• Letteratura Capracottese

I capracottesi della Terra Vecchia


Lucia De Renzis (1890-1977) e le sue allieve raccoglitrici (foto: G. Paglione).

Mi convinco sempre più che Capracotta, questo centro abitato arroccato sulle inospitali vette dell'Alto Molise, fosse in passato una splendida matrioska, una bambola che ne conteneva di più piccole, ed ogni rimpicciolimento era inversamente proporzionale alla maestria, al dettaglio, ai colori. Ad avvalorare questa mia bislacca teoria c'è la Terra Vecchia, il borgo medievale di Capracotta, chiamato anche Ristretto della Terra e raso al suolo dai Nazisti nel novembre del 1943. La mia famiglia in linea paterna proviene interamente da quel quadrante, quella in linea materna è pienamente sangiovannara: la differenza tra le due "razze" è abissale.

Lucia De Renzis - che non ho conosciuto - era una donna partorita dall'utero della Terra Vecchia e proprio per questo era diversa dagli altri abitanti del paese. È vero: aveva vissuto una vita disseminata di lutti e drammi familiari. Il padre s'era tolto la vita per non sentire i dolori lancinanti della peritonite, la sorella Irene era stata abbandonata dal marito e aveva perso il suo bambino infante, il fratello Fiore era saltato su una mina assieme al figlioletto undicenne, la sorella Antonietta era stata uccisa a diciassette anni da un carabiniere, la sorella Maria Loreta era morta sedicenne.

L'esistenza di Lucia è costellata di buchi neri. Umanamente non poteva essere diversa da ciò che era: non a caso mia nonna Elena e la sorella Pierina, che frequentavano la casa delle sorelle De Renzis, definivano Lucia burbera, poco socievole, salvàggia. Ma anche mia nonna era burbera e poco socievole.

Quando una troupe del TGR Molise si recò a Capracotta per realizzare un servizio sull'eccezionale nevicata del 22-24 dicembre 2003, dopo che il Comune aveva da poco sgomberato la neve da via S. Sebastiano, fu intervistata mia nonna, che lì abitava. Affacciatasi alla finestra del soggiorno, si sentì chiedere:

– Signora, in questi tre giorni che ha mangiato?

Eh... chéle che tenéva. Ce stà tutte cose... ce manga la salute e me ze sò 'ccupàte l'uócchie. Esse che v'aja dice e... bascta! (Eh... quello che avevo. C'è di tutto... manca solo la salute e mi si è offuscata la vista. Ecco cos'ho da dirvi e... basta!).

La vita di mia nonna si era infatti mossa su binari simili a quelli di Lucia. Il padre Rodolfo non l'aveva nemmeno vista nascere perché emigrato in Argentina, il marito Giuseppe non c'era mai a casa perché prima transumante nelle Puglie e nel Lazio e poi giardiniere in Germania, quattro figlie le aveva abortite o erano nate morte, e così riversava ogni sua ansia ed amore sull'unico figlio Nicola, mio padre. Tuttavia, Lucia ed Elena erano donne forgiate dal Ristretto della Terra. E in quel rione di Capracotta la felicità non era di casa: lì dominava la miseria.

Alla Terra Vecchia scarseggiavano l'olio e il caffè, non si acquistava carne né frutta, men che meno il pesce. Alla Terra Vecchia non c'era niente di superfluo e mancava anche qualcosa di necessario. Fino al secondo conflitto mondiale le condizioni igieniche e sanitarie del quartiere stavano parecchi gradini sotto la decenza e, dopo la guerra, migliorarono appena, col rione che si ritrovò per un quindicennio sommerso dalle macerie lasciate dai Tedeschi e dagli Alleati. Il popolo della Terra Vecchia ha fortemente risentito di queste mancanze urbanistiche tanto che ancor oggi è possibile rinvenire qualcuno di questi caratteri nel tipo umano del Ristretto, ovvero in coloro che lì sono nati e vissuti.

Innanzitutto, chi è nato e vissuto alla Terra Vecchia è eternamente bambino perché non ha goduto appieno delle gioie e della spensieratezza dell'infanzia. A chi è nato e vissuto lì, ancor oggi, in tempi di vacche grasse, brillano gli occhi davanti a una masciòtta (forma di cacio) o a un mescuótte (biscotto) fatto in casa. Chi è nato e vissuto lì crede che la muscìsca (carne essiccata al sole), la scapècia (razza marinata), la gnuóglia (interiora di maiale) e le macarèlle (sgombri in scatola) siano prelibatezze. Chi è nato e vissuto lì ha un appetito da leone e non getta mai il cibo, neppure una briciola di pane raffermo. Chi è nato e vissuto lì è introverso, timido, ombroso. Chi è nato e vissuto lì odia la neve. Chiedetevi il perché.

Dirò di più: chi è nato e vissuto alla Terra Vecchia è un vero capracottese. È il Capracottese.

Alla Terra Vecchia si parla infatti un dialetto diverso, probabilmente quello originale, il meno contaminato dalle influenze abruzzesi o napoletane. Le poche persone oggi in vita che hanno avuto la (s)fortuna di nascere nel Ristretto della Terra presentano una parlata differente da quella di S. Antonio, di S. Giovanni, del Colle o di Coste Grilli. Mi preme qui evidenziare, a mo' di esempio, che nel riferirsi direttamente a qualcuno, quelli della Terra Vecchia antepongono un non meglio precisato articolo al nome proprio. Dunque, Lucia non era semplicemente «Lucì», bensì «'r Lucì».

La casa di Lucia e Irene De Renzis.

La Terra Vecchia era dunque una bambolina intermedia inserita nella grande matrioska di Capracotta. All'interno di questa bambolina ve n'erano delle altre, una per ogni rùfa (ruga). La Terra Vecchia - ieri più di oggi - era un dedalo di viuzze e di slarghi, di salite e discese, ognuna con sue caratteristiche popolari e architettoniche funzionali ad un'urbanistica ad alveare, di modo che la sovrappopolazione fosse una risorsa e non un problema, con le famiglie che vivevano strette strette nel bisogno e nell'urgenza. La toponomastica del dopoguerra, per non dover scomodare il catasto, ha deciso di intitolare alla famiglia Carfagna la via principale (quella che porta alla Chiesa Madre) lasciando il nome ben più importante di san Sebastiano - martire protettore dell'intera comunità capracottese - ad un'infertile scalinata che mena sui contrafforti di via Roma, le antiche mura di Capracotta.

Delle sette rùfe originarie, ne sono sopravvissute quattro e mezza, la prima delle quali è ancor oggi chiamata Rùfa de Meglióne, ed è quella dove han vissuto Lucia, Irene e mia zia Pierina, e dov'è nato mio nonno Giuseppe che, una volta sposatosi, s'è trasferito nella Rùfa de San Vengiénze. Le altre due sono la Rùfa de Cicchetòne e la Rùfa de Mescióne.

Sarebbe altresì inutile, quando non oltraggioso, parlarvi degli interni delle abitazioni della Terra Vecchia. Le metrature delle case sono irrisorie in un'accezione che non è quella moderna del monolocale o del loft, ma giungono ad estendersi per 40 mq. su ben quattro livelli. Fate due conti e capirete quale fosse la vergogna di vivere lì. Fate due conti e capirete perché, quando nel 1950 partì il piano di ricostruzione di Capracotta finanziato dall'U.N.R.R.A., che prevedeva la costruzione di nuove palazzine ai Pioppi, coloro che avevano la casa diruta alla Terra Vecchia preferirono, senza batter ciglio, ottenere una casa nuova di zecca in periferia piuttosto che rivedere in piedi il legittimo tugurio medievale al borgo antico.

Io ho casa alla Terra Vecchia. È la mia casa avita. Al suo interno (70 mq. su quattro livelli) han vissuto contemporaneamente due famiglie intere con l'immancabile capra. Lì è morto mio nonno, lì è nato mio padre. E io tornerò ora ad abitare quella casa.

Insomma, viva la Terra Vecchia di Capracotta, nel nome de chéla sctréja de Lucia de Meglióne...


Francesco Mendozzi

Fonte: A. D'Andrea, La pecora che miagola perde il boccone. L'immensa eredità di Lucia di Milione: strega, amazzone e sacerdotessa di Capracotta, Youcanprint, Lecce 2019.

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