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  • Egidio Monaco

    Egidio Monaco è nato a Capracotta (IS) nel 1948. Vive e lavora a Roma, alternando lunghi soggiorni nella casa natìa. Ha esposto in diverse mostre in Italia e all'estero. L'artista realizza paesaggi il cui tema principale è il cielo azzurro e dove prevalgono le gradazioni degli ocra e dei verdi che si affievoliscono verso l'orizzonte. Attento osservatore di una natura minacciata dall'industrializzazione e dal progresso tecnologico, Egidio Monaco ha cominciato dal 1968 a mettere in guardia la società manifestando il suo timore nei confronti della minaccia dello smog. L'impegno ambientalista è un elemento caratterizzante del suo corpus di opere. Tra i temi preferiti dell'autore troviamo silenziose figure immerse in rigogliosi paesaggi e in variegate nature morte trattati su un piano di estrema coerenza. Gli impasti materici di Egidio Monaco prendono così quota in larghe stesure soffusamente mosse, quasi picchettate o, se si preferisce, maculate, che lasciano tuttavia trasparire qua e là i neri del fondo di preparazione, accenti coloristici che animano l'impianto del quadro. Ne risultano spesso effetti quasi misteriosi che rendono i trapassi luministici più preziosi. Dai dipinti di Egidio Monaco emerge prorompente il richiamo al Molise, terra a lui cara non soltanto per il paese natìo, ma anche quale fonte d'ispirazione di molte sue opere imbevute d'aria cristallina, nelle quali la figura umana è protagonista accanto alla natura. Franco Miele Fonte: https://www.orizzonteitalia.com/ .

  • I "giusti" romagnoli Carugno e Giorgetti

    Questa storia ha per protagonisti 39 ebrei, arrivati a Bellaria nell'albergo di Ezio Giorgetti dopo l'armistizio. Sono donne, uomini e bambini, originari della Germania, dell'Austria, della Jugoslavia e della Polonia, fuggiti l'11 settembre da un campo d'internamento veneto. Li ha mandati da Giorgetti una sua vecchia cliente, una contessa che da Asolo, dove abitava, aveva organizzato il viaggio di quel gruppo in camion fino alla Romagna. «Arrivarono con una lettera di presentazione che li qualificava come "profughi stranieri". Li accolsi», testimoniò Giorgetti in un'intervista. «Solo dopo qualche giorno, visti vani tutti i loro tentativi di noleggiare una barca da pesca e di allontanarsi via mare, ci dichiararono di essere ebrei e di rimettersi nelle mie mani». Chiedono un'ospitalità che per i padroni di casa significa rischio della vita. Solo una decina hanno i soldi per pagarsi la retta-sfollati. Giorgetti e la moglie, Lidia Maioli, li accolgono, li aiutano, ricorrendo per consiglio ed appoggio anche al maresciallo dei Carabinieri di Bellaria, Osman Carugno; al segretario comunale di San Mauro, Alfredo Giovannetti; al vescovo di Rimini, monsignor Vincenzo Scozzoli e don Emilio Pasolini. Uno degli scampati, Leopold Studeny, definì Carugno «il nostro protettore in tutti i momenti». Giovanetti fornisce carte d'identità in bianco che sono intestate a nomi falsi. Come falsi sono i timbri apposti sui documenti: riproducono lo stemma del Comune di Barletta, che era stato occupato dagli alleati. Quei timbri li ha lavorati un incisore di Rimini, Pietro Angelini. Don Pasolini procura materassi, coperte, biancheria e pane biscottato preparato dalle suore Maestre Pie. Dopo due mesi, all'albergo di Giorgetti arrivano i nazisti. Gli ebrei sono trasferiti di notte ad Igea Marina, alla pensione Esperia. Pure lì giungono i tedeschi. Altro spostamento alla tenuta Torlonia di Cagnona di Bellaria. E di qui, nel dicembre 1943, per un'altra requisizione nazista, i profughi scappano alla pensione Italia di Gino Petrucci, dove sono presentati come «italiani all'estero» sfollati all'ultimo momento. Gli alleati s'avvicinano, ma i sospetti di fascisti e nazisti aumentano. Gli ebrei, su consiglio di Carugno, decidono di inoltrarsi verso l'interno, a Madonna di Pugliano (PU). Nel settembre 1944, ad un anno dall'inizio della loro odissea, sono liberati dagli alleati, e trasferiti a Roma, dove rimangono sino al 2 giugno 1945, quando sono portati all'Ufficio trasporti di Riccione. Carugno e Giorgetti saranno definiti in Israele «Giusti fra le genti». «Polizia e carabinieri, nella nostra zona (da Viserba a Torre Pedrera) non si sono mai affannati per collaborare con gli occupanti», dice Guido Nozzoli, ricostruendo i momenti della clandestinità. «Per esempio, la squadra politica del Commissariato, come potemmo accertare dopo la Liberazione, aveva localizzato un recapito dei Gap nei pressi di Torre Pedrera, ma non venne mai a bussare a quella porta e non trasmise l’informazione né alla gendarmeria tedesca né alla sede del fascio. Neppure i Carabinieri, a cui era affidato il compito di reperire disertori e renitenti alla leva... se la son presa troppo calda». Antonio Montanari Fonte: A. Montanari, Rimini ieri. Dalla caduta del fascismo alla Repubblica (1943-1946) , Il Ponte, Rimini 1989.

  • Lotterie e sogni miliardari

    Capracotta, provincia di Isernia, 1.421 metri di altezza e novecento residenti divisi in trecento famiglie. Un giorno, una decina di loro se ne stavano seduti davanti a una birra allo Sci club. C'erano l'impiegato delle poste, il benzinaio e altri sette, otto amici. Perché non mettiamo 10.000 lire a testa e puntiamo al jackpot supermiliardario?, si sono detti. Conclusione: circa due milioni raccolti nei tre bar del paese, dal benzinaio e allo Sci club; più di trecento giocatori, praticamente uno a famiglia, compreso il parroco e il sindaco. La schedina ha l'incarico di compilarla l'impiegato delle poste che poi va a giocarla in un altro paese. Perché a Capracotta non c'è neppure la ricevitoria. Speranze, sogni degli aspiranti miliardari? Niente Caraibi, una volta tanto, e nemmeno una villa hollywoodiana o la fuoriserie. Nei sogni di tutti c'è una fabbrica. Desiderano investire i miliardi di un eventuale 6 per dar lavoro ai disoccupati che ci sono in paese (quei pochi giovani rimasti) e a quelli che se ne sono andati via da Capracotta per lavorare a Milano, a Roma, o all'estero. Pare che qui in paese ci siano solo due falegnamerie: opportunità di lavoro, molto poche. Al punto che gli abitanti, testardi come sono, stanno pensando di autotassarsi per finanziare comunque qualche attività. Intanto, continuano a puntare al jackpot: un sistema di ottocentotto colonne con sedici numeri, costo 646.000 lire. Chi si recasse allo Sci club, potrebbe leggere il lunghissimo elenco dei nomi e cognomi e pure i soprannomi dei giocatori e accanto tutti i numeri giocati nel supersistema. Un unico assente, tal Mario Comegna. Chissà mai perché ha preferito astenersi dal gioco. Maurizio Costanzo Fonte: M. Costanzo, Un paese anormale. L'Italia che non ci piace , Mondadori, Milano 2000.

  • M. Capraro ed il Campo: montagne di Capracotta

    Prima di parlare di queste due montagne credo opportuno di dare un cenno della traversata da Pescocostanzo a Capracotta. La mattina del 22, alle ore 6:10, insieme al Dott. Giovanni Conti ed al Signor Errico Pitassi Mannelli, partimmo da Pescocostanzo a cavallo. Traversato il Quarto del Barone, giungemmo, in meno di un'ora, alla base della catena di monti, che divide quella regione degli altipiani dalla valle del Sangro. La vetta più elevata di questa catena è il M. Siccine (1.883 m.). Dopo una piacevole salita, tra piccoli faggi, giungemmo prima all'altipiano Mancini e poi, alle 8:30, al colle detto Pietra Cernaia. La vetta di M. Siccine ci dominava appena di 150 metri. Cominciammo la discesa pel versante opposto, ammirando la valle del Sangro e le montagne di Capracotta. Lungo la via trovammo varie casette solitarie in amena posizione. Alle 10, eravamo in fondo ad Ateleta, bello ma misero paese. Non vedemmo una persona. Presa la strada carrozzabile, traversammo, subito dopo, un ponte sul Sangro. Qui è il limite tra il Molise e la Provincia di Aquila. Il Sangro corre tra boschi di cerri. Dopo 20 minuti di salita, giungemmo a Castel Del Giudice, ove ci fermammo per ristorarci. Alle 11:30 partimmo. Durante la salita ammirammo tutta la catena di M. Siccine, da noi traversata poche ore prima, e le montagne, che la costituiscono. Adagiati alle falde di questi mondi, vedemmo, verso nord, due paeselli: Gamberale e Pizzo Ferrato. Il sentiero è comodissimo, e di tanto in tanto permette di vedere in alto le case di Capracotta. A circa mezza via scendemmo in un vallone, ove sorge un'acqua solfurea. Continuando per brevi piani, quasi balze sovrapposte, alle 13:30 giungemmo a Capracotta, ove fui colmato di cortesie dalla famiglia del nostro compagno Dott. Conti. Il M. Capraro ed il Campo sono le estremità di una gradiosa sella, diretta da est ad ovest, i cui fianchi dechinano nella valle del Sangro, a nord, e su quella di Agnone, a sud. L'analogia alla sella credo sia esatta, quando si riflette che la parete occidentale di M. Capraro e quella orientale del Campo sono verticali. Su questa sella trovasi adagiata Capracotta (1.375 m.). Com'è chiaro quindi le gite al Capraro ed al Campo, specialmente la seconda, sono vere passeggiate. Lo stesso giorno, dopo un sontuoso pranzo, alle ore 16:45, partimmo, nell'intento di assistere al tramonto, dalla vetta di M. Capraro. Dopo 10 minuti di cammino sulla strada carrozzabile, prendemmo un sentiero a destra, e subito cominciammo la salita sulla falda orientale del monte, completamente rivestita di faggi. Per più di un'ora si procedette benissimo, ma poi, perduta ogni traccia di sentiero, dovemmo lavorare di braccia per avanzare tra quei faggi. Riuscimmo alfine sopra un masso, appartenente alla cresta, che piombava sul precipizio, soltanto per accorgerci, che non eravamo sulla punta più alta. Dovemmo ritornare, tra i faggi, per ricominciare il lavoro, mentre la notte si avanzanva. La speranza di assistere al tramonto era perduta. Uscimmo ancora dai faggi per trovarci fra massi enormi, separati da fenditure profonde. Dissi allora, scherzando agli amici, siamo forse su ghiacciai per trovare questi crepacci? Con precauzione saltammo dall'uno all'altro masso; quando la fenditura era molto larga, si doveva scendere da un masso, trovare un sito opportuno e salire sull'altro. Questa ginnastica, a quell'ora avanzata della sera, era poco piacevole, ma riuscimmo, quando era oscuro, a guadagnare la vetta più alta. Ci fermammo per poco e ripartimmo. È inutile dire il lavoro compiuto e le difficoltà superate per uscire, nella oscurità, da quei massi e da quei faggi, in cerca del sentiero, che riuscimmo a trovare solamente alle 9. Un'ora dopo eravamo di ritorno a Capracotta. Il nostro programma era di assistere al tramonto dalla vetta di M. Capraro ed al sorgere del sole da quella del Campo. Perduto il primo spettacolo, avevamo grande interesse di ammirare il secondo. La mattina del 23 ci levammo alle 3:15, ed alle 3:45 partimmo con gli stessi amici. In 20 minuti il sentiero raggiunge la base occidentale del Campo, ed in altri 25, con alcune curve a rampate, l'altipiano, che dalla vetta dechina dolcemente verso sud. Volgendo a sinistra alle 4:40 eravamo presso il segnale trigonometrico. È difficile, io credo, dopo la passeggiata di un'ora, trovare altrove un belvedere, che offra un panorama così grandioso, come quello da noi ammirato dalla vetta del Campo. Il sole, come un globo di fuoco, ci apparì sull'Adriatico, ed a grado a grado, che le zone si vestivano d'oro, illuminava le pareti rocciose di tutta quella serie di montagne, che ci facevano corona: il M. Amaro (2.795 m.) e tutta la mole immensa della Maiella, che era presso di noi, il M. Porrara (2.136 m.), il Pizzalto (1.969 m.) ed il M. Rotella (2.127 m.), i tre bastioni della grande giogaia, che si avanzano verso nord; la catena della Marsica, che era spiegata in tutta la sua ampiezza, sulla sponda sinistra del Sangro e su di cui dominava signore il M. Greco (2.283 m.), con la sua orrida parete orientale; il ramo meridionale della catena delle Mainarde con tutte le montagne di mia conoscenza, dalla Parruccia (2.021 m.) al Petroso (2.247 m.), e tutta la massa del Matese, coi suoi contrafforti, dominata dal M. Miletto (2.050 m.) si presentavano in tutt'i dettagli. Moltissime catene secondarie ed una infinità di paeselli si ammiravano nel vasto circolo, che ci era dinanzi. Alle 7, con vero rincrescimento, lasciammo la vetta, e girando a sud e ad ovest del monte, che presenta belle vedute su canaloni di pietre, raggiungemmo l'altipiano, detto Prato Gentile. Penetrati poi in una splendida foresta, prima di faggi e poi di abeti, alle 9:35 giungemmo a S. Luca, modesto santuario, adagiato sopra una rupe. Di là ammirammo tutta la valle degli abeti, dominata dalla parete orientale del Campo, completamente verticale, tutta rivestita di faggi. Fatta una squisita colezione in un prato, tutto circondato da abeti, ripartimmo, ed a mezzogiorno eravamo di ritorno a Capracotta. Nel pomeriggio, accompagnato da molti signori, visitai la Cattedrale, l'Asilo d'infanzia, e la parte antica del paese, ove sono due porte, ben conservate. Poi, da una terrazza chiamata Costa dei Grilli, a sud del paese, ammirai una bellissima veduta. Il giorno seguente, in carrozza, percorrendo la bellissima strada, che corre prima ad ovest e sud di M. Capraro, e poi scende, fino ad incontrare quella che viene da Agnone, mi recai alla stazione di Vastogirardi, ove presi il treno per Napoli. Vincenzo Campanile Fonte: V. Campanile, Sull'Appennino centrale e meridionale. Escursioni del 1898 , da «L'Appennino Meridionale», VII:1-2, 1898.

  • Viaggio a Capracotta: l'infanzia di Erasmo Iacovone

    Per chi non lo conoscesse, Capracotta è un piccolo paese in provincia di Isernia, in Molise, posto a 1.421 metri sopra il livello del mare, su una delle vette più alte dell'Appennino Sannita, non molto distante dal confine con l'Abruzzo. Definita "la piccola Cortina degli Abruzzi" nel film "Il Conte Max" (1957), Capracotta, assieme a Campitello Matese, è una delle stazioni sciistiche più note del Molise. Capracotta, quindi, è una cittadina molto legata allo sport, non solo sciistico ma anche calcistico. È proprio in questo paese, infatti, che il 22 aprile 1952 nacque Erasmo Iacovone. Un vero talento del pallone che, nella sua breve ma intensa carriera, seppe regalare gioie ai tifosi e alle squadre in cui ha militato. Quella per il calcio era una passione che Erasmo coltivava sin dalla più tenere infanzia nel paese di Capracotta: « Bastava che trovasse un barattolo, un sasso. Sfasciava scarpe. Non vi dico quante scarpe comprava mia madre » dice ai nostri microfoni il fratello di Erasmo, Giacomo Iacovone, che insieme al nipote Giuseppe ci hanno concesso l'intervista davanti alla casa natale del grande calciatore, del quale ci hanno raccontato la storia. « Erasmo è entrato nella squadra locale dell'Albula, che sarebbe Tivoli Terme, in parole povere...» continua orgoglioso Giacomo. Io sono stato un po' il fautore perché lo accompagnavo sempre a fare le partite. È entrato nei pulcini, ma poi lo hanno subito messo in prima squadra, che all'epoca si trovava in seconda categoria. Dopo un anno fu chiamato all'OMI Roma che era il vivaio della Roma e, dopo un anno, è passato alla Triestina che giocava in Serie A. Mio fratello teneva 16 anni. Poi dalla Triestina è passato al Mantova, dove ha giocato insieme a Boninsegna e Zoff. Poi è passato al Carpi e, successivamente, fu richiesto dal Taranto. Il presidente del Taranto Fico conosceva molto bene Seghedoni, l'allenatore del Modena, che gli disse: «Prendilo, che fai un affare!», nel vero senso della parola. E così è stato. Io mi ricordo che Fico, a quel tempo, pagò mio fratello 80 milioni. Già a novembre c'erano l'Inter e la Fiorentina che avevano messo un'opzione. Giustamente si è sparsa la voce e a Taranto ci fu un po' di confusione perché stava per andare in Serie A e nessuno voleva che andasse via. Così Fico fece un passò indietro, tenendolo fino a giugno, fino alla fine del campionato, e poi sarebbe andato all'Inter o alla Fiorentina, anche se altre squadre di Serie A gli giravano intorno. Una giovane promessa destinata a una grande carriera, stroncata purtroppo la sera del 6 febbraio 1978, a San Giorgio Jonico, a pochi km. da Taranto. Giacomo ricorda con dolore quel momento: Purtroppo quella sera fu fatale. La colpa è stata di quel delinquente, inseguito dalla polizia, che correva a fari spenti. La moglie di Erasmo era incinta ed era tornata a Carpi, dove era nata. Lui la domenica successiva sarebbe andato a giocare a Rimini e così sarebbero scesi a Taranto insieme. Era la sera di Carnevale e siccome era solo non era andato a cena con i compagni di squadra, ma loro lo avevano invitato a raggiungerli per stare un po' insieme. La sua Alfetta aveva poca benzina e così aveva preso l'auto di sua moglie, la Dyane. È andato al locale insieme ai compagni e poco dopo la mezzanotte aveva deciso di tornare a casa. Uscendo dalla strada secondaria che immetteva sulla San Giorgio Jonico-Taranto, non avendo visto fari delle macchine si è immesso sulla strada, ma questo delinquente, a fari spenti, gli è piombato addosso. «Era innamorato di Taranto e dei tarantini, e questo era un sentimento reciproco» dicono Giacomo e Giuseppe sul rapporto tra Erasmo Iacovone e la città dei due mari, che ci parlano ancora della sua infanzia a Capracotta. «A parte le piccole scaramucce tra ragazzi, quando si giocava in mezzo alla strada, in un giorno giocarono 10 partite fra i rioni del paese». Una stima smisurata non solo da parte dei tarantini, ma anche da parte dei suoi compaesani, che gli hanno intitolato il campo sportivo e, nel 2018, a quarant'anni dalla sua scomparsa, lo hanno commemorato con una targa posta sulla facciata della sua casa natale. Anche gli abitanti di Capracotta, suoi amici e coevi, conservano interessanti aneddoti sulla sua vita in paese e non solo. Fra questi c'è il signor Filippo che ricorda Erasmo così: Ha cominciato a giocare a pallone a 6-7 anni. Lui è sempre stato un campioncino prima e un grande campione dopo, ma è stato sempre un campione perché anche da piccolo era superiore a tutti. Quando giocava qui a Capracotta si notava che aveva già la stoffa del campione. Col Capracotta faceva tanti gol... e sempre di testa! Anche di piede, ma di testa ne faceva davvero tanti. Quando divenne famoso, tutta Capracotta seguiva il Taranto perché c'era Erasmo. Quando l'estate veniva a Capracotta, perché c'erano anche i genitori che si spostavano da Tivoli per venire qui, era una festa per tutti. Il signor Filippo ricorda anche un divertente aneddoto avvenuto durante il periodo nel quale Erasmo Iacovone giocava nel Carpi: C'era un mio amico che era il presidente della squadra del Capracotta e una volta andò a trovare Erasmo a Carpi. E lui per fare una battuta disse ai dirigenti del Carpi che il presidente del Capracotta lo voleva comprare e loro, che non avevano capito lo scherzo, cercavano di opporsi preoccupati. Con 187 presenze e 55 gol, in una carriera di appena 8 anni, Erasmo Iacovone (detto "Iacogol") è stato un esempio di amore per lo sport e anche una guida morale per i giovani del suo tempo. I suoi spettacolari gol di testa sono stati un esempio per i suoi successori e anche Cristiano Militello, giornalista di "Striscia la Notizia", ha rivisto nel gol di Ronaldo alla Sampdoria proprio l'influenza del calciatore molisano. Per il calcio tarantino, grazie a 47 presenze e 16 gol, Erasmo Iacovone, con il suo numero 9 sulla maglia rossoblù, è stato il simbolo di un sogno a quel tempo raggiungibile ma che non si è potuto avverare: la Serie A. Una promessa spezzata dal destino che ancora vive e pulsa nel cuore dei suoi tifosi che, dopo avergli intitolato lo stadio lo hanno commemorato con una via, a eterna memoria di un campione sempre vivo. Giuseppe Gallo Fonte: https://www.anynamenews.com/ , 21 agosto 2020.

  • Le tavole osche di Caprecotte

    Ieri sera sulla piazza di Capracotta aleggiavano gli spiriti di Giangregorio Falconi e Francesco Saverio Cremonese, i compagni burloni autori della più clamorosa truffa dell'archeologia italica: la patacca di Capracotta. Si teneva la presentazione di due piccoli ma importanti saggi di Paola Di Giannantonio e di Vincenzino Di Nardo. Ha esordito il sindaco Candido Paglione che ha tolto subito tutti dall'imbarazzo affermando: – Sono convinto che la vera tavola osca non sta in Inghilterra! Nonostante il conduttore Nicola Mastronardi, che preventivamente ci ha fatto sapere di non essere d'accordo con quello che stava per dire la relatrice, ho ascoltato con religiosa attenzione, come tutto il numeroso pubblico presente, la magistrale lezione di Paola Di Giannantonio, "La Tavola Osca di Capracotta". La studiosa ci ha accompagnato, prendendoci per mano, nel cuore del mondo indo-europeo per farci capire finalmente il senso e il significato del più importante documento linguistico del popolo italico. Una lezione affascinante contaminata dalla lettura dei versi liturgici con quella cadenza abruzzese-molisana che appartiene alle donne anziane della nostra tradizione. Una narrazione piacevole e puntuale interrotta un paio di volte dalle sollecitazioni a chiudere da parte del presentatore. Poi è stata la volta di Vincenzino Di Nardo che ha ricostruito in ogni minimo dettaglio tutta la vicenda della scoperta del bronzo che si trova a Londra e che, giustamente deve chiamarsi Tavola di Capracotta. Perché a Capracotta è stata trovata. Il problema è che i compari Falconi e Cremonese agli inglesi rifilarono una patacca che era stata fusa nel laboratorio degli orafi agnonesi Amicarelli-D'Onofrio e che avevano fatto sotterrare da Pietro Tisone a Fonte del Romito. Il ragionamento del dottor Vincenzino Di Nardo sembrava avere un impianto rigoroso, ma ancora una volta interveniva il conduttore Mastronardi per contestare le sue affermazioni sostenendo che la storia del bronzo agnonese-capracottese (come pilatescamente viene da lui definito) è ancora tutta da studiare. Insomma, in conclusione, il presentatore della serata ci ha spiegato che l'interpretazione della Tavola Osca da parte della professoressa Di Giannantonio è suggestiva e che la ricostruzione dei fatti da parte di Di Nardo è tutta da dimostrare. Una cosa è certa. A un certo punto il coordinatore della serata ha guardato l'orologio e, considerando che si era fatto tardi, ha consigliato di rinviare a un'altra occasione il dibattito sull'argomento. Prima di andare via sono andato a salutare il sindaco Candido Paglione complimentandomi per la serata con tanta bella gente: – Candido, pensa se la tavola fosse stata trovata mentre tu eri sindaco di Capracotta e ti fossi comportato come Falconi e Cremonese che, per vil denaro, se la sono venduta agli Inglesi... I capracottesi ti avrebbero cacciato a calci nel sedere! Franco Valente

  • Il Moderno: una "crosta" per eredità?

    Pongo mano ad alcune riflessioni, un po' prendendo a incominciamento il libello "Sono io che non capisco" del 2013 di Maurizio Pallante e un po' bighellonando nella campagna delle mie letture. Alla pagina 41, dunque, con il titolo "Conservazione e progresso" trovo dispiegarsi con chiarezza estrema l'architettura genealogica della contrapposizione tra i due archi-modi di visione politica, ma prima ancora culturale, che sogliono vedersi il più delle volte a viaggiare su binari divergenti se non opposti, con direzione contraria allorquando li si consideri come nomi, non come aspetti aggettivali. Quella di Pallante è l'ennesima accusa, dopo le tante che non sono emerse all’attenzione editoriale e quelle altre invece che sono emerse con notevole peso storico: di P. P. Pasolini per es., di Raffaele La Capria, e ancora prima di Leon Tolstoj, anche ripreso negli scritti di La Capria... e di altri che non sto a citare. Se Raffaele La Capria, nel suo libro "La mosca nella bottiglia" uscito nel 1996, declina l'una via e l'altra in semantemi (cioè: nuclei semantici, segnali linguistici significanti) diversi da quelli di Pallante, e ciò non toglie nulla alla loro pregnanza nel significato, e comunque così si raggiunge di sicuro il lettore comune. I due semantemi di La Capria sono: "il buon senso/il concettualismo moderno". La Capria denuncia quello che non si può dichiarare a voce alta: l'arte non è più un bene comune ma, vittima di una spirale di totale interesse-oblio commercial-finanziario, deve ora diventare, è diventata nel contemporaneo, il luogo dell'incomprensione, dell'umiliazione dell'intelligenza e della impostura del gusto. L'arte non ha più come suo referente pubblico la gente comune, ma un ristretto gruppo di "competenti" che, per dirla appunto col senso comune e nella forma più immediata: "se la suona e se la canta" per i propri interessi speculativi. Essi però fanno capo, così pare, a un'atroce costrittiva "macchina politico-finanziaria" che ha come fine la distruzione delle regole naturali comuni a tutti i viventi, - piante comprese, aggiungo qui -: la consapevolezza dei materiali, la precisione tecnica intrinseca e la bellezza. E così addita anche il prof. Pallante nel suo libello. Questa sorta di tabula rasa arriva ormai a toccare la vita umana, ritorta e distorta in esperimenti estremi, con l'assurda pretesa di liberarci dai limiti naturali. Ma pensiamoci un po': davvero quelli naturali sono dei limiti e non piuttosto delle opportunità diverse per un lento e naturale "andare oltre"? Non sarà che siamo caduti, vittime affatate, in un circo delirante di manager dell'industria culturale globalizzata? La Capria ci rimanda a Tolstoj e alla sua feroce presa di posizione contro la modernità, in "Che cos'è l'arte?". Il rimando è prezioso per correlare a questo discorso un movimento di pensiero contemporaneo non del tutto distante. In Russia, nei circoli filosofico-politici della Mosca odierna, a partire dalla Caduta del Muro e ben da presso la cerchia dello stesso Putin, pare si sia attivato un ripensamento che vorrebbe liberare dalle incrostazioni della modernità la politica, ma sopra tutto la cultura tutta, attraverso una riscoperta della Tradizione, sulla quale ha molto da dire un nostro filosofo molto vituperato, e molto male accolto in patria e invitato così a far da profeta in altri paesi: Julius Evola. Insieme con le opere di Guénon, il suo "Cavalcare la tigre" è stato tradotto di recente in russo. Il traduttore è il prof. Alexander Dugin politologo e filosofo molto attento alle correnti di pensiero minoritarie ma forti del Novecento europeo, Evola, Guénon. Sto citando Evola è vero, ma se di Dugin si porta attenzione alla Visione del mondo nella sua articolazione storico-politica invece nella Tradizione evoliana si evince non altro che una parte essenziale della mia cultura: quella del fuoco e della narrazione, e delle mani e del canto, e del cuore e del sole, insomma di quella natura spirituale una volta trattata religiosamente, quanto timorosamente; quella natura concreta e tattile accettata con la venerazione che si addice agli dèi imprevedibili, bizzarri e potenti. Riporto qui alcuni brani indicativi da una intervista al prof. Dugin, sul suo tentativo estremo di cercare una Quarta Teoria Politica fuori dei totalitarismi del liberalismo, fascismo e comunismo: L'essenza della verità è di tipo sacro. Oggi domina il nulla, ma non è possibile che il nulla esista. Il nulla è solo una forma esteriore, al cui interno arde il sacro. È proprio quando è saltata la trasmissione regolare delle forme del sacro che appare quello che io chiamo Soggetto radicale, vale a dire l'uomo della Tradizione gettato in un mondo senza Tradizione. [….] Paradossalmente il tradizionalismo oggi è più importante della stessa Tradizione. […] Noi non vogliamo restaurare alcunché, ma far ritorno all'Eterno, che è sempre fresco, sempre "nuovo"; questo ritorno è dunque un procedere in avanti, non a ritroso. Chiaramente qui nel citare Julius Evola si guarda a una sua agguerrita prospettiva di difesa della Tradizione contro i livellamenti dell'ordine di felicità materiale promesso dalla modernità. Si guarda agli elementi specifici dello spirito, del concetto di persona nell'accezione antiindividualistica e filologica, della bellezza come grande stile nel senso nietzschiano. Si è comunque persa nel contemporaneo l'educazione sociale al sentire bene, al pensare giusto e al produrre bello. Il sentire bene che è oramai non solo ferito, ma del tutto estromesso dal diritto a esserci e a parlare, assoggettato come un cane al guinzaglio all'asse veloce e cieco della tecnologia. Ma ci si chiede come perseguire un sentire di nuovo semplice, chiaro, lento, formato, dove la cosa e il nome cercano per quanto possono nelle arti come nelle comunicazioni interpersonali, una via di intesa e di unificazione; pur riconoscendo che l'intesa fra nome e cosa è una strada molto accidentata che non potrà mai incontrarsi in una coincidenza esatta, ma soltanto e sempre mediata in una sorta di patto. E questa mediazione la nostra Tradizione l'ha chiamata con i nomi: regole, tecnica, artigianato, lunga formazione, magistero dei "padri", impegno fisico protratto, lo splendore di una forma di immediata ricezione. Ci sono stati altri modi per definire questi tratti che delimitano la vera arte dalla falsa arte, e anche permettono di riconoscere senza dubbi un artista da un furfante, come permettono di sceverare un uomo da un fantoccio. Di fatto al centro di tutto c'è, come è leggibile fra le righe nel libello a cui mi riferisco, l'assoggettamento a un'antica dea, ancora vigente nel sottosuolo della nostra coscienza, la Necessità. La Tyche dei greci arcaici: l'ineludibile caso, o Anánke, la Necessità. Il cammino della Necessità vuole che si proceda per tempi opportuni verso una chiusura parziale di questa epoca del Moderno per riscoprire che l'uomo ha già tutto in sé e per sé sia del bello che del giusto che ha cercato altrove... Occorre cercare in sé, non fuori. Occorre richiamare le potenze del corpo e del pensiero, il campo naturale dove si posiziona la nostra identità, e fare sacrificio, offrire in un'azione inviolabile la loro potenza strettamente unita, alla terra. La terra: quella cosa viva che sola, a richiesta e con le opportune cure, può donare in cambio vita, salute, gioia. Il sacrificio alla terra non è mai senza ritorno né senza senso: è il rito quotidiano del volgersi al centro della fabbrica dell'ossigeno e dunque del respiro, alla potenza davvero globale del buon cibo e dunque del giusto sostegno materiale, al cuore della salute mentale e perciò dell'armonia e della gioia. Vuole dire "scambiare" la propria potenza con la sua potenza, produttiva di salute per il corpo di sé e dei propri cari. L'unica dittatura buona, devo qui testimoniare, è la terra nel patto armonico con l'uomo. A noi sta davanti il compito urgente di articolare questo patto nel modo più equo, flessibile e duraturo, in un contesto di solidale serenità. E proprio invocando Anánke, il discorso che sto facendo mio malgrado mi convoglia al cuore della testimonianza di un altro pensatore che, invece, nella sua imperdonabile ma ineludibile presenza fra noi, scandalizza davvero anche il padre eterno nel suo rappresentante cattolico, per osare ricostruire l'efferata dimenticanza dei filosofi antichi: che il nulla non è e ciò che è è compatto e indissolubile. Da questa dimenticanza - che è tracciata da Parmenide fino a noi - ci si è portati sulla via dell'Errore per cui le civiltà occidentali hanno al fondo un tema problematico che le accomuna tutte in ogni campo: la venerazione del cambiamento, e del nuovo come creazione dal nulla, trasformazione dal nulla in essenti e dagli essenti in nulla. Sapete tutti a chi mi riferisco e dunque taccio per evitare citazioni ridondanti. Siamo giunti allora alla cima dell'Errore, una montagna di pensiero totalmente inutile, ma ginnastica necessaria comunque al nostro essere umani sulla terra isolata dal Tutto. Su questa cima appare che l'arte, come la vita intera ormai dell'uomo nella globalizzazione, diverranno oggetti di una totalitaria speculazione macchinica, tecnologica. Le macchine artificiali sostituiranno ogni fare umano e non umano, nell'ipotesi programmatica di spostare i confini del terrestre oltre se stesso e conquistare la grandiosa eternità degli dei, nella delirante ricerca del nuovo e del cambiamento a ogni costo, qualsiasi danno esso produca alle generazioni a venire e alle risorse limitate del pianeta. Ma esse, le generazioni a venire per forza di cose avranno della realtà una visione diversa da questa, proposta e perseguita negli ultimi tre secoli, perché si è ormai dimostrato che anche un battito di ciglio qua può scatenare un uragano più in là nel corso del tempo e dello spazio. Il battito di ciglio che è utile politicamente oggi sarà allora ogni minimo impegno dei singoli e delle comunità guardando a quell'uragano futuro. In relazione alla cerca della verità, della bellezza e della giustizia si può legittimamente dire che ciò che sta e dunque resta, permane, l'eterno cercato fuori della Terra isolata dal Tutto, è un sogno tanto radicale quanto inutile, così attesta il filosofo di Brescia. Poiché questo sogno siamo noi stessi, da sempre salvi e da sempre avviati sulla traccia di un destino di Verità; noi che non ci avvediamo, non ci siamo avveduti in tutta la nostra storia occidentale, di essere dei re convinti di vivere da mendicanti. L'eternità è consustanziale all'essere qui-ora di ogni cosa: del sasso come del fiore come dell'uomo e della donna, come degli oggetti della tecnica, come le teorie e le contro-teorie, come i sentimenti e ogni diversa sottigliezza terrena. Ogni "cosa" ha un posto nella manifestazione progressiva del Tutto nel tempo storico. Il “sacro”, cioè l'Inviolabile, è ogni aspetto e dettaglio e sfumatura del mondo nel tempo. È tutto ciò che si palesa come essente, anche l'uomo. Certamente non è un discorso nuovo. Le radici sono nei Greci, e in qualche avveduto folle pensatore, come Leopardi per es., o Nietzsche, o Gentile, ma è ora giunto nella testimonianza severiniana a un rigore filosofico compatto e totalmente coerente del quale, per quanto sia stato finora indagato, non si è riusciti a infirmarne un solo rigo da parte degli allievi, pure eminenti studiosi contemporanei tutti usciti dalla scuola di Venezia. Il filosofo perciò ci mette in guardia, con il suo discorso fondato e rigorosissimo: il cambiamento dal nulla all'essere, e viceversa, non esiste perché non lo esperiamo mai, neanche nella morte. Ciò che mano mano appare sono dei cerchi, delle visioni progressivamente diverse del Tutto. La sottolineatura sull'importanza dell'esperienza riporta il pensiero coi piedi a terra e ci fa riflettere sulla cogenza che esso assume nel vaniloquio mediatico contemporaneo. Ci sono i cerchi dell'apparire che, come onde dello stesso mare si frangono intorno ai nostri piedi senza che noi ne possiamo cogliere Tutta l'unità, seppure possiamo testimoniarne l'immensità e la necessità di coesione. Ogni onda è diversa ma appartiene per intero allo stesso mare. È quello stesso, Tutto intero, in "successione" di stati. Ma una successione, spiega il filosofo bresciano, è tutt'altro che una “trasformazione". Questo discorso in cui mi sono immersa con l'arroganza di potervene comunicare almeno la portata sconvolgente, se non i tratti filosofici per i quali ben altre capacità occorrerebbero, viene a supportare e corroborare la necessità di dare man forte ai critici della modernità. Se alcune grida rimbalzano fra i secoli e si mantengono vive nella sensibilità anche nostra, suscitando ancora pensiero e ulteriori sviluppi, esse dimostrano di avere un necessario e potente legame con il Tutto e per questa ragione assurgeranno a portatori di senso in una diversa visione di realtà e di umanità. Se non fossi certa di questo neanche potrei tentare di scrivere una sola sillaba delle tante che ho già vergato qui, in questo intervento. Tengo a precisare: un intervento che mi vede per la prima volta della mia vita personale impegnata collettivamente in un progetto che condivido. E d'altro canto, chi ha partecipato alla riunione nazionale SEQUS del 23 febbraio scorso avrà potuto sentire fisicamente, cioè completamente con tutti i sensi del corpo, quanto questa attesa sia immediatamente percepibile, e quasi scoppi in una intensità che oso dire smagliante, splendente. Mi riferisco ai bellissimi interventi; della prof.ssa Mieli, per esempio, sulla esperienza del prima e del dopo nella vita del bambino, della infinita catena umana femminile-infante, che fa corpo e archi-testo di ogni socialità politica in quanto contempla il primigenio rapporto democratico dell'io-tu. Ricordo anche il bellissimo intervento del rappresentante della Coop. Bellosguardo del Cilento, un professore di lettere che ci parla della terra come un contadino parlerebbe, cuore in mano. E la presentazione fatta da Marcello Spinello della Comunità Etica Vivente di Città della Pieve, soffermatosi sull'urgenza di riproporre un'alleanza fra pensiero ed esperienza. E per chiudere, senza dilungarmi con altri riferimenti altrettanto significativi quanto questi, la proposta di "Vivere con cura", una associazione di Capracotta nel Molise, che propone l'autoeducazione come centro del vivere eco-conviviale. Tutte realtà che sono state sviluppate nello spirito della solidarietà, dell'equità, della sostenibilità, nella riproposizione dell'economia del dono e dello scambio. Non sto a elencarli tutti gli interventi anche per non incorrere in troppi errori e sviste sui nomi dei partecipanti, delle associazioni e dei movimenti, avendo frettolosamente appuntato a mano, ma mi auguro che vengano raccolte le documentazioni registrate in un archivio comune, per poterle riportare alla memoria quando occorresse in futuro una riflessione di confronto con se stessi e con le intenzioni originarie. Ho di recente scoperto nell'avventura ecologista che, a macchie di leopardo, ci sta di nuovo reintegrando in modo armonico con la Terra Madre, la sperimentazione agraria ai confini di Milano, DESR parco Sud, che nel 2012 ha dato fondamento a una "filiera degli undici grani antichi" e alla riscoperta di antiche arti come quella della pasta madre, o della molatura o della macinatura a pietra. Una rivoluzione delle procedure che tornano a stare nell'ottica della cura del suolo e dei materiali, e una rivoluzione dei prodotti, di nuovo vivi, ricchi di nutrienti, sani. Come questa altre simili esperienze di restauro ecologico stanno punteggiando la penisola di sacche di resistenza alla prosecuzione cieca dell'industrializzazione agricola di marca liberal-globalista. Insisto a presentare queste emergenze pratiche dentro il discorso, seppure riassunte nei loro elementi essenziali, perché sento come una stringente necessità logica che il discorso del pensiero concettuale sia connesso, collegato strettamente a quello del pensiero pratico, liddove sia quest'ultimo, insieme al pensiero progettante, a fare da traino, e non viceversa imponendo regole astratte a ogni suolo e a ogni uomo, come è accaduto in Occidente. Mi piace venire a sapere che gli agronomi prendano dai contadini le preziose notizie sulle soluzioni a certi problemi che solo localmente e nella pratica del suolo sono risolti dall'intelligenza applicata delle mani e volta a volta che si presentano. Visto dal punto di vista di una persona radicata nel mondo contadino e poi vissuta dalla parte dei consumatori ignari e superficiali delle città, questo atteggiamento sembra idoneo a porre le radici di una inedita dignità per il lavoro gravoso della terra. Non già l'eroismo, che spesso sfora nella demagogia, ma almeno una alta dignità, un riconoscimento di diritti inalienabili di creatività e di intelligenza, che la letteratura prodotti per lo più delle classi sociali abbienti, hanno sempre ciecamente ignorato se non combattuto. Occorre fare i conti: così si prospetta da più parti. Mi limito a due riferimenti: i debiti in sospeso che attendono di essere onorati, proposta di Armando Gnisci e poi una vera e propria rielaborazione nella coscienza e nella storia dello sterminio progettato e perpetrato contro i contadini a favore dell'ascesa di una figura di "comodo" per le ideologie del Novecento: l'operaio. (Quante carriere si sono costruite da questo trampolino!?) “Non mi riferisco soltanto allo sterminio dei contadini nell'Unione Sovietica, un vero e proprio genocidio - mi piace ricordarlo proprio oggi nel giorno della memoria - che ha fatto un numero di vittime doppio o forse triplo rispetto allo sterminio degli ebrei. Mi riferisco anche alla violenza - perché di una forma di violenza indubbiamente si è trattato, anche se più subdola - che è stata necessaria per deportare le popolazioni agricole dal meridione verso le fabbriche del Nord. Era necessario farlo - ci è stato detto - perché una nuova figura epocale si era affacciata alle soglie della storia e avrebbe ormai segnato il corso dei secoli a venire: l'operaio. Nel 1938 appare il libro di Ernst Jünger che porta appunto questo titolo: "Der Arbeiter", l'operaio - un libro che doveva esercitare un influsso considerevole tanto alla destra che alla sinistra dello schieramento politico europeo. Al centro del libro sta la descrizione e la teorizzazione di questa nuova figura epocale, che doveva sostituire i contadini (che a dire il vero sono appena nominati da Jünger), l'aristocrazia e la borghesia nel dominio del mondo. Tutta la modernità si colloca secondo Jünger sotto il suo segno: la tecnica - sono le sue parole - «non è che il modo in cui la figura dell'operaio mobilita il mondo». Ebbene: tutto ciò era falso, semplicemente falso. Questa decisiva figura epocale, che è stata esaltata, descritta, rappresentata e celebrata innumerevoli volte con amore e anche respinta con odio e disprezzo è scomparsa con la stessa velocità con cui era comparsa. Ci sono certamente ancora degli operai, ma l'operaio come figura epocale appartiene oggi al passato come il contadino di cui doveva prendere il posto. Non è facile dire quale sia la figura storica che ci sta davanti - se il tecnocrate, lo scienziato o qualche altro più oscuro personaggio digitale di cui riusciamo appena a intravedere il volto - ma certamente non sarà l'operaio. Jakobson ha parlato, a proposito del destino tragico dei poeti russi del primo Novecento, di «una generazione che ha dissipato i suoi poeti»: noi siamo certamente una generazione che ha dissipato in pochi decenni un antichissimo patrimonio e non sa bene con che cosa sostituirlo. I letterati possono fare molto su questo versante della ricostruzione della dignità delle mani, soprattutto i letterati coinvolti personalmente con la terra, prendendo un impegno a fare spazio alla parola dei contadini in prima persona, andando loro incontro per imparare finalmente da loro la dignità segreta della terra e delle piante; il profondo sollievo fisico e spirituale del sudore; la salubrità e la gioia del prodotto lavorato con l'amore e il timore, che sono da sempre i due sentimenti cardinali dell'azione contadina. Per imparare dagli ultimi contadini di antica tradizione che della terra tutto è nobile e che essa dona preziose ricchezze all'uomo. "La terra è oro"/"La terra è una maledizione" era il bipolo intrinsecamente dialettico che ricorreva fra le massime nelle famiglie contadine. Il primo dei due corni era esclamazione significante la benedizione del raccolto e della sicurezza alimentare. L'oro del sole, l'oro del grano, l'oro del cibo sano e l'oro di una salute solida: tutti collegati dall'evento unico della fotosintesi clorofilliana. L'altro corno era esclamazione volta a sottolineare uno dei modi in cui la terra si rivelava al suo curatore agricolo: nel modo del "giuramento", anzi è nominato solo l'ultimo dei tre momenti di un giuramento del quale si tace i primi due, per i quali si entrerebbe nelle scelte religiose personali. La struttura di questo modo della comunicazione è così riassunta da G. Agamben in "Il sacramento del linguaggio...: La struttura del giuramento presenta dunque tre elementi: «un'affermazione, l'invocazione degli déi a testimoni, e una maledizione rivolta allo spergiuro». […] ciò che è in questione nel giuramento è lo stesso potere significante del linguaggio, il legame che unisce le parole con le cose, «cioè il logos come tale». L'essere una maledizione è dunque il destino che la Terra riserva allo spergiuro, a uno cioè che è venuto meno al patto: alla fiducia e alla cura per lei, non dunque in assoluto a ogni uomo che si cura della terra. E poiché in ogni patto o giuramento ciò che ne va è il legame fra le parole e le cose ecco che allora la maledizione che la terra diventa non fa altro che palesare il blocco, il cessare di quella relazione fra l'uomo e il suo oro: il raccolto, i frutti, lì dove la terra si configura come la sua punizione. È noto difatti fra i contadini di tradizione, che la cura quotidiana del campo - una leale e inflessibile frequentazione, è il lavoro indispensabile per mantenere un rapporto intelligibile coi fenomeni della terra e con le loro conseguenze: l'osservazione continuativa dei dettagli, del suolo, dei colori delle foglie come dei tronchi e delle zolle... Essi parlano una loro lingua muta, fatta di stimoli tattili, visivi, odoriferi, e a volte anche sonori che il contadino impara a conoscere, a decifrare nella frequentazione attenta e a controllare con lo scambio continuo di tempo contemplativo con la terra. Prima della "maledizione" in cui si muta la terra tutta per la mancata attenzione della cura, era stato invocato il Cielo degli dei/dee. Il nome del dio nomina e garantisce la giusta relazione fra le parole e le cose, mentre la maledizione indica lo spezzarsi di questa relazione, e quindi la debolezza costitutiva del logos. Se il giuramento dalla parte dell'uomo indica le parole e il logos, e l'invocazione del dio le certifica, la terra invece contrae il patto parteggiando per le cose, i frutti. È per questo che se essa è una maledizione significa che essa ha scardinato il patto convenuto a causa di una slealtà. Dunque solo per uno spergiuro la terra è davvero una maledizione. E i cittadini tutti sono spergiuri, come anche gli intellettuali, poiché la stragrande maggioranza degli abitanti della città e dei libri non si cura della terra nonostante ne ricerchi e ne consumi i frutti. (E se pensassimo a istituire un sacerdozio della terra?) Il dio invocato nel giuramento è l'evento di linguaggio stesso, in cui parole e cose indissolubilmente si legano: «Ogni nominazione, ogni atto di parola è, in questo senso, un giuramento, in cui il logos (il parlante nel logos) s'impegna ad adempiere la sua parola, giura sulla sua veridicità, sulla corrispondenza fra parole e cose che in esso si realizza». Quello con la terra è perciò un altro nodo democratico originario dell'io col tu, alla pari con quello madre-figlio, in una relazione equa - il giuramento, il patto di cura - dove lo spirito divino viene invocato per rendere certa la potenza. Di qui anche la necessità del sacro e della festa, della presenza di un terzo-Altro che si ponga a celebrante della relazione di cura. Non si parla mai delle feste per es. nella permacultura dei primi fondatori, quasi fosse questa modalità di agricoltura soltanto un ammasso ben architettato ed efficiente di espedienti tecnici, ma invece le feste agricole sono state nella cultura contadina il momento di celebrazione del patto. Che fosse per la semina o per il raccolto o per la purificazione, tutte quante erano il momento di introduzione veritativa di quel terzo-Altro nel patto di cura fra l'uomo e la terra, fra contadino e frutti, fra linguaggio e doni-cose. Per questo non solo occorrerà, suppongo, il recupero dalla cultura antica della terra di molte delle procedure "buone" per il "buon cibo" e la buona amministrazione dell'ambiente, ma anche quelle necessarie celebrazioni che facevano del contadino il vero sacerdote del campo. E direi anche che, nella festa, sia lecito che il contadino porti i segni della celebrazione, e porti le parole per riassumere l'anno e i suoi frutti, e che sia il contadino il nuovo soggetto di una dignità mai riconosciuta, in primo luogo dalla letteratura e di conseguenza dalla società dei cittadini. Non si faccia di nuovo l'errore di porsi come illuminati in giacca e mani inattive alla guida di quelli bisognosi di aiuto perché chini con le mani nella terra. Sono i cittadini globalisti bisognosi di aiuto non le provincie e le frange liminari di contadini. Sono le "mani sporche" dell'agri-cultore e i suoi patti di cura a pretendere il riconoscimento dell'onore e la posizione sociale di primi, e non più ormai le "mani pulite" dell'intellettuale. Non più da molto tempo ormai. Al fine di questo tentativo (non so quanto riuscito), di ricucire fra orizzonti personali e orizzonti politici, vorrei portare a beneficio del discorso le parole di un poeta contemporaneo romano: «il rispetto e la cura, la visione, contemplazione e amore degli esseri è la nostra unica vera felicità. Il nostro ubi consistam... Se noi siamo buoni (e con essere buoni intendo che vediamo la bellezza di tutti gli esseri, la loro sacralità e intangibilità e li amiamo) ecco che non moriamo, perché ci siamo già distaccati da noi stessi, prima che si disgreghino i nostri elementi, e ci siamo uniti a tutti gli esseri, siamo uniti alla forma del tutto, alla forma che contiene tutte le forme, che non muore mai». Daniela Negri Fonte: http://www.artedecrescita.it/ , 16 novembre 2019.

  • I fuochi della Madonna del Carmelo del 1902

    La sera del 16 luglio ricorrendo la solita festa della Madonna del Carmelo, assistemmo con generale letizia allo sparo d'un fuoco pirotecnico, fatto a spese di operai capracottesi residenti a Pueblo nel Colorado (Stati Uniti), i quali vollero così manifestare i senso d'affetto che li legano alla patria lontana ed alla religione delle proprie famiglie. Riportiamo l'elenco dei sottoscrittori: Vittorio Losito £ 15; Vincenzo Antenucci £ 15; Domenicantonio Di Nucci £ 15; Vincenzo Del Castello £ 15; Sebastiano Dell'Armi £ 12,50; Gioacchino Di Nucci £ 12,25; Giovanni Fiadino e consorte £ 12,25; Cesare Bucci £ 10; Diodato Paglione £ 10; Francesco Monaco £ 10; Domenico Monaco £ 10; Felice Di Tella £ 10; Maria Carmina Fiadino e marito £ 10; Santino Appollonio (di Agnone imparentato a Capracotta) £ 5; Giuseppe Fiadino £ 5; Giuseppantonio Mastrostefano £ 5; Totale £ 180. Claudiano Giaccio Fonte: C. Giaccio, Fuori di Agnone , in «Il Cittadino Agnonese», III:6, Agnone, 3 agosto 1902.

  • Giorno di mercato

    Il lunedì a Capracotta c'è il mercato. D'estate è grande, di questi tempi si riduce di parecchio. Tra tutti gli altri venditori ambulanti c'è qualcuno che sfida i rigori dell'inverno e porta sempre la sua mercanzia. Per le donne questo è un giorno di festa. Messa a posto la casa, sfilano via per guardare, eventualmente acquistare, ma, soprattutto per incontrare altre donne, chiacchierare, con capannelli che si fanno e si disfanno. Oggi la giornata è grigia, freschetta, ma sono sicura che un po' di merce c'è, che le signore andranno a curiosare e che non mancheranno all'appuntamento settimanale per nessun motivo. Maria Delli Quadri Fonte: https://www.altosannio.it/ , 1 ottobre 2013.

  • Il rione di San Rocco

    In quegli anni San Rocco era un po' malandato. Giù per la via, a ridosso dei muretti degli orti, c'erano sempre cumuli d'immondizie, che quelli di "sopra alla Chiesa" venivano a scaricare a tarda sera e qualche volta anche di giorno. I ragazzi, ignari, si trastullavano su e giù per la ripida discesa sollevando nuvoli di polvere. Per una buona ripulitura, si doveva aspettare gli acquazzoni estivi e le piogge d'autunno. Gente di San Rocco Ma come era vivo allora San Rocco! All'alba, se eri sveglio, sentivi le voci di quelli sotto a zi' Curdìsche , già in piedi e pronti per recarsi al lavoro noi campi. Se ti affacciavi, vedevi il vecchio zi' Loreto muoversi svelto, davanti a casa, curvo, quasi prono, piegato così - dicevano - dalla dura fatica, forse più verosimilmente dall'artrosi. Non si concedeva riposo. Un po' di tregua solo quando, rimesso a nuovo, andava in pellegrinaggio alla Madonna di Casalbordino. Di primo mattino la via si animava, specie nei giorni d'estate, quando ferveva il lavoro dei campi. Scendevano con gli asini coloro che andavano in campagna o che portavano il grano al mulino vecchio. Si udiva il battere secco degli zoccoli ferrati sui selci sconnessi del primo tratto di strada a scalinata. Prima che il sole si affacciasse radioso da Monte Campo, il cielo si riempiva di rondini. L'aria era piena delle loro strida. Seguivi il loro svolio interminabile, assorbendoti tutto in quel brulichio sotto l'azzurro. Il mulino vecchio: zi' Vincenzino Intanto nelle botteghe dei falegnami strepivano le seghe. Dal mulino vecchio veniva il rombo sordo e cupo delle macine. Zi' Vincenzino Buonanotte era al lavoro. Davanti al mulino c'era già qualche somaro, legato alla catenella al muro. Zi' Vincenzino era spesso il bersaglio degli scherzi infantili. Mentre lui era intento a macinare, i monelli della via Nuova gli buttavano i sassi nel locale e poi correvano a nascondersi nelle stalle. Lui fermava le macchine, se poteva, e, ancora avvolto in una nube di candida farina, correva sulla soglia e tentava anche qualche passo fuori. Ma era impressione generale che facesse così per puro dovere più che per impartire una lezione ai piccoli impertinenti: nella sua imperturbabile calma non c'era posto per le rivalse, specie infantili. Dietro al mulino c'era la cabina elettrica, regno di Buccitto . Naturalmente si tentava anche con lui qualche approccio scherzoso per avere accesso nel suo campo, ma Buccitto da quell'orecchio non ci sentiva: si trattava di sega elettrica e c'era poco da scherzare. Per altre cose, così pieno di spirito come era, lo trovavi sempre disponibile. Ciacià La sera San Rocco si rianimava. Risaliva gente dalla campagna, rotta dalle fatiche. Che sgroppata quella salita! Ecco il buon Ciacià , che arranca con la zappa sulle povere spalle cadenti. I ragazzi si divertivano a rifargli il verso: cià... cià... cià! Lui faceva finta di arrabbiarsi: di fare sul serio non ne aveva la forza, stanco morto com'era, né la voglia, impastato com'era d'innata mansuetudine. Le lavandaie Ritornavano le donne che erano andate a lavare i panni giù, alle fredde sorgenti del Verrino. Sfinite, con i canestri ricolmi di panni asciutti sul capo, salivano ansanti. Ma la loro faticosa giornata non era ancora conchiusa: c'era la cena da preparare, la magra cena. Muccio Ma ecco zi' Giacomo, detto Muccio , famoso per le bisticciate giovanili coi carabinieri, dopo le corpose bevute festive nelle cantine, che finivano, se era vero quel che si diceva, sempre a suon di botte. Viene dalla masseria. Sale stanco, ma è sempre in gamba. Si ferma a parlare con questo e con quello, di raccolto, di semina, di annate, di animali. Sputa anche, grave e calmo, qualche sentenza: crede di averne ben diritto, ricco com'è di esperienza. D'inverno veniva ad ammazzare il maiale, armato di uncino e coltelli. Durante le operazioni, che si svolgevano con ritmo lento e misurato come un rito, Muccio narrava qualche suo trascorso burrascoso, ascoltato con interesse da tutti, anche dai bambini. Se richiesto, raccontava anche, tra la divertita attenzione degli astanti, con una punta di sussiego, come una volta, parlando con l'Arciprete, avesse spiegato a modo suo il significato del segno della Croce. Bonaria saccenteria! L'Arciprete Passava qualche volta don Leopoldo, che si recava all'orto, lì alle prime case. Si fermava a parlare con qualcuno, bonario, affettuoso, con quella sua voce sottile e cordiale. I ragazzi gli correvano incontro per fargli festa, ma, sempre in vena di divertirsi, senza rischi, alle spalle degli altri, non risparmiavano neppure lui. Quando era ben lontano, gli gridavano, chiamandolo con un soprannome venuto fuori chissà da dove: Cipollì... Cipollì! Lui tentennava il capo, desolato. Nei prati di Conti Nelle tiepide giornate di primavera, i ragazzi sciamavano per i prati di Conti. Andavano in cerca di erbe commestibili, i ciammarlotti e, più ambiti, i selvaggi . Chini sull'erba fresca e profumata, facevano a gara a chi ne trovasse di più. Poi andavano alla fonte, sotto a zi' Carminone, per lavarli e mangiarli, se non li avevano già mangiati durante la raccolta. Seduti intorno alla pila dell'acqua, rivestita di borracina, mentre si rimpinzavano, tenevano d'occhio, con un po' di apprensione, le mucche, che si avvicinavano lente per l'abbeverata. A sera tornavano a casa con la bocca e le mani verdi, le tasche gonfie e le toppe ai ginocchi. Qualche volta si spingevano fino ai prati di Cesare, sopra alle Croci, in cerca di altre specialità mangerecce, dal sapore asprigno, ma non era il loro regno, quello. Temporali estivi Durante i temporali estivi si stava coi visi incollati ai vetri delle finestre, in attesa del sereno. I grossi rivoli d'acqua precipitavano, rapidi e torbidi, giù per San Rocco, suscitando sensi di gioioso stupore. Nell'orticello dell'Arciprete, quello sotto casa, all'inizio della via, c'erano due grandi alberi: un noce frondoso che spandeva i suoi rami fin sopra alla via Nuova e un cerro che svettava maestoso fin sopra i tetti delle case. Il vento infuriava e li sferzava violentemente, agitando e scompigliando le loro chiome, ma essi, placatosi il vento, le ricomponevano in fretta frusciando piano, senza mostrare segni di offesa addosso. Quando Giustino li abbatté per ricavarne legna o spazio, San Rocco divenne più triste e più povero. Per i ragazzi, che avevano sui loro rami la loro aerea dimora, fu un duro colpo. Notti d'estate Nelle notti estive di festa da sotto a zi' Loreto e da Fonte Giù salivano le allegre note di canti paesani, accompagnate dal suono dell'organetto. Uscivano grandi e piccoli e si trattenevano fino a tardi, chiacchierando sui sedili di pietra. Le notti erano calde e limpide e, sopra, c'era un cielo stellato puro, che infondeva tanta pace. Sullo sfondo, a sudovest, si stagliava netto, bruno, il profilo familiare di Monte Capraro. Lontano abbaiavano i cani. Inverno D'inverno la neve ammantava tutto di bianco e copriva pietosamente anche le piaghe di San Rocco, i cumuli di rifiuto, appunto. I rumori si attutivano. Ciacià non scendeva. In alto pigolava solo qualche passero. Il cerro spilungone si scrollava la neve di dosso, buttandola anche sui passanti. Dalle grondaie, che in estate avevano ospitato le amiche rondini, pendevano grossi ghiaccioli, duri a sciogliersi, perenne minaccia per i poveri passanti. I comignoli fumavano tutto il giorno. I ragazzi sciavano, per San Rocco fino a Fonte Giù, sotto a zi' Mingo , con i loro sci posticci, legati alle scarpe con cinghie rimediate, che si spezzavano letteralmente ad ogni piè sospinto. Don Checchino, a cui ricorrevano, borbottando dava loro pietosamente qualche cinghia di ricambio. Zi' Vincenzino Buonanotte macinava di meno e finalmente nessuno lo molestava. La tormenta Quando infuriava la tormenta, si restava ovviamente chiusi in casa, disperazione delle donne. Stanchi di giochi e di sgridate, ci si incollava ai vetri e si guardava, con quello stupore attonito proprio dei bambini di fronte allo spettacolo della natura in furie, la neve che turbinava violentemente. Si sentiva il fischio della bufera, che, in un crescendo continuo d'intensità, finiva in un lungo profondo ululato; poi decresceva e si stemperava in una sorta di grosso respiro. La sera, al lume delle lucerne, che fumigavano sul camino - la luce elettrica di solito se ne andava -, ci si riuniva accanto al fuoco nella speranza di sentire o di risentire qualche vecchia fiaba. Si udiva su per la canna fumaria il risucchio del vento, che mugghiava paurosamente: poi una grande riboccata e zaffate di fumo acre t'investivano in pieno. La mattina dalle fessure delle imposte filtrava una luce scialba e stanca. La bufera ruggiva ancora. Folate di vento gelido, ora più ora meno rabbiose, frustavano sibilando i vetri, scuotendoli furiosamente negli infissi e imbiancandoli con uno spolverio di neve granulosa. Levandoti, trovavi sui vetri incredibili intrecci di arabeschi formati dal gelo. Grattavi un po' di ghiaccio e guardavi fuori: in mezzo al turbinio dei fiocchi, nelle pause dei vortici, si scorgevano grossi cumuli di neve, frastagliati in cima come creste; qualche albero che, simile ad un bianco fantasma, agitava i rami, le case con i tetti incappucciati e le finestre con i davanzali esterni ricolmi di neve e i vetri imbiancati, che sembravano tanti occhi attoniti. In mezzo al turbine, la sagoma barcollante di un passante avvoltolato fino alla testa nel pesante e lungo cappotto a ruota, che il vento gonfiava. Poi finalmente la tempesta si placava. Le schiarite si facevano sempre più frequenti e su quell'universo immerso nel bianco tornava a splendere il sole. La gente usciva, dopo essersi aperta una via, spalando la neve accumulata davanti agli usci. Come è ovvio, questi fenomeni sono noti a tutti coloro che passano l'inverno in paese. Forse la loro descrizione così come è stata resa, può significare qualcosa solo se si ripensano i sentimenti che essi generano e che si è cercato di esprimere, così tra le righe. Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria , a cura di V. Di Nardo, D'Andrea, Lainate 2016.

  • Il Museo della civiltà contadina e dei vecchi mestieri

    Il museo è una tappa del paese da non perdere che affascina il visitatore attraverso un piccolo viaggio guidato nella memoria e nel ricordo del passato, dove viene riproposta la vita quotidiana, cioè quella densa di sacrifici, da un lato, ma anche di momenti di grande calore e condivisione dei nostri nonni e bisnonni. Pezzi in disuso, strumenti di lavoro e della quotidianità, tutti autentici e talvolta rari, patrimonio di una società ancora fortemente legata alle sue antiche origini, sono esposti, con cura, nelle sale del museo, allestito al pianterreno del Palazzo Baronale, oggi sede del Municipio che nel passato ha ospitato le varie famiglie feudali che si sono succedute nel territorio di Capracotta. Per la realizzazione di questo museo va un grazie speciale non solo all'Amministrazione Comunale che lo ha realizzato, scegliendo dei locali, che riportati alla loro originale struttura, hanno contribuito a rendere ancora più accogliente e suggestiva questa passeggiata nel passato, ma anche al sig. Loreto Di Nucci che ha iniziato un paziente lavoro di ricerca e di raccolta di vecchi oggetti utilizzati nelle attività agricole ed artigianali legate alla vita capracottese, affinché non andassero perduti e, agli abitanti residenti nel paese e non, che hanno contribuito ad arricchirlo donando oggetti che si sono tramandati e che custodiscono gelosamente nelle proprie case, legati al mondo contadino di ieri e per, alcuni aspetti, di oggi. Le caratteristiche dello spazio espositivo e i criteri di allestimento consentono un'agevole visita. Di attrezzi e di oggetti in genere ce ne sono davvero tanti, ognuno testimone di arti manuali tramandate di generazione in generazione che hanno fatto la storia del nostro paese. Inoltre sembra quasi che ogni attrezzo rechi, ancora oggi, le impronte delle mani di chi li ha costruiti, utilizzati, riparati e tramandati. Quindi, da ciò, è facile dedurre che dietro ciascun oggetto c'è una storia, anzi, sono gli oggetti la storia stessa che si dipana come una tessitura fatta di povertà. Ogni oggetto è stato prima catalogato e poi identificato da un cartellino su cui è scritto sia il nome in dialetto capracottese che in italiano (così tutti possono capire di cosa si tratta e a cosa servivano), sia il nome della persona o della famiglia che lo ha donato al museo. Da subito i visitatori hanno capito ed apprezzato l'intento della responsabile del museo cioè quello di offrire a coloro che lo visitano scorci di vita contadina che hanno caratterizzato, da sempre, l'uomo capracottese mantenendo viva la memoria delle tradizioni e della storia capracottese, facendo fare a tutti un bellissimo tuffo nel passato... Il percorso è stato concepito come un immaginario viaggio nel passato attraverso le principali fasi della vita del popolo capracottese ben documentate da oggetti, fotografie ecc. esposti nel museo. Varcata la porta d'ingresso si può da subito ammirare l'antica muratura in pietra arricchita di archi di una precisione millimetrica, ritornata alla luce grazie ad un intervento di restauro, che ha consentito di riproporre, all'attenzione e alla curiosità dei visitatori, un esempio di edilizia abitativa locale, testimonianza di un modo di lavorare che appartengono da sempre alla comunità capracottese. Gli spazi espositivi racchiudono i più svariati oggetti che testimoniano, anzi raccontano, in maniera molto chiara, come si svolgevano le varie attività agricole e artigianali che da sempre hanno fatto parte della vita quotidiana e lavorativa del popolo capracottese e che oggi, sono scomparse del tutto o quasi. Strumenti di lavoro di altri tempi, necessità quotidiane dei pastori, dei contadini, delle donne e degli artigiani (falegnami, calzolai, sarti, fabbri ecc.), sono esposti con cura nelle sale dove è allestita la mostra. All'ingresso, su entrambi i lati, troviamo due manichini che indossano i costumi tradizionali capracottesi e sulle spalle la donna ha appoggiato uno scialle mentre l'uomo il classico tabarro ( cuappòtt'a ròta in dialetto capracottese). Proseguendo troviamo una sala con sedie adatta per convegni, per la presentazione di libri ecc. Qui è possibile ammirare l'antico meccanismo che faceva muovere le lancette dell'orologio posto sull'antica Torre dell'Orologio che, al contrario, è stata demolita nel 1970 ed è stata riprodotta in miniatura per far vedere come era strutturata. Completano la sala alcuni documenti antichi come la lettera di Giuseppe Garibaldi inviata alla Società di Mutuo soccorso di Capracotta ed alcune lettere di un emigrante capracottese e articoli di giornali del 1950, entrambi, risalenti al periodo in cui fu donato lo spazzaneve "Clipper" al paese. Tali oggetti, ben combinati nel percorso, rievocano il lavoro degli uomini dediti al pascolo, alla preparazione del formaggio e della ricotta e alla cura della terra; accanto, ai quali, ci sono altri numerosi attrezzi che ricordano, nella memoria, gli antichi mestieri del tempo e i vari momenti di lavoro che venivano svolti durante l'arco della giornata. Altri spazi sono riservati al calzolaio e al falegname, dove sono visibili arnesi dimenticati dalle moderne tecnologie e che mostrano i ritmi e le consuetudini degli artigiani di un tempo. Un altro spazio ospita l'arte femminile dove vi sono esposti alcuni attrezzi della tessitura. Sono visibili, in un altro spazio del Museo, varietà di ceste di vimini di varie grandezze, setacci ecc., utili ed indispensabili alla pulizia del grano e alla lavorazione della farina. Infine, un angolo è stato dedicato alla neve, da sempre, amica e nemica dei capracottesi. In sintesi, all.interno del museo, sono presenti oggetti appartenuti alla vita pastorale, contadina e artigiana del popolo capracottese, che hanno subito mutamenti nel loro percorso di trasformazione avvenuti nei secoli successivi. Essi, inoltre, ne hanno segnato il passaggio da testimonianze reali e materiali, in generale e nello specifico, di forme di lavoro e di vita domestica non più attuali, a reperti da raccogliere, conservare, catalogare ed esporre in spazi museali (come nel nostro caso), nei quali, i visitatori possono ritrovare i segni della propria identità e riconoscerne, sotto tutti i punti di vista, le proprie origini. La vita quotidiana di un museo è data dall'insieme di molte attività, spesso disparate nei modi in cui si realizzano e che sembrano svolgersi in direzioni diverse: la conservazione, la tutela, la risistemazione di alcuni oggetti, l'esposizione nelle varie sale, la cura, la catalogazione e la ricerca del materiale. In realtà il lavoro che si svolge dietro le quinte di un museo della civiltà contadina, si sforza sempre di raggiungere un unico obiettivo: conoscere e affermare la nostra identità culturale e rendere partecipe la gente che la storia di chi ci ha preceduti è la nostra storia. Per questo il museo vuole dialogare con i visitatori raccontando la sua "vita quotidiana" come se stessimo sfogliando un album di famiglia. Emilia Mendozzi Fonte: https://www.capracottatracking.com/ .

  • Il motore a vento

    L'impianto eolico forniva energia alla segheria della famiglia di Donato Antonio Sammarone. L'impianto, tecnologicamente molto avanzato, è tra i più antichi e longevi dell'Italia centro meridionale, tanto da essere pubblicato su riviste specializzate. Il motore a vento era costituito da un castello interamente re­alizzato con tralicci di legno ancorati al terreno, da una ruota, formata da otto raggi che sorreggono altrettante pale realizza­te in lamiera zincata, da un rotore in acciaio e da un braccio, anch'esso in lamiera, preposto ad individuare la direzione del vento. Il castello era collegato, tramite due passerelle, ad un fabbricato ubicato nell'attuale via Maiella, dove erano instal­late la sega alternativa ed una moderna sega circolare della ditta Kirchner di Lipsia. La potenza generata dal vento, sempre così abbondante a Capracotta, veniva trasferita dal rotore alle due seghe con un sistema complesso di rinvii, formato da alberi ed ingranaggi di acciaio, ruote in legno e cinghie di cuoio. Intorno alla struttura sopra descritta, si nota l'inizio della costruzione di un edificio che diventerà la futura seghe­ria, attualmente ancora esistente. Il castello in legno della foto per due volte fu abbattuto dalla furia del vento, tanto che l'impian­to rimase inutilizzato dal 1916 al 1937, anno in cui, per la terza volta, fu ricostruito, interamente in acciaio, da Savino Sammarone e da mio padre, Vincenzo Sammaro­ne, unico, a suo dire, in grado di farlo funzionare, in quanto a conoscenza del funzionamento dei motori a vento. La nuova segheria, realizzata nell'edificio posto al di sotto del castello in acciaio, oltre alle due seghe già esistenti, fu completata an­che da un tornio, un trapano e da una mola. Dopo il fermo di quattro anni (1940-43) dovuto al richiamo di Vincenzo Sammarone per gli eventi bellici della Seconda guerra mondiale, ha funzionato fino al 1955-56, anno in cui la sega circolare fu trasferita nell'attuale sede ed allacciata all'energia elettrica. La nascita di questa segheria costituisce un primo tentativo di produzio­ne industriale di tavole diritte e ricurve, queste ultime dette corve, indispensabili per realizzare i basti degli animali da soma da parte dei bastieri o bastai, numerosissimi in quel pe­riodo a Capracotta per la fiorente industria boschiva. Giuseppe Sammarone

  • Lo sposalizio a Capracotta

    Un tempo diverse erano le occasioni per conoscersi tra giovani prima del fidanzamento. Le ricorda Oreste Conti nel suo lavoro "Letteratura popolare capracottese". I luoghi di furtivi incontri erano presso le fontane pubbliche, ove le nostre donne si recavano per attingere acqua con la tina , in chiesa o nei campi. Vigeva l'usanza secondo la quale, avvenuto ufficialmente il fidanzamento, il giovane si recava, poi, presso l'abitazione della fidanzata per incontrarla, sempre in presenza di qualcuno della famiglia. Fidanzamento che, anche se poteva interpretarsi come intima espressione di amore, era pur sempre la conclusione ragionata del capofamiglia a stabilire più di quanto i fidanzati decidessero e ciò in rapporto a quella che, all'epoca, era la strutturazione patriarcale del nucleo familiare con l'autorevole potere decisionale paterno. Occasione e sede, forse, per qualche furtivo bacio che il giovane stampava focosamente sulle labbra ardenti dell'innamorata, in qualche raro... momento di distrazione di chi era addetto alla vigilanza o ad arte creato dagli interessati. Da parte dei parenti dello sposo, essendo prossimo il matrimonio, solitamente si procedeva a conoscere la consistenza del corredo che la futura sposa avrebbe avuto in dote e tale roba veniva trasferita a casa dello stesso la settimana precedente, redigendo, da parte di un familiare anziano della donna , un preciso e dettagliato elenco dei beni, il duddàrio , una forma di contratto matrimoniale. E in riferimento a tale elenco, ho avuto il piacere, tra carte polverose dei miei avi, di leggere un «notamento del 31 luglio 1859 di oggetti mobili che Pasquale dell'Armi assegna alla figlia Geltrude in occasione del matrimonio conchiuso tra la medesima e Michele Comegna del fu Filippo»; in esso compaiono 28 voci, col relativo valore in ducati e grani, e di queste ne riporto alcune: «federe per sacconi e cuscini, una coverta di panno torchino, tovaglie numero 3, salviette numero 3, calzette paia 4, una veste di panno fino, giacchette numero 3, scarpe paia 3, un panno per uso di testa, due vesti di panno di casa, fettucce per i cuscini, due casse di legno d'abete, orecchini, un anello, medaglia e cateniglia, oro donato dallo sposo» ecc., il tutto del valore complessivo pari a ducati 139 e grani 75. Corteo allegro e felice per la nuova famiglia che si andava a costituire; tutti vestiti a festa e le donne, in particolare, con postura elegante e piacevole grazia, portavano i contenitori del corredo preparato con attenzione per l'occasione a casa dei futuri sposi. Corredo e regali avuti da parenti ed amici che in precedenza erano stati esposti a casa della sposa e valutati... per qualità e quantità dalla futura suocera ed eventuali cognate... nonché da amiche e comari intime della giovane. I componenti del corredo venivano per lo più acquistati nei negozi dei paesi vicini e indicati nel detto elenco in termini di quantità con un numero pari non sempre molto alto, oltre a quanto la sposa, con l'arcolaio, la spola, il telaio o i ferri da lana aveva approntato con le proprie man , abbellendolo con rifiniture e ricami. Su alcuni capi, da quanto ho visto sul corredo di mia madre, veniva ricamata una P con punto a croce, una "cifra", ovvero la lettera maiuscola con la quale iniziava il cognome della proprietaria; ciò era determinato dal fatto di poter individuare facilmente la propria roba messa ad asciugare, dopo il bucato, all'esterno, spesso sull'erba dei prati, insieme ad altri capi di persone diverse. Delineandosi l'approssimarsi della data del matrimonio, si procedeva al preliminare rito civile: i futuri sposi sotto braccio, insieme a parenti della donna, come ho potuto personalmente constatare, andavano presso la sede del Comune e da qui uscivano ormai... da soli - non più sorvegliati a distanza da feroci guardie del corpo! - insieme agli invitati. All'epoca la giovane promessa, per la mentalità operante, non doveva presentarsi in pubblico da sola con il fidanzato, se non assieme a qualcuno della sua famiglia. A sera a casa della sposa si teneva un ricevimento offrendo cibarie e vino e parimenti presso l'abitazione dello sposo; a tale festoso incontro tra amici, talvolta, si poteva notare anche la presenza di estranei che, comunque a loro modo e fine, partecipavano alla baldoria. Nel giorno tanto atteso del matrimonio, gli sposi, accompagnati in corteo da parenti ed amici più stretti, a piedi, si dirigevano nello splendore della nostra Chiesa Madre per la celebrazione del rito religioso. L'evento si realizzava, per lo più, di domenica e in particolari momenti dell'anno, quando il lavoro dei campi non era massivo. A rito ultimato, la coppia, con tutto il corteo che l'aveva accompagnata, si dirigeva verso la casa della sposa; durante il percorso erano posti dei nastri che gli sposi dovevano tagliare per procedere oltre distribuendo confetti per lo più a bambini festanti; arrivati si consumava un lauto pranzo che si protraeva a lungo con diverse portate da parte di tutti i familiari e delle persone più intime della coppia. A sera, poi, presso la medesima abitazione, un gran numero di convitati, con rumorosa felicità, facevano festa agli sposi, non disdegnando cibo solido e liquido in abbondanza. Per il ricordevole giorno si uccidevano galline, polli, conigli, agnelli ecc. che poi venivano in vario modo cucinati; il menù, semplice, genuino e gustoso era molto ricco rappresentato da un antipasto costituito da fragrante buon pane prodotto in casa dal grano locale e cotto al forno di Pasqualino Di Tella a San Giovanni, il bonaccione Pasqualino re Furnàre . Insieme al pane venivano offerte saporite fette di ottimo prosciutto nostrano tagliate sottilissime con maestria, tanto da sembrare che si fosse adoperata l'affettatrice che, a quei tempi, non era ancora presente, e insieme al buon prosciutto non mancava parimenti dello squisito caciocavallo; seguiva il primo piatto, per la cui preparazione, al fine di fare bella figura con gli invitati, si chiedeva spesso la consulenza di esperti locali nell'arte della cucina. Mia nonna Leonilda, per il matrimonio di mia zia Benedetta Paglione nel 1949, si rivolse al compaesano Giovanni Di Tanna d'Ermìgna ; ricordo un ottimo primo a base di brodo di gallina con caciocavallo e tocchetti di pane abbrustolito di delicato sapore: il caldo brodo ammorbidiva i pezzettini di caciocavallo che si fondevano con il pane mescolandosi insieme a polpettine di carne; venivano serviti, poi, piatti a base di diversi tipi di carne preparata in vario modo, stuzzicanti contorni per lo più di pere a pezzi conservate in aceto, dolciumi di differenti sapori e forma, pasctarèlle (dolcetti a base di farina zucchero, uova e latte), mescuótte (tipo ciambellone fatto con uova, farina, zucchero, lievito e aromi), la deliziosa e profumata pizza di pan di Spagna fatta con farina, uova, zucchero e aromi, oltre ad altri di diversi tipi, liquori, confetti ricci di Agnone e frutta: il tutto veicolato da poderose libagioni con vino proveniente dalla Puglia che si concludevano, in sonora allegria, con simpatici brindisi d'augurio alla coppia e, alla fine del ricevimento, con una manciata di confetti da parte degli sposi agli invitati. A cerimonia ultimata la coppia si ritirava nel proprio appartamento per saggiare... l'elasticità delle reti del letto e, sotto le finestre, oppure davanti alla porta della camera ove erano gli sposi, amici di questi, con l'organetto, procedevano alla serenata, intonando canzoni non sempre celestiali, fino a quando lo sposo, regalando loro una bottiglia di liquore, li invitava a sloggiare. La sposa usciva di casa dopo circa 8 giorni dal felice avvenimento, in quanto, secondo la mentalità dell'epoca, presentarsi in pubblico prima sarebbe stata causa di vergogna per la stessa, per aver commesso un atto nefando! Nella celebrazione della festa del matrimonio a Capracotta, antiche, suggestive, fascinose manifestazioni in un piccolo paese che, in quell'occasione esprimeva sempre più coralmente il senso della comunanza, della partecipazione ad una gioia che, da privata, si estendeva a buona parte degli abitanti. Persona semplice, genuina, senza fronzoli, temprata dal duro lavoro di ogni giorno, dotata di puri sentimenti, timorata di Dio, educata ad un preciso regime di vita, la giovane, con il matrimonio, perfezionato dal sacro sigillo della chiesa, realizzava il suo sogno d'amore cullato da tempo con trepida ansia. Ella lasciava il proprio nido familiare ma continuava a vivere nel suo paese, nel contesto della famiglia d'origine, dei parenti e dell'intera comunità, se non costretta ad emigrare, insieme a suo marito, per necessità di lavoro impiantando la loro giovane famiglia altrove con il desiderio di allevare figli trasmettendo loro tutto il bagaglio di qualità avuto in eredità dai rispettivi genitori. Oggi, alla luce delle modernità circa la costituzione di una coppia, si è detto addio per lo più al rito religioso, all'esposizione del corredo della sposa, al corteo al Municipio, all'antipasto con il prosciutto e il caciocavallo, alla serenata con l'organetto, oltre a tante e diverse manifestazioni inerenti il matrimonio. Rilevanti numeri di matrimoni civili, compagnie tra uomini e donne, anomale unioni, divorzi, complicati problemi, separazioni consensuali o meno, con frequenti vertenze giudiziarie, figli con sindrome da deprivazione e spesso qualcosa ancora di più tragico è quanto oggi possiamo constatare. Da credere che non mancassero problemi di sorta alle coppie anche allora, ma la risoluzione dell'epoca non era certamente paragonabile a quella di oggi. Insomma alla semplicità, alle regole di un tempo, la modernità ci ha imposte nuove norme e controversi comportamenti che hanno annullato il retaggio di anni di consolidati modi di essere che costituivano ferme basi per strutturare la famiglia e, quindi, la società fondata su sani ideali e principi da perseguire. Alla luce della realtà attuale, il rimpianto del passato e l'obbligata accettazione del presente. Felice Dell'Armi Fonte: https://www.altosannio.it/ , 5 febbraio 2020.

  • Bolla papale per la Chiesa di S. Maria di Loreto

    Gregorio, Vescovo, servo dei servi di Dio, a perpetua memoria dell'evento, ai Pii Fedeli di Cristo a Noi sottomessi, volentieri diciamo di sì a quelle proposte che si riferiscono alla salvezza delle anime e, in modo particolare, all'incremento del culto divino e al sostegno della devozione del popolo e, con opportuni favori vogliamo andare incontro alle richieste fatte a favore dei diletti figli: l'Arciprete, il Clero, l'Università e gli abitanti della terra di Capracotta, della Diocesi di Trivento, come da richiesta fatta. Avendo fatto costruire, ingrandire, ampliare ed abbellire con elemosine proprie e con quelle di altri credenti una Chiesa o Cappella sotto il nome di Santa Maria di Loreto, vicino [all'abitato] ma fuori delle mura della predetta terra. In essa dallo stesso Clero sono celebrati i Divini Uffici e amministrati i redditi, le chiavi sono conservate presso lo stesso Arciprete. Pertanto nessuno voglia mettere in dubbio [la legalità di] questa Cappella o Chiesa né il suo reddito annuale di 24 ducati d'oro, né avanzi domanda alla Camera su cose [che risultassero] a danno o a pregiudizio di essi. Per questa ragione fu rivolta a Noi umile supplica a favore dell'Arciprete e del Clero nonché dell'Università e del Popolo affinché nelle suddette circostanze Ci degnassimo di provvedere opportunamente con Apostolica sollecitudine. Pertanto Noi [dichiariamo immune] lo stesso Arciprete e le singole persone del Clero, dell'Università e dei Cittadini da qualsiasi censura o pena di scomunica, sospensione, interdetto o da altre sentenze ecclesiastiche inflitte sia direttamente dal Diritto, sia da un processo, in qualsiasi circostanza e per qualsiasi motivo. Se [ci sono] alcuni che fossero incorsi in tali situazioni [siano assolti] almeno per effetto delle conseguenze cui potrebbero andare incontro. Assolviamo da esse sia quelli che veramente vi fossero incorsi, sia quelli che ritenevano essere già stati assolti e che hanno rivolto suppliche di questo genere, l''Arciprete, il Clero, l'Università e i predetti Cittadini per il tempo presente che per il futuro. La detta Chiesa o Cappella [viene eretta] da Noi, dai Nostri Successori, dalla Sede Apostolica, dai suoi Legati, dall'Ordinario del luogo, dal suo Vicario Generale  come Chiesa o Cappella collatina con Beneficio Ecclesiastico perpetuo che deve essere fondato con i suoi frutti, redditi e proventi per una dote di un Beneficio Ecclesiastico o per un Luogo Pio già eretto o da erigersi, o da impiegarsi in un altro uso, sia nella  stessa Chiesa o Cappella collatina o come Beneficio Ecclesiastico da regolamentare dall'Autorità Apostolica o dall'Autorità ordinaria o da altra Autorità, ma mai sarà resa nulla con altra disposizione o sotto qualsiasi forma di erezione, istituzione, o di altro tipo di domanda, promessa speciale grazia sia generica  che di rinunzia o di altre disposizioni. Attraverso Noi, i successori, la Santa Sede, i legati, l'Ordinario del luogo, il Vicario e altri, forniti di qualsiasi autorità e in qualsiasi tempo i fatti siano interpretati in genere ed in specie, ma sempre siano fatte delle eccezioni. Le erezioni, le interpretazioni, le previsioni e le altre disposizioni che in futuro detta Chiesa o Cappella, di detti beni, come riferito prima, o come può capitare nella vita, siano nulle, invalide, inefficaci e nessun valore e rilevanza e siano sottomesse per sempre all'Autorità Apostolica, a condizione che detta Chiesa o Cappella, da poco eretta a titolo di Beneficio perpetuo, perché sono state conferite in via eccezionale all'Arciprete e al Clero in forza di un pacifico possesso, concediamo ed accordiamo che detta Chiesa o Cappella abbia i suoi vasi sacri ed un'amministrazione ed il governo dei beni che ci sono secondo quanto stabilito. Stabiliamo che questo documento sia da tutti conosciuto siano essi Giudici, Commissari con qualsiasi tipo di autorità, l'Ordinario del luogo e i Commissari del palazzo Apostolico, e gli uditori che devono emettere sentenze o giudizi. [Risulta] inammissibile e inutile ogni cosa in contrario per chiunque che con qualsiasi autorità, deliberatamente o senza cognizione, abbia voluto attentare quanto stabilito. Nonostante le cose fin qui dette e le Disposizioni Apostoliche, emanate nei Consigli Sinodali e Provinciali sia già pubblicate o da pubblicare nelle Costituzioni generali e ordinarie, e nonostante altre cose in contrario. Vogliamo inoltre che l'Arciprete e il Clero siano vincolati a fare una relazione annuale al predetto Ordinario sui beni amministrati e sulle donazioni secondo le disposizioni  del Concilio di Trento. Pertanto a nessuno degli uomini è consentito rendere nulla questa pagina e le [Nostre] volontà di assoluzione, di concessione, di indulto. Se qualcuno poi oserà disobbedire a queste disposizioni, sappia di generare la riprovazione dell'Onnipotente Dio e dei Suoi Apostoli i Beatissimi Santi Pietro e Paolo.   Dato in Roma nell'anno dell'Incarnazione del Signore 1622, il 31 Marzo, secondo del Nostro Pontificato. Gregorio XV

  • Le coppelle di Monte Capraro

    L' accasantèra è una coppella scavata nella roccia che si vuole sia l'acquasantiera del monastero benedettino che si trovava sopra a Monte Capraro. Si può però ritenere che sia molto più antica: coppelle scavate nella roccia risalgono a riti antichissimi e si trovano in vari luoghi dell'Italia, da nord a sud. Il fatto che in quel luogo sia stato edificato un monastero benedettino intorno all'anno Mille è un'indicazione che quel luogo fosse già un luogo di culto pagano precedente in quanto i benedettini tendevano a colonizzare i luoghi di culto pagani per rifunzionalizzarli alla religione cristiana. Le caratteristiche di questo tipo di rocce è che, in generale, si trovano sulla cima delle montagne. La coppella presenta un canale di scolo e su quelle rocce è molto raro che ce ne sia una sola. Infatti, un paio di anni fa, consapevole di questo, ho spostato un po' di terra e di muschio presenti su quella roccia e, proprio vicino alla prima coppella, è uscita la seconda, di forma uguale alla prima ma più piccola e orientata diversamente. Riccardo Mordeglia

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