – si affrettava subito a dire del colpito, se si trattava di una donna. E se si trattava di un uomo: – È così brave! Il suo disagio toccò i limiti della sofferenza quando una delle due invitate si mise a tagliare i panni addosso a un comune amico ex-ambasciatore, esercizio nel quale eccelleva la sua lingua mordace e immisericordiosa. – Non soffrire, Ciro! – fece a un certo punto, interrompendosi. – Oltre tutto, non ti paga i conti da cinque anni!... – Non è vero – rispose lui prontamente con un guizzo di sdegno nella voce. E per la prima e unica volta dacché lo conosco parlò senza accento abruzzese e battendo con stizza una mano sul tavolo. La reazione ci parve a tutti talmente straordinaria, che lo guardammo sorpresi e quasi increduli. Allora Ciro arrossì leggermente, fissò con aria umile e pentita la sua interlocutrice, le prese il ganascino fra le dita, ma castamente, e disse: – Scuse, scuse... Ma perché parli così di...? È così brave!... Giorni fa ho incontrato l'ex-ambasciatore di cui si parlava quella sera. – Ci sei anche tu –, mi disse, – domani a pranzo da Ciro? – Sì, e anzi mi secca un po' perché ancora non riesco a pagargli un conto di sei mesi fa... Il vecchio diplomatico mi fissò con aria indignata. – Come? – proruppe. – Vuoi già pagarglielo dopo sei mesi?!... Io, che non glielo pago da sei anni, son sicuro che domani sera, fra i vari ospiti della sua mensa, mi troverò ad essere il meno moroso, dopo di te...

Semplicità, umiltà, signorilità: queste doti, che tanto colpirono il grande Indro Montanelli e tanti come lui, trasudano da ogni parola di questo eccezionale ritratto di Ciro Giuliano.

Le qualità descritte, tuttavia, non erano proprie del solo Ciro, poiché rappresentano inconfondibili caratteristiche della natura e del carattere di ogni vero capracottese; così come tutti i suoi compaesani, nel loro piccolo, sono sempre stati stimati ed apprezzati per le loro qualità di seri, capaci ed instancabili lavoratori, anch'egli venne tanto amato ed ammirato anche e soprattutto dai suoi colleghi.

Fu grazie alla sua guida, infatti, che trovò nuovo splendore un'antica e prestigiosa istituzione come l'Accademia nazionale dei Sartori, di cui rivestì la carica di presidente per ben ventuno anni, dal 1955 al 1976, e quella di presidente onorario per i due anni successivi, sino al momento della morte.

Di questa triste circostanza, a testimonianza di quanto appena detto, restano le commosse parole di Nazzareno Fonticoli: «Durante la mia giovinezza l'avevo conosciuto, apprezzato e stimato per il grande sarto che era. La familiarità dei nostri incontri, quasi quotidiani, mi avevano rivelato la sua passione per l'antiquariato, la conoscenza e la competenza quasi professionale di oggetti d'arte. Un gusto ed un tratto che ne facevano un vero signore, nel senso un po' disusato di questo termine. Come sarto, insieme a Domenico Caraceni aveva fatto superare i confini d'Italia alla grande tradizione sartoriale; aveva validamente contribuito ad ammodernare ed a potenziare il nostro mestiere. Il suo esempio era sempre di incoraggiamento a tutti quei giovani un po' spaventati nell'intraprendere questo nostro difficile mestiere. Ciro non nascondeva i sacrifici che comporta e raccontava spesso quelli fatti da lui, quando, ancora ragazzo, arrivato a Roma dalla sua Capracotta, allievo di Mattina e Cassisi lavorava 15 o 16 ore al giorno in ambienti malsani. Proprio questa esperienza, l'ansia di riuscire ed emergere ne avevano fatto il grande Ciro. Per tanti anni Presidente dell'Accademia dei Sartori, aveva definitivamente affermato il prestigio di questa nostra Istituzione. Tutti i colleghi sarti piangono il Maestro, ma io sento di aver perso un fratello maggiore».


Luigi D'Onofrio


 

Fonte: L. D'Onofrio, Storia dei sarti di Capracotta dal dopoguerra ad oggi, tesi di master, Università degli Studi di Teramo, Penne 2004.

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