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Il teatro delle rufe


Antonietta Borrelli.

Cos'è il teatro delle rufe? Qual è la sua storia? Per rispondere a queste domande desidero trascrivere quanto mia madre, Peppina, mi ha raccontato nel corso degli anni. Una delle cose che ha sempre messo in evidenza è che la vita a Capracotta, paese di montagna, a 1.421 m., soprattutto fino alla Seconda guerra mondiale, era quasi come un partecipare a un teatro permanente sia per gli accadimenti piccoli e grandi, sia per gli attori e attrici, in questo caso gli abitanti di Capracotta.

Migliaia e migliaia sono i fatti, e relativi commenti, che mi ha raccontato di accadimenti che avvenivano nella vita quotidiana, così come i profili dei singoli abitanti, piccoli, giovani o anziani. Chi vive in montagna, soprattutto allora, prima dell'avvento della società dei consumi, era costretto ad ingegnarsi in mille modi per sopravvivere e a cercarlo di fare nel modo più dignitoso, il che portava ad un'arguzia e attenzione al particolare notevole e quindi facilmente ognuno era e diventava una persona eccentrica, particolare.

Purtroppo c'è l'immagine che la vita di un paese di montagna sia qualcosa di monotono e basso rispetto alla vita di città, con i suoi mille stimoli, da cui facilmente nascono geni e grandi uomini e grandi soddisfazioni della vita. In realtà, soprattutto tra le donne di montagna, c'è una ricchezza esistenziale e umana notevoli, non è un caso, giusto per fare un esempio, che le apparizioni mariane o comunque di fenomeni cosiddetti paranormali avvengano a donne, il più delle volte bambine, proprio in montagna.

Peppina mi ha raccontato in particolare di certe famiglie, allora quasi tutte allargate, in cui andare a trovarle, per qualsiasi motivo, era come andare a teatro per le scene e le battute a cui si assisteva. Ma anche presso la pensione di sua madre, Mammaletta, con al piano di sotto il laboratorio di sartoria di papà Loreto, era un continuo di atti unici fatti di micro/macro-avvenimenti con immancabile corollario di botta-e-risposta, riflessioni particolari, esclamazioni, mimica e movimenti dei corpi con sviluppi successivi. Una vera e propria telenovela e secondo me non è un caso che per tanti anni le telenovelas abbiano tenuto banco in TV proprio perché in ogni famiglia e in ogni paese accadeva di tutto e di più, e i sentimenti e le emozioni erano esaltati e messi a dura prova, nel bene e nel male. Detto questo arrivo a parlare della figura chiave che mi ha ispirato verso la proposta del teatro delle rufe.

Una zia paterna di mia madre era Antonietta Borrelli, chiamata Mammà della Rufa. Il termine mammà o simili non erano solo dovuti all'anzianità, ma soprattutto all'autorevolezza che una donna era riuscita a "conquistarsi" per uno o più meriti. La rufa, in dialetto capracottese, è la gradinata che collega le zone alte con quelle poste più in basso. E la rufa principale, a Capracotta, è quella che collega la piazza, la chiazza, ove c'è il municipio, con la via nova, chiamata così perché asfaltata solo dopo la Seconda guerra mondiale.

Mammà della Rufa abitava una delle case - purtroppo non c'è più dopo la distruzione avvenuta con la guerra - poste ai lati di questa gradinata principale. Mi dico che chiamarla Mammà della Rufa era un po' come considerarla la "Signora della Gradinata", un po' come Lucia di Milione era considerata la "Signora dei Boschi" per la sua attività di raccoglitrice. E perché era arrivata ad essere la Mammà-Signora di quella gradinata?

A detta di Peppina era di un'arguzia e simpatia eccezionali, tanto che la consideravano un'attrice "mancata". Con la verve, dice sempre mia madre, di Tino Scotti, un attore che negli anni '60 faceva la pubblicità per Falqui, un lassativo. Peppina, fin da piccola, frequentava questa zia paterna soprattutto perché andava con lei al torrente Verrino a fare il bucato. Fu lei a iniziarla in questa operazione molto impegnativa e faticosa ma anche ricca di potenzialità magiche. E sì, perché un conto è far fare il bucato alla lavatrice oppure andare in un lavatoio, come è successo fino agli anni '60, già più artificiale; un altro conto è andare a fare il bucato presso la sorgente di un ruscello tra piante e massi dopo oltre mezz'ora di cammino su un sentiero tortuoso e scosceso (tanto che a Capracotta c'è l'espressione "come la via del Verrino" per indicare un qualcosa di veramente tortuoso). Inoltre il Verrino (deriva da un conte della zona che si chiamava all'incirca Verrinus) sta a indicare il cucciolo del maiale, animale sacro nell'antichità, soprattutto nel neolitico matriarcale, perché simboleggiava la potenza delle donne, soprattutto incarnava il senso della ciclicità della vita, in particolare il ciclo mestruale, poi diventato immondo insieme al maiale e al serpente. Quindi abbiamo un torrente che sgorga acqua pura tra massi e alberi dove le donne vanno a fare il bucato, interagendo con l'elemento per eccellenza che simboleggia le donne e la vita: l'acqua. Fare il bucato, con tutte le sue operazioni: ammollo, insaponatura, risciacquo, strizzatura, asciugatura su sassi cantando e parlando è un'attività che potenzia la forza morale e vitale di chi la compie, soprattutto in gruppo.

Secondo la studiosa Jutta Voss le donne hanno un campo biopsichico differente e più completo rispetto ai maschi, che viene potenziato se le donne stanno insieme, senza maschi, e se fanno delle attività con la natura selvaggia, in questo caso il bucato, così come potrebbe essere la raccolta della legna, per esempio.

Mammà della Rufa faceva il bucato per sé e le sue tre figlie, Lucia, Rosa e Michelina, anche a pagamento. Quindi era anche un lavoro retribuito. Mia madre mi racconta che in tasca portava sempre dei pezzi di sapone e per questa sua attività di lavandaia "mercenaria" non era ben vista, tanto che alcuni parenti del futuro marito di Peppina, Marino, non volevano che la sposasse perché imparentata con una donna quasi strega...

L'altra caratteristica di Mammà della Rufa è che il marito, Filippo, era un pastore transumante. A detta di mia madre era un uomo buono come il pane, un buon pastore quindi. Solo che da metà ottobre a metà giugno transumava nelle Puglie e quindi non era in casa, e anche nei mesi estivi doveva stare sul pascolo e faceva poco la vita di famiglia, cioè viveva pochissimo sotto lo stesso tetto della moglie. Questa situazione avrà come conseguenza, più o meno presso tutte le famiglie di pastori, che le donne, le mogli, faranno da reali capofamiglia e tenderanno a frequentare di più i propri alberi-parenti piuttosto che quelli del marito e soprattutto avranno molta più libertà, non dovendo rendere conto al marito di ogni scelta e quindi organizzando la propria vita sui propri ritmi e dedicandosi ai figli con maggior disponibilità. Avendo anche più tempo per sè.

Per esempio Peppina cita un proverbio capracottese: "la chiàcchiar'è bella e cara pe la moglie de re pecuràre" e cioè che solo le mogli dei pastori hanno più tempo libero per chiacchierare (e oziare un po'). Mammà non doveva far da mangiare per il marito, né lavargli i panni, né essere disponibile sessualmente se lei non voleva e così via. Questo tipo di amore è per molti versi simile a quello vissuto nelle antiche società matriarcali in cui gli amanti vivevano presso i rispettivi alberi materni con incontri più o meno saltuari. Questo, tra parentesi, ha il vantaggio di lasciare molta autonomia ai partner con il risultato di tenere sempre vivo l'amore che non scade in abitudine e sopraffazione.

L'altra particolarità, come avevo accennato, è che dall'unione di Antonietta e Filippo nasceranno tre figlie. E anche questo contribuirà a potenziare la forza e verve di Mammà della Rufa, anche perché, purtroppo, in quelle società il maschio era quello che doveva e voleva comandare e che succhiava le energie della madre. Un contesto tutto femminile creava una atmosfera più egualitaria tra madre e figlie.

E ancora: Mammà della Rufa era la sorella di papà Loreto, il padre di Peppina. Ogni giorno, a detta di Peppina, dovevano vedersi per stare un po' insieme, tanto si volevano bene e quindi la sartoria e pensione erano quotidianamente frequentate da madre e figlie. Mammà della Rufa chiamava re fruàte (il fratello) Loreto che a sua volta la chiamava la sora (la sorella), a conferma che avendo libertà lei preferiva stare con i suoi parenti piuttosto che con quelli del marito. Sempre nelle antiche società matriarcali, il rapporto orizzontale principale tra i sessi non era dato dall'amore e quindi tra amanti ma tra sorelle e fratelli. Noto anche che la moglie di papà Loreto, mia nonna, si chiamava Antonietta, proprio come Mammà della Rufa.

Peppina mi racconta che una mattina Mammà della Rufa entrò molto turbata nel laboratorio di papà Loreto e gli disse che aveva fatto un brutto sogno: un cane rognoso le mordeva re detóne de re pète (l'alluce) e non lo mollava e lei provava un dolore fortissimo, insopportabile. Il giorno dopo arrivò il telegramma dell'America che annunciava la morte del loro fratello emigrato in America.

Riassumendo: Mammà della Rufa sposa un pastore buono e mite che per forza di cose vive raramente in casa con cui ha un rapporto d'amore vivo (e il fatto che nascano sempre femmine, secondo alcune ricercatrici, è un segno di positività del rapporto e di evoluzione). Questa situazione fa sì che lei diventi capofamiglia e s'inventi il lavoro di lavandaia, attività magico-conviviale femminile. Può frequentare a volontà il fratello, papà Loreto, inserito in una grande casa-pensione conviviale. Ha tre figlie femmine. Vive lungo una rufa, che era un viavai di persone, con cui ha tempo di chiacchierare quasi a volontà e stringere bei rapporti di vicinato e mutuo soccorso. Grazie a tutto questo diventa una grande affabulatrice, acuta, saggia, amorevole, simpaticissima, giocosa. Una teatrante.

La commedia dell'arte, anzi l'arte della commedia, l'arte di relazionarsi e vivere senza dominare ma riconoscendo e valorizzando i mille accadimenti quotidiani, soprattutto con le donne, i bambini, gli animali e la natura selvatica, o quasi, come protagoniste. E il teatro delle rufe (e nell'antichità la scala-gradinata, vedi anche le piramidi, erano un simbolo di comunicazione tra il cielo e la terra, il basso e l'alto [sud e nord)] gli inferi e la terra, il conscio e l'inconscio...) vuol essere un momento di incontro negli spazi posti tra le rufe ove sia raccontare i fatti e i saperi orali sia quelli attuali, in particolare di Capracotta, senza scadere nel pettegolezzo, sia parlare in dialetto, sia cantare, e ancora: raccontare ninne nanne, scioglilingua, espressioni, intervallandole con presentazioni di libri oppure con canzoni di cantastorie "forestieri". E tutto questo mentre i partecipanti possono fare mille piccole attività ecologiche, per esempio cucire e rammendare, riparare oggetti o pulirli all'aperto, preparare la cena e cuocerla con un bel fuoco acceso, possibilmente dentro un pentolone (re chettùre), simbolo di trasformazione, oppure fare e ricevere massaggi leggeri e tanto altro.

Sempre più a livello delle "grandi" città il teatro è diventato un qualcosa di alienante, secondo me. Sempre più c'è un apparato di impresari, dirigenti intellettuali che devono programmare e organizzare l'industria della rappresentazione-illusione, che separa gli attori, minicasta particolare, dagli spettatori, passivi. Già Carla Lonzi negli anni '70 denunciava il ruolo allucinatorio dell'attore professionista sia di teatro che del cinema. E sempre Carla Lonzi parlava che solo dalla sconfitta di questo teatro può nascere il vero dialogo e la vera relazione tra gli individui, in particolare con la donna come soggetto e non più come oggetto e con il vissuto e il quotidiano di ciascuna/o come valore immenso.

D'altronde il teatro nasce in Grecia con l'avvento delle società guerriere in cui accanto alla violenza dovevano costruire e dare in pasto al popolo sia il divertimento bruto delle arene e delle olimpiadi (che mimavano le dinamiche della guerra) che quelle più raffinate degli spettacoli teatrali e culturali (Iliade e Odissea, per esempio). Ma in esse oltre ai contenuti di disprezzo e subalternità del mondo delle donne, del popolo e degli animali, era proprio necessario che venissero rappresentate in forma di spettacolo che cioè nascesse la categoria di spettatori-passivi che introiettino la visione del mondo e della vita della casta politica religiosa, militare e economica. Con le sue problematiche spacciate come universali e neutre. In particolare, ripeto, con la visione della donna e dei suoi simboli come fonte di tutte le disgrazie. Per esempio l'Iliade racconta della distruzione di Troia città ancora legata a una simbologia femminile, troia è la scrofa, come dicevo simbolo della potenza femminile e della vita generosa e piacevole legata alla natura, alla convivialità e al dialogo. Troia sarà conquistata con il cavallo costruito dal genio di Ulisse (che nell'Odissea sconfiggerà Polifemo, un pastore dipinto come crudele e mostruoso) e quindi l'opera e l'impresa diventeranno gli obbiettivi della realizzazione umana maschile. Invece prima, nel matriarcato, erano le relazioni e la cura delle stesse, sia tra umani che con gli animali e le piante al centro della felicità e del ben vivere e quindi non c'era bisogno delle grandi narrazioni con chissà quali colpi di scena nè c'era bisogno della bravura mostruosa di un attore professionista. Già la vita conviviale era ricca di accadimenti e motivo di riflessione e insegnamento e divertimento e umorismo.

Che il vecchio sipario si abbassi e chiuda! E rientrino i corpi e le vite con i loro racconti e saperi, in prima persona, insieme ad animali, piante e fenomeni della natura.


Antonio D'Andrea

 

Fonte: A. D'Andrea, Il teatro quotidiano di Mammà della Rufa. La lunga lingua di una donna di Capracotta, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. V, Proforma, Isernia 2014.

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