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Il territorio di Capracotta: note agronomiche e zoologiche



Del resto, trovandosi l'agro nostro tutto nella zona superiore a quella del castagno, la vegetazione delle piante coltivabili si restringe a quella propria dell'alta montagna. Perciò indarno vi si cercherebbe l'olivo, la vite, i buoni alberi da frutta, il castagno stesso. La posizione e la conformazione del territorio non consentono una vera e rimunerativa agricoltura. Più che l'ordinaria bassa temperatura ne fanno ostacolo la frequenza della neve e dei geli dal Novembre all'Aprile, dei venti, spesso impetuosi, che accumulano neve altissima in alcuni punti, lasciandone scoperti altri sotto l'azione deleteria dei geli; la sovrabbondanza delle pioggie autunnali e primaverili, che, dilavando gli strati superficiali coltivati, lasciano sporgere fuori i massi compatti del sottosuolo ed i detriti numerosi dei loro conglomerati; talvolta il repentino sopraggiungere dell'aria secca e calda dopo la forte umidità primaverile.

Dei cereali i grani teneri (soline), l'orto, il farro, la segale, la spelta (le quali ultime non si seminano più) producono bene in qualità, ma mediocremente in quantità: meglio prosperano le patate, fra le leguminose le lenticchie, le veccie (farchio in dialetto), i piselli (riveglie). I fagiuoli, le fave, i ceci e le cicerchie danno qualche prodotto nel basso così il granturco, gli ortaggi.

Perciò la somma parte dei generi alimentari e delle bevande deve essere importato da fuori: legumi, frutta, ortaglie, olii, vini.

Ottime soltanto sono le praterie naturali; e, delle artificiali quelle a lupinella: eccellenti dovunque i pascoli.

 

Quanto alla fauna il territorio di Capracotta non offre gran che di speciale salvo il ricordo di una grande abbondanza di selvaggina, ed in un tempo non molto remoto: le lepri specialmente, i tassi, le martore, pernici, starne, colombacci, svariati uccelli di passo, beccacce, oche selvatiche, quaglie, storni, pivieri. Talvolta comparivano anche cignali, caprini ed orsi, quando cioè sotto i Borboni c'era la riserva di caccia nel vasto bosco di Monte di Mezzo, e da questo fino al nostro monte Capraro era tutta una fitta sequela di selve. Poi il diradamento dei boschi, il moltiplicarsi dei cacciatori, il perfezionamento delle armi e degli esplosivi, la detestabile emulazione dei cacciatori stessi hanno reso così scarsa la selvaggina da farne prevedere la non lontana scomparsa, se non si opporrà un freno all'accanimento distruttivo di tante graziose ed utili bestiole che allietano la campagna e le selve. Del resto nessun zoologo, per quanto io mi sappia, ha interloquito sulla nostra fauna e ci è ignoto se nel mondo minuscolo o meno appariscente degli esseri animati, esistano specie rare o altrimenti notevoli e sulle quali quindi nulla posso riferire.

Nell'allevamento degli animali domestici può dirsi che il primo posto spetti agli ovini, ai quali sono assai confacenti la natura dei pascoli e il clima estivo; onde se n'hanno, date le debite cure, ben pasciute greggi; vengono in seconda linea i vaccini ed equini e quindi i suini, le carni di questi ultimi, sotto forma di prosciutti e salami, acquistano serbevolezza e sapore eccellente per le congelazioni nell'autunno inoltrato e nell'inverno, e la lenta azione del fumo.

Il freddo e la neve però ostacolano largo allevamento di grossi quadrupedi.


Luigi Campanelli




 

Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

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