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Il territorio di Capracotta: periodo degli Angioini



Il territorio di Capracotta alla mercè di nuovi Feudatarii

Non maggior luce si spande attraverso il succedersi della Dinastia Angioina, anzi forse la confusione è maggiore. Ma quel che più penoso riesce nelle ricerche fra le memorie di tutto il periodo medioevale, è l'assenza di ogni traccia della maniera di vivere dei nostri antenati in quella lunga èra, sia nei rapporti privati, che verso le comunità; né ci resti cenno del numero delle famiglie, dei cognomi, delle più comuni usanze.

Dei Feudatari non sappiamo altro se non che, quando re Carlo d'Angiò, assiso sul trono di Napoli, largheggiò di rimunerazioni ai suoi fedeli ed ai sostenitori della sua venuta, sanzionate nel 1269, si rammenta che al romano Riccardo Anibaldi fu assegnata la metà di Agnone, che fu dei Borrello per 30 Oncie d'oro; e che altri ebbero in queste parti Signorie «per concessioni del medesimo Re o per non esserne privati come suoi fedeli». Ma quale metà? L'altra rimase forse al d'Ebulo? Sono punti oscuri che ne rimangono, tanto più che trovasi segnato un Andrea de Sully quale vassallo di Maccla Strinata, ritoltagli dal medesimo Re Carlo nel 1219.

La confusione si aggrava nel decorso di tempo posteriore, perché trovasi annotazione del nostro Ospedaletto, trasferito con le Baronie di Forlì e di Castel di Sangro al vice Ammiraglio Cornay, la cui unica figliuola, Maria, andò sposa ad Andrea Carafa, ed a costui restarono i detti feudi fra il 1340 e 1360. Anzi costui acquistò gli altri di Capracotta nel 1352. E così i Carafa assunsero, con gli altri molti, il titolo di Signori di Capracotta, di cui tuttora qualcuno si vantava ai nostri giorni.

Intorno al 1430 però un Antonio d'Ebulo aveva preso in moglie Andriella Carafa e con lei riebbe in dote i feudi di Capracotta meno però lo Spedaletto restato ai Carafa.

Che la Signoria dei d'Ebulo potesse coesistere con quella limitrofa e vastissima dei Caldora, saliti in quell'epoca all'apogeo della potenza, è spiegabile col fatto dei legami di affinità strettisi fra gli uni e gli altri, perché Giacomo Caldora, vincitore di Braccio da Montone ad Aquila, ebbe in moglie Medea d'Ebulo, ed Antonio Caldora loro figlio (l'avversario di Alfonso d'Aragona) ebbe in moglie Caterina d'Ebulo.

Abbandonando il noioso campo delle incertezze sui nostri oppressori, appare notevole nel nuovo dominio Angioino l'imposizione delle fiscalità dal potere Regio direttamente alle singole Comunità. E questo fiscalismo in duplice forma sotto le carezzevoli locuzioni di Collette e di Sovvenzioni, ché quanto al resto è nella storia la cupidigia di Carlo I e di sua moglie «avida di corona e di ricchezze», quale la definisce il Cantù. Veramente le Collette ebbero origine più antica, cioè fin sotto i Normanni, che chiedevano con questo nome sussidi straordinari ai propri Conti e Baroni; e che divennero più frequenti sotto gli Svevi.

Carlo primo si avvalse d'una maniera assai spiccia per aver danari; cioè ordinava ai Giustizieri delle Provincie di fargli pervenire per un dato giorno tante once d'oro, così ad occhio e croce. Per esempio nel Luglio 1274 mandò ordini al Giustiziero del nostro Contado di Molise di fargli pervenire 1.000 once d'oro a Lagopesole presso Melfi pel primo Agosto. Nel 1276 ne ordinò un altro di 500 per l'otto Dicembre: nel 1283 una terza pure di 1.000 once. È facile immaginare con quanto giusti criteri potessero raccogliersi in breve tempo dette prestazioni dai feudatari e da questi ai propri dipendenti.

Della ripartizione della seconda delle cennate imposte, cioè le sovvenzioni, fatta pare posteriormente con più equi criteri, abbiamo un saggio documentato nella "Cedula generalis subventionis imposita in Justitierato Terra Jaboris et Comitatus Molisii, datum per Magistros rationales Magnæ Regiæ Curiæ Anno Domini 1320 die nona Octobris" Regnante Roberto d'Angiò, l'amico del Petrarca.

Questa Cedula, trascritta dal Minieri Riccio nelle "Notizie tratte da sessantadue registri Angioini" dell'Archivio di Stato in Napoli può considerarsi come un ruolo in piena regola dei nostri tempi. In essa troviamo finalmente una indicazione di parti feudali nel nostro territorio assoggettate all'imposta Sovvenzionale come appresso:

  • Maccla Strinata per unce nove e grana quattordici;

  • Capracotta per unce otto e grana sette;

  • Monsfortis per unce cinque tareni 24 e grana sedici;

  • Vallisurda per unce cinque tareni tredici e grana undici.

Se si consideri ora, salvo lievi differenze, che un tareno era formato da ventiquattro grana; ed un'Oncia da trenta tareni o tarì, avremo che gli abitanti di questo territorio contribuivano con ventisette once e tre tareni, e poiché ogni oncia valeva ventisei lire oro dei tempi nostri si deduce che pagavano circa settecento lire oro Napoleonico. Se si consideri altresì che Napoli era tassata per seicentonovantatre once (ossia diciotto mila lire e circa) e che la sua popolazione si aggirava sulle 250.000 anime, la tassazione veniva a corrispondere a settantacinque centesimi per abitante. Quindi, se Capracotta contribuiva alla stessa ragione, può bellamente dedursi che i suoi abitanti erano poco meno di un migliaio nel primo ventennio del 1300.

Ma essi andarono crescendo di numero piuttosto rapidamente come è dato dedurre dagli eventi del tempo posteriore.

Fu in principio del periodo Angioino che potette quietarsi la contesa fra i Monaci Benedettini ed i Capracottesi per i redditi di Vallesorda che il Padre Roffrido aveva destinato alle tonache dei frati di S. Pietro. Il Gattola ne fa menzione nella Sua storia di Montecassino: «In istrumento anni 1294 facto quod litem continet inter homines Vallissurdæ et monachos Sancti Petri pro redditibus ab his hominibus solvendis». La contesa doveva essersi agitata su questa circostanza che quegli eremiti, i quali assistevano la chiesa di S. Nicola di Vallesorda, giustamente pretendevano che i redditi o somma parte dei redditi di Vallesorda restassero a proprio beneficio anziché per rivestire i frati di S. Pietro. Poi quegli eremiti nel 1294 non c'erano più come riferisce altrove lo stesso Gattola: «Ex quibus liquet monachos pro ea tempora in Ecclesiam Sancti Nicolai degisse».


Luigi Campanelli






 

Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

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