• Letteratura Capracottese

Incontri con il bosco (III)


La Fonte dei Castrati (foto: S. Conti).

Lasciato alle spalle il lungo tratto del percorso caratterizzato dal bosco ceduo, si arriva all'inizio di una grossa curva posta in discesa da dove si può osservare una piana con la presenza della la fustaia che scende dal Guado Spaccato, sulla destra mista a grossi massi.

«Uno spettacolo di Paradiso» esclama Michele.

Questa aggregazione della bellezza con il sacro non è affatto fuori tema. La storia dei popoli, in molti casi, ci rappresenta i boschi come luoghi sacri.

Nella Persia si chiamavano "paradisi" i parchi e i giardini ornati di alberi. Nella Grecia la maggior parte dei boschi erano considerati sacri e venivano gestiti dai sacerdoti. I Romani, poi, classificavano i boschi in sacri luci, dedicati alle divinità silvane, e in boschi profani, distinti in silvæ ceduæ (cedui) ed in silvæ altæ (fustaia).

Scendiamo nella vasta conca dove sono segnati due sentieri, uno prosegue per la vallata che porta alla Cannavina e l'altro al Guado Spaccato.

I nostri sguardi sono rivolti alla sommità delle piante in cerca della luce. E avvertiamo sensazioni di calma e serenità, rafforzate dal rumore del silenzio. Lasciamo alle nostre spalle la conca piena di alberi, e ci avviciniamo alle quote più basse della vallata. La temperatura e l'umidità sono leggermente aumentate. Mario subito nota che il bosco è cambiato: «Qui il bosco è più ricco. Il faggio, con maggior frequenza, è associato con l'abete bianco. C'è la presenza di altre specie arboree: acero montano, frassino, olmo montano, perastro, ma anche un rigoglioso novellame di faggio ed abete sottocopertura delle due specie arboree».

Richiama la nostra attenzione un popolamento di piante di frassino posto alla destra del percorso. Piante molto omogenee per altezza e diametro. Il frassino è specie eliofila, ama il sole o di mezz'ombra, sempre pronto a colonizzare gli ambienti disturbati per qualsiasi causa naturale e/o antropica. Ci imbattiamo in una radura con un'altra associazione vegetale, non più arborea ma erbacea e arbustiva.

«Con tutti questi alberi, la radura è proprio fuori posto» esclama Giovanni.

Mario, memoria storica, dà subito la sua risposta: «Questa radura è vicina alla Fonte dei Castrati e come dice lo stesso nome, qui venivano a pascolare e poi a bere durante l'estate gli animali castrati. Questo ci fa dedurre che ci troviamo in presenza di un ambiente forestale e vegetale modificato dall'uomo».

La radura, infatti, è invasa da un fitto tappeto di rovi, di felci, ortica, qualche sambuco. Tra le specie arboree è presente il perastro, con il troco avvolto, fin sopra la cima, dall'edera, in un generoso abbraccio. Quest'ultima non è pianta parassita, perché è dotata di proprie radici, ma utilizza i tronchi degli alberi come semplice sostegno. L'edera veniva utilizzata un tempo nella medicina popolare, ma per la sua velenosità si sconsiglia qualsiasi uso alle persone poco esperte.

Di nuovo Mario: «Completiamo il nostro racconto dando qualche notizia sui tagli del bosco».

Premetto che l'uomo, per ottenere i molteplici benefici che il bosco può offrire, deve operare con interventi selvicolturali: questi si concretizzano essenzialmente nella scelta degli alberi da tagliare o da conservare e altresì preoccuparsi di assicurare la rinnovazione del bosco.

Per conseguire tale obiettivo, si valorizza la capacità di tutte le specie arboree di produrre semi o quella di alcune specie di latifoglie di generare nuovi alberi, cosiddetti polloni, a partire dal punto in cui vengono tagliate.

A questo punto però devo dire che il taglio del bosco è strettamente collegato alla forma di governo - ceduo o fustaia - ed al trattamento. Questo, nel caso del ceduo, può essere semplice (con taglio raso) o matricinato (con il rilascio di matricine), mentre nella fustaia dipende dalla gestione a tagli successivi (fustaia coetanea) o a tagli saltuari (fustaia disetanea).

Ciò premesso, in modo semplice e schematico, vi segnalo che i tagli di abbattimento si definiscono in: tagli di raccolta finale, quando gli alberi superata una certa età o comunque una certa soglia dimensionale, vengono abbattuti per produrre legname. Con la precisazione che il taglio è funzionale alla raccolta del prodotto ma anche alla rinnovazione del bosco.

«Ma qual è l'età giusta per effettuare i tagli?» chiede Giovanni.

«I tagli» rispondo, «non possono essere eseguiti in qualsiasi momento della vita del bosco sia che si tratti di ceduo che fustaia. Tra un taglio di raccolta e l'altro, deve trascorrere un certo numero di anni. Tale periodo viene comunemente chiamato turno. Questo può cambiare in funzione della specie arborea che si deve tagliare e della stazione in cui si trova. Nella nostra situazione, per il ceduo di faggio il turno è almeno di anni 20-25, mentre per la fustaia si può arrivare a più di anni 120».

«Inoltre» spiego ancora «ci sono i tagli di rinnovazione quando l'eliminazione di alcuni alberi è finalizzata a favorire la rinnovazione o la crescita delle giovani piantine già presenti e i tagli colturali quando l'eliminazione di alcuni alberi va a vantaggio di quelli che restano, perché più funzionali agli obiettivi da conseguire (specie arboree da salvaguardare, disseminazione, protezione della rinnovazione ecc.). Tecnicamente si tratta di interventi mirati alla riduzione della densità arborea (sfolli e diradamenti )».

«Servono ad eliminare la concorrenza fra gli alberi» afferma efficacemente Mario. Infatti faccio notare che i tagli di sfollo e di diradamento, che possono essere di varia intensità, permettono agli alberi che rimangono di crescere più velocemente e in maniera più equilibrata, perché dispongono di una maggiore quantità di luce, acqua e alimenti nutritivi.

«Se ho ben capito,» aggiunge Michele «con i tagli colturali si determina, in un certo qual modo, la qualità del bosco, legata alla valorizzazione di alberi con fusti migliori (forma regolare, grande vigore) e, potenzialmente, con valore economico più elevato».

«C'è da aggiungere» riprendendo la parola Giovanni, «che prima di dare inizio alle operazioni di taglio, bisogna fare la martellata».

Ha ragione Giovanni, figlio di boscaiolo, e aggiungo che con la martellata si esegue la formale scelta degli alberi destinati al taglio o da riservare. Ci saranno pertanto due operazioni: la martellata, quella per la segnatura degli alberi da battere, e che si esegue con il martello forestale su un tratto di radice superficiale tale da restare evidente sulla ceppaia della pianta da tagliare; la scelta degli alberi da preservare a dote del bosco nella ceduazione con il rilascio di matricine o nella conversione da ceduo a fustaia. La segnatura viene eseguita con un semplice anello in vernice rossa sul fusto delle piante.

«Qui finisce il nostro incontro con il bosco» dico agli amici.

«Ma perché hai voluto scrivere questo racconto?» chiede Michele.

La risposta è semplice: dare un modesto contributo per conoscere e amare il bosco. E poi per onorare l'amicizia. La nostra amicizia. Perché anche il bosco è uno di noi. Un amico generoso che dà accoglienza a tutti. E come tutti gli esseri viventi è soggetto alla successione delle stagioni della vita: nascita, crescita, maturità, vecchiaia e morte.


Il bosco a fustaia (foto: S. Conti).

Voglio chiudere però con un aneddoto che Benedetto Croce ricorda in un suo discorso sui doveri della borghesia nelle province napoletane, a dimostrazione che agli uomini di buona volontà non mancano mai le occasioni di poter compiere atti benefici. Il filosofo e storico così scrive:

Mi sta in mente come simbolo l'aneddoto, letto in un vecchio libro, di un parroco che visse nella seconda metà del Seicento in un paesetto del Molise, Montagano. Nel quale essendo capitato, circa un secolo dopo, l'economista Giuseppe Maria Galanti, e avendo visto con meraviglia la contrada tutta coperta di alberi e di frutti della qualità più squisita, e domandando come era sorta quella rigogliosa coltivazione, seppe che quel parroco, di cui durava la memoria, Damiano Petrone, non dava altra penitenza ai peccatori che di piantare alberi, e le piantagioni erano in ragione del numero e della qualità dei peccati, e quando i peccatori si scusavano di non aver gli strumenti e gli attrezzi necessari, egli trovava il modo di sovvenirli. Domandò altresì il Galanti se quel parroco fosse stato uomo di dottrina, gli risposero che era ignorante, ma conosceva e osservava il Vangelo e aveva un naturale buon senso.

Tra le piccole cose di buon senso da proporre, in aggiunta all'esempio del buon parroco, c'è che l'ecologia forestale e in particolare la selvicoltura, nei modi adeguati, dovrebbero essere materie di insegnamento obbligatorio nelle scuole dei Comuni montani.


Lorenzo Potena

Fonte: https://www.altosannio.it/, 2 settembre 2018.

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