• Letteratura Capracottese

Incontri con il bosco (I)


L'imposto della Selletta (foto: S. Conti).

È estate: tempo di vacanze e passeggiate nel bosco. Ho accolto con piacere l'invito degli amici Mario e Michele di fare una escursione. L'appuntamento è fissato davanti alla ex bottega dei fabbri ferrai, zio Gaetano e zio Michele. Il giorno stabilito, a sorpresa, viene anche Giovanni. È una giornata con il cielo azzurro e pieno di sole gioioso.

In macchina: «Dove andiamo?» chiede Michele a Mario. «Alla Fonte dei Castrati attraversando la Cannavinella» di rimando Mario.

Giunti all'inizio del percorso, Michele verso Mario: «Cosa ricordi di questo posto?».

Mario, grande conoscitore del territorio, appoggiato con le robuste mani sul bastone, inizia a parlare: «Ogni luogo che incontriamo ha una sua memoria. Qui ci troviamo nella piccola radura della Fonte Carovilli, sulle pendici calcaree di Monte Campo, a quota 1.600 metri s.l.m., sulla linea verticale che congiunge la Selletta con i Montetti di Carovilli. Questa è sicuramente la fonte più cara a noi ragazzi del quartiere di S. Giovanni: è stato uno dei punti di riferimento delle nostre scampagnate estive».

La sorgente sgorgava da sotto le radici di due grossi faggi ancora presenti e alimentava un abbeveratoio di legno posto a valle della stessa. La vena sorgiva, danneggiata nel tempo, è stata recuperata con il lavoro di alcuni cittadini, i cui nomi si possono leggere su una targa posta a monte della fonte.

L'altra radura che si trova più a monte, sotto la Selletta, nel passato fungeva da imposto, luogo dove veniva scaricata e accatastata la legna alla fine dell'esbosco con gli animali, per essere poi portata a destinazione nel paese. In questo posto venivamo a sciare quando non c'era neve a Colle Liscio della Guardata, vicino al paese. La pista partiva dal punto più alto e terminava all'imposto.

«A Colle Liscio, quando la neve era abbondante, ogni dopo pranzo, sciavamo agevolmente. Ognuno sceglieva la lunghezza della pista adatta alle proprie capacità. Chi si fermava alla metà, chi un poco più sopra, fino a raggiungere il vecchio serbatoio dell'acqua. Il più bravo era Antonio "la Fornaia", audace e temerario. Aveva un'attitudine naturale a sciare. E bene. Oggi vive in Svizzera. È un eccellente artigiano e maestro di sci. Poi c'era Adriano, che aveva adattato per sci due doghe di una botte di rovere, trovata nella casa, distrutta dai Tedeschi, degli eredi dell'on. Tommaso Mosca e che attualmente è di tua proprietà» dice Mario, indicando Michele.

Tutti avevamo in tasca qualche chiodino e un sasso per fissare, di nuovo, gli sci di legno, in caso di rottura delle logorate cinghie di cuoio.

«Ricordo» continua Mario, «un dopo pranzo, quasi all'altezza del serbatoio, comparve un signore, dentro una tuta tutta bianca, come la neve che copriva la Guardata. Chi è, chi non è. Nessuno lo conosceva. Tre larghe curve lo sconosciuto sciatore giunse alla fine della pista vicino al ponte n° 2. Era Aurelio Di Rienzo (Cennaflòra), fratello del più noto professore Salvatore».

A me e a mio fratello Michelino, gli sci li costruiva nonno Pasquale, classe 1889, che di mestiere faceva il muratore; ma durante il periodo invernale lavorava il legno stagionato di faggio e costruiva attrezzi ed utensili per la casa e per il lavoro. Ma ricordo anche che, senza alcuna esitazione, buttava gli sci nel fuoco del camino quando io e mio fratello tornavamo da sciare bagnati e con le mani violacee per il freddo. Mentre nonna Lauretta cercava di riscaldare le nostre mani tra le pieghe della lunga gonna di lana mista a lino, intiepidita dal fuoco del camino.

Il giorno dopo, però, il nonno, uomo buono e di poche parole, era già al lavoro per costruire i nuovi sci.

Oggi anche Colle Liscio è cambiato: sta assumendo una struttura e un aspetto diversi da quelli a cui eravamo abituati. Il colle non è più liscio e dove prima sciavamo liberamente senza ostacolo alcuno, oggi vi sono rovi di rosa canina, cardi, perastri, aceri, cicuta.

Era l'età, la nostra, con il ricordo e i segni, ancora evidenti, dell'ultimo evento bellico. La guerra - l'atto più bestiale dell'uomo - aveva disfatto le nostre case e soprattutto il nostro vivere. La ricostruzione del paese era iniziata già con lo sguardo rivolto al domani. Malgrado tutto, noi ragazzi eravamo allegri. Avevamo spazi di libertà enormi. Nessuno ci seguiva, anche se vi era sempre qualcuno che, per benevole curiosità, ci teneva gli occhi addosso.

Di quel periodo di guerra, ricordo che eravamo, insieme a molte altre famiglie, "ospitati" all'interno del cimitero, perché il paese era occupato dai Tedeschi. E due soldati, con la miccia di color nero in mano, erano pronti per distruggere l'ingresso del camposanto. Su alle Croci, poi, vedevamo il casotto di zio Raffaele Potena, in fiamme.

Ma ricordo pure un giorno terribile. Era il mese di giugno, dell'anno 1945. Avevo cinque anni. All'imbrunire, seduto sul gradino del portone di casa, sentivo gli urli di dolore della mamma. Le donne del quartiere entravano ed uscivano da casa. Qualcuna mi metteva la mano sul capo. Mamma restò chiusa in camera per quattro mesi. Solo dopo ho saputo che in quel giorno era arrivata la notizia della morte di papà in Germania. Aveva trentacinque anni. Guerre maledette.

«Per tornare a parlare del bosco,» continua Mario, «a me sembra che questo luogo risenta un poco della mano dell'uomo perché ha perso sicuramente le sue forme strutturali più naturali. Bisogna pur ammettere che la pista per lo sci di fondo, che ha creato questa piccola chiaria, ha dato e continua a dare qualche beneficio economico a Capracotta».

«Per andare giù, per la Cannavinella, alla Fonte dei Castrati» continua Mario «propongo di prendere il sentiero che parte dalla Selletta, dalla pista di ritorno di sci, perché voglio farvi vedere come sia interessante il soprassuolo forestale che sta a monte della pista».

Intorno a noi la zona è caratterizzata da un insieme di alberi mescolati e avvolgenti massi, sicuramente distaccatisi da Monte Campo, spesso di notevoli dimensioni e ricoperti di verde muschio. Alberi innervati nella roccia madre e sollevati in alto dalla forza della natura.

«Alberi di pietra. Legna da ardere, dura all'accetta. Come dicono i miei fratelli boscaioli» aggiunge Mario.

Un ambiente avvolto dall'ombra, dove i raggi del sole trovano difficoltà ad arrivare al suolo. Con fusti filanti alla ricerca della luce e con chiome strette a contatto le une con le altre. Le piante sottoposte, dominate, difettose o malate spesso hanno il cimale secco. La necromassa è notevole per la caduta di rami secchi e piante intere. Non c'è traccia alcuna di piantine da seme.

«È una situazione forestale di difficile catalogazione, almeno per me» dice con molta onestà, Mario.

Michele, che ha attraversato quella zona anche altre volte, aggiunge: «Quello che avete detto è esatto e sicuramente questi alberi hanno uno scarso valore economico e commerciale. Però qui la natura ha costruito una combinazione alberi-roccia-massi-muschio di notevole bellezza ed armonia ambientale».

Faccio notare che ci troviamo sicuramente di fronte ad un ceduo invecchiato, alquanto malconcio per le difficili condizioni vegetative a causa delle avverse condizioni pedologiche e climatiche.

Le piante che stiamo osservando sono polloni di età anche avanzata, derivanti probabilmente da ceppaie che hanno avuto origine, più o meno remota, da piante da seme. In sintesi, questa piccola eco-unità può essere definita ceduo con la presenza di alcune matricine meno numerose che altrove, anche per danni da neve.

La piccola comitiva, guidata da Mario, continua a camminare e arriva al sentiero che conduce a Portella Cieca. «Osservate quest'altra situazione,» esordisce di nuovo Mario: «perché, a poca distanza da quella che abbiamo lasciata, è completamente diversa».

Michele, con tono secco e provocatorio che spesso lo contraddistingue, commenta: «A me sembra una fustaia».

«E non hai completamente torto» gli rispondo, precisando che è una fustaia un poco irregolare, definita transitoria.

È una situazione alquanto complessa, spiego, ma semplice nella sua esposizione.

Qui c'è un ceduo che sta passando a fustaia derivante da taglio di conversione: cambiamento della forma di governo del bosco o di una sua piccola unità, da ceduo a fustaia, in modo che il ceduo assume gradualmente la fisionomia di un bosco ad alto fusto. La conversione avviene sia mediante tagli dei polloni che per libera evoluzione a seguito di invecchiamento (il termine va inteso come superamento dell'età minima del turno di taglio e non come invecchiamento fisiologico). Se un ceduo viene abbandonato o trascurato per le difficili condizioni in cui si trova, tende a ritornare spontaneamente verso la struttura originaria che è la fustaia. Con questo processo, che avviene in tempi più o meno lunghi in relazione alle condizioni di fertilità della stazione, si ripristinano forme più vicine a quelle naturali migliorando gli equilibri e la stabilità del bosco. Si tratta di un fenomeno che per specie spontanee come querce, carpino e faggio diventa irreversibile quando i polloni hanno raggiunto l'età avanzata, in quanto, se ulteriormente tagliate, le ceppaie ricacciano stentatamente o per nulla, per mancanza di gemme dormienti vitali alla loro base.

Faccio notare ai miei amici come questa copertura forestale eserciti una notevole funzione antierosiva su pendenze del versante pari al 70%-80%, perché ogni pianta ha sviluppato, in forma notevole, l'apparato radicale superficiale per trattenere il terreno vegetale asportato dalle acque.


La Fonte di Carovilli (foto: S. Conti).

Mario sembra non aver fretta a riprendere il cammino. Anzi si gira verso di noi: «È necessario fare un passo indietro per chiarire le differenze che ci sono tra il bosco ceduo e il bosco ad alto fusto».

All'invito di Mario, sento anche io il bisogno di rendere le nostre riflessioni comprensibili con l'aiuto della selvicoltura: la scienza e l'arte che, con l'aiuto di altre discipline (ecologia, botanica, pedologia, climatologia), studia e fornisce le norme tecniche per la coltivazione e la gestione dei boschi.

«E il soggetto da gestire, il bosco, come va definito?» chiede Giovanni che da ragazzo andava alla ricerca di nidi e li sapeva distinguere tra i vari uccelli.

È stata da tempo abbandonata l'espressione alquanto retorica e insufficiente che definiva il bosco come un insieme di alberi, proseguo nella mia spiegazione, per presentarlo invece come un ecosistema biologico - a dominanza di alberi - complesso e dinamico; al quale partecipano anche altri organismi vegetali e animali (arbusti, fiori, specie vegetali minori, funghi batteri, licheni - associazione tra un alga e un fungo -, mammiferi, uccelli, insetti), che intrecciano rapporti e relazioni di vario genere, sia tra loro che con l'ambiente fisico (suolo, luce e clima) che li circonda. L'intricato complesso di relazioni tra le componenti dell'ecosistema, le interazioni con gli ecosistemi circostanti e con le diverse perturbazioni esterne, fanno si che ogni bosco sia un sistema a sé stante, con caratteristiche evolutive proprie e propri equilibri che lo rendono unico e diverso da ogni altro bosco.

Non si può, inoltre, trascurare di mettere in evidenza come la grande varietà di specie vegetali ed animali concorre ad attribuire al patrimonio forestale un alto livello di biodiversità che rende il bosco sano e ricco di vita.

L'uomo governa e tratta i boschi con i tagli. In relazione al modo di governo, si ha il bosco ad alto fusto se la rinnovazione avviene per seme cosiddetta via gamica. Per il silvicoltore quindi, il significato di alto fusto è in relazione all'origine delle piante e non al loro sviluppo. Mentre si ha il bosco ceduo se la rinnovazione avviene prevalentemente per via vegetativa agamica, mediante l'emissione di polloni su ceppaia tagliata. In questo caso solo la parte aerea - fusto e chioma - si rinnova, in quanto la ceppaia, la parte basale del tronco, continua ad assicurare la vita dei nuovi polloni.

Mario: «Ma come bisogna procedere per mettere in atto le azioni per una buona gestione dei popolamenti forestali?».

Prevedevo questa domanda. Nel tascapane, insieme a altre cose utili (acqua, coltello e binocolo), avevo messo degli appunti su questo argomento.

«Abbiate un poco di pazienza» dico agli amici. Ecco, ho trovato quello che serve. E comincio a leggere.

Si inizia con una serie di operazioni preliminari che possono essere, in sintesi, le seguenti: scelta degli obiettivi che si vogliono perseguire; descrizione delle caratteristiche fisiche e morfologiche della stazione forestale; descrizione del soprassuolo; scelta dei trattamenti.

Scelta degli obiettivi (per una buona gestione dei popolamenti forestali):

  1. mantenimento del sistema bosco in equilibrio con l'ambiente, agendo sui processi evolutivi del sistema senza turbare eccessivamente gli equilibri esistenti;

  2. assecondare la rinnovazione naturale;

  3. favorire la diffusione delle specie autoctone;

  4. tendere, limitatamente ai tipi forestali che lo consentano, alla costituzione di popolamenti misti;

  5. effettuare utilizzazioni non intense e dilazionate nel tempo;

  6. favorire, nelle classi di diametro superiori, la presenza di soggetti di elite, per portamento e stato vegetativo, che possano garantire una disseminazione di qualità, ma anche dei soggetti monumentali e/o secchi e marcescenti che consentano la formazione di particolari nicchie adatte alla vita di varie specie animali e di insetti, accrescendo in questo modo la biodiversità del sistema;

  7. agevolare, compatibilmente con particolari esigenze socio-economiche locali, la conversione delle formazioni governate a ceduo in fustaia, procedendo, a seconda dei casi, con interventi diretti, o per invecchiamento, ovvero lasciando le formazioni alla libera evoluzione;

  8. saper coniugare gli obiettivi sopra elencati con la valorizzazione degli aspetti economici e sociali che il bosco può svolgere in alcune realtà forestali.

Per lo studio della stazione forestale, i caratteri distintivi della stazione da esaminare sono: la morfologia, orografia, pendenza, rocciosità della zona, la temperatura, la piovosità totale e la relativa distribuzione nell'anno, la presenza di neve, il suolo, la luminosità.

Per lo studio del soprassuolo forestale, il modo in cui si rinnova il bosco (ceduo o alto fusto), i caratteri distintivi sono la composizione specifica (indica la ripartizione tra le specie costituenti il bosco che si definisce puro quando una sola specie costituisce almeno l'80% della copertura; boschi misti o polispecifici quando sono costituiti da molte specie di latifoglie, di conifere o di conifere e latifoglie) e la struttura (indica la distribuzione delle piante nello spazio).

Si chiamano boschi monostratificati o monoplani quelli in cui tutti gli alberi dispongono le loro chiome su un unico strato, cioè pressappoco alla stessa altezza. Boschi pluristratificati o biplani quelli dove gli alberi occupano con le loro chiome lo spazio aereo a diversa altezza dal suolo e non su un unico livello. Struttura per età (bosco coetaneo e disetaneo) e stadio di sviluppo.

Aggiungo ancora che i diversi parametri che caratterizzano un bosco sono tra loro correlati e collegati.

Terminata la lettura dei miei appunti, Mario riprende il cammino e noi insieme a lui...


[continua...]


Lorenzo Potena

Fonte: https://www.altosannio.it/, 28 agosto 2018.

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