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  • Relazione sulla gita sociale a Pompei

    Foto di gruppo nel foro di Pompeii (foto: S. Conti). Sabato 17 maggio è stata una giornata bellissima: 53 capracottesi in gita a Pompei, dove abbiamo imparato tanta storia, visitato luoghi unici al mondo e fatto comunità. È stata una giornata sfiancante ma ricca di allegria e di rimandi a Capracotta. Lo scopo della gita sociale, infatti, era quello di toccare con mano sia l'antica città di Pompeii, il cui primo nucleo venne fondato dagli Osci, che il Pontificio Santuario di Pompei, a cui i duchi di Capracotta avevano partecipato con le opere e col fattivo aiuto nella raccolta dei fondi. Partiti alle 6:00 con una temperatura di appena 2 °C da Capracotta, siamo giunti all'ingresso degli scavi archeologici della cittadina campana alle 9:15, dove la guida dott.ssa Francesca Liotti ci ha accolti e divisi in due gruppi, visto che le guide non possono accompagnare gruppi superiori alle 35 persone. All'interno della città romana, abbiamo visitato alcune delle cose più significative, dall'anfiteatro alla praedia (complesso residenziale) di Giulia Felice e di Ottavio Quartione, fino a quella della Venere in Conchiglia, giungendo al foro ed alle sue terme non prima di aver percorso via dell'Abbondanza con le sue "boutique" dell'epoca. Dopo oltre 2 ore di visita guidata, siamo stati liberi di girare per Pompeii in lungo e in largo, visitando la casa della Fontana Piccola e quella degli Amanti, il Teatro Grande e la casa delle Nozze d'Argento. Consumato un pranzo - chi al sacco chi in pizzeria - è stata la volta del celeberrimo Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei, dove ho brevemente illustrato ai partecipanti gli aneddoti che lo legano a Capracotta, a partire dal dott. Antonio Cardarelli (imparentato col nostro Luigi Campanelli), il luminare che aveva certificato l'inguaribilità della giovanissima Clorinda Lucarelli, colei che per prima ottenne un miracolo per intercessione della Madonna del Rosario, dando il via all'edificazione del grande tempio pompeiano. Si è parlato anche di come il beato Bartolo Longo, dopo una vita dissoluta, divenne il massimo propugnatore del santuario e di come, «per mezzo dell'ottimo Duca di Capracotta, con cui stringemmo fraterna amicizia, avemmo la ventura di conoscere le pie e nobili persone», le quali, con le proprie risorse finanziarie, aiutarono di fatto l'ampliamento del santuario, rendendolo ricco e meraviglioso. Interessante anche l'aneddoto che riguarda la statua di 3, 25 metri della Vergine posta sul culmine della facciata e realizzata nel 1903 dallo scultore Gaetano Chiaromonte, lo stesso che nel 1912 fuse il busto di Emanuele Gianturco che oggi sorveglia l'omonima piazza capracottese. Purtroppo, a causa di lavori di manutenzione, non ci è stato possibile salire sul campanile del santuario, da cui si gode una vista magnifica sull'intera valle di Pompei e del Vesuvio, e dove avremmo potuto ammirare le 8 campane fuse dalla Fonderia Marinelli di Agnone. Nel frattempo, diverse persone hanno partecipato alla Santa Messa delle 16:00 presso l'altare maggiore. Alle 17:45 abbiamo ripreso la strada per Capracotta, giungendovi alle 20:30, stanchi ma felici, con gli occhi colmi di cose belle. Ecco una galleria di fotografie realizzate da Mario Ianiro all'interno della città di Pompeii. Il prossimo viaggio, come anticipato a tutti, è previsto per settembre 2025 e si svolgerà probabilmente nella città de L'Aquila e nei suoi dintorni. Francesco Mendozzi

  • Relazione sul centenario delle croci di maggio

    Parte del gruppo alla croce del Procoio (foto: A. Monaco). Sabato 3 maggio abbiamo rispettato con amore e dedizione il centenario delle "croci di maggio" di Capracotta. Un'escursione da oltre 14 chilometri ci ha infatti portati dapprima al Procoio, dove abbiamo letto le parole di Aldo Trotta in omaggio a suo nonno Carmine, con cui abbiamo raccontato ai 18 partecipanti la storia di quella croce, il suo realizzatore, il contesto storico nel quale è stata innalzata. Poi, dopo aver visto posti splendidi quali il Trione, il Tiro a Segno e la Fossata (dove abbiamo avuto sentore di un incontro con un lupo), siamo saliti alla Forcatura, dove il sempre allegro Giovanni Monaco ci ha raccontato la storia di Giacomo Di Tanna e Colomba Merola, i quali, dopo la visita in sogno della Madonna di Loreto, decisero di erigere quella grossa croce, cambiando per sempre la storia di quel luogo. Parte del gruppo alla croce della Forcatura (foto: A. Monaco). Il primo tratto del percorso ci ha visti impegnati nel raggiungere lo Iaccio del Procoio da piazza Emanuele Gianturco, dopo aver visitato la Fonte Fredda ed averne raccontato brevemente la storia. Superata la nuova Fonte del Procoio, abbiamo guadagnato il più grande stazzo antico di Capracotta, dove ancor oggi è possibile rinvenire i resti di quella che era una vera e propria cittadella pastorale. Di fronte all'omonima croce, abbiamo deciso di leggere un frammento del racconto "La croce del nonno Carmine", pubblicato dal dott. Aldo Trotta nella sua raccolta "L'altalena dei ricordi", in cui è scritto della: [...] splendida croce di ferro battuto che mio nonno paterno Carmine vi aveva fatto collocare, in data 3 maggio 1925, come risulta dalla piccola targa ricordo. Si trova nella cosiddetta zona del Precuórie : che significa "stazzo per le pecore", forse un'antica struttura stabilmente presente accanto alla sorgente della Fonte Fredda; tuttora visibile, specie all'alba e al tramonto, anche dalle finestre della nostra casa, è stata e rimane tuttora un punto di riferimento e di sosta per chiunque si trovi a passare da quei viottoli. Purtroppo, non ho avuto la fortuna di conoscere il nonno Carmine e quindi non avevo mai saputo granché della sua iniziativa né, tantomeno, se ci fossero state ragioni precise per la scelta di quella data; molto superficialmente anzi, avevo sempre ritenuto che fosse del tutto casuale fino a quando, finalmente, ho avuto la curiosità di documentarmi e confesso di essere rimasto sorpreso per quanto ho scoperto. Ignoravo che, fino agli anni '60 e al pontificato di papa Giovanni XXIII, fossero due i giorni di memoria liturgica dedicati alla Santa Croce: rispettivamente il 3 maggio e il 14 settembre, e di esse io conoscevo solo quest'ultima; la prima festività, attualmente cancellata, corrispondeva storicamente al "Ritrovamento della Croce", mentre la seconda, quella rimasta in calendario, è tuttora nota come "Esaltazione della Croce". Così, in un crescendo di emozioni, ho appreso dell'antichissima tradizione definita "Le croci di maggio" [...] non è verosimile che a Capracotta le spighe di grano fossero già alte in primavera, ma quella data non era certo fortuita per il nonno, che certamente conosceva la tradizione delle croci votive nei campi per implorare il buon esito delle coltivazioni: tanto più in una stagione a maggior rischio di grandine o di gelate tardive che potevano vanificare un intero anno di lavoro e di attesa. [...] si trattava di croci rudimentali intagliate nel legno dagli stessi agricoltori e non destinate a durare nel tempo: di solito venivano abbellite con rami di ulivo benedetti nella domenica delle Palme e duravano fino al momento del raccolto ma, specialmente in alta collina o in montagna, ogni anno si riutilizzavano le stesse croci di ferro: cosa quantomai problematica nel nostro territorio. Così si comprende la decisione del nonno di collocare stabilmente una croce votiva non proprio nei campi coltivati, ma lungo il sentiero da percorrere; assai più scontata, invece, la sua scelta dell'artigiano cui affidarne la costruzione, perché fu certamente il caro zio Michele Trotta, un vero artista del ferro battuto. Parte del gruppo presso la Fonte del Procoio (foto: F. Mendozzi). Tornati alla Fonte del Procoio, siamo scesi sulla strada provinciale per Agnone e, da lì, attraverso il Vallone dei Vagli, sulla strada del Verrino, fino a toccare il fondo del Tiro a Segno, dove abbiamo raccontato la storia della più antica associazione sportiva di Capracotta e di come quel prezioso luogo fosse diventato prima poligono militare e, dopo l'8 settembre 1943, di come abbia rivestito un ruolo inaspettato nella mancata rappresaglia di Guastra ( qui ). Da lì abbiamo imboccato l'antica Strada di Vallesorda - con cui i nostri contadini raggiungevano quotidianamente i campi di Pietralearda, delle Fossata, dei Cimenti, degli Iacciotti, del Pusaturo e dell'Ara Petracca - che abbiamo lasciato poco dopo la Fonte di Zio Berardino per risalire sulla strada provinciale Montesangrina e quindi imboccare la via brecciata della Crocetta, il cui toponimo è nato proprio un secolo fa, all'indomani dell'erezione della "croce di maggio" delle famiglie Di Tanna-Merola: prima di allora, infatti, quel luogo era detto Forcatura. Parte del gruppo oltre la Fossata Grande (foto: W. Di Lorenzo). Giunti alla Crocetta, ha preso la parola Giovanni Monaco, pronipote di quel Giacomo Di Tanna, classe 1880, che nel 1925, dopo aver sognato per tre volte la Madonna di Loreto, riuscì ad innalzare una croce in Suo onore. La tradizione orale della sua famiglia vuole infatti che sin dal 1923 il bisnonno Giacomo avesse sognato la Vergine Maria, la Quale gli intimò: [...] di costruire una croce in un punto di Capracotta da cui si possano vedere tre paesi: Capracotta, Agnone e Vastogirardi. E aggiunge che questa croce doveva essere finanziata da lui [...] e da una certa signora Colomba, benestante. Nei giorni successivi il nostro protagonista si premura di raccontare il sogno alle altre due persone coinvolte. Mucc' e la signora Colomba sono d'accordo per realizzare la richiesta ma il sacerdote tentenna e, mese dopo mese, alla fine non se ne fa niente. [...] se non sarà eretta la croce i danni saranno maggiori. Mucc' si premura di andare da Colomba a raccontare il sogno e questa voltai due si attivano per installare una croce di ferro alta circa due metri in un punto da cui in teoria si dovrebbero vedere i tre paesi anche se attualmente questa vista è interdetta, essendo la zona per una parte circondata da alberi. Dopo il piacevolissimo racconto di Giovanni Monaco, abbiamo posto l'accento sulla diversità realizzativa delle due croci di maggio, giacché quella del Procoio è decisamente più piccola di quella della Forcatura, ed inoltre la seconda, sull'asse orizzontale, porta i segni tradizionali della Passione di Gesù Cristo, tanto che il prof. Sebastiano Paglione ci ha spiegato quale simbologia si celi dietro i sette "attributi" della croce, che vanno a descrivere il completamento della missione divina. Un momento del racconto di Giovanni Monaco (foto: A. Monaco). Sabato 3 maggio abbiamo cercato di rendere omaggio alla società contadina della Capracotta che fu, quella dei nostri avi, per i quali le croci di maggio erano speranza, augurio, benedizione. Al contempo, abbiamo visitato luoghi insperati del nostro territorio che tanti nemmeno conoscevano. Durante l'escursione per celebrare il "secolo delle croci di maggio", insomma, siamo stati guidati da uno spirito di fratellanza e condivisione, con cui abbiamo rinsaldato la nostra capracottesità . Soprattutto in quest'epoca "liquida", conoscere la propria storia e quella del proprio popolo non è esercizio di stile, ma prova estrema di concretezza. Francesco Mendozzi

  • Il secolo delle croci di maggio

    La locandina dell'escursione del 3 maggio 2025. Sabato 3 maggio ricorre il centenario di due croci di campagna erette sul suolo capracottese: quella del Procoio, innalzata da Carmine Trotta, e quella della Forcatura, voluta da Giacomo Di Tanna e dalla famiglia Merola, entrambe inaugurate il 3 maggio 1925, probabilmente per rispettare l'antica tradizione delle "croci di maggio", con cui si celebrava la scoperta della croce di Gesù Cristo e, allo stesso tempo, si chiedeva la protezione divina per il raccolto. Giacché quello degli itinerari storici è un nostro obiettivo statutario, abbiamo pensato di commemorare questo anniversario secolare con una lunga escursione (oltre 10 km) che toccherà entrambe le croci. Durante l'escursione avremo modo di leggere il racconto del dott. Aldo Trotta sul nonno Carmine, mentre dalla viva voce di Giacomo Di Tanna ascolteremo la storia di suo nonno Muccio. L'escursione muoverà alle ore 8:00 da piazza Emanuele Gianturco, e, restando il più fedeli possibile all'antica rete stradale contadina, ci dirigeremo alla Fonte Fredda e quindi al Procoio, da dove scenderemo verso il Trione per imboccare la cosiddetta "Strada di Vallesorda", che, dopo la Fonte di Zio Berardino, infine lasceremo per guadagnare il Coppo della Crocetta. Consiglio direttivo di Letteratura Capracottese APS

  • Capracotta, 25 aprile 2025: le storie di Emilio, Fiore, Gaspare e Rodolfo

    Il gruppo davanti alla croce di Fiore De Renzis (foto: T. Colacillo). Venerdì 25 aprile 2025 la nostra Associazione ha organizzato con successo una lunga passeggiata escursionistica tra la Difesa e il Vallone delle Incotte per raccontare ed omaggiare quattro capracottesi che, con storie diverse, hanno perso la vita per cause direttamente connesse alla Seconda guerra mondiale e al nazifascismo. Innanzitutto ci siamo recati sulla vecchia croce in ferro che ricorda il luogo in cui morì Adamo Fiore De Renzis (classe 1899), la cui vita, sulla base delle ricerche condotte da Vincenzino Di Nardo e Antonio D'Andrea, fu tragica. Nel 1910, il padre Emilio, da cui proviene il soprannome di famiglia Meglióne , morì a 45 anni di peritonite, dopo che egli stesso si eviscerò con un coltello per non sentire i dolori lancinanti all'addome. Una sorella, Antonietta, morì a 17 anni, nel 1920, a seguito dello sparo partito per «pura e vera disgrazia» - a detta dei cronitsi dell'epoca - dalla pistola di un carabiniere in casa loro. La sorella minore Maria Loreta morì invece nel '22, ad appena 16 anni, probabilmente di malattia. Fiore era sposato con Giovannina Serlenga, che gli diede quattro figli. La maggiore, Antonietta - che portava il nome di sua zia morta adolescente - è l'unica della famiglia a sopravvivergli. Si sposò nel 1950 ma di lei non abbiamo notizie, per cui quasi sicuramente lasciò molto presto il paese. Gli altri figli di Fiore completano il rosario tragico della sua esistenza. Maria Rosa - che portava il nome di sua nonna - morì nel 1940 a 10 anni; l’ultimogenito Lucio, invece, era morto infante nel 1934; sei mesi dopo era morta anche la moglie Giovannina, a soli 43 anni. Al momento dei fatti, dunque, Fiore viveva con la figlia sedicenne Antonietta e col figlio undicenne Emilio - che portava il nome del nonno -, al quale stava insegnando il mestiere del capraio, ossia radunare al mattino le circa duecento capre che vivevano nelle case dei capracottesi e guidarle al pascolo, dunque riportarle al tramonto in paese. È il 20 novembre 1943 quando Fiore ed Emilio perdono la vita. La maggior parte delle testimonianze parlò di una mina, altri parlarono di una granata inesplosa, altri ancora di un colpo di artiglieria partito dall'Oltresangro. A quel tempo, infatti, i Tedeschi avevano ormai lasciato Capracotta da diversi giorni e si erano attestati sulle montagne di fronte, lasciando che la valle del Sangro diventasse la "terra di nessuno" della linea Gustav. Fiore ed Emilio De Renzis, però, vanno considerate vittime dirette della Seconda guerra mondiale e forse proprio dei nazifascisti, in quanto questa strada era stata minata da un gruppo di fascisti appartenenti alla neonata Repubblica Sociale Italiana. Il cosiddetto Gruppo Ceccacci fu un manipolo di nuotatori paracadutisti, avanguradia della Decima Flottiglia Mas, che, di notte, si paracadutava in territorio nemico per effettuare operazioni di sabotaggio che rallentassero l'avanzata degli Alleati. A Capracotta operò la squadriglia formata da Remo Tonin, Benito Buratti e Tiberio Zanardo, i quali confermarono nel 1995 di essere entrati di notte in territorio capracottese e di aver piazzato delle mine sulla strada per Castel di Sangro. Essi parlarono di azioni compiute nel gennaio 1944 ma dai loro racconti, stranamente, non emerge un dato importante, quello delle strade bloccate dalla neve, che tra dicembre e gennaio cadde copiosissima, per cui è possibile che abbiano confuso la data. Ad ogni modo, le strade erano allora sterrate, e il modus operandi di questi camerati era quello di scavare grosse buche al centro della carreggiata, piazzarvi l'ordigno esplosivo e quindi ricoprirlo di terra. Per nascondere la terra smossa, erano solerti nel ricreare a mano la continuità dei solchi dei mezzi che vi erano transitati sopra. Il 20 novembre 1943 Fiore ed Emilio De Renzis saltarono in aria probabilmente su una di queste mine, tanto che la croce posta a ricordo dell'evento sta a due passi dalla strada provinciale. I capracottesi seppero dello loro morte perché quella sera le capre tornarono da sole in paese. La loro storia, a mio avviso, vista da Capracotta, merita la stessa attenzione di quella che aveva colpito due settimane prima la famiglia Fiadino e che siamo andati a raccontare presso il cosiddetto casotto di Nunna Rosa. Il gruppo presso il casotto di Nunna Rosa (foto: T. Colacillo). Infatti, dopo un lungo sentiero che, dalla croce di Fiore De Renzis, tocca la Fonte Sambuco, la Fonte Nascosta, il Vallone delle Incotte ed il casotto di Magnapatane, eretto nel 1940, siamo giunti a quello di Nunna Rosa, dove ho tentato di riscostruire una breve cronistoria dei fatti che portarono, il 4 novembre 1943, all'uccisione di Rodolfo e Gasperino Fiadino, aiutandomi col memoriale di William Parker, col libro di Eleonora Di Nucci e col romanzo di Eugenio Corti "I poveri cristi" del 1951. Presso quel tugurio ormai abbandonato - e che meriterebbe una doverosa valorizzazione -, abbiamo rivissuto la fuga rocambolesca da Sulmona degli 8 evasi neozelandesi, l'incontro con la famiglia Fiadino, l'accoglienza presso la famiglia Falconi-Jaselli, il primo rifugio presso l'eremo di San Luca, la delazione del cittadino santangiolese, il secondo lungo nascondiglio presso il casotto di Nunna Rosa e, infine, la deleteria fiducia accordata ad un «siciliano zoppo» che si rivelerà fatale per tutti. I neozelandesi torneranno ad essere prigionieri di guerra dei Tedeschi mentre i fratelli Fiadino subiranno un processo farsa che costerà la vita a due di essi. La festa della Liberazione, dunque, ha per Capracotta un sapore dolceamaro. Da un lato è la festa della ritrovata libertà, della fine delle atrocità che costarono al paese la morte, la distruzione, lo sfollamento; dall'altro è la triste presa di coscienza di un popolo di aver perso figli, case e dignità. Ad ottant'anni da quegli eventi, con la nostra passeggiata escursionistica abbiamo tentato di rendere più consapevoli le persone circa la storia collettiva che le riguarda, in quanto «la storia non si fa signorile a tavolino», giacché «la libertà [è] un doveroso pericolo». Francesco Mendozzi

  • Viteliù - Promesse

    Quella mattina Marzio Stazio si era alzato prima dell'alba come accadeva solo nei giorni dedicati ai viaggi o agli eventi eccezionali. La luce del sole, che iniziava appena a colorare l'orizzonte, prometteva di illuminare per lui una giornata memorabile e l'eccitazione non gli aveva permesso di dormire più a lungo. Il giovane si era sciacquato appena gli occhi con l'acqua fresca della conca e con gesti frettolosi aveva iniziato a cercare gli abiti nella semioscurità. Li aveva trovati facilmente lì, dove sua madre li aveva sistemati la sera prima; erano i suoi abiti nuovi adatti per montare a cavallo: il regalo più bello mai ricevuto. Fu preso da un'euforia difficile da controllare che raggiunse il culmine quando calzò gli stivali nuovi, fatti dal migliore artigiano di Roma. Si sentì come un semidio in grado di domare tutti i cavalli del mondo e di cavalcare persino Pegasus. Non alto, ma robusto, un fisico non proprio latino il suo, di certo originale fra i giovani di Roma. Era forte e in salute. Anche bello; a sentire la governante di casa il più bel giovane di Roma. "Il mio dio greco" diceva di lui la madre Livia, "bello come una statua di Fidia". Erano queste le parole con le quali la donna aveva sempre rassicurato Marzio che fin da piccolo aveva domandato alla madre il perché della sua diversità dalla maggior parte dei suoi compagni di giochi. Capelli nerissimi e crespi, le sopracciglia folte e una barba che si annunciava precoce e ispida tradivano origini lontane dalla città dei sette colli e dalle genti della stessa campagna romana. I suoi erano lineamenti decisi, a tratti di una certa durezza, appena ingentiliti dalle attenzioni delle donne di famiglia. In questo il giovane sembrava somigliare a sua madre, una donna dall'aspetto fiero, gli occhi nerissimi e la pelle bruna. Originale e affascinante era invece il suo sorriso, che iniziava da un angolo solo della bocca per aprirsi e scoprire i denti bianchi; e poi quelle labbra carnose che piacevano tanto alle ragazze di Roma. Da qualche tempo, Marzio sentiva sempre più espliciti e ammirati i commenti delle giovani donne. Le ragazze e le armi erano le sue passioni più sfrenate. Ma ce n'era un'altra ancor più forte che sembrava essere nata con lui: i cavalli. E oggi sarebbe successa la cosa cui teneva di più! L'addestratore Mikolaus, lo schiavo macedone che nel suo paese era stato un famoso maestro di equitazione, gli avrebbe permesso finalmente di montare Arco, il cavallo acquistato per lui dal padre nell'autunno precedente. Grazie al suo fisico atletico e alle gambe forti, Marzio risultava abile in vari sport, ma era nell'equitazione che eccelleva, sovrastando tutti i suoi coetanei. Sui cavalli sembrava essere nato. Arco era il sogno che si era realizzato: il più bel soggetto che egli avrebbe potuto desiderare. Il mantello baio scuro, la criniera folta e lunghissima d'un nero corvino, i colori che in un cavallo Marzio aveva ammirato fin da bambino, insieme alla maestosa incollatura facevano del giovane stallone una delle cavalcature più belle tra quelle possedute da qualunque giovane delle famiglie patrizie di Roma. Un animale di rara bellezza, fiero nell'aspetto e dal gran temperamento ora vicino a compiere i tre anni e dunque nell'età giusta per essere montato. Proveniva dai monti della Tolfa, nella Tuscia inferiore, da un allevatore che importava stalloni africani dalla Cirenaica per accoppiarli alle rustiche fattrici di quella terra. In pochi anni il suo allevamento era diventato il più noto a Roma; molti milites equites del rinato esercito repubblicano si vantavano di aver acquistato un cavallo da lui. Arco era il più bello mai visto da molto tempo a Roma. Durante le lunghe giornate dedicate alla doma e all'addestramento dello splendido animale, Marzio aveva potuto leggere chiaramente l'invidia anche sui volti degli amici più stretti. Suo padre aveva ricevuto anche diverse allettanti richieste di acquisto, sempre negate soprattutto per la ferma opposizione del giovane. Da giorni aveva insistito per poterlo cavalcare. E il giorno precedente, nonostante l'addestramento non fosse completato, Mikolaus aveva finalmente ceduto. L'avrebbe montato! Il primo pensiero di Marzio, non appena sveglio, era dunque corso veloce come il vento alla fattoria appena fuori le mura di Roma che custodiva quel sogno marrone scuro vestito da cavallo. Un pensiero fisso che lo accompagnò all'uscita della stanza avvolta ancora dalla penombra. Il giovane pregustava già le "parate" cui avrebbe dato vita in groppa a quello splendore davanti alla nobiltà romana, alla gioventù e soprattutto davanti a lei, Lucilla Cornelia Rufa! Un tuffo al cuore lo distolse improvvisamente dai pensieri sul destriero. Quel nome... quel volto! Marzio si fermò solo un attimo, lo sguardo perso nell'immagine che si era formata nella sua mente. Quasi aveva dimenticato l'appuntamento! Egli non aveva dormito granché quella notte, come altre notti durante quella settimana, anche per un altro motivo. Lucilla Cornelia alla quale si era dichiarato un mese prima e che da qualche giorno aveva accettato la sua corte, oggi lo avrebbe incontrato con la promessa del primo bacio. Si erano già visti diverse volte parlando a lungo e guardandosi tutto il tempo negli occhi. Pochi giorni per la nascita di un nuovo amore. Un sentimento travolgente, di un'intensità mai provata da entrambi. Per tutti e due era il primo innamoramento e come ogni amore che nasce sulla terra, era fatto di sorrisi, sguardi e rossori di lei; i batticuore, le carezze tentate del ragazzo e i baci negati da Lucilla, le promesse, i giuramenti, i sogni e le speranze e le paure di ogni coppia innamorata. Le mani che si sfioravano furtivamente ogni volta che, passeggiando, pensavano di essere al riparo da sguardi indiscreti. A far da complice era la splendida primavera di Roma nella quale i tepori, profumi e colori sembravano proprio invitare tutti gli esseri all'amore. Erano due fiori che sbocciavano sul sangue e sulla violenza del recente terribile passato di Roma. Questo pensava persino la nutrice della ragazza sorvegliante, spesso impaziente, degli incontri. Era il parere anche della madre di lei che, segretamente informata dall'anziana serva, non si era opposta a quell'amore nascente. Del resto Marzio apparteneva a una buona famiglia della nuova borghesia di origine italica, classe media di quella che era ormai la città più potente del mondo e che dopo la fine delle guerre intestine aveva ripreso ad accettare nel suo seno nuovi ricchi, nuove lingue e culture. Marzio avrebbe dunque incontrato Lucilla Cornelia nel pomeriggio di quel giorno di primavera e l'avrebbe baciata! Il pensiero lo scosse. Si affrettò a uscire da casa, non senza passare prima a dare un bacio sul viso dell'adorata madre Livia, il cui sorriso, nell'ombra della stanza, egli non vide. Uscito per strada il giovane vide a levante il cielo colorato da un'aurora particolarmente intensa, rossa, da sembrare il riflesso delle sue due passioni. Si diresse verso Porta Capena già affollata dal via vai dei commercianti intenti al rito dedicato a Mercurio. A poca distanza dalla fonte sacra al dio alato egli corse incontro a Ullovidio Celto, il giovane che aveva conosciuto da ragazzino, fin dai primi mesi della sua permanenza a Roma e la cui amicizia lo aveva aiutato ad ambientarsi in una città completamente diversa dalla cittadina di provincia dove aveva passato la sua prima infanzia. Un ragazzone, corpulento e tuttavia agile, più alto di una spanna rispetto a lui. I capelli chiari e gli occhi azzurri ne tradivano l'origine gallica: dei Galli Senoni aveva, oltre al fisico, anche la pelle chiara, la forza e il carattere generoso e gioviale. Era figlio di un possidente della Gallia inferiore che aveva seguito Siila come militare prima in Oriente e poi nella guerra civile contro Mario. Per i suoi servigi era stato ampiamente ricompensato dal Dittatore durante il cui dominio aveva deciso di trasferirsi a Roma. Lì aveva tentato con un certo successo la scalata sociale approfittando anche dei larghi vuoti lasciati dall'era delle proscrizioni. – Te la stai facendo addosso. Confessa! – gli urlò Ullovidio in faccia non appena lo vide. – Quante risate mi farò quando quel diavolo scuro ti avrà sbattuto col culo a terra... Ah ah ah – e giù una sonora risata e una possente pacca sulle spalle di Marzio che si piegò sulle gambe, ma reagì ridendo. – Tutta invidia – disse soltanto, mentre abbracciava l'amico e si toccava la spalla dolorante. I due giovani uscirono dalla città con passo svelto, a tratti correndo. – Arco non mi farà del male – disse Marzio serio, – non è un animale cattivo. Non ha opposto alcuna ribellione alla doma. E focoso sì, ma non è cattivo... – C'è voluta tutta la bravura di Mikolaus a imbrigliare il fuoco che ha dentro quel cavallo – ribatté l'amico nel suo latino impastato dal rotondo accento senone, – ma ha anche lui la sua dignità. Quando si accorgerà che vogliono farlo montare da un asino... vedrai che sgroppate! E tu... che salti! Ah ah ah! Ancora una sonora risata che contagiò anche stavolta Marzio. – A proposito di monta, oggi è doppia eh? Stalloni e giumente, sai che divertimento! E giù una pacca sulla schiena più forte della prima. Marzio questa volta reagì male. – Lascia stare Lucilla, Ullovidio! Su di lei non voglio che scherzi, te l'ho detto mille volte! Quando fai così, diventi odioso! – Scusa, scusa! – Ma il risolino rimasto sul viso del ragazzone non sapeva certo di pentimento. Affrettarono ancor di più il passo, mentre le mura della città erano già distanti alle loro spalle. Due giovani della nuova Roma, Marzio e Ullovidio, accomunati dal fatto di non essere di stirpe latina. Forse proprio per questo avevano immediatamente legato quando si erano conosciuti: era successo sette anni prima, appena dopo l'arrivo di Marzio a Roma con la sua famiglia. Anche Ullovidio aveva dovuto superare lo stesso trauma: trovarsi improvvisamente in quella città da straniero. Era bastato poco tempo e ora erano due giovani Romani nel pieno fulgore della loro gioventù. Come molti dei loro amici si sentivano, ed erano, dei privilegiati al centro del mondo. La vita sorrideva, tutto concorreva ad alimentare l'ottimismo e la voglia di vivere. Marzio in particolare si sentiva, quella mattina, il ragazzo più fortunato della terra. Il fato, sotto le doppie sembianze di uno splendido stallone baio scuro e del viso bellissimo della sua innamorata, pareva volesse sorridergli all'infinito. Volarono verso la masseria del fattore cui erano affidati i campi e gli animali della famiglia degli Stazi. Vi giunsero in pochi minuti. La casa e le stalle li accolsero già rischiarate dal sole che nasceva dietro le colline a est. Mikolaus era nel ricovero ad accudire Arco. Li salutò con un rimprovero. – Ho dato io l'avena e il fieno al tuo cavallo – esclamò rivolto verso Marzio. – Se aspettava te, sarebbe morto di fame. Come al solito! – Ma... ma Mikolaus, il sole non è ancora spuntato – balbettò il giovane. – E poi, Ullovidio... – Eh, no! Non provare a incolpare a me – intervenne l'amico. – Io ero a Porta Capena che era ancora buio... – Quando sarai in guerra, non ci sarà tempo di dormire! – interruppe Mikolaus duro, sempre rivolto a Marzio. – E se il cavallo non sarà stato nutrito a sufficienza ben prima dell'alba, tu sarai solo un uomo che morirà prima degli altri! Il tono era deciso, lo sguardo fisso negli occhi del ragazzo. L'addestratore macedone faceva bene il mestiere per cui era mantenuto in vita dalla famiglia degli Stazi e conosceva il suo dovere. Educare il giovane all'uso del cavallo in guerra voleva dire imporgli regole ferree, comportamenti che tutti i popoli che usavano gli equini nel combattimento conoscevano bene. Lo schiavo sapeva di essere spesso più severo di quanto fosse necessario, ma sapeva anche bene quanto ciò fosse necessario con gli adolescenti benestanti che gli erano affidati. Ragazzi sempre troppo inclini a considerare il cavallo come un mezzo di trasporto o simbolo dello status sociale, senza diritti e senza anima. – La salute del tuo cavallo deve starti più a cuore che non la tua salute – disse senza ammorbidire affatto il tono e guardandolo sempre in viso. – In battaglia la forza del tuo cavallo è la tua forza. Il benessere di Arco sarà la tua salvezza, non lo capisci? Quando sarai ferito e inseguito, la tua vita dipenderà solo da quanto veloce e a lungo saprà correre il tuo destriero. Staccò lo sguardo dal ragazzo per togliere il secchio dal muso dello stallone che invece avrebbe voluto continuare a pulire con la lingua ciò che di avena e crusca bagnata era rimasto nel fondo. Allungò il collo fin dove potè poi rinunciò, e le sue attenzioni si rivolsero verso il fieno nella mangiatoia. Scartò con il muso a destra e a sinistra le parti meno golose e affondò la bocca al centro del mucchio fino a raggiungere i semi sulla pietra della mangiatoia. La criniera folta e corvina copriva per intero la testa abbassata dell'animale. – Arco è il più bel soggetto che io abbia mai domato – riprese con calma Mikolaus, – e dire che ne ho visti migliaia di cavalli nella mia stalla. Devi saperlo meritare ragazzo! Dimostrami che sei alla sua altezza! – Lo guardò di nuovo dritto negli occhi porgendogli brusca e striglia. Marzio e Ullovidio, in silenzio, spazzolarono a lungo il pelo dello stallone. – Tutto comincia dalla pulizia del cavallo – diceva sempre Mikolaus – e continua dalla confidenza che si deve avere con lui. Quasi tutti possono montare un cavallo, ma pochi riescono ad averlo come amico della vita. Confidenza, fiducia, rispetto. Il cavallo non ti deve temere, ma amare; deve vederti come il suo protettore e la fonte della sua sicurezza. Le parole dell'addestratore risuonavano nella mente di Marzio a ogni colpo di striglia. – Devi essere colui che gli porta il cibo, lo massaggia con la brusca e lo fa star bene. Devi essere il rifugio delle sue paure, chi lo accarezza nei momenti di tensione. Solo così si fiderà di te, solo così potrai chiedergli di non arretrare davanti al fuoco, alle grida e agli orrori della battaglia. Solo conquistando la sua fiducia egli si scaglierà per te contro il muro di lance della fanteria per scompaginarne le fila. Il tuo cavallo saprà ripagarti, sarà mille volte più generoso di quanto tu non lo sia stato con lui e correrà fino a farsi scoppiare il cuore quando si tratterà di salvare la tua vita. – Devi passare più tempo con lui che con le ragazze e con i tuoi amici! – disse sottovoce Marzio rivolto all'amico come ripassando ad alta voce una lezione del maestro che si era allontanato di poco. – Mikolaus forse ha ragione, ma tra Arco e Lucilla la scelta non è facile, non trovi? – Risero di gusto, ma per pochi secondi. Tornarono subito seri, continuando le operazioni di preparazione che durarono ancora diversi minuti. A un certo punto l'addestratore decise che fosse sufficiente. Una pacca sulla spalla del cavallo e un'altra su quella di Marzio furono il segno che la pulizia era finita e che era il momento delle briglie. – Un cavallo può portarti fino ai confini del mondo se saprai capirlo e rispettarlo –, insistette Mikolaus che impiegava ogni momento della presenza del giovane accanto a Arco per ripetere i suoi consigli senza smettere neanche un momento di insegnargli qualcosa. – Devi osservarlo sempre, cercare di capire ogni giorno come sta dai segni che il suo fisico sa darti. I due giovani si scambiarono un fugace sorriso d'intesa sempre attenti a non farsi vedere da Mikolaus per il quale nutrivano il massimo rispetto conoscendone il valore, ma anche la severità. – Il pelo lucido è sintomo di salute, l'opaco ti dirà che ha problemi, anche seri. E lo zoccolo? Osserva lo zoccolo... – Mikolaus invitò Marzio a sollevare la zampa posteriore destra del cavallo e a guardare la parte inferiore del piede. – Non deve crescere in eccesso e sotto non deve essere mai nero. Il nero vorrà dire che è marcio, lo saprai anche dalla puzza. Allora dovrai provvedere a una stalla più asciutta e a una lettiera con la paglia pulita e più abbondante. Un cavallo senza piedi sani è inservibile. – Maestro – disse Marzio lasciando la zampa e avvicinandosi alla testa dello splendido animale, – è vero che i cavalli parlano con le orecchie? – Osserva sempre attentamente il tuo cavallo – continuò Mikolaus come non avesse ascoltato la domanda, – guarda tutto di lui. Stai attento a che il suo occhio sia sempre vivace, e che la testa sia sempre ben portata. Uno stallone deve tenerla sempre alta e fiera. Diversamente è cattivo segno. Se mangia malvolentieri, apri la sua bocca e osserva che non abbia denti da limare o punte di biada nelle gengive... Impara a guardare il tuo cavallo, ragazzo. Amalo e Arco ti porterà fino ai confini del mondo, ti ho detto. Sì, i cavalli parlano e non solo con le orecchie. Ma ora è tardi, preparati a montare e non farmi pentire di essere il tuo maestro. Finalmente aveva sorriso. Marzio e Ullovidio cercarono a lungo di far indossare il morso ad Arco, ma il giovane cavallo non voleva saperne di accettare il ferro in bocca né di smettere di mangiare il fieno. A stento i due riuscivano a fargli alzare la testa che ad ogni tentativo rituffava nel mucchio odoroso. Era la prima volta che avevano a che fare con un giovane stallone dal carattere tanto diverso dai cavalli anziani accuditi fino a quel giorno. Mikolaus li guardava da lontano senza intervenire. Fu Ullovidio a dare i primi segni d'impazienza. Afferrò con forza la testa del cavallo e tentò di premere nervosamente il ferro contro i denti serrati dell'animale, che scosse violentemente il capo e fece cadere morso e briglie a terra. Il ragazzone perse la pazienza e fece per alzare una mano sul cavallo. Fu allora che lo schiavo macedone intervenne. – Fermati! Non è così che devi fare! – gridò Mikolaus avvicinandosi in fretta. – Mai picchiarlo! È un cavallo giovane! Guardò Ullovidio fisso negli occhi, lo sguardo duro a pochi centimetri di distanza dal suo volto. – Non provarci mai più! Così lo rovini! Si calmò. – Mai, il dolore mai. In questo modo il morso gli ricorderebbe una sofferenza fisica e una punizione. Così gli sarà sgradevole per sempre. Non otterrai che lotte ogni volta che dovrai farglielo indossare! E sarà sempre peggio. Dai a me. Lo schiavo prese le briglie e si allontanò di pochi metri. Tornò con un contenitore di terracotta. V'immerse il dito più volte e spalmò il miele così prelevato sul metallo del morso. Si avvicinò a Arco che alzò docilmente la testa e annusò il ferro. Leccò il miele, ma non aprì la bocca per accettare l'imboccatura. Allora Mikolaus introdusse dolcemente un pollice nella piega della bocca del cavallo che si aprì così da far entrare il morso. Per nulla turbato il puledro prese a masticarlo leccando contemporaneamente con la lingua il resto del miele. – Nessuno ha diritto di costringere un altro essere vivente a fare qualcosa con la violenza. Nessuno! – mormorò l'istruttore mentre completava l'operazione facendo passare le cinghie della testiera dietro le orecchie agganciandole alle rispettive fibbie. Carezzò il cavallo al centro della testa. – Così è la dolcezza che ricorderà ogni volta che gli presenterai il morso – disse, allontanandosi con il puledro che lo seguì docilmente fuori dalla stalla fino al rettangolo recintato. I due ragazzi si guardarono, stupiti e ammirati. Poi uscirono dalla stalla, ma solo Marzio entrò nel recinto. Era ormai giorno fatto e l'aria era carica di tutti i profumi della primavera di Roma. Per precauzione l'istruttore aveva sistemato le giumente in pascoli molto distanti in modo che il giovane stallone non ne fosse distratto o innervosito. Marzio aveva sempre dimostrato una grande capacità nel cavalcare. "Ma Arco è di un altro mondo" lo aveva sempre ammonito maestro Mikolaus. – Perciò stai attento – gli disse ora, poco prima di aiutarlo a salire – non strafare. Devi entrare in sintonia con lui, stare calmo e trasmettergli tranquillità e sicurezza. Non trattenerlo troppo in bocca, guidalo più con le gambe, come ti ho insegnato, che con le redini. E usa la voce, come mi hai sempre visto fare con lui. La voce è importante, lo rassicura e lo comanda. È un cavallo buono, ha accettato l'uomo, ma è giovane e ha tanto sangue nelle vene. Con la forza non otterresti che reazioni pericolose, soprattutto per te. E non usare maniere brusche. Rovineresti il mio lavoro di mesi. Sali! Gli sostenne la gamba sinistra e Marzio salì agilmente in groppa. Il cavallo volse la testa all'indietro fino a odorare una delle gambe del suo cavaliere, il secondo essere umano di cui sperimentava il peso sulla schiena. Marzio sentì il calore e la forza di quel corpo vigoroso fra le gambe. Sorrise, con quella sua strana maniera di farlo, con il sorriso che partiva da un solo angolo della bocca. Era senza sella e senza coperta così come il maestro aveva voluto. Fu colto da una scarica di emozione mista a timore reverenziale e strinse istintivamente le gambe alla ricerca di stabilità. Alla stretta il cavallo fece due rapidi passi avanti quasi volesse fuggire da qualcosa, tanto che l'istruttore fece appena in tempo a fermarlo prendendolo per la cavezza. – Piano, ragazzo, piano. Lui è sensibile, ha sangue. Una stretta così vuol dire farlo partire al galoppo... piano. Mollò la cavezza e lasciò a Marzio il comando dello stallone che iniziò a muoversi lungo la staccionata del rettangolo. Attimi d'emozione intensa per il giovane che non stava più nella pelle. Guardò Ullovidio con un sorriso fra i più larghi di tutta la sua vita, poi riprese a concentrarsi su Arco e le sue reazioni. – È stupendo maestro, è docile ai comandi, risponde come nessun altro! – È un cavallo superiore a tutti quelli che tu ed io abbiamo conosciuto – disse Mikolaus con soddisfazione, – un cavallo speciale, perciò trattalo bene. E non deconcentrarti! Arco rispondeva ai comandi che il suo cavaliere gli impartiva seguendo gli ordini di Mikolaus rimasto al centro del recinto. Ad ogni ordine seguiva una risposta positiva, perfetta. E l'entusiasmo di Marzio cresceva. Tutto gli sembrava più facile che con gli altri cavalli fino ad allora montati. L'istruttore comandò il trotto; alla richiesta di Marzio il cavallo eseguì con un'eleganza rara e movimenti rotondi e sontuosi. Marzio non credeva a ciò che sentiva sotto di sé: potenza ed eleganza in un unico essere. Ullovidio appoggiato alla staccionata aveva gli occhi sgranati. Il giovane partecipava sinceramente alla gioia dell'amico del cuore stupito dalla bellezza di quella scena. Entrambi non avevano sentito e visto nulla di simile. Altri esercizi e molte figure seguirono per oltre mezz'ora di lavoro e di entusiasmo crescente per Marzio. Mikolaus come sempre era attentissimo e correggeva il minimo errore del giovane. In cuor suo, aveva anche la conferma delle eccezionali doti naturali di Marzio come cavaliere: il miglior allievo di tutta la sua carriera. Ma questo non glielo avrebbe mai detto. – Maestro, posso farlo galoppare? – chiese a un certo punto il giovane il quale, nonostante la fatica, non stava più nella pelle. – No, per oggi può bastare così. Le cose vanno fatte gradatamente. – Ma maestro Mikolaus! Tutto è andato bene, Arco mi ha accettato. Lo hai preparato così bene! Vedrai che non ci saranno problemi, anche al galoppo. Ti prego, solo due giri di campo, ti prego... Mikolaus esitò, stava per pronunciare ancora il suo no quando fu Ullovidio a dire la sua. – Dai Mikolaus, facci vedere come galoppa Arco. Non vorrai privarci di un simile spettacolo! Cosa vuoi che succeda, sono entrambi tuoi allievi no? – Va bene – mormorò il macedone solleticato nel suo orgoglio – ma solo due giri. E adagio, capito? Per chiedergli il galoppo dagli i comandi giusti. Adagio e con calma. Potrebbe sgroppare. In quel caso stringi le gambe e afferra la criniera e allenta la pressione. Solo due giri, piano. Vai. Marzio sorrise a mezza bocca e riportò il cavallo lungo la staccionata. Passo, trotto e finalmente diede il comando del galoppo; iniziò un movimento non troppo veloce ma rotondo e cadenzato, da cavallo di razza. La testa incappucciata, gli occhi fissi in avanti, orecchie dritte e il nero della criniera che fluttuava nell'aria. L'entusiasmo del cavaliere si trasformò in euforia e mentre Ullovidio applaudiva ammirato, Marzio piantò con forza i talloni contro il costato di Arco che con un nitrito appena soffocato prima abbassò e scosse il capo accennando a una sgroppata poi aumentò di scatto la velocità. Il galoppo controllato si era trasformato in una corsa sfrenata. – Fino ai confini del mondo! – urlò il giovane facendo spaventare il cavallo che sgroppò ancora e prese a galoppare con maggior foga. Mikolaus infuriato urlava al giovane di fermare il cavallo. – Vi farete male, disgraziato, fermati! – Inutilmente. Marzio non lo sentì neppure. Diresse la testa del cavallo contro la staccionata dalla parte opposta del recinto e gridò: – E adesso vediamo come salti, figlio del vento! – dando ancora un colpo di tallone nelle costole di Arco. Nella sua corsa il giovane stallone non esitò un attimo: puntò l'ostacolo e, criniera al vento, lo saltò con una potenza tale da lasciar senza fiato anche lo sbigottito Mikolaus. La bocca di Ullovidio era aperta al massimo della possibilità delle sue mascelle. – Ullovidio, è come volare! – urlò ancora Marzio ancor prima che la sua cavalcatura posasse gli anteriori a terra dall'altra parte della staccionata. Non appena ciò accadde, il cavallo prese a sgroppare così forte, ripetutamente, tanto da sbalzare di groppa il suo cavaliere. Marzio fu proiettato in aria e ricadde battendo violentemente la schiena a terra a parecchi metri di distanza, mentre il cavallo proseguiva da solo la sua corsa, lanciando ripetuti calci al vento con entrambe le zampe posteriori. Atterrito, Mikolaus prese a correre verso l'allievo che non accennava a rialzarsi. Il corpo del giovane sembrava preso da spasmi. Ullovidio aveva fatto lo stesso e giunse per primo addosso a Marzio che, faccia all'aria, rìdeva senza sapersi trattenere. – È stato proprio come volare... – ripeteva sbellicandosi dalle risate. Ullovidio si riprese dallo spavento, ma non fece in tempo a insultare l'amico che arrivò Mikolaus. Questi, vista la scena, s'infuriò davvero, e nerbo alla mano, fece per frustare il ragazzo ancora disteso. Istintivamente Marzio si coprì il volto aspettandosi il colpo, ma la frustata si abbatté, violenta, a terra a pochi centimetri dalla sua spalla. Mikolaus era fuori di sé dalla rabbia. Continuava a percuotere il terreno con il nerbo gridando incomprensibili frasi in greco. Certamente insulti e parolacce. – Sei un incosciente, un pazzo, uno scellerato! – urlò finalmente in latino. – Avresti potuto ucciderti. E rovinare per sempre quell'animale che non meriti! Non lo monterai più, capito? Mai più! Era furioso. Marzio aveva temuto davvero di essere battuto dallo schiavo macedone; in quel momento si rese conto che lo avrebbe meritato. Bianco in viso, Ullovidio era rimasto tutto il tempo senza parole. – Adesso vai a riprendere quel cavallo, se ci riesci. Vai, incosciente pazzo di un giovane romano! Marzio si rialzò guardandosi intorno. Il cavallo era sparito. Forse lo aveva perso per sempre. Pensò con terrore a suo padre e all'inevitabile, dura, punizione che gli sarebbe capitata. Guardò Ullovidio che gli indicò la direzione nella quale Arco era corso ventre a terra. Percorse un miglio, poi due, accompagnato dall'amico che non sapeva se ridere o essere seriamente preoccupato. Infine videro Arco che pascolava non lontano da una fattoria. A pochi metri di distanza, in un recinto, alcune giumente osservavano attentamente il giovane stallone baio. Una di esse nitriva nervosa invitandolo con movimenti espliciti della parte posteriore del corpo. Era in calore. – Eccolo là – disse Ullovidio sollevato, – tale e quale il suo padrone. Si è fermato dalle femmine –. Scoppiò in una risata fragorosa. Rise molto di meno Marzio che, tra l'altro, ora accusava un forte dolore al fondoschiena e a una spalla. Cercò di avvicinarsi al suo cavallo ma questi, a ogni tentativo, fuggiva girando in circolo, coda alzata, collo e testa portati con fierezza. Il rumore di zoccoli e i nitriti avevano intanto attirato l'attenzione del contadino che abitava quella masseria. Alla scena, l'uomo chiamò Ullovidio. – Fategli vedere questo – disse al ragazzone tendendogli un secchio con un po' di avena dentro – e forse riuscirete a prenderlo. Marzio capì. Preso il secchio, iniziò a chiamare Arco in maniera sommessa alternando le parole a un lieve fischio. – Tieni bello, dai. Vieni. Vieni, Arco su... – E non guardarlo negli occhi! –, gridò da lontano il contadino evidentemente esperto di cavalli. Prima intimorito poi sempre meno nervoso, Arco fece avvicinare il giovane a pochi metri. – Ora voltagli le spalle e aspetta che si muova lui; mostragli sempre il secchio – disse ancora l'uomo sempre rivolto a Marzio. Il giovane eseguì. Non passò che un minuto e lo stalloncino si mosse verso il suo giovane padrone. Giuntogli vicino affondò il muso nel secchio dell'avena. Marzio lo prese dolcemente per la cavezza lasciandolo mangiare. – Che fellone – disse Ullovidio scuotendo la testa, ma rincuorato, – una così sontuosa bestia che si gioca la libertà per un pugno di biada! No, in questo non ti somiglia affatto! Nicola Mastronardi Fonte: N. Mastronardi, Viteliù. Il nome della libertà , Itaca, Castel Bolognese 2012.

  • La "scurdela" di mezzanotte

    I sepolcri nella chiesa di Capracotta (foto: F. Mendozzi). Dopo la lunga Quaresima ecco che ci si preparava per la Pasqua. Il primo appuntamento importante era la Domenica delle Palme: dopo la messa e la benedizione, il sagrestano distribuiva sul sagrato della Chiesa ad ogni ragazzo la palma benedetta ossia un ramoscello di ulivo. Vestito a festa ogni ragazzo andava dai parenti, dai compari e dagli amici di famiglia a porgere gli auguri e consegnava un rametto di palma: in cambio riceveva qualche soldino. Era un invisibile e forte legame che teneva unite le famiglie e per evitare che dimenticassi qualcuno, mia madre la sera prima mi aiutava a ricordare i nomi di tutti coloro che avrei visitato il giorno dopo. Un rametto si riportava anche a casa e a volte serviva a rinfocolare una curiosa tradizione. Se c'era nella stalla una capra o una mucca prossima a partorire, si prendeva una foglia benedetta e si buttava sulla brace: se bruciava rivoltandosi allora il nascituro era un maschio, altrimenti era una femmina. Trascorsa la Domenica delle Palme, frequentavo più spesso la bottega di falegname di zio Giovanni Falcone (detto Sgammìne ), marito di mia zia Angiolina (detta Purziélla ), sorella di mia madre. Avevo bisogno che mi aggiustasse la vecchia raganèlla o che me ne facesse una nuova. La raganèlla era costituita da una piccola scatola, da un asse e da una o due ruote dentate che messe in rotazione dall'asse, facevano vibrare una striscia di legno che produceva un caratteristico suono. Le cuccerèlle invece erano formate da una tavola che aveva sulle due facce alcuni tondini di ferro mobili: un'apposita apertura serviva a tenerla in mano in verticale; ruotandola da una parte e dall'altra produceva un forte e cupo rumore. Dal Giovedì Santo per tutti i bambini cominciava uno strano divertimento riservato solo nei tre giorni di lutto religioso che precedevano la Pasqua. In Chiesa le croci degli altari venivano coperte e le campane non potevano annunciare le funzioni religiose. A gruppi bambini e ragazzi percorrevano tutte le strade di Capracotta annunciando le funzioni religiose facendo più rumore possibile con le raganèlle e le cuccerèlle . Il sabato santo a sera tutti a messa e noi bambini aspettavamo con impazienza, durante la messa solenne, la mezzanotte perché, non appena veniva scoperta la croce sull'altare maggiore, iniziava la scùrdela ed un rumore infernale riempiva la Chiesa: i piedi battuti sul pavimento, le raganèlle e le cuccerèlle che giravano al massimo contribuivano a creare un boato: era il terrificante ripetersi del momento della Resurrezione. Domenico Di Nucci Fonte: D. Di Nucci, I fiori del paradiso. Antologia di fatti e ricordi, storie, storielle, usi e costumi di un paese e di una famiglia , Tip. Cicchetti, Isernia 2005.

  • Capracotta, la capitale del fondo

    L'articolo del Corriere dello Sport su Capracotta. Capracotta. Il nome è certamente originale, un po' buffo e provoca, per dirla con Luigi Campanelli, appassionato storico di questo piccolo centro del Molise, «sollazzevoli motteggi al nostro arrivo tra i nuovi condiscepoli del ginnasio». Gli studi per spiegare l'etimologia e il significato del nome di questo paesino di 1.200 abitanti, situato in cima ad una delle montagne molisane, sono svariati e non risolvono la curiosità in modo certo. Sta di fatto che questo nome resta sicuramente impresso nella mente di chi viene a scoprire l'offerta di turismo per trascorrere vacanze serene e tranquille. Come restano indelebilmente memorizzate le immagini del paesaggio, delle valli, della gente. Capracotta offre la possibilità di vacanze a prezzi accessibili, ed è questo il punto di forza della piccola località turistica molisana. «Rispetto alla concorrenza di stazioni affermate e più grandi, riusciamo ad offrire una qualità dei servizi, dovuta praticamente alla cura ed alla dedizione verso il turista» dice subito Fernando Di Nucci, attivissimo assessore al turismo, che ha peraltro realizzato un bellissimo sito per i navigatori di internet ( www.capracotta.com ). Attenzione, è necessario digitare la desinenza "com" anziché "it" proprio perché l'originalissimo e simpatico nome di Capracotta era stato subito incamerato da chi fa la corsa alla registrazione dei siti. Fiore all'occhiello di questa stazione turistica è la pista "Mario Di Nucci" a Prato Gentile (1.573 m.), alle falde del Monte Campo, dove sono localizzati gli impianti per la pratica dello sci di fondo. Questa pista, regolarmente omologata dalla Fisi, è stata sede degli Assoluti di sci di fondo svoltisi qui nel 1997, nei quali trionfò la Belmondo che confidò agli ospitalissimi amministratori comunali di essere rimasta affascinata per la bellezza del paesaggio e la validità della pista di fondo che si sviluppa attraverso uno splendido bosco di faggi e di abeti, per una linghezza di circa 15 chilometri. La pista ha tre anelli di percorrenza, dei quali due per la pratica agonistica ed uno per quella turistica e per la fase di pre-riscaldamento degli atleti; l'impianto è costituito dallo stadio con le corsie di partenza e di arrivo per le gare individuali ed a staffetta, gli spogliatoi, spazi di preparazione e controllo dei materiali, la tribuna per il pubblico. Ed è proprio attraverso lo sci di fondo che l'assessorato al turismo di Capracotta vuole dare maggiore impulso all'attività turistica. «Siamo particolarmente preparati in materia, avendo ricevuto i complimenti dei responsabili Fisi in occasione dello svolgimento degli Assoluti del '97, per cui vorremmo portare da queste parti nuove competizioni a livello nazionale ed internazionale che solitamente si svolgono presso circuiti meglio pubblicizzati. La nostra struttura per la pratica dello sci di fondo è obiettivamente qualificata. Non mancano le strutture ricettive, in zona, e gli impianti sono rispondenti alle esigenze del turista, con due seggiovie ed una sciovia per risalire le piste che si snodano per oltre due chilometri», sottolinea Fernando Di Nucci. La bellezza di questo piccolo centro è costituita dal fatto che si può uscire con gli sci ai piedi da pensioni, residence ed alberghi, avviandosi verso gli impianti di risalita senza fare uso dell'automobile. Le offerte turistiche sono allettanti. Spiega ancora Di Nucci: «In periodo di alta stagione, la pensione completa vene offerta a meno di 500.000 lire, con una diminuzione del 20% nel periodo di bassa stagione, mentre un weekend costa 160.000 che diventano 200.000 con il nolo degli sci e l'acquisto dello ski-pass». Per gli amanti dello sci alpino e soprattutto di quello di fondo, questa località è veramente ideale. Peraltro offre pure la possibilità di brevi escursioni per andare a visitare l'interessante sito archeologico di Pietrabbondante oppure Agnone, bellissimo centro culturale. Da visitare a Capracotta, invece, la chiesa di Santa Maria Assunta, che sorge sulla parte più elevata del centro urbano, con le pregevoli opere di artigiani. Dal sacro al profano per sottolineare la "pezzata", sagra dell'agnello alla brace e della pecora bollita che si tiene annualmente la prima domenica di agosto nella splendida cornice del pianoro di Prato Gentile. Antonio Caggiano Fonte: A. Caggiano, Capracotta, la capitale del fondo , in «Corriere dello Sport», Roma, 7 dicembre 2000.

  • La "Gente di montagna" di Capracotta a Pozzale di Cadore

    Qua avéme nate e qua éma murì... La fotografia di Capracotta a Pozzale di Cadore. Susanna da Cortà è la curatrice del progetto "Gente di montagna", una passeggiata fotografica e sonora che è possibile vivere per le strade di Pozzale di Cadore (1.054 m s.l.m.), un piccolo paese delle Dolomiti bellunesi, amministrativamente ricadente nel comune di Pieve di Cadore. "Gente di montagna" è una mostra fotografica a cielo aperto con grandi fotografie affisse sui muri esterni delle case. Le oltre 100 foto raccontano di popoli di montagna di tutto il mondo. Durante un festival di musica popolare, la Cortà ha conosciuto Silvio Trotta dei Musicanti del Piccolo Borgo e, parlando con lui, ha pensato che «ci piacerebbe moltissimo avere una foto di Capracotta che rappresenta sicuramente nell'Italia centrale il vero paese di montagna». Sono stato dunque contattato dalla curatrice ed, onorato di tanta attenzione, ho offerto la mia completa disponibilità al progetto. Dopo aver compreso quale fosse il taglio della mostra e quali le caratteristiche più profonde, ho optato per una fotografia storica di Capracotta che definirei "epica", una foto che è in grado di raccontare la montagna con la neve, il popolo e la speranza del futuro, la tecnica e la religione. Proveniente dalla collezione di Sebastiano Sammarone, lo scatto è del 7 marzo 1950 e mostra il Capracotta-Clipper sulla strada provinciale Montesangrina. Sul gigantesco automezzo americano (giunto a Capracotta meno di 2 mesi prima), oltre al manovratore, vi sono altre 6 persone, perlopiù spalatori. Lo spazzaneve, infatti, sta aprendo la strada ad un'autocorriera stracolma di giovani. Quel torpedone proviene da Roma e trasporta i seminaristi dell'oratorio salesiano di Andria, guidato allora dal nostro don Carmelo Sciullo (1915-2018), che ovviamente è a capo del gruppo. La comitiva religiosa era infatti stata a Roma due giorni prima, il 5 marzo, per assistere alla «grandiosa apoteosi» della beatificazione di Domenico Savio, dopodiché, su insistenza del direttore Sciullo, si era diretta alla volta di Capracotta. Il cronista di quella spedizione scrisse che « è inutile qui ricordare le varie peripezie e la neve che ci salutò al primo apparire del più alto paese delle montagne dell'Appennino. Non da tralasciare nella cronaca il famoso spazzaneve americano che ci aiutò a raggiungere il tanto desiato paese ». Tornando alla mostra "Gente di montagna", la fotografia selezionata aveva bisogno di una parte audio, poiché ogni pannello deve prevedere un QR code grazie al quale sia possibile ascoltare una storia su quel determinato paese montano. Anche in questo caso, ho optato per una soluzione che rappresentasse pienamente la nostra gente, la sua indole mite, la vita di sacrifici, le difficoltà dell'inverno e l'innata allegrezza che la pervade. La scelta è caduta su Antonio Mendozzi " r'Amecùne ", del quale ho rubato uno spezzone dell'intervista resa ai microfoni Rai durante il programma "Bellitalia" del 1995. La grossa fotografia - con dimensioni 190x130 cm - è stata installata il 30 settembre scorso e, ad oggi, chiude il percorso espositivo di "Gente di montagna" in quel di Pozzale di Cadore, luogo incantato ed incantevole. La didascalia, scritta da me in italiano ed inglese e riportata sul lato basso della fotografia, recita: Capracotta, 7 marzo 1950, lo spazzaneve americano Walter Snow-Fighter apre la strada ad un pullman che trasporta seminaristi in visita al paese, archivio Sebastiano Sammarone. Capracotta, 7th March 1950, the American snowplow Walter Snow-Fighter clears the way for a bus carrying seminarians visiting the village, Sebastiano Sammarone archive. Il 13 novembre, finalmente, mi sono recato a Pozzale di Cadore per turismo. Era ora di pranzo e ho preferito non disturbare Susanna da Cortà. Assieme a mia moglie, però, abbiamo abbiamo fatto il giro completo di "Gente di montagna", prima di riprendere la strada di casa, felici di aver portato l'eco di Capracotta fin sulle Dolomiti... Francesco Mendozzi

  • Omaggio al sindaco Frank Costello

    Signor Presidente, per alcuni di noi il servizio pubblico è parte del nostro essere. Coloro che hanno scelto questa strada rinunciano a una parte della loro vita per il miglioramento della loro comunità. Nessuno esemplifica questo meglio del sindaco di Beverly Frank Costello. Per 6 decenni, il sindaco Costello ha dedicato disinteressatamente il suo tempo e il suo duro lavoro al suo Paese e alla sua comunità. A partire dalla Seconda guerra mondiale e continuando durante la guerra di Corea, questa Medaglia di Bronzo ha servito il suo Paese nell'esercito degli Stati Uniti, ritirandosi nel 1968 col grado di capitano. Dopo il suo eroico servizio militare, Frank Costello ha rivolto il suo talento alle esigenze locali. È stato eletto al consiglio comunale di Beverly nel 1968, una posizione che ricopre ancora oggi. Nel 1972, ha avuto successo nella corsa a sindaco ed è stato lealmente riconfermato in carica a ogni elezione. Sebbene questo possa sembrare sufficiente alla maggior parte delle persone, Frank Costello ha continuato a dare alla comunità. Ha ricoperto la carica di presidente della Beverly Sewerage Authority dal 1985, del City Planning Board per oltre 20 anni e di presidente della Burlington County League of Municipalities negli ultimi 12 anni. Inoltre, è stato presidente del Beverly City Democratic Party dal 1986 ed è stato presidente della New Jersey Mayors Association dal 1990 al 1996. Sebbene non apparteniamo allo stesso partito politico, so che i residenti di Beverly, repubblicani, democratici e indipendenti, potevano contare su Frank Costello per raggiungere i migliori interessi della comunità. A nome dei residenti della città di Beverly, del 3° Distretto congressuale e del popolo degli Stati Uniti, vorrei ringraziare il sindaco Frank Costello per la sua dedizione, lealtà ed instancabile sforzo nel servire la sua comunità e il suo Paese. Jim Saxton (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: J. Saxton, Tribute to Mayor Frank Costello , Congressional Record, CXLII:133, Trenton, 24 settembre 1996.

  • L'abisso di Francesco Paolo Potena in mostra a San Vito al Tagliamento (PN)

    L'inaugurazione della mostra "L'abisso. Storie di internati nei lager nazisti". Il 25 gennaio scorso si è tenuta l'inaugurazione della mostra "Nell'abisso. Storie di internati nei lager nazisti", curata dagli studenti delle classi 4 ª H e 5 ª E dei licei "Le Filandiere" di San Vito al Tagliamento (PN), in Friuli-Venezia Giulia. La mostra, divenuta un'iniziativa fissa all'interno della programmazione per il Giorno della Memoria, è stata ospitata all'interno dell'Antico Ospedale dei Battuti ed è rimasta aperta fino al 9 febbraio, raccogliendo storie, immagini e testimonianze in uno spazio che gli studenti hanno allestito con grande cura e sensibilità: un progetto che ogni anno permette agli studenti di approfondire i temi di questa importante ricorrenza per imparare ad esprimere creativamente i concetti e le emozioni che scaturiscono. Sono intervenuti all'inaugurazione il sindaco sanvitese Alberto Bernava, la dirigente de "Le Filandiere" Carla Bianchi, la consigliera dell'assemblea nazionale A.N.E.D. Alessandra Maieron, il presidente dell'A.N.P.I. locale Francesco Indrigo e i docenti che hanno coordinato il progetto. Il pannello di Potena. Tra i ragazzi e le ragazze che hanno dato vita alla mostra, spicca il nome di Francesca Paola Potena, pronipote di quel Francesco Paolo Potena che, tra il 27 e il 28 marzo 1945, fu tra i 130 internati italiani barbaramente uccisi dai nazisti nel massacro di Hildesheim. Francesca - figlia di Paolo e nipote diretta di Lorenzo, a sua volta figlio del sergente maggiore Potena - ha voluto rendere omaggio al suo avo, allestendo un'apposita sezione dedicata all'ancor poco conosciuto eccidio di Hildesheim. Quest'anno, infatti, ricorreva l'80° anniversario di quel tragico evento e le autorità della cittadina tedesca avevano invitato i discendenti del militare italiano a presenziare alla cerimonia, ma purtroppo nessuno si è potuto recare in Germania. Resta la memoria di un massacro che, a guerra quasi terminata, testimoniò al mondo quanto fosse infame e disumano il regime nazista e che, nello specifico, colpì al cuore una famiglia capracottese, togliendole ingiustamente un padre. Per questo motivo, ci tengo a diffondere il video in cui Francesca racconta la storia del suo bisnonno, nella speranza che arrivi alle orecchie di chi vorrebbe risolvere con la guerra ciò che dovrebbe risolversi con la diplomazia... Francesco Mendozzi

  • I sindaci di Capracotta

    Gentiluomini in ciaspole e sci in corso S. Antonio (foto: G. Paglione). Col dominio napoleonico, attraverso la legge n. 132 dell'8 agosto 1806 «sulla divisione ed amministrazione delle provincie del Regno», fu introdotto in Italia un sistema di organizzazione dei poteri locali a scala gerarchica e di tipo piramidale, che rispecchiava in tutto quello francese. Il territorio venne ripartito in dipartimenti, distretti, cantoni (elettorali) e comuni. Al dipartimento era preposto un prefetto, nominato dal ministro dell'Interno, al distretto un sottoprefetto e al comune un podestà che era al contempo capo dell'ente e delegato del Governo. Con la caduta di Napoleone e la conseguente Restaurazione, il nuovo sistema di organizzazione amministrativa fu generalmente mantenuto intatto, essendosi rivelato piuttosto efficiente. Il primo sindaco di Capracotta fu Giuseppe Mosca, eletto nel 1807 e rimasto in carica sei mesi, lasciando il posto a Vincenzo Di Tella. Quello attuale è invece Candido Paglione, eletto primo cittadino il 6 giugno 2016, dopo aver ricoperto la medesima carica nel quinquennio 1995-2000. In questi 212 anni di storia - ovvero dall'istituzione dei registri dello Stato civile, indipendenti da quelli parrocchiali - Capracotta conta 43 diversi sindaci in ben 62 elezioni amministrative, svoltesi con modalità molto diverse tra loro, dall'elezione in seno al consiglio di epoca borbonica, duosiciliana e sabauda alla gestione podestariale del regime fascista, fino al procedimeno elettorale democratico, nato dopo l'istituzione della Repubblica Italiana, basato sulla chiamata quinquennale. Il primo sindaco di cui ho testimonianza scritta è Domenico Castiglione, sindaco dal 1° gennaio al 31 dicembre 1811, che in una lettera dell'11 settembre riguardante i problemi alimentari di Capracotta, offriva all'intendente regio un quadro di profonda depressione del nostro paese: la netta prevalenza della pastorizia, l'assenza di vigne e di alberi da frutto, qualche lembo di terra a grano e mais «con poco frutto»; della patata dava invece un giudizio quasi entusiastico: «La raccolta è sempre buona – scriveva – e quindi si è assai moltiplicata», fungendo da cibo per la «gente volgare» e da ingrasso per i porci. Gli unici sindaci a compiere due mandati completi sono stati, nell'ordine, Ruggiero Conti, Luigi Campanelli, Gregorio Conti, Carmine Di Ianni, Mario Comegna e Antonio Vincenzo Monaco. Tuttavia, qualsiasi giudizio si voglia dare sui nostri sindaci passati, presenti e futuri, credo che il fatto di ricoprire la carica di primo cittadino di Capracotta debba essere vissuto come un onore smisurato. Per fini di consultazione, presento la lista completa dei sindaci della nostra cittadina dal 1807 ad oggi: Giuseppe Mosca (1807) Vincenzo Di Tella (1807-08) Giacomo Carugno (1808-10) Domenico Castiglione (1811-12) Giuseppe Di Ianni (1813-14) Domenico Conti (1814-15) Vincenzo Di Tella (1816-17) Giuseppe Mosca (1818-22) Leonardo Antonio Falconi (1822-25) Giuseppe Fantozzi (1825-26) Carlo Conti (1828-31) Bernardo Falconi (1831-34) Domenico Carugno (1834-36) Francesco Falconi (1837-40) Domenico Carugno (1840-43) Michelangelo Campanelli (1843-45) Berardino Conti (1846) Giuseppe Falconi (1846-49) Amatonicola Conti (1849-52) Gaetano Campanelli (1852-54) Giovanni Conti (1855-57) Croce Conti (1858-60) Amatonicola Conti (1860-62) Croce Conti (1862-67) Amatonicola Conti (1867-69) Ruggiero Conti (1870-74) Agostino Conti (1874-76) Ruggiero Conti (1876-85) Cesare Conti (1886-87) Agostino Conti (1887-89) Giangregorio Falconi (1890-95) Luigi Campanelli (1895-1904) Tommaso Conti (1904-05) Alfredo Di Ciò (1907) Agostino Santilli (1907-09) Alfredo Conti (1910-13) Amato Nicola Conti (1914-20) Alfredo Conti (1921-25) Gregorio Conti (1926-35) Ermanno Santilli (1935-36) Filiberto Castiglione (1937-43) Nicola Ianiro (1944-45) Salvatore Di Rienzo (1945-46) Gennaro Carnevale (1946-52) Nicola Ianiro (1952-1956) Vittorino Conti (1956-60) Carmine Di Ianni (1960-70) Michele Conti (1970-75) Mario Comegna (1975-85) Antonino Sozio (1985-90) Ciro Mendozzi (1990-95) Candido Paglione (1995-2000) Pasquale Di Nucci (2000-06) Antonio Vincenzo Monaco (2006-16) Candido Paglione (2016-oggi) Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: C. Felice, Il Sud tra mercati e contesto. Abruzzo e Molise dal Medioevo all'Unità , Angeli, Milano 1995; G. Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni , vol. III, Di Mauro, Cava de' Tirreni 1952; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; A. Mosca, Monografia su Caprasalva (Capracotta) , Lampo, Campobasso 1966; N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi , Capracotta 1742-1947.

  • 24 marzo 1946: le mancate elezioni amministrative di Capracotta

    Il sindaco Gennaro Carnevale e lo stemma della Democrazia Cristiana. Le prime elezioni dell’Italia liberata si svolsero in cinque tornate: per usare le parole di un padre costituente, Giulio Andreotti, la «vera rivoluzione antifascista e democratica» iniziò il 10 marzo 1946, quando «venne restituita agli italiani l'arma del voto». Le elezioni per i consigli comunali di 5.722 comuni italiani – che riguardarono il 71,6% della popolazione – si svolsero il 10, 17, 24 e 31 marzo ed il 7 aprile. L'Italia avrebbe di lì a poco scelto la forma repubblicana ma, al tempo dei fatti che mi accingo a raccontare, il nostro Paese era ancora una monarchia, guidata dal vecchio e inadeguato Vittorio Emanuele III. Il Ministero dell'Interno paventò da subito problemi di ordine pubblico, visto che quelle del '46, le prime elezioni in tempo di pace, erano anche le prime da quando il fascismo era caduto, per cui era concreto il timore che la guerra civile che aveva lacerato il Paese si riversasse nei dintorni dei seggi elettorali. La tensione portò il ministro dell'Interno Giuseppe Romita, socialista, a reclutare circa 15.000 uomini, fra cui molti provenienti dai ranghi partigiani, tanto che sui giornali di destra si parlò di «una nuova forma di milizia». A parte alcuni pur gravi problemi in Toscana, Puglia e Calabria, l'esasperazione la si raggiunse soltanto in Sicilia, a causa del mai sopito separatismo. Tuttavia, le elezioni si svolsero in un clima più che accettabile e la partecipazione al voto, ovunque alta, si rivelò maggiore al Nord (85,4%) che non al Sud (78%) – numeri diversissimi da quelli odierni (62,2% nel 2024), anche se le elezioni amministrative hanno solitamente mostrato affluenze apprezzabili. Il dato elettorale definitivo del 1946 restituisce la fotografia di una nazione nettamente divisa: la Dc prevalse in 2.034 comuni eleggendo 36.635 consiglieri; le liste di sinistra ottennero circa 2.000 comuni ottenendo 36.508 seggi; nel mezzo tutte le altre sigle, dai liberali ai repubblicani, fino alle liste di destra. Capracotta e il suo capoluogo, Campobasso, rientrarono nella terza tornata elettorale, quella del 24 marzo 1946. A Capracotta, a fare le funzioni di sindaco vi era allora Salvatore Di Rienzo (figlio di Carmine), classe 1915, insediato l'anno prima dal Governo militare alleato per gestire provvisoriamente gli affari comunali, che riguardavano precipuamente la ricostruzione post-bellica. Nulla, dunque, avrebbe fatto presagire che Capracotta sarebbe diventato un caso nazionale, poiché le prime libere votazioni, di fatto, non ebbero luogo. Nonostante che le elezioni, stando alle note ufficiali del Ministero dell'Interno, si tennero «nella massima tranquillità» in tutto lo Stivale, «si apprende che nel comune di Capracotta, a causa della accertata assenza di molti elettori, le elezioni sono state rinviate a data da destinarsi». Sull'edizione del 26 marzo 1946 del "Giornale dell'Emilia" (il futuro "Resto del Carlino"), la redazione spiegò che «gli incidenti che si segnalano finora sono di scarsa entità. Il più singolare è quello accaduto a Capracotta (provincia di Campobasso) dove gli elettori [...] per ragioni sconosciute ma certamente di carattere locale non si sono presentati a votare. Capracotta è un paese di montagna, stazione di sport invernali. La popolazione si è allontanata dal paese in massa disperdendosi per la campagna. Il prefetto di Campobasso ha rinviato le elezioni a data da destinarsi». Per capire cosa fosse successo, bisogna rileggere la lettera spedita da Capracotta al quotidiano indipendente "Il Minuto" e da questo pubblicata il 30 marzo 1946 sotto un titolo decisamente satirico: "Le allegre elezioni di Capracotta". Il comunicato dell'anonimo corrispondente affermava che:  Secondo notizie ufficiali le elezioni, che dovevano svolgersi il 24 marzo sono state rinviate per la presunta assenza di un'alta percentuale di elettori. Nulla di meno esatto: la verità è che una cricca di fascisti locali, nella impossibilità di far trionfare la propria lista, a mezzo di un esposto con non poche firme apocrife, ha fatto presente al Ministro dell'Interno che i socialisti ed i comunisti di Capracotta (quali?) sono temporaneamente assenti per ragioni di lavoro. La popolazione di Capracotta è indignata per il provvedimento, notificato solo qualche ora prima dell'inizio delle elezioni. L'anonimo redattore, dunque, si diceva sicuro che a far "saltare" le elezioni per il nuovo Consiglio comunale di Capracotta fosse stata «una cricca di fascisti locali», la quale aveva presentato un esposto al Ministero dell'Interno per denunciare l'assenza in blocco dei socialisti e dei comunisti. Non appare più credibile che, se avessero avuto conto dell'assenza degli elettori di sinistra, i presunti fascisti avrebbero avuto gioco facile nel «far trionfare la propria lista»? E perché il corrispondente stesso si chiede, non senza un filo di sarcasmo, quali siano «i socialisti ed i comunisti di Capracotta», aumentando la confusione generata dal suo comunicato? Gregorio Conti e Filiberto Castiglione, podestà di Capracotta in guerra tra loro. Il candidato sindaco Dc Gennaro Carnevale (1899-1967), chimico di fama e farmacista di successo, pubblicò allora una controrisposta su "Il Molise" – «Organo indipendente del Movimento Regionale» – per spiegare la propria opinione a riguardo, giacché si desume che egli fu uno dei sostenitori del posticipo elettorale. Carnevale, infatti, era sicuramente addentro agli eventi politici locali del suo tempo e probabilmente conosceva anche chi si celava dietro l'anonima lettera spedita a "Il Minuto". Egli presumeva che a scrivere la missiva fosse stato «uno di quelli che al fascismo si iscrissero solo per convenienza personale, quando già si era capita la via che il fascismo avrebbe seguito, e quando coloro che al fascismo stesso avevano data da tempo la loro onesta adesione se ne allontanarono». La questione, quindi, appare tutta interna al defunto Pnf o, meglio, al Fascio di Capracotta, che fino a tre anni prima era stato dilaniato dalla battaglia interna tra i due podestà del paese, Gregorio Conti (1871-1943) e Filiberto Castiglione (1889-1973). Questa faida – che rimontava ad inizio '900 e che era definitivamente deflagrata in seno alla Banca di Capracotta, messa in liquidazione il 6 marzo 1937 – aveva diviso per decenni, in modo crudo e crudele, l'intera comunità capracottese, poiché ogni persona, ogni famiglia, ogni azienda, ogni istituzione (persino l'arciprete!), erano in qualche modo affiliate all'una o all'altra fazione. A questo volgare sistema di spartizione del potere cittadino venne dato il nome di quiŝtióne capracuttése  (questione capracottese). Ad ogni modo, nella quiŝtióne erano coinvolti tantissimi personaggi che avevano non solo aderito al fascismo – difficile dire chi per convenienza e chi per convinzione – ma, in virtù di detta adesione, avevano tenuto le redini amministrative ed economiche del paese, che allora contava poco meno di 4.000 abitanti. Il candidato sindaco Gennaro Carnevale, autoassoltosi dalle responsabilità fasciste in quanto autoinseritosi tra «coloro che al fascismo stesso avevano data da tempo la loro onesta adesione [e] se ne allontanarono», nel 1946 scrisse che «la lista degli elettori è di oltre 2.000 nomi [e] il numero degli elettori presenti il 24 marzo non raggiungeva la quarta parte; erano cioè presenti meno di 500 elettori». A queste parole possiamo dar credito sulla base di alcune specificità locali. Nel mese di marzo, infatti, circa metà degli uomini capracottesi era in Puglia per la transumanza invernale, per cui era fisicamente lontana dal seggio elettorale di appartenenza. Dobbiamo poi ricordare che agli inizi del 1946, ben prima del referendum del 2 giugno, la ricostruzione di Capracotta non era nemmeno cominciata, per cui molti di coloro che erano stati sfollati nel dicembre '44, non avevano fatto rientro in paese (e di certo non sarebbero rientrati d'inverno) per il semplice fatto che non avevano ancora una casa in cui stabilirsi. Le elezioni del 24 marzo 1946, insomma, furono il primo fallimentare banco di prova della politica locale democristiana alle prese col suffragio universale e con un'Italia che stava rapidamente cambiando, pur restando vittima di quei personaggi che, defilati, avevano fatto il bello e il cattivo tempo nel precedente regime. Carmine Di Ianni e don Michele Di Lorenzo. La gestione del Comune di Capracotta divenne un affare tutto interno alla Dc, in cui personaggi come Gennaro Carnevale, Nicola Ianiro (1899-1959) e Vittorino Conti (1916-1977) riproposero un correntismo intrapartitico che, a differenza di quello nazionale, aveva ben poco di idealistico. Quello strapotere democristiano, che non fece a meno di metodi autoritari, terminò nell'autunno del 1960, quando la lista dell'Abete, capitanata da un giovane avvocato capracottese, Carmine Di Ianni (1933-2003), a seguito di un risultato elettorale plebiscitario, sembrò rompere gli antichi gangli del potere locale, rimettendo Capracotta sulla strada della democrazia e della modernità. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AcR, Come ieri si è votato , in «Giornale dell'Emilia», II:81, Bologna, 25 marzo 1946; AcR, La terza giornata elettorale nei risultati che si vanno delineando , in «Giornale dell'Emilia», II:82, Bologna, 26 marzo 1946; AcR, Le allegre elezioni di Capracotta , in «Il Minuto», II:82, Roma, 30 marzo 1946; G. Andreotti, Una forza , in «Il Popolo», III:73, Roma, 27 marzo 1946; P. L. Ballini, La rifondazione della democrazia nei Comuni: la legge elettorale amministrativa e le elezioni comunali del 1946 , in P. L. Ballini (a cura di),  Le autonomie locali. Dalla Resistenza alla I legislatura della Repubblica , Rubbettino, Soveria Mannelli, 2010; G. Carnevale, La verità sulle elezioni di Capracotta , in «Il Molise», III:5, Roma, 20 aprile 1946; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; G. Saluppo, I Comuni molisani sotto il simbolo del Littorio. Amministrazioni, podestà e politica nella costruzxione del consenso , La Gazzetta, Campobasso 2015.

  • "Piacere Molise" a Capracotta

    Il logo della mostra-mercato "Piacere Molise". Successo di visitatori nei primi tre giorni della mostra mercato, favorito anche dalla concomitanza del Ferragosto. Sembra veramente nata sotto una buona stella questa manifestazione che, ad onta dei soliti detrattori di casa nostra, ha trovato una collocazione ideale sia come periodo che come localizzazione. Il caldo particolarmente intenso che da qualche giorno avvolge l'intera regione, determina nella serata l'arrivo di boccheggianti curiosi che attratti dalla prospettiva di una fresca brezza ristoratrice che solo Capracotta può offrire grazie alla sua altitudine, restano poi inevitabilmente coinvolti dalla semplicità ed immediatezza con cui si accede alla mostra mercato, e da quanto è stato predisposto per rendere gradevole la permanenza, di alcune ore, nel piccolo centro altomolisano. Il piano bar a piazza Falconi e gli spettacoli al Belvedere sono affollatissimi. Si calcola, con stima prudenziale, che nelle prime giornate l'affluenza media sia stata di almeno 5.000 presenze al giorno. Gli stessi espositori sono soddisfatti non tanto del volume di affari conclusi, quanto delle prospettive future. Grazie a questa iniziativa della Camera di Commercio di Isernia, si sono finalmente gettate le basi per uno sviluppo, nel senso più ampio della parola, della presentazione e della commercializzazione dei prodotti tipici sia dell'artigiano che agroalimentari del Molise. Una strada a senso unico, questa, da percorrere necessariamente in tempi brevi, se si vogliono ottenere tangibili benefici in senso di immagine, approfittando delle occasioni favorevoli create da "Piacere Molise", non inficiate da strategie politiche di tipo assistenzialistico che hanno caratterizzato, per l'assenza di risultati positivi, tutte le azioni promozionali sviluppate negli ultimi decenni in regione. Partendo dal postulato che volere è potere, le forze imprenditoriali artigiane debbono tendere ad esprimersi al meglio nel contesto di un libero mercato del quale siamo entrati a far parte, quello europeo, in cui la concorrenza non è determinata necessariamente dal prezzo, ma può anche essere qualità superiore o inventiva, condizioni che i molisani sono pienamente e tecnicamente in grado di soddisfare. Da questo all'incremento delle forze di lavoro attualmente forzatamente inoperose e quindi ad un rilancio di attività produttive nelle zone interne, oggi tagliate fuori dalle grandi vie del commercio, il passo è breve. Continuano anche stasera, organizzate dall'A.R.E.S., le animazioni per i bambini al Belvedere, che sono riuscite validamente a diversificare le consuete abitudini al gioco. Grande anche l'attesa per la caccia al tesoro di giovedì pomeriggio, 19 agosto, che coinvolgerà l'intera Capracotta e terminerà con le premiazioni intorno alla mezzanotte. Numerosa ieri la partecipazione al torneo di tressette ad eliminazione diretta, che ha riscosso un successo quasi travolgente. Capracotta. La città ha accolto personalità ed ospiti, per l'inaugurazione della prima edizione di "Piacere Molise", in una giornata di sole splendido con un cielo di un azzurro incontaminato. La sobria architettura delle case dalle facciate linde, di colore appena appena grigio, la nota civettuola del colore dei gerani, lo sventolio delle tante bandiere tricolore, contribuiscono a trasmettere nel clima di festa un senso di ordine e pulizia. Gli stands allestiti per la manifestazione sono tutt'uno con il tessuto urbano, con case, bar, negozi, ove protagonisti attivi nel rendere viva e palpitante questa mostra sono gli abitanti e gli stessi visitatori. Proverbiale è l'ospitalità del luogo. Non sfugge però la'amrezza che questo paese serba per essere stato un po' sempre abbandonato, forse per troppo tempo. Aver scelto Capracotta come sede per ospitare questa prima edizione di "Piacere Molise" che ha, nei progetti, carattere itinerante, ha riempito di orgoglio gli abitanti, ed è proprio grazie alla proverbiale ospitalità che la presenza di circostanza, non molto gradita, di politici che non posseggono secondo l'opinione più diffusa, particolari meriti, è stata comunque accettata. Non bastano certamente il sole di pieno agosto ed una fiera per riscattare d'un colpo solitudine ed isolamento durati troppi anni. All'orgoglio si accompagnava l'incredulità, quasi si avvertisse, in una giornata di festa come questa, il pericolo incombente di un ennesimo inganno perpetrato all'Alto Molise e alla stessa Capracotta. I politici, agli occhi della gente comune, non sembrano più possedere il carisma di un tempo: la corte dei personaggi che di tale potere si alimentava è già visibilmente scemata. All'attuale iniquo sistema di vita si contrappone un futuro ancora più minaccioso. Lo sanno tutti che i tempi delle vacche grasse sono irrimediabilmente finiti, un banchetto al quale, purtroppo, aggiungono in molti con amarezza, la gente di queste montagne non ha mai partecipato. V. T. Fonte: V. T., 15 mila le presenze a Capracotta. Nei soli primi tre giorni "Piacere Molise" supera ogni aspettativa , in «Il Messaggero» , Roma, 17 agosto 1993.

  • 27-28 marzo 1945: l'eccidio di Hildesheim

    Paolo Potena (1910-1945). Nostro padre si chiamava Francesco Paolo e nacque a Capracotta nell'anno 1910 da Leonardo e Maria Giuseppa Sozio. Terzo figlio dei sette: sei maschi ed una donna di nome Erenia, l'unica ancora vivente, di anni 89. Fu chiamato alle armi, per la prima volta, all'età di anni 21, ossia nel 1931 e rinviato in congedo provvisorio illimitato per aver due fratelli in servizio militare. Nell'anno 1939 fu richiamato alle armi per esigenze militari di carattere eccezionali e partì per l'Albania, alla quale l'Italia aveva dichiarato guerra. Nell'anno successivo (1940) ritornò per una breve licenza ma fu costretto a ripartire per la Grecia, perché l'Italia aveva dichiarato guerra anche a quest'ultima. Trascorse un lungo periodo tra la Grecia e l'Albania, interrotto da brevi ritorni a casa, e ai confini tra queste due nazioni si trovava il 3 settembre, insieme ad altri soldati italiani, sbandati e abbandonati, e senza ordini dal comando militare, perché Badoglio aveva firmato la resa dell'Italia con gli Inglesi e gli Americani. Tra il 9 e il 20 di settembre, invece, arrivarono i tedeschi che lo fecero prigioniero. Deportato in Germania, fu internato in un campo di concentramento, dove nostro padre incontra il compaesano Igino Paglione, destinati ai lavori forzati. I due lavorarono come internati militari in una miniera per l'estrazione del ferro: nostro padre all'aperto, mentre Igino era in miniera alla profondità di 120 metri. La miniera si trovava nella cittadina di Peine, da dove poi furono trasferiti in quella di Hildesheim, a nord della Germania, vicino ad Hannover. Il 22 marzo 1945 la città fu bombardata dagli Americani e dagli Inglesi e furono colpiti essenzialmente le vie di comunicazione e i depositi di cibo. Gli italiani internati furono chiamati a collaborare per aiutare i feriti, a dissotterrare i morti dalle macerie del bombardamento, a ripulire le strade. Nell'ambito di questi lavori, il 26 marzo, era la Settimana Santa, furono portati a sgomberare i resti di un magazzino di viveri della Gestapo. L'edificio era stato completamente distrutto ed i generi alimentari erano divenuti inservibili a causa dell'incendio. Per questo motivo, gli stessi soldati tedeschi che erano di guardia al deposito, avevano autorizzati gli abitanti del quartiere e gli internati militari italiani a prendere le scatolette di formaggio, visto che erano a digiuno da qualche giorno. Nel tardo pomeriggio i soldati italiani, mentre facevano ritorno ai loro alloggi, si imbatterono in pattuglie di polizia, Gestapo e SS, dalle quali vennero perquisiti, portando in prigione tutti coloro che furono trovati in possesso delle scatolette di formaggio, in base alla legge marziale allora in vigore per la quale ogni azione di "sciacallaggio" era punita con la morte. Nell'azione di controllo fu sorpreso anche nostro padre, il quale, pur essendo stato avvertito da qualche soldato della presenza della polizia, proseguì per la sua strada con le scatolette di formaggio in tasca, con la convinzione di non aver commesso nulla di male. Ma le sue buoni ragioni non fecero cambiare idea e comportamento alle SS e allo Gestapo, che lo presero e lo portarono, insieme ad altri, alle carceri che si trovavano vicino al cimitero. Dove, alcuni vi rimasero e fra essi, forse, anche nostro padre, accatastati nelle gabbie di ferro, altri furono portati sulla piazza del mercato della città. Ecco come il prof. Loreto Di Nucci, sulla rivista "Il Mulino", in "Ultimi fuochi di ferocia nazista. Il massacro degli internati militari italiani di Hildesheim nel marzo 1945" ricostruisce ciò che avvenne in piazza e poi nella prigione: Nella piazza del mercato, dove si era radunata una piccola folla plaudente, incominciarono le impiccagioni, con modalità raccapriccianti. I prigionieri venivano fatti sdraiare faccia a terra, in attesa di andare al patibolo. Quando arrivava il loro turno, prima dovevano partecipare al recupero della salma di chi li aveva preceduti e poi erano costretti a salire su un bidone alto sessanta centimetri. A questo punto, un funzionario della Gestapo, o lo stesso Huck (un componente delle autorità locali del regime nazionalsocialista) metteva loro un cappio intorno al collo, il bidone veniva spostato e iniziava l'agonia del condannato. Per velocizzare le operazioni, un aiutante del boia tirava i prigionieri per le gambe. Gli ultimi cadaveri vennero lasciati penzolare dalla forca, con un cartello in cui era scritto: "Chi saccheggia muore". Lorenzo Potena e Michele Potena Fonte: https://www.combattentiereduci.it/ , 28 marzo 2019.

  • A padre Placido

    Padre Placido da Capracotta ( 1882 - 1938) Ho scritto un'altra pagina, che avrà,   per me, valore, nel libro dei ricordi, aperto innanzi al cuore. Mi mostrerà continuo quel volto e la gentile voce di padre Placido in quel mattin d'aprile. Voce tanto simpatica quanto giusta e severa. Raccomandava sempre la pace e la preghiera. Pensai che un suo consiglio premevami sentire e, come s'io sapessi che lui dovea morire, volli ascoltarlo subito, quel "Padre" atteso tanto, senz'aspettar domenica. ma quel Giovedì Santo. Penultima giornata di sua santa missione! Chi sa quanto soffriva, spiegando la Passione. Si crede fece appello a tutta l'energia, per l'ultima sua predica, il dì dell'agonia. Andai dunque prestissimo ad aspettarlo in chiesa, con molta convinzione di una non breve attesa. Lo vidi invece subito passare, a me vicino, diretto alla preghiera, col suo devoto inchino. Guardavo attentamente quel volto, e la figura. La vera parte angelica di quella creatura febbricitante, pallido; pensai: quello che vede costui, continuamente è Paradiso e fede!... Chi sa la sua preghiera fin dove s'innalzava... Chi sa se allora l'angelo, la Stella, lo chiamava. Ed io tutto commosso lo contemplavo a fianco. Gli sorrideva l'anima, malgrado il corpo stanco pel suo diabete cronico. La sola medicina, per lui, era la predica, e volontà divina. Lunga fu la preghiera. Breve, per me, la scena... Poi sollevò la candida pupilla sua serena e vidi un po' sorridere quel sofferente viso, quell'anima di santo chiamata in Paradiso. La settimana dopo spirò questo signore, il cui suo nome caro, ci rimarrà nel cuore. Non ho mai visto piangere tutto un paese intero, ed io ne son convinto che più lo piange il clero. Maestro inarrivabile, di ferma convinzione, eletto per difendere la santa religione. Addio buon padre Placido, o meglio, santo dico, educator di popolo, sincero nostro amico. Quel tuo consiglio datomi l'ho già nel cuore inciso. Ed ora dall'eterna tua gloria, in Paradiso, in ogni tua preghiera ricordati di noi, di chi ne ha più bisogno e dei parenti tuoi. ( 1938 ) Nicola D'Andrea

  • Suggestioni del bosco: primavera

    Il Giardino della Flora appenninica in primavera (foto: F. Mendozzi). Il sole fattosi più dolce accarezza paterno ogni forma indebolita, l'invita a riaversi; s'infila delicato tra i fusti umidi fino alle radici per scuoterne il cuore. Anfratti gelati come forzieri conservano gioielli di neve che raggi più forti trasformano in grandi occhi liquidi. Il tepore rinnovato smuove la resistenza dei corpi freddi fino al risveglio quando braccia inerti di spavento si affidano all’aria, catturano la luce e vestendosi di gemme si colorano. Il suolo addolcito snoda legami precari, rompe silenzi forzati, apre varchi sbarrati a creature ridestate dal sonno che si affacciano prima timide e poi liete. Una linfa nuova corre nelle membra riavute e così in modo quasi impercettibile tènere foglie di giada e fiori di seta si aprono, mandano profumi tenui ma penetranti di sorpresa, si moltiplicano per incontenibile entusiasmo che si espande rapido a rallegrare tutto intorno, oltre il limite del bosco. Flora Di Rienzo

  • Un giorno nella vita della... famiglia Masciotra

    Michela Carnevale e la figlia, Lucia Masciotra, si apprestano a servire la pasta. Le due donne preparano quotidianamente a mano la pasta per i familiari. In talune regioni la pasta fatta a mano è ancora molto diffusa, in altre è ormai divenuta un piatto da buongustai, soppiantata dalla pasta prodotta industrialmente. Questa fotografia fa parte del volume "Un giorno nella vita dell'Italia", pubblicato nel 1990 dalla Rizzoli. Si tratta di un sorprendente fotolibro nato dopo che 100 famosi fotoreporter internazionali si erano dati appuntamento in Italia in un giorno X per immortalare il Belpaese da tutti i punti di vista, restituendo allo spettatore le 24 ore italiane d'un giorno qualsiasi. 100 grandi fotografi, sarebbero stati inviati in ogni angolo del nostro territorio nazionale, dove avrebbero dovuto eternarne gli attimi della vita politica, culturale, economica, artistica, naturale e sociale. La data prescelta dai direttori del progetto Jennifer Erwitt e Roy Rowan fu quella del 27 aprile 1990. Fu così che gli artisti atterrarono a Roma domenica 22 aprile, dopodiché ricevettero 50 rullini di pellicola Kodak e tutte le informazioni relative alla propria destinazione finale. Dopo una foto di gruppo scattata in Campidoglio ed un breve corso di fotografia tenuto ai giovani scolari romani, i fotografi partirono ognuno per la sua meta. Dalla mezzanotte del 26 fino alla mezzanotte del 27 aprile, sarebbero stati liberi di scattare fotografie. Tra le mete del progetto, fu scelta anche la vicina Agnone, dove venne inviato Nick Kelsh, nativo del North Dakota, un fotografo che aveva già pubblicato su "Time", "Life", "Newsweek", "National Geographic", "Forbes", "Fortune" e "Business Weeks", ottenendo numerosi premi. Nel 1986 egli aveva lasciato il "Philadelphia Inquirer" per fondare a Philadelphia, assieme ad altri, i Kelsh-Marr Studios, una società specializzata nella progettazione grafica e nella fotografia pubblicitaria per grandi gruppi industriali. Il suo reportage molisano per "Un giorno nella vita dell'Italia", però, più che sulle bellezze di Agnone si concentrò su una famiglia in particolare, quella dei Masciotra, con una fotografia relativa all'ora di pranzo ed un'altra per la cena, la cui didascalia recitava: È ora di cena a casa Carnevale. La famiglia divide pastiasciutta e vino con alcune guardie forestali, riconoscibili per le maglie grigie con strisce verdi sul braccio, che lavorano nei dintorni. Le guardie forestali, che dipendono dal Ministero dell'Agricoltura, svolgono anche compiti di polizia. In questa seconda fotografia di pagina 182, infatti, si vede una grossa tavolata composta dal guardaboschi Michele Beniamino re Brecciajuóle , a centro scena, assieme ai colleghi forestali di Ateleta e ad altri compaesani. Alla sua sinistra, infatti, siede Ermando Paglione Taccóne , mentre a capotavola sta Ferdinando Masciotra, marito della signora Michela, la quale, coi tipici grembiule ( mandèra ) e fazzoletto ( maccatùre ) sul capo, sta parlando coi commensali. Alla sua sinistra la figlia Lucia, invece, tiene in braccio il paffuto primogenito Simone Beniamino. Nick Kelsh, dunque, invece che starsene ad Agnone, trascorse la giornata in casa Masciotra, situata in territorio di Capracotta, al confine con Castel del Giudice, probabilmente il più bel casale ( massarìa ) della nostra campagna, per realizzare la sua campagna fotografica. Dopo aver pubblicato, nel 1996, "Naked Babes" - il suo fotolibro di maggior successo -, Kelsh è diventato anche un affermato insegnante di fotografia. Chissà se ricorda ancora quelle giornate trascorse in Alto Molise alla ricerca del soggetto ideale... Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: P. Ansaldo (a cura di), Un giorno nella vita dell'Italia , Rizzoli, Milano 1990.

  • Capracotta in gita a Pompei

    L'avevamo detto e l'abbiamo fatto. Per sabato 17 maggio abbiamo organizzato un secondo viaggio culturale, che ci porterà a Pompei (NA), dove nella mattinata visiteremo il parco archeologico, riconosciuto dall'Unesco "patrimonio dell'umanità", il cui nucleo originario venne fondato dagli Osci – una nostra vecchia conoscenza! – e nel pomeriggio faremo visita al Pontificio Santuario di Pompei, dove il fondatore Bartolo Longo (che a breve verrà canonizzato) si avvalse anche delle offerte dei duchi di Capracotta, i quali esportarono il culto della Madonna del Rosario di Pompei nel nostro paese, nella cui Chiesa di S. Antonio è possibile ammirare l’omonimo altare. Partiremo di buon'ora da Capracotta, su pullman gran turismo, alla volta di Pompei, dove arriveremo in tempo per conoscere le nostre bravissime guide, laureate in Archeologia, le quali ci porteranno per oltre 2 ore nei vicoli e nelle strade della città romana di Pompeii. Dopo un pranzo al sacco, nel primo pomeriggio ci recheremo al Santuario della Beata Vergine Maria del S. Rosario, dove chi vorrà, potrà assistere alla S. Messa delle 16:00 presso l'altare della Madonna. Gli altri avranno il tempo libero di conoscere le piazze e i negozi di Pompei città. È comunque possibile salire sul campanile del Santuario, da dove si gode una vista mozzafiato sulla Valle di Pompei, sul Golfo di Napoli e, nelle giornate più limpide, sulle isole di Capri e di Procida, le cosiddette "Perle del Golfo". Il prezzo della gita è di 50 €, riservato ai membri della nostra Associazione e comprensivo delle spese di viaggio, del biglietto nominale d'ingresso, delle guide professionali e del noleggio degli apparecchi audio. Ogni altra spesa va considerata a carico dei partecipanti. La caparra è di 20 € da consegnare a Francesco Mendozzi entro domenica 6 aprile, a cui potete chiedere informazioni circa i dettagli e le modalità di viaggio, oltre che eventuali riduzioni (al di sotto dei 25 anni, infatti, esistono degli sconti che diminuiscono sensibilmente il prezzo della gita). Forza, andiamo a scoprire Capracotta all'infuori di Capracotta: farlo insieme è veramente più bello! Consiglio direttivo di Letteratura Capracottese APS

  • Radio R.A.M.A.

    Radio Alto Molise nasce nel 1979 in un locale sotto il Bar Aquilonia ad Agnone (Isernia) per iniziativa di Peppino Di Ciocco, Oreste Palmiero, Piero Barbieri, Erenia Di Nucci, Pasquale De Simone e Franco Zarlenga detto Akai (tecnico). Il ponte radio un baracchino montato a Capracotta. L'emittente irradia i suoi programmi dagli 88.800 MHz. La prima trasmissione ad andare in onda è l'incontro di calcio di terza categoria Vastogirardi-Aquilonia commentata da Costantino Pierdomenico. Le trasmissioni dalle 6 alle 24. Il palinsesto è composto da musica, dediche, radiogiornali, interviste, giochi a quiz. In radio ci sono: Teodoro Busico, Nunzia Zarlenga, Loredana Marcovecchio, Niki De Martino, Vittorio Labanca, Mauro Marinelli, Franco di Toro. Nel tempo entrano anche: Paolo Delli Quadri, Mercede Catolino, Carlo Serafini, Antonio D'Ascenzo. Nel 1980, presidente Michele D'Ascenzo, l'emittente entra a far parte del circuito nazionale Tirradio. Dura fino alla fine degli anni '80, poi chiude. Massimo Emanuelli Foto: M. Emanuelli, Alza la tua radio per favor... Storia delle radio libere italiane di ieri e di oggi , Gammarò, Sestri Levante 2025.

  • La nebbia avvolge la casa

    Una brumosa Capracotta (foto: F. Di Nardo). La nebbia avvolge la casa in un velo di sposa, ne copre le forme e rimane stesa lasciando vedere solo due macchie di rosa; poi si muove lenta e di nuovo si posa bagnando ogni cosa; alla carezza del sole si fa subito ritrosa e sparisce precipitosa. Flora Di Rienzo

  • Clipper l'americano

    Il Capracotta-Clipper nel 40° anniversario. Le deciassètte de innàre de re Millenoveciéndecinquanda, re ju ó rne de sand'Andu ó ne, tutte tutte, bu ó ne bu ó ne, so' partùte tutte quande da re pòrte napultàne pe la via chieàne chieàne: ècche ŝ tieàne p'arrevià! So' 'ndrate a Capracotta tutte tutte, tutte 'ngòppa alla Chiana de la Madonna, mamma meja che culònna! Annieànde va r'Ambasciatore, circundàte da bandiére, appujàte a le barriére tande tanda a svendulà. Ch'accugliènza a ŝ tu pajése, tutte tutte re capraccutti ŝ e, mulisàne e abruzzìse, tutte tutte a fe ŝ teggià. Ne delùvie de ŝ tendiàrde de re core tutte jarde, 'mbacucchàte de fuliàrde, tutte tutte a svendulà. Capracotta z'arrescàtta, sémbra pròpia na tembèŝta, mamma méja che grossa fe ŝ ta, tutte tutte a candeggià. Battemiénde assieà de mieàne quanda càlane r'Amerechieàne, tand'abbriàcce e assieà rechieàme pe la ŝ toria arraccundà... Ècche appare re spartenève, arrialàte dall'oriunde italieàne che tutte re core e che du mieàne ma fermàte demucriŝtiane!… Bensì nen vingene re cumuniŝte, ormai sò pr ó nde cinghe... liŝte ca re mannan a "Baff ó ne"... però re "Scude" allucca: « N ó n-n ó n! » . Ma Baff ó ne n'à 'nd ó penzà? Ca Clipper nen ze r'à che ffà! Ze ŝ trafòca la cara Ledda: « R'utilizza alla Uèrra Fredda... » . Baff ó ne ha uerreggiate che re chiearre de la Wehrmacht, Capracotta ne sa quacc ó sa… cumbattévane còme mieàtte. Và alluccanne ze Pasquale: « Quisse è n'attrezze ch'assià vale! » È cundènda zia Feluména: « È na machena che ne vale la pena! ». La figlia de la bionda Jolanda: pur'essa 'ngoppa tutta ghianga, allenata alla prupaganda de re Cumblesse naziunale. R'accumbagnane re puliziuotta che le pistole a re cappuotta… Va gerieanna sott'e 'ngoppa z'arruffiana pe Capracotta!... Sbatte le mieane la bona Aurora: « Finalmende èva ora! ». R'arresponne Venranda: « Chess'è tutta prupaganda! ». Sta calann Marijasandina ch r porta tutt alla candina stappa cjend e cchjù buttigl: “P me set tutt frjat e figl!”. Zi Nd’netta dà r panin ch n cist: “Semm tutt figl d Gesù Krjst! Clipper suddisfa a ognun n scundenda maje niscjun”. Mariuccjannina fa chiù bjegl: mett croc e fav’c e martjegl: “Ed è buon ca ci sta ca putemm arr’ngasà!...”.   Marjettella parla chjar: “N facet r juorn amar… r Munn p qujss è bjegl ca è varje r c’rvjegl!...”. Ognun z te r sija “Palmir” ch’è cchiù furb d n ghir… ciascun z te r sija Andrejott fa cambà e dà pagnjott!... Facet com putet vutat andò vulet Ca Clipper quand passa la striscja lib’ra a tutt lassa!”. “Sv’ndulamm ghjango sjor quist’è r simbul d’ll’amor!.. “Agitamm bandiera roscja ca Clipper maje z’angoscja!.. E’ ar’partit r squadron tutt ngopp ar marm’tton! Da r Popul applaudit sembra avanzan gl’jardit!.. “Natalin” e “Gasparuccje” Dall’Abruzz b’ttigljuccje: “Jat’c chjan ch r b’ccruccje Nz po maje sapè a r vutuccje..”. R’avv’sjat “Sammartin”: “N v’vet troppa vin Ca s nò n’arriscit a vutà E la lista n nz pò signjà…”. R’ha dat ragion n v’cchjarjegl: “R’accumbjagnjass’n r frjat o r figl s c stjann purtjass’n pur l mammuccje, r nuonn, r bisnuonn, eppur r tatigl”. Ma ci sta na prupagandista ngamba: “N’accumbagnjat proprja a niscjun ca c n stjann assjà, ch n nsjann vutà, n jat mb’ccjann r Munn facet’r sbagljà… S Spart’nev dàrà ajut pur a s pajs stjann tuorn tuorn tutt tutt svis!.. R’aspettan pur a pesch’p’nnatar Ca tanda tanda cos maje so chjar. Stet calm - stet calm Ghjangh sjor va vulann… R caccavoscje z’è mbannat la Sezion ha cund’stat… Ma Baffon nz n mborta Mica penza a Capracotta… Proprja Iss nn’andò p’nzà Ca Clipper n nz r’ha cch fa. Sott all’ “Angel d r Pesh” loch djann ova fresch… A r Paes d r “Caldora” r mb’ndic’n alla “Cann’llora!” A l Massarje d Gesù Crist: “Chest so cos a nu maije vist! Alla Vija d Sant’Amich r so accuot ch nn nd dich!!! Ar’passa a “Crapagghjanca” n de gnjend ch r manga!.. Com’è bella Capracotta tutt vjann sott e ngoppa! Siend siend è com romba Vid vid è com zomba. Scappa e vibra tutta l’onda l’Appennin ch rimbomba!.. Ecch arriva la bufera mena vjend ar “Pagljaron” fort accellera r motor e sparisc endr a r ghjangòr! Arr’accap’ta a r “C’rrit’” r cand’njer dà la “Marsala” N’ata vota sparisc l’ala Mjes a r Munn ch z’è ann’rit.  Quand passa “San Klipper” canda allegr pur P’ppin porta fjasca e mena vin va sunann e fa piattin!...  Com’è bbell quand passa pulit e lustr d’ingand lassa! ngoppa l’autista z d’vert z’allundana e maje invert! Vola e fila fila nir nir sembra propria na c’mm’nera mena fum e cchjù n nz ved però n poch z la cred!... Ar “Vuast d r Gjrjard” par propria n leopard! Quand scappa com’è bjegl zomba e vola e fa saltjegl!  Ammiran la gend d r Wuast: “poess ca maje chjù nz uasta! Com avarrimma fa senza d qujss? Nu pr’jamm assjà proprja p d’iss!” Alla kiana apuò d “Stafful” sembra proprja n gjugattul Tutt arrivan p r v’dé e jss scjoscja com a n Re! Sta passann ar Car’vigl: p d’iss na festa d pesc e ngujll. N’mbarlamm apuò d’Agnon: r’acccuogl’n ch r cambanon! Alla Vija d r V’rrin Loch maje manga l vijn! All’a pp Mond Quamb Loch r’aspettan tutt quand! Evviva - evviva Capracotta Semb viva, maje z’è morta! C vuleva r Spart’nev p fa a tutt quand vev!.. R Cumbjegn ch r Cristjen r Cristjen ch r cumbjagn nz sjend’n chjù ljagn tutt nzjembra a mb’rrjacà!.. C vuleva veramend p fa pac a tanta gend R’arr’purtat alla “Libertà” mo ognun po’ passà… Ra r’nnuta la sch’ttezza mo ognun’ po vutà!........ Chesta è la sacra v’r’tà Ca Clipper gjà alla storia sta! Baffon nz r’aveva propria a k fa “R vid Clipper angora sta qua. Z’è persuasa pur la Edda: “È f’nuta la “Uerra Fredda”. Mo f’steggian r cumblejann la b’ll’zza d r s’ssjand’jann. Evviva - evviva Suand Clipper f’steggja pur iss ngoppa a st Terr! Adduoss a iss du bandier chella roscja e l’ata ghjanga n ndè gnjend ch r manga: “R “Cinguanda…” e gnend kiù!” Com saluta Capracotta sembra angora na g’v’notta… Nu r purtamm alla Stazjon St’asp’ttann la penzion!.. ( 2010 ) Teodorico Lilli

  • Messaggio del parroco di Capracotta don Elio Venditti

    Don Elio Venditti durante l'ultima festa dell'8 settembre. Carissimi tutti, dopo sei mesi di assenza dalla Parrocchia, per motivi che voi ben conoscete, penso di riprendere al più presto il mio servizio in mezzo a voi. Intanto, un grande "grazie di cuore" a tutti voi che mi avete seguito ed accompagnato in questo periodo duro e difficile della mia vita. Spesso ho avvertito il vostro "pensarmi" e la vostra preghiera al Signore e alla Madonna di Loreto per me. Le vostre preghiere sono state esaudite! Ed eccomi, quasi pronto, per riprendere un nuovo cammino assieme a voi, per ringraziare il Cielo di tutti i benefici ricevuti e per riaffidarci a Dio con volontà e impegno. Ringrazio i confratelli sacerdoti, che - in questo tempo di assenza - mi hanno sostituito. Un grazie speciale va a don Francesco Martino, ai padri caracciolini, a Daniele ed Ennio e a quanti sono stati vicini alla Parrocchia in ogni necessità. Mercoledì prossimo - 5 marzo, giornata delle Ceneri - inizia la Quaresima, tempo opportuno per prepararci alla Pasqua del Signore - che celebreremo quest'anno il 20 aprile. La Quaresima è tempo di impegno a livello spirituale: la preghiera, che ci deve cambiare in meglio, con un po' di digiuno e qualche opera buona ci saranno di aiuto per sentirci più vicini al Signore. Durante la settimana Santa, poi, sarà tra noi padre Lorenzo che ci aiuterà a riconsiderare la nostra anima e riavvicinarci, con una buona confessione, a Dio e alla Chiesa. Auguro a tutti una Quaresima fruttuosa e lo sarà se torneremo a pregare,ad essere presenti la Domenica in Chiesa e a compiere opere di carità. Mi direte e le nostre feste estive? La festa del Protettore, san Sebastiano, si celebrerà il 13 luglio-domenica. La festa con la processione per le strade del paese aprirà una settimana di preghiere elevate al Signore per intercessione di San Sebastiano, per chiedere salute, benessere, pace per noi e per il mondo intero in questo tempo travagliato e difficile per tutti. Pregheremo per una settimana dinanzi alle reliquie (parte del corpo) di san Sebastiano, che giungeranno tra noi dalla Basilica del Santo in Roma. Il giorno 20 luglio, dopo la Santa Messa solenne faremo la processione per il paese, portando le reliquie del Santo, al quale affideremo con preghiera e devozione il nostro paese. La sera del 20 ci sarà uno spettacolo teatrale a chiusura della settimana di festa. Nel mese di agosto, quest'anno, si compiono 300 anni dalla consacrazione della Chiesa Madre, Santa Maria in Cielo Assunta. Per tale ricorrenza il programma sarà preparato e reso noto a tempo opportuno. Intanto, nelle giornate dal 22 al 24 agosto saremo impegnati per iniziative appropriate all'evento. È certo che sarà privilegiata,non solo la memoria storica del Tempio, ma, in modo particolare le iniziative spirituali, che avranno come scopo un vero risveglio della nostra fede di credenti, per essere cristiani autentici in un mondo distratto e sempre più lontano dalle cose che hanno vero valore e che, perciò, utili alla creatura umana resteranno per sempre, perché ci avvicinano e portano all'Eterno. Grazie per avermi letto e arrivederci a presto. Don Elio Venditti

  • L'UFO e lo scienziato americano

    È poco dopo la mezzanotte del 12 agosto 1983. Un fisico americano, in vacanza in Italia con la sua famiglia, sta guidando lungo la strada di montagna che collega San Pietro Avellana a Capracotta, in provincia di Isernia. I tornanti si susseguono, e l'auto avanza lentamente lungo i pendii del Monte Capraro. Improvvisamente, all'ennesima curva, i quattro notano una luce intensa sul lato opposto del burrone, poco sotto la strada che devono percorrere. In un primo momento pensano che siano i fari di un autocarro che viene dalla direzione opposta, ma, incuriositi, si fermano per osservare meglio. Quello che vedono li lascia senza parole: non si tratta di un camion, ma di un cono di luce bianca che si eleva da un oggetto scuro nascosto tra gli alberi, a circa 100-150 metri di distanza. La luce brilla a intermittenza, ed è talmente accecante che il fisico deve distogliere lo sguardo. L'oggetto ha una forma tondeggiante ed è grande più o meno come l'auto della famiglia. Sembra poggiare a terra, circondato da una fila di luci multicolori che ruotano. Per un attimo restano tutti immobili, indecisi su cosa fare. Dopo 15-20 secondi, il fisico decide di avvicinarsi. Riaccende il motore e riprende lentamente la marcia, ma quando superano il gruppo di alberi che oscurava la visuale, si rendono conto che l'oggetto non è più lì: ora si trova direttamente sotto il punto dove si erano fermati a guardarlo. Il fisico frena di nuovo e accosta. Lascia luci e motore accesi e scende dall'auto insieme al figlio quattordicenne. La moglie e la figlia, rimaste in macchina, cominciano a gridare per la paura, ma lui, per nulla intimorito, le zittisce: vuole verificare se l'oggetto emette qualche suono. Cala un silenzio assoluto. La vallata è immersa in una quiete irreale. Dopo un paio di minuti, il figlio suggerisce di tornare indietro. Le donne in macchina, ormai terrorizzate, insistono affinché non si avvicinino ulteriormente. A malincuore, i due risalgono in auto. L'oggetto, nel frattempo, si solleva lento sopra gli alberi. Decidono di allontanarsi, ma dopo aver percorso un paio di curve, si fermano di nuovo. Questa volta scendono in tre, lasciando in macchina solo la figlia, ormai paralizzata dalla paura. Si voltano verso l'oggetto, che si sta spostando lungo la valle in direzione nord. Il fascio di luce conico è sparito, ma le luci multicolori che ruotano attorno al bordo sono ancora ben visibili. Dopo qualche minuto, risalgono in auto e riprendono la strada. Si fermano un'ultima volta dopo oltre un chilometro. Il fisico, che non riesce più a scorgere l'oggetto, si affida alla moglie e al figlio, che continuano a osservarlo muoversi in lontananza, stagliato contro il profilo della montagna. Tornati a casa, nessuno riesce a dormire. La mattina seguente si recano dai Carabinieri per chiedere se ci siano state altre segnalazioni o attività militari nella zona, ma non ottengono risposte. Tornano allora sul luogo dell'avvistamento, nella speranza di trovare qualche traccia, ma non c'è nulla. L'unico risultato è che il figlio, sopraffatto dall'emozione, finisce quasi per avere una crisi isterica. Edoardo Russo Fonte: E. Russo, UFO. Fenomeno o mito? , Rizzoli, Milano 2025.

  • Polvere di cantoria: una nonna un po' particolare

    P. di Matteis, "Pan e Siringa", olio su tela, 1695. Questa volta indosseremo i panni dei viaggiatori del tempo e dello spazio in modo diverso: andremo nel fantastico mondo dei miti greci, in Arcadia per essere precisi, per fare la conoscenza del dio Pan. Figlio di Ermes e della ninfa Penelope, aveva il torace con fattezze umane ma corna, gambe, zoccoli e coda di capra. Pastore ed apicoltore, Pan era il protettore dei boschi, delle greggi e di tutto ciò che aveva a che fare con la terra: in sostanza, tutto il visibile. Per questo, la parola greca per identificare "tutto" era appunto pan . Pur se descritto di indole bonaria ed allegra e sempre disposto ad aiutare chi fosse in difficoltà, egli diventava furibondo se qualcuno si azzardava a turbare la sua serenità, con urla veementi che terrorizzavano il malcapitato, e da qui il termine "panico". Si racconta che la sua nascita, nonostante non appartenesse agli dei olimpici, fosse precedente a quella di Zeus e - aggiungo - forse anche il suo culto, perché il legame con la venerazione della terra lo pone come derivato dai riti della Grande Madre. Da qui anche il suo aspetto parzialmente animalesco. Le sue urla terrorizzarono e fecero fuggire Tifone, durante la guerra dei Titani, liberando così Zeus che ne era prigioniero. Il capo degli dei, per ringraziarlo, lo immortalò nella costellazione del Capricorno. Un giorno il nostro Pan si innamorò perdutamente della ninfa Syrinx, figlia di Labano, dio dei fiumi e, vedendola passare nel bosco, la inseguì. La ninfa, non ricambiando questo amore, si diede ad una fuga disperata raggiungendo una palude dove, davanti ad un grande canneto, supplicò suo padre di trasformarla in una canna così da potersi salvare. Pan, rattristato, fu tuttavia meravigliato quando una lieve brezza mosse le canne facendole risuonare dolcemente. Presa allora una canna, la tagliò in sette pezzi di lunghezza decrescente e, dopo averle legate trasversalmente tra loro, creò uno strumento a fiato dal suono caratteristico, con cui venne sempre raffigurato e a cui diede il nome della ninfa, syrinx (siringa), chiamato anche "flauto di Pan": la nonna dell'organo a canne! Negli strumenti a fiato tubolari, un flusso laminare di aria, urtando contro il bordo della canna (flauto traverso, siringa) o contro il dente (flauto, organo), va incontro ad una turbolenza che genera il suono, mentre la parte tubolare ne determina il timbro e la nota. Molti autori definiscono la zampogna come progenitrice dell'organo confondendola o identificandola con la siringa, mentre in realtà la zampogna è uno strumento ad ancia, dove il suono è prodotto dalla vibrazione di una linguetta di legno o di metallo e quindi più parente della fisarmonica e dell'armonium. Un suono particolare, preceduto da una percussione sonora: il transitorio di attacco, o "sputo", molto ricercato anche in particolari registri dell'organo. La siringa si diffuse in tutto il mondo e chi come me è stato ragazzo negli anni '70 ne ricorderà sicuramente il caratteristico suono nei dischi degli Inti-Illimani. Nello stesso errore caddero i traduttori del brano "Syrinx" di Teocrito, traducendone il titolo in "Zampogna". Il Technop æ gnion è una forma compositiva letteraria creata da Simia di Rodi nel III sec. a.C., dove la grafica dei versi disegna sul foglio l'oggetto che ne viene descritto ricalcandone la forma. Ed ecco che Teocrito, con versi a scalare, crea sul foglio la forma di una siringa e non di una zampogna! Peraltro, quest'ultima ha una origine più tarda rispetto al flauto di Pan. A discolpa va comunque detto che con la parola syrinx vengono identificati entrambi gli strumenti. Un errore analogo di cui parleremo in un'altra sede si verificò con la traduzione di « suspendimus organa nostra » (Sal 136) con « appendemmo le nostre cetre». I traduttori forse ignoravano che piccoli organi portativi esistevano anche durante la prigionia ebraica in Babilonia e quindi prima del V sec. a.C. Le origini dell'organo sono più antiche di quanto si possa immaginare: il suono della terra, del vento e di tutta la natura. Un soffio, un semplice soffio che si fa musica vibrando nel cuore di una ninfa... Francesco Di Nardo

  • Anche gli organisti alzano gli occhi al Cielo

    ...e non sempre per recitare una preghiera! Una foto, una semplice foto umoristica su un povero organista liturgico caduto nello sconforto della domenica sera dopo essere stato bersagliato da domande, richieste ed affermazioni assurde di "avventori", coristi, prelati e fedeli nelle fasi che precedono o seguono il servizio liturgico o, ancora, durante lo studio e la preparazione. È stato come aprire le chiuse di una diga ed un fiume di siparietti, raccontati da organisti di ogni dove, ha riempito la pagina social di un gruppo a loro dedicato: una lotta per la sopravvivenza di artisti che, mentre cercano rendere al meglio il valore della liturgia della Parola insita nella musica sacra, si scontrano quotidianamente con ignoranza, supponenza, maleducazione, sbadataggine e sciatteria ma, passato il primo disorientamento, esorcizzano il tutto con un sorriso e, per chi vuole intendere, spargono poi semi di conoscenza su questa meravigliosa arte dove divino, bellezza, simbolo, studio e ricerca guidano all'incontro con il Creatore e, per chi non crede, alla scoperta della spiritualità che alberga nel profondo di ogni cuore. Ho umilmente pensato, quindi, di raccogliere queste "perle" in un breve "manuale" analitico quasi come fosse una dissertazione clinica su entità nosologiche ricordando però che al severo e austero "Soli Deo gloria" si affianca sempre il gioioso "Servite Domino in l æ titia" (Sal 99,2). Non è mancato, infatti, chi ha fatto notare che la profondità ed elevazione del messaggio affidato ai musicisti liturgici non debba lasciare spazio e mal si accosti a questo frivolo umorismo come se chi sorride e riporti questi eventi ne venga distratto o non abbia la capacità di scegliere brani coerenti e consoni alla liturgia del giorno. Potrei ritenermi offeso e con me tutti i colleghi che hanno partecipato, ma ammetto i miei limiti e ne farò ammenda. Tuttavia al Venerabile Jorge di turno, in ogni caso, preferirò sempre la dedizione serena di un Guglielmo da Baskerville. Ad ogni "gemma" si affiancano le iniziali di chi ha partecipato al dialogo online sul post o che ha inviato il racconto privatamente: ho preferito questa soluzione a simboleggiare una unica entità costituita da persone che si cimentano con amore nel servizio organistico. A loro dedico queste righe. Alcune postille risuoneranno agli addetti ai lavori come un pedante pleonasmo ma anche qui, come ho fatto in altre occasioni, vorrei fare un pochino di divulgazione fornendo strumenti interpretativi ai profani. Permettetemi, infine, una piccola nota semi-polemica: a chi sostiene che la musica "animi" la liturgia rispondo che la musica "completa" la liturgia. L'anima della funzione, a mio modesto parere, è data dalla presenza del Divino che incontra il suo popolo. Piuttosto bisognerebbe rianimare il senso della liturgia in parecchi fedeli, sacerdoti e prelati che vorrebbero ridurre le funzioni a semplici e brevi dosi "intramuscolari" od "omeopatiche" di preghiera. Il « popolo in cammino » cerca la Guida e non un "compagno di merende". La storpiatura dei nomi e musiche immaginarie « Mi suona l'Ave Maria di Bach? » (FDN). È in realtà la meditazione di Charles Gounod sul primo preludio dal "Clavicembalo ben temperato" di Johann Sebastian Bach. Tale denominazione nasce da un'esibizione pianistica da parte di una co-presentatrice durante un festival di Sanremo. Senza contare che Bach, fervente luterano, non avrebbe mai scritto una tale preghiera che è appannaggio esclusivo della Chiesa cattolica. Da qui anche: « Mi suona l'Ave Maria di Gun ó ? » (web). « Vorrei ascoltare l'aria sulla quinta corda » (SO). In questo caso trattasi di una superfetazione strumentale: generalmente chiamato "Aria sulla quarta corda", è il secondo movimento della terza "Suite in re maggiore" di Bach. Le cronache narrano che il violinista August Wilhelmy, trasponendo dal re al do maggiore la partitura, potesse suonare lo spunto melodico con una sola corda del suo strumento perché il violino ha quattro corde e non cinque! Una variante riguarda l'autore: «P iero Quark » (FDN), mischiando il nome del celebre giornalista Piero Angela con quello del suo più famoso programma, di cui il brano era la sigla. In realtà tutti i programmi scientifici del noto giornalista ebbero questa sigla a partire fin dagli anni '60. A completamento va citata pure: « Mi suona Superquark? » (JAM). Recentemente, ho scoperto un brano di lontano parente, amante dei jeans, del tedesco Richard Wagner: la « Marcia nuziale di Wrangler » (web), affiancata dalla « Marcia di Madison » (web) e quella di  « Mendison » (FDN), celebri autori statunitensi. Tornando in Italia scopriamo una trasposizione umbro-culinaria del "Panis Angelicus" di César Franck: il « Pane Sangemini » (SSP). Spesso l'organista viene rimproverato perché non conosce la « Anna Maria » (AD), poiché probabilmente ignora il suo compositore: tale « Schiubert » (web). Ci spostiamo verso la jeanseria con la « Giaccona » di Johann Pachelbel (AN), autore molto scapestrato in gioventù quando scrisse anche il famoso « Cannone in re maggiore » (FDN). Ma andiamo al tripudio quando il "Gazzettino" definì il M.° Sergio De Pieri un « pianista d'organo » o quando una trasmissione televisiva parlò di tale « John » Sebastian Bach (FDN) o allorché un testo scolastico (mayday-mayday) descrisse la « Toccata e fuga in Rem » coinvolgendo forse la neurologia ( rapid eyes movement ?), la radiobiologia ( Röntgen equivalent for men ?) o la musica leggera (il celebre gruppo rock?), e celebrandola come appendice finale dell'Arte della Fuga (web). Logopedia organistica Tale attività si esplica quando l'avventore ( o/et al. ) espone la richiesta riproducendo il brano mediante suoni o fonemi tipo "la" (lallazione) o "ta" (tattazione), talvolta inframezzati da "ra" (no, non è un canto egizio!). Abbiamo allora « ta-ta-taaa » (autori vari) o « quel Bach che fa la-la-laaa » (EG). Spesso non se ne viene fuori nonostante immani e assidui sforzi: « La sposa voleva la-la-la-la-laaa... » . Ma, a tutt'oggi non sappiamo cosa intendesse (NB). Sarebbe tutto molto più semplice se, cosa rara, l'interlocutore di turno azzeccasse almeno buona parte delle note che va sillabando. Sacro & profano L'erronea convinzione che la musica sacra non sia una estensione della preghiera, se non essa stessa preghiera, ma una banale e semplice colonna sonora della funzione sacra, spesso ridotta a mera kermesse , porta il "Wurlitzer" di turno (pardon: l'organista) a subire richieste assurde intra ed extra-liturgiche. A questa entità nosologica, si associa anche la convinzione che l'organo, il pianoforte, il clavicembalo, la fisarmonica e l'armonium siano tutti uguali e suonabili alla stessa maniera per il semplice fatto di possedere una tastiera. « Mi fa ascoltare "Al chiaro di luna"? » (PB). « Voglio ascoltare "Per Elisa" con il forte generale » (FDN). « Lo sposo vuole entrare in chiesa con Dragon Ball » (autori vari). « Metti la sigla della Barilla » (SOC). « Faccia qualche bel brano dai film di Fellini o di Morricone » (PB). Momenti di sconforto parossistico si concretizzano quando, dopo averle spiegato in tutti i modi le caratteristiche di un meraviglioso strumento italiano del XVIII secolo e i brani più adatti ad esso ed alla Liturgia, la sposa ci pensa su, ti telefona e ti chiede « la Califfa » come ingresso e « C'era una volta il West » al Communio, meravigliandosi quando riceve un diniego (poi si scopre che da tale farneticante richiesta si era chiamato fuori pure assuocugino , specialmente dopo aver visto l'organo) (autori vari). C'è stato anche chi, dopo aver suggerito brani più consoni allo strumento e all'occasione, piuttosto che "Summertime", è stato apostrofato come hippie dalla saccente madre "esperta" di uno sposo (FDN). Ammiocugino e le sue sottocategorie: il Professore, l'Esperto e il Critico Signori: qui si esce dalla storia per entrare nella leggenda! Questa entità nosologica interessa indiscriminatamente individui di ogni categoria: religiosa e laica, con sintomi variopinti e proteiformi, comprendendo anche portatori sani di domande stravaganti o affermazioni al limite dell'offesa personale. « Perché ci sono tre tastiere se ha due mani? » (DF). « Ma la pedaliera suona? Pensavo che fosse per poggiare i piedi! » (ER). « Tanto il basso non serve! » (era la Passacaglia di Bach!) (FDN). « Come fai a suonare con i piedi? Le dita non sono troppo piccole? » (PA). « Ma come mai questo basso? Non serve a niente, fa solo rumore e non si sente la canzone! » (CT). « Dov'è la manopola del volume? » (era uno strumento meccanico!) (CP). Lo spiritosone di turno, vedendo la consolle: « Che è, un'astronave? » (CP). « Ma mentre suoni guardi mani e piedi? » (CP). La risposta: « Guardo lo spartito! » potrebbe sconvolgere l'interlocutore, quindi usatela con cautela. « Ma quei bottoni li conosce tutti? » (CMO)... i registri a placchetta. Sacerdote organologo: « Le migliori canne sono fatte d'argento » (FDN). Ricordo ai non addetti ai lavori che generalmente la lega organaria è costituita da miscele di stagno e piombo. Si usa anche il legno. « Abbassa il pianoforte, altrimenti le vibrazioni fanno cadere le stecche di ferro e ti vengono in testa! » (RPR). Il dietologo e bodyshamer subclinico: « Attento quando sali la scala altrimenti resti incastrato! » (RPR). Mamma al bambino: « Vedi? Quello suona il pianoforte con i tubi! » (RPR). « Ma suonano tutte e 25? » (MB), in riferimento alle canne di facciata, dette "di mostra". Ricaduta del medesimo con ingravescenza: « 2.000? Ma io ne vedo solo 25! Non mi dica balle! » (MB), a conferma di quanto sosteneva Carneade che « l'idiota considera falso tutto ciò che non riesce a comprendere » . « Ma dove sono i martelletti che picchiano i tubi? » (MB)... senza pietà. Negli organi è presente un sistema che crea delle oscillazioni nel flusso del vento per ottenere, qualora richiesto, un effetto di vibrato. Tale registro viene chiamato tremolo ma... « Quello è il vibratore? » (DF). Tre Pater, Ave e Gloria. A questo punto non dovrebbe più stupirci nulla ma ecco la pugnalata alle spalle: « Che bel pianoforte! » (PB). « Ma perché suoni sempre brani sconosciuti? » (PB). Ancora quello che vuol far credere di essere un grande esperto di diteggiatura: « Ma quel mignolino non va bene! » (FDN), salvo poi scoprire che lo dice a tutti. « L’organo suona troppo forte, meglio la pianola! » (SD). Altra perla tecnica: « Guarda! Quello è il tubo dell'aria! » (GMV), in riferimento al grosso cavo di collegamento tra la consolle ed il corpo dell'organo a trasmissione elettrica. Andiamo sul raffinato quando: « Questo è un clavicembalo o una spinetta? » (GMV), ed era un organo a baule. L'ipotesi che l'organista abbia un döppelganger sorge con: « Ma se lei sta qui come fa a suonare lì? » (AB), sempre in presenza di un organo a trasmissione elettrica. Gran finale: « Sei tu che suoni il piano in chiesa? » (FP). Pedagogia e tutela dell'infanzia « Suona brani dolci! Ci sono i bambini della prima comunione! » (AP)... metti che si dovessero spaventare... Interrompere, poi, l'organista che sta suonando piano perché c'è un battesimo con: « Suona piano! C'è un battesimo! » (FDN), ha fatto finire il musico davanti al giudice. Miscellanea... e quelli che: dovrebbe saperne ma non sa! Parroco di un importante santuario: « Che bisogno c’è di provare lo strumento prima del servizio? Tanto è un organo! » (FDN). E io che pensavo fosse una fisarmonica! Direttore di auditorium: « Abbassi il volume dell'organo! » (AC). Organista titolare al collega di passaggio per un servizio funebre: « Tranquillo! È tutto a posto! » (FDN), il che significava: espressivo e pedaliera fuori uso con grandorgano asfittico e funzionante stile blockwerk medievale, cioè due sonorità: solo principale (piano) o tutti (forte). Corollario: brani preparati gettati al cassonetto e vai di improvvisazione (nel senso che all'improvviso qualcosa poteva funzionare). « Non si sente come il suono di un vero organo » (LF). Direttore di coro: « Leva 'sti pifferi [principale e ottava] e accompagna il coro con una bella "voce celeste"! » (FDN). Si va anche al sabotaggio quando il sacerdote per prevenire un offertorio troppo lungo ordinò di togliere l'energia elettrica allo strumento mentre l'organista suonava (FDN). Va da sé che l'organista chiuse l'organo e andò a farsi un aperitivo al bar con il coro, mentre il prevosto, poi scusatosi, dovette cantare "a secco" la restante parte della funzione. Anziana che stacca letteralmente le mani dell'esecutore dalla tastiera: « Dov’è il bancomat? » e, non avendo ottenuto risposta soddisfacente dall'organista poiché non del posto, replicò: « Vi dovete vergognare! » (CB). Della musica o del bancomat? Fotografi durante matrimonio: « La smette di suonare? Stiamo lavorando! » (FDN). Di loro non si è più avuta notizia, ma si narra anche di fotografi che tolgono l'alimentazione dello strumento per privilegiare i flash (AC) o di fiorai che interrompono le esecuzioni per chieder dove mettere le composizioni (AC). Segnalati anche sequestri di panca per alloggiare vasi o far sedere ritardatari (autori vari). « Perché mancano i tasti? » (FDN), detto da esecutore navigato su organo con prima ottava corta: apprendimento immediato con post-it incollati ai tasti. Per i profani: negli organi barocchi è quasi la regola trovare la prima ottava della tastiera "corta" e con i tasti risuonanti su note non proprie. Una ricerca può spiegare meglio con tanto di immagini ( qui ). Karaokara di turno in riferimento al più bello strumento barocco della diocesi: « Con quello strumento non si può cantare! » (FDN). Karaokara recidiva: « Non sono io che devo andare a tempo, sei tu che mi devi capire al volo! » (NB). Vescovo: « Quella dossologia è troppo alta! » . Risposta: « Eccellenza, se non si sa cantare è meglio recitare! » (PR). 92 minuti di applausi (LV). « Smetta di suonare e mi dica dov'è il bagno! » (FDN). « Abbassa quell'armonium! » (GD). « Mica ho capito dov'è il bagno! » (FDN). « La smette di suonare? Non riusciamo a chiacchierare! » (FDN & DM). « Scusi, dov'è il famoso quadro? » (GC)... anzi che ha detto "scusi". « Come si leggono tutti quei segni? » (PB): le note. « Scusi è lei l’organista? » (PB). Ovviamente chiesto al figuro seduto alla consolle. Ancora: « Ma insomma! Dov'è il bagno! » (FDN). Se poi le eventuali risposte non vengono gradite: « In questa chiesa nulla è come sembra! » (MG). Le fedeli oranti: « Abbassa il canto o ci affoghiamo! » (RPR). « Mi abbassi i canti? Oggi sono senza voce! » (GC), detto dalla animatrice del culto. Alcuni sono talmente preda della sindrome di Stendhal da avere stati allucinatori: « Con l'organo non si sentono le voci! » … non stava cantando nessuno (FL). All’organista vengono attribuite facoltà di onniscienza e monitoraggio: « Dov'è il confessore? Io ho bisogno di confessarmi e qui non si vede nessuno! » (MB). Molti confessori sfruttano l’organista in funzione di deception penitenziale: « Tu suona altrimenti mentre confesso si sente tutto e non c'è nessuno che recita il rosario » (RPR). « Suona ancora! Si confessa la Gxxxxx e si sente tutto! » (MG). « Scusi, dov' e il confessore? » . « Non so, Signora, solo l'organista » . « Allora chiederò a qualcuno o più alto in grado, magari il sacrestano! » (FDN)... e vai di autostima! In una chiesa famosa per evitare che lo strumento suonasse troppo forte, peraltro un magnifico strumento barocco italiano, il prevosto aveva fatto chiudere i pomello dei registri del ripieno in una scatola di legno sigillata da un robusto lucchetto e per buona misura erano state anche inchiodate le relative stecche del somiere (FDN). Liberi dal giogo solo principale, ottava e ottava di flauto. Riportati e fotografati anche casi di "bipedi musicali" che, per vedere meglio l'altare, si ergono in piedi sfruttando la pedaliera come pedana (autori vari), rischiando di danneggiarla. « L'è propî brutta a me non pis brisu » (è proprio brutta, non mi piace per niente) (AD), un alternatim per organo e coro della "Messa degli Angeli" (senza minimamente considerare la fatica per preparare e dirigere il tutto e ringraziare Iddio che c'è chi si piglia la bega di farlo). Appendice dedicata agli sposi, ovverossia: « Come la folgore viene da Oriente e brilla a Occidente » (Mt 24,27). Sposi richiedenti un programma assurdo: « Ma se dovete provare vuol dire che non siete capaci! » (NB). Un caso di accorciamento di arti superiori: « Pensavo che 25 € fossero sufficienti! » (per organo, violino e soprano) (NB). La sposa: « Decido io! Lui [lo sposo] non capisce nulla! » (NB)... cominciano bene! Ma qualche volta lo spiritosone lo fa l'organista: « Scusi, è lei il Signore dell'Organo? » . « Si, Signora! Sono Gandalf il Musico! » (FDN). « Non sanza fatiga si giunge al fine » (G. Frescobaldi). « Ma siamo proprio sicuri che sia la fine? » (FDN). Francesco Di Nardo

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