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Il territorio di Capracotta: attraverso il secolo XIX


Gualano di Capracotta

Degli eventi del secolo XIX non difettano documenti e giudizii di ogni sorta. Molti son vivi nella memoda di noi sopravvissuti nel secolo XX, onde mi soffermerò a quelli più attinenti allo scopo di questo scritto.

Con l'entrata di Giuseppe Bonaparte al governo di Napoli (febbraio 1806) fu proclamata l'abolizione della feudalità con la Legge del 2 Agosto. Rispose questa Legge ai bisogni ed alle aspirazioni del popolo? Ebbene, oso affermare che no. Che cosa infatti turbava le popolazioni? Era l'ordinamento feudale, giunto a tale eccesso da far considerare il Barone come padrone di tutto e dominatore di tutti nei singoli luoghi a lui soggetti: la massa dei sudditi quali usufruttuari parziali di quanto a lui universalmente appartenesse. Ogni adito alle iniziative individuali o delle Comunità ostinatamente precluso. Mi par ovvio, dunque, che sarebbe stato semplicissimo troncare questo intollerabile ordinamento, con la completa sua inversione, attribuendo cioè innanzi tutto alle Comunità la padronanza patrimoniale, dei Demani feudali nel rispettivo territorio, ed assegnando al Barone tanta parte dei frutti e dei provventi dei beni sottratti alla sua disponibilità da restarne in grado di vivere con la famiglia in perpetuo più che decorosamente, oltre al lasciargli liberi i beni privati o burgensatici.

In quella Legge invece prevalse il soffio della deprecata supremazia baronale. Fu lasciato al feudatario il prestigio fumoso della nobilità (art. 13) che ne sovrapponeva la personalità a quella dei singoli, quasi ancora suoi spregevoli umili soggetti; poi, quel che più monta, lo lasciava proprietario di somma parte dei territorii e dei beni immobiliari d'ogni specie (articoli 9-12-13-15).

L'esecuzione di quella Legge, levata a salvar capra e cavoli, divenne una fonte copiosissima di nuove pene e di contese in cui dovettero ingolfarsi i nostri Comuni e Comunelli, e un vasto campo di pappatoria aperto a quanti avrebbero dovuto provvedere a derimerle.

Commissioni accozzate, Archivi rovistati, Processi riesumati, Commissari, Periti, Agenti, Agrimensori su e giù. Poi Prefetti, Consigli e Giunte provinciali in faccende per discutere e per impedire ai Comuni di fare un passo senza superiore intervenfo, contrasti di quotizzazioni, di vincoli, di scioglimento di promiscuità, procedimenti contro i 1avoratori che prendevano l'accetta o l'aratro ecco in pochi tratti il disastro sopravvenuto e che gravò su di noi meridionali per oltre il secolo che ne seguì. Non senza ragione restò celebre fra i giuristi il motto "L'Idra feudale ancor morde".

Esemplare fu il caso di Capracotta. Nel suo territorio il Duca aveva dominio su 6.800 tomoli di are 33 e dispari ciascuno; la Badia di Montecassino su 1.800: il Monastero dei Celestini di Agnone su circa 1.000; dimodoché dei 13.500 che lo componevano solo 5.000 eran considerati Demanio del Comune.

La proprietà privata era affatto insignificante, anzi nulla, or quando, più di un anno dopo alla promulgazione di quella Legge, ne fu affidata l'esecuzione alla Commissione delle Gravezze (o Commissione feudale, 11 Nov. 1807) quella Commissione (che in verità ebbe ad esplicare una incredibile attività di fronte ad una congerie immensa di volumi processuali su contese agitatesi da tempi remoti e senza risultati fra popolazioni e feudatarii) quella Commissione dico pronunziò due sentenze relative a Capracotta in date 10 Aprile e 26 Luglio 1810 con le quali, non soltanto attribuì al Duca 6.300 tomoli, ma di questi nientemeno ne dichiarò 4.400 proprietà assoluta, qualificando feudi separati Macchia ed Ospedaletto cioè feudi esenti da usi civici!

Primo ad imbattersi nella falla aperta da queste sentenze ne fu l'esecutore Biase Zurlo, eminente nostro comprovinciale. Egli cercò di rimediarvi, esponendo nella sua Ordinaza 19 Dicembre 1811 la necessità di derogare al rigido dispositivo su quei feudi separati mettendo innanzi il bisogno di molta quantità di combustibile pel rigido clima di Capracotta, e stabilì competere alla popolazione la comunanza del legname boschivo fra popolo e feudatario anche sui feudi separati. Ne dovette compensare però la casa ducale, assegnandole altri 337 tomoli di terre coltivate in contrada Paduli, contigui a Monteforte che l'Università vantava qual Demanio Comunale.

La Commissione nelle su citate Sentenze, mentre aveva definite come feudali separate le nostre contrade di Macchia ed Ospedaletto aveva qualificato come demani feudali (cioè con pieni usi civici) le altre due di Monteforte e di Macchioli. Quest'ultima denominazione mai incontrata per lo innanzi, apportò una certa confusione, ma in sostanza comprendeva le tre contrade di Cannavina, Cannavinello e Guastra. Ma Zurlo diradò la confusione stessa attribuendo al Comune la demanialità di Cannavina (tomoli 285), e del più basso lembo di Guastra, detto Difesa dei Bovi (tomoli 108), giustificando questo assegno quale compenso degli usi civici di pascolo sui precedenti due feudi separati, sottratti al Comune. Sparvero gli antichi attributi di Capracoctæ feudum, Capracoctæ Castrum e restarono definite da Zurlo come demaniali comunali le contrade più immediate al paese (Guardata e Stocco, Cese, Santacroce, Pietralearda, Sottolaterra, ossia gli interi avvallamenti orientali ed occidentali, dell'abitato cui si aggiunsero Vallesorda, Cannavina e Difesa delle Guastra 6.600 tomoli) con altra ordinanza del susseguente giorno 20 Dicembre 1821.

In questa però, prenotando che la somma parte dei surriferiti territori si presentava poco atta alla coltivazione ed alla quotizzazione, ma nondimeno in molte parti s'era ficcata la zappa e l'aratro, affidò al perito Giovanni Paolantonio il modo di regolare questo stato di fatto. Il perito trovò che queste terre, coltivate ed occupate da 172 contadini avevano una estensione complessiva di 215 tomoli, che gli occupatori chiedevano di tenerle definitivamente come proprie. Furono accontentati e perciò il 18 Agosto venne approvato un Ruolo coi loro nomi e i canoni per le singole terre ripartite in tre classi, la prima col canone di £. 2,20, la seconda di 1,76, la terza di £. 1,32.

La somma parte dei contadini aveva prescelte le terre dei demani feudali per la coltivazione.

Avvenne poi che, morta la Duchessa (1825?), parecchie questioni sorsero sulla eredità, ma i creditori suoi e degli eredi ne fecero espropriare i beni.


Il territorio di Capracotta
Chiesetta di S. Giovanni e piazza Emanuele Gianturco.

Già nel 1816 era stato venduto l'Ospedaletto a Gaudenzio Scocchera. Gli altri di Capracotta, messi all'asta nel 1854, rimasero aggiudicati a un illustre giureconsulto capracottese, Stanislao Falconi per 18.000 ducati (76.500 lire). Nella ripartizione del prezzo molti creditori ne rimasero fuori, tra cui la nostra Congregazione di carità pel capitale di 700 ducati.

Ma perdurarono le contestazioni, principalmente per la misura dei terraggi che pretendevansi esigere dai Coltivatori diventati numerosissimi. Alle proteste di costoro nel 1860 seguì giudizio chiuso con la loro condanna (Sentenza della Cassazione 10 Luglio 1862) alla contribuzione di mezzo tomolo di grano (litri 28) per ogni tomolo di terra di vecchia colonia, e di un tomolo per le altre di recente coltivazione. In seguito alla legge 8 Giugno 1873 fu chiesta loro dal Falconi la commutazione dei terraggi di vecchia colonia con citazione per pubblici proclami, e nel 1884 con istrumenti collettivi pei Notai Di Ciò e Di Rienzo fu confermata la corrisposta di £. 4,25 in sostituzione dei litri 28 di grano, e questo canone affrancabile al cinque per cento.

Contemporanea sorse l'altra della ripartizione dei boschi che Zurlo aveva lasciati promiscui, contestazione che dal 1861 al 1904 ebbe svariati e clamorosi dibattiti in sedi amministrative e giudiziarie che sarebbe lungo enumerare, ma che si chiuse con l'accoglimento dei voti della cittadinanza nostra, cioè con la conservazione dello stato promiscuo, accoglimento che apparve quale un vero trionfo tanto che ne fu eretto un monumento dedicato ad Emanuele Gianturco, patrocinatore della causa dei capracottesi.

Pure concomitante si svolse un'altra contesa che si era andata agitando fin dal 1827 fra i coltivatori dei terreni nel piccolo feudo o terzo di Santacroce (stendentesi verso oriente fino a quella Difesa dei Bovi nelle Guastra data da Zurlo a Capracotta) avverso a quegli emigrati capracottesi a Deliceto Sig.ri Di Majo per terraggi da costoro pretesi e pel rifiuto che i primi opponevano. Ma la tesi di rivendica, celata col rifiuto dei capracottesi, era troppo ardita per essere accolta dall'autorità giudiziaria, la quale nel 1836 li aveva condannati. La condanna però, rimasta sospesa fino al 1888 per appelli interposti, fu confermata da sentenza della Cassazione nel Maggio 1897, ed allora l'Ente Comune addivenne a transazione coi superstiti della famiglia Di Majo Sig.ri Vincenzo ed Elisabetta pagando loro un capitale di £. 21.000 a tacitazione di ogni pretesa.

Quando poi la Commissione feudale nel 1810, esaminando le condizioni del territorio di Capracotta, si imbatté nei diritti che vantava la Badia di Montecassino su Vallesorda, ordinò alla Badia l'esibizione dei titoli costitutivi di quei diritti. Ma, o che quei titoli giacessero dimenticati fra i processi innanzi al S. R. Consiglio (tra essi la primitiva donazione del 1040 da me riferita in questo scritto), o che i Cassinesi non se ne brigassero, dato che il Bonaparte aveva incamerato le loro rendite ai reali demanii, o per altro motivo, certo la esibizione non avvenne; e pertanto la Commissione assolse definitivamente l'Università dal contributo degli ottanta ducati annui di prestazione a cui si era obbligata con l'istrumento del 1781. E questo fu l'unico positivo vantaggio che l'Università trasse da quei provvedimenti abolitivi della feudalità.

Tra le innovazioni politico-amministrative apportate dai Bonapartisti con la formazione delle nuove provincie, ripartite in Distretti (Decreti 8 Dicembre 1806, 4 Maggio 1811), il territorio di Capracotta fu distolto dal Dipartimento di Lanciano e riunito alla provincia autonoma di Molise, e nel distretto di Isernia.

A reggere la Provincia fu messo a capo un Intendente, assistito da un Consiglio provinciale, dapprima formato con ristretto numero di membri; poi accresciuti sotto il Murat, e più ancora nel 1816 dal Borbone. Allora Capracotta, coi Comuni limitrofi, uniti in mandamento vi ebbe il suo rappresentante. A reggere il comune furono istituiti Consigli formati da Decurioni, con a capo un Sindaco e tre Eletti, tutti di nomina dell'Intendente; dovevano essere provvisti di un determinato censo.

Per l'amministrazione della giustizia Capracotta fu incluso nella giurisdizione del Giudicato Regio distrettuale di Isernia e poscia nel suo Tribunale. In paese era soltanto un Conciliatore, oltre al Giudice di pace (Pretore).

Istituiti gli enti laici di beneficenza, col titolo di Congregazione di carità fu trasformata con tal nome e laicamente, sotto tutela amministrativa la Pia Opera di S. Maria di Loreto.

Ho fatto già cenno del locale Montefrumentario fondato dai fratelli Liborio e Gregorio Campanelli, con disposizioni testamentarie del 1792 per Notar Persico di Napoli e 21 Dicembre 1800 per Notar Vizzoca di Capracotta.

I loro beni all'uopo destinati furon valutati in inventario 6.700 ducati complessivamente; ma pare che dalla vendita non si ricavasse tale somma. Inoltre per contestazioni sorte nell'ammmistrazione dei beni stessi e delle somme raccolte, nonché per lungaggine dell'ufficio d'Intendenza, il decreto di erezione del Montefrumentario si ebbe il 28 Agosto 1822, col titolo di Eredità Campanelli. Nel 1827 poi, per un violento temporale scatenatosi in Luglio con grandine che devastò tutto il territorio (ne ho fatto cenno nelle Note botaniche) si fecero ad implorare soccorsi al Re Francesco I il quale elargì 1.000 ducati, e con questi si formò un secondo Monte, fuso però col primo, ma intitolato a S. Sebastiano protettore del paese.

Il duplice Monte prosperò: e pertanto nel 1831, con le esuberanze degli utili, fu creato anche un Monte di pegni, eretto in Ente con Decreto 12 Marzo 1832. Devo dirlo? Queste utili istituzioni precipitarono nel primo decennio del Regno d'Italia; ma su diversi fenomeni manifestatisi col nuovo Regime dovrò tornare fra poco. In conclusione quel tanto di capitale che poté essere ricuperato nel 1895 e 96 servì alla fondazione di una Cassa Rurale di piccoli prestiti, riconosciuta ed approvata con Decreto 18 Ottobre 1898, concentrata nell'amministrazione della Congregazione di Carità, ma che vive di vita assai grama.

Col Governo del Murat fu pure intrapresa la formazione del Catasto fondiario, che dal 1816 determina le parti del nostro territorio e ne regola il reddito imponibile.

Per l'insegnamento non c'era che il seminario di Trivento per istruirsi, ma ecclesiasticamente. Fu anche del Governo del Murat e per opera di Biase Zurlo coadiuvato da Giobbe Baudino, e da Agostino de Santellis, la istituzione del Collegio di Campobasso, prima fondazione laica della istruzione, in provincia aperta all'insegnamento ed all'accolta dei convittori il 17 Novembre 1817, con una dotazione di 6.000 ducati (25.500 lire), collegio dove nel 1863 mi rinchiusero per iniziarmi a questo triste mestiere dello scribacchino. Capracotta contribuì finanziariamente alla erezione del Collegio, acquistando il diritto di tenervi un alunno paesano a metà retta annuale.

Qualche po' d'insegnamento privato era impartito in paese solo da preti, che all'uopo dovevano munirsi di apposita autorizzazione Governativa. Dopo cominciarono a sorgere le scuole Pie, dette così perché sostenute da Enti di beneficenza.

Ed a proposito di ecclesiastici mi piace di riassumere brevemente ciò che esposi in altro opuscolo, che cioè in Capracotta s'era costituito con Bolla Pontificia fin dal 1622 un clero composto di sette sacerdoti ed un parroco, sovvenzionati dalla Pia Opera di S. Maria di Loreto, con obbligo di tutte le funzioni pro Populo. In seguito alla ricostruzione ed all'ingrandimento della Chiesa il numero dei sacerdoti fu portato a dodici con relativo accrescimento della prebenda (1754), e questo clero ottenne nel 1757 dal Vescovo Pitocco di essere costituito in Capitolo Collegiale e nel 1772 dall'altro Vescovo Paglioni conseguì le insegne maggiori. Mancò peraltro la convalidazione Pontificia al Capitolo, onde la Commissione dei Vescovi, chiamata all'esecuzione del Concordato del 1818, rivedendo i titoli di ciascuna Chiesa, riconobbe quella di Capracotta solo come Ricettizia numerata (1842). Nel 1854 la Chiesa stessa fu elevata a vera Collegiata in via affatto eccezionale con Bolla Pontificia del 15 Maggio e Regio assenso del 23 Dicembre 1855.

In seguito alla ricostruzione della Chiesa nel primo decorso del 1700 i nuovi altari, quattro sulla sinistra, quattro sulla destra, due in fondo alle navate laterali, ebbero nuovi patroni, i quali vi apposero statue o quadri di Santi a cui essi erano particolarmente devoti; buona parte differenti da quelli elencati nella Relazione Cafaro del 1671.

Nel corso del secolo XIX taluni di detti altari mutarono di patrono. Pertanto sulla sinistra s'incontra prima quello dedicato a S. Michele, un tempo della famiglia Carnevale, poi dei Carugno: secondo l'altro a S. Anna, un tempo dei Mosca, poi dei Di Rienzo (successori di Sebastianello); appresso l'altro alla Concezione della famiglia Conti (successori di Filippo); quindi l'altro alla Madonna del Rosario, un tempo dei Pizzella poi dei Falconi (successori di Francesco). In fondo quello al Sacramento dei Campanelli fondatori del Montefrumentario, poi della Confraternita del SS.

Sulla destra, prima l'altare alla Madonna del Carmelo della Confraternita omonima; appresso l'altro a S. Giuseppe della famiglia Castiglione; in seguito l'altro a S. Pietro Apostolo della famiglia Falconi (successori di Leonardantonio); poi quello a S. Sebastiano protettore dell'Università. In fondo l'atro all'Addolorata di un'Associazione di sorelle fra le quali emergono diverse signore (Corvinelli, Peschi, Conti, Di Tella, Falconi ecc.). Lateralmente a questo altare una nicchia conteneva un pallido S. Domenico Sorano col suo serpe, coculliano della famiglia Pettinicchio, statua detronizzata da un Cuore di Gesù della famiglia Ianiro.

Frammezzo agli altari della Concezione e del Rosario un ingresso scavato nella spessa muraglia di sinistra, mena ad una Cappelletta ove una discreta statua di S. Filomena, adagiata sul letto di morte, è custodita in una capace urna ad invetriate. La cappella fu fatta bellamente adattare, e dotata della statua e dell'urna dall'Arciprele Achille Conti (che resse la cura dal 1834 al 1846) e la trasmise ai suoi nipoti Gianlorenzo, Gaetano, Leopoldo.

Dalla navata di destra, scendendo nella Cappella della Visitazione e Morte, un altare laterale a S. Francesco di Paola appartiene alla famiglia Ciccorelli; quello principale della Confraternita ha ìl gruppo statuario artistico della Vergine e di S. Elisabetta del Colombo, di cui ho fatto parola nella nota 150 ter. Il S. Francesco è pure una bella effigie mentre le altre dianzi annoverate lascian molto a desiderare.

Nella chiesetta di S. Antonio, il Santo, vestito di nero, col giglio alla mano e un bambino non suo nell'altra, viene festeggiato dalla gente del quartiere, e gli fan compagnia un S. Nicola color cioccolato che distribuisce benedizioni con tre dita, della famiglia Stabile; una S. Lucia, che ha molte devote, ma guasta la vista, al contrario di quella ch'è in Cielo; così una Madonna dei Miracoli, che non è il caso di farne, ma richiama ogni anno un pellegrinaggio da Casalbordino nei primi di Giugno.

Nell'altra chiesetta di S. Giovanni, ugualmente festeggiata dalla gente del limitrofo quartiere, la statua del Santo indarno, nella sua meschinità, si sforza di raffigurare il gran Battezzatore di Gesù. Invece vi fa bella mostra di sé una S. Chiara della famiglia Conti (coniugi Tommaso e Michelina), famiglia cospicua e benefattrice.

Ancora un'altra chiesetta eretta nel 1783 da Agostino Campanelli in onore di S. Vincenzo Ferreri e dell'Incoronata racchiude un S. Alfonso, mezzo busto al naturale.

Nei tempi attuali però poche di quelle famiglie nominate serbano qualche ossequio particolare ai rispettivi altari; un formale diritto di patronato non sussiste più, giacché fra l'altro mancano ecclesiastici da poter investire del beneficio: tutto riman concentrato nel Parroco, unico rappresentante del Clero, oggi Leopoldo Conti, nipote dell'altro anzi nominato.

Nella generalità il fervore religioso appare assai attutito; può dirsi che vige la superstizione al posto della religione, e chi sa questo di passo dove arriveremo.

Nel 1867-68 il Governo d'Italia, abolendo le Collegiate, tra tante altre istituzioni ecclesiastiche, ne incamerò i redditi ed i beni che questo popolo aveva raccolti ed assegnati alla propria Chiesa ed ai propri sacerdoti. A parer mio quella fu una confisca iniqua, tanto più che il Governo se ne disfece con inadeguato vantaggio e turbò in più modi l'intera cittadinanza, oltre che ridusse nella indigenza parecchi canonici già molto innanzi con gli anni.

Già questo avvenne perché il nuovo Governo d'Italia unita non fu in principio un governo Italiano, ma Piemontese. Esso venne ad insediarsi fra noi nell'ignorantissimo preconcetto, gìà tenuto da Napoleone, di una Italia Meridionale inesauribilmente ricca e sfruttabile; per cui subito vi sguinzagliò numerosi suoi agenti fiscali. Dai quali i sudditi rimasero assai turbati soprattutto pei metodi introdotti abbastanza arbitrari di accertamenti e di riscossioni, cui si aggiunsero i disagi della introduzione della carta moneta, del sistema metrico decimale dei nuovi codici, delle nuove leggi, dei moltiplicati obblighi del Bollo e Registro. Poco appresso vennero il corso forzoso, l'obbligatorietà dell'affrancamento dei canoni sulle locazioni di Puglia, il prestito forzoso per la guerra del 1866; insieme ad un forte rincrudelimento del brigantaggio, la tassa sul macinato. Da questi molteplici aggravi diverse famiglie agiate qui restarono completamente rovinate e tutte indistintamente ne furono finanziariamente menomate o scosse. Seguì poi la sperperazione del vistoso patrimonio ecclesiastico di tutto il mezzogiorno.

Tutte le ricchezze così spillate alle nostre provincie andarono a beneficio delle settentrionali; per giunta il popolo meridionale fu disprezzato e deriso come sudicione, miserabile e malvagio.

Intanto i nostri comunelli restarono con le mulattiere per sole vie di comunicazioni, traversate ed interrotte da frane, da corsi d'acqua, senza ponti o ripari di sorta, con le campagne e le grandi strade di traffico infestate da malviventi; privi quasi tutti di cimiteri, di acquedotti, di scuole; e, quando essi dovettero aprirsi le strade, costruirsi i pubblici edifici, avere le scuole e le sepolture, scavarsi gli acquedotti, furon costretti a farseli a proprie spese, colmandosi di debiti ed aggravandone in conseguenza le derelitte nostre popolazioni.

Queste si sottrassero pian piano all'estrema miseria e selvatichezza non mai per aiuti di governi; ma dalla dedizione ai più duri lavori od ai mestieri anche più umili nelle Puglie, nelle grandi città e poi in altre terre, principalmente nell'America meridionale e settentrionale e tutto questo è noto.

Circa le consuetudini della vita privata ed i sistemi della vita pubblica nei nostri luoghi, entro il periodo trascorso fra gli ultimi tempi del regno Borbonico ed i primi del Regno Italico, non so far meglio che invitare i volenterosi a leggere la menzionata storia del De Cesare "La fine di un Regno" specialmente il capitolo I del secondo volume; ed il libro del nostro comprovinciale Signor Masciotta "Il Molise" specialmente il capitolo intitolato "Il bilancio morale di un secolo".

Il male maggiore è che il nostro paese è povero, naturalmente povero, più di ogni altro misero paesello, perché poverissima è la produttività del suolo del suo territorio come ho esposto nelle prime note di questo scritto. La prosperità, che unicamente davano un tempo i suoi pascoli, è tramontata, può dirsi, per sempre con l'abbattimento (o crisi) dell'industria armentizia. Il sottosuolo è del tutto e di tutto improduttivo. I boschi sono appena sufficienti pel solo combustibile necessario al lungo inverno.

Di questa innegabile povertà dovrebbero persuadersi i reggitori dello stato ed i loro agenti e dipendenti, al contrario di quel che han creduto ed agito finora.

Capracotta non ha neppure l'acqua sufficiente pei suoi abitanti e potrebbe averne, almeno la potabile, con l'elevazione delle scaturigini del Verrino, ovvero delle altre a piè dei Monti verso Pescopennataro, però con rilevante spesa, che la stremata finanza comunale non può sopportare. Ma mandate a dirlo ai governanti! Vi risponderanno che ben si possono regalare diecine di milioni per acquedotti a città cospicue e ricche (Perugia ad esempio, Venezia); ma per tanti sitibondi Comuni della Cenerentola Molise non ci sono mai fondi stanziati in Bilancio. Però, se volete un prestito a conto lo devono garantire e pagare alla Cassa Depositi e Prestiti i soli, possessri di terre e di fabbricati.

Capracotta ha sede di Pretura, ma per andare nei Comuni del Mandamento non v'è altro mezzo ordinario e sistematico che il ciuco, o qualche altro quadrupede altrettanto flemmatico, sul quale tragitta la posta quotidiana e la gente che paga la carta bollata, l'avvocato le tasse al Cancelliere o al Ricevitore, Dio sa perché.

E passi per Casteldelgiudice e S. Angelo del Pesco, che han poco discosto la ferrovia Sangrina; ma per Pescopennataro (saluberrima v1llegg1atura per gli abeti che la cingono) non c'è stato modo di ottenere il prosieguo dell'automobile che percorre la strada Capracotta-S. Pietro Stazione, che è pure l'unico approdo dei Pescolani.

Così pure il sullodato ciuco rimane quale unico e fido amico a cui pazientemente raccomandarsi per arrivare sani e salvi ad Agnone traverso quella mulattiera semplicemente spaventevole. Se volete poi che il ciuco trotti sulla rotabile non avrete a fare che 40 Kil., quando ce ne sono 4 o poco più in linea d'aria.

Contentiamoci però che non sia peggio, consoliamoci d'aver potuto pagare le più necessarie strade carrozzabili, l'acquedotto, per quanto scarso i principali edifici d'uso pubblico.

E rallegriamoci che ci sia stato un concittadino, il quale, senza chieder nulla a nessuno, né piegando ai primi insuccessi, per essere stato male assecondato, ci fa tenere la luce elettrica, il molino in paese, la trebbiatrice, macchinari a movimento elettrico, e l'autobus per andare alla stazione. Il concittadino benefattore, che mise in atto così il principio del "non qui bene incipit, sed qui perseveravit" fu l'avv. Leonardo Falconi della famiglia donde erano usciti Stanislao, Giandomenico, Nicola, menzionati in questo scritto.

Ho detto consoliamoci di aver potuto pagare le varie opere pubbliche (tra cui oltre 40 Km. di strade). Ci sarà qualcuno, lo spero che vorrà adoperarsi a mettere in luce quanto costarono quelle opere alla popolazione di Capracotta, vissuta sul finire del secolo XIX e il principio dal XX. E, se per poco ad essi aggiungerà il costo dei litigi pei demani Feudali, e poi per il loro riscatto, vedrà che durante la vita di una generazione sola, vennero fuori dal popolo qualche paio di milioni di contributi, e ciò di pari passo coi sempre crescenti oneri fiscali!

Mostrerà come ci fu una legge sulle strade obbligatone imposta ai più poverelli Comuni del Mezzogiorno quasi misura punitiva della loro stessa miseria, e quasi che quelle strade dovessero considerarsi come una proprietà redditizia riservata a sé soli. Con questo opprimente criterio si venne ad imporre anche la manutenzione di quelle strade ai Comuni stessi. Né siamo usciti del tutto da questo velenoso criterio. Bordone allo stato in questa oppressione tenne sempre la nostra Amministrazione Provinciale. Che anzi per le bizzose competizioni durate gran tempo in seno a quella Amministrazione, si andò ostacolando il compimento di altre Opere pubbliche nella Provincia; ad esempio quella strada designata, parmi in serie, col n° 70, che avrebbe congiunto più brevemente questo Mandamento all'altro di Agnone, ed avrebbe data una pulsante arteria al vasto, ma impervio territorio orientale di Capracotta e occidentale di Agnone. La competizione, divenuta dispettosa, giunse al segno di sopprimere i progetti di quella strada che due Ingegneri di sangue Capracottese avevano diligentemente e disinteressamente studiati: Francesco Pettinicchio da Cerignola, prima e poi Francesco Giancola da Roccaraso.


Luigi Campanelli




 

Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

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