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  • I nostri pastori

    Sono bella gente sana e forte, fiera e onesta, rozzi, ma cordiali. Alti e rubizzi, con certe mazze nodose, a vederli incedere serii, maestosi, sembrano redivivi patriarchi. Passano le giornate all'aperto, seguiti dagli inseparabili mastini, nutrendosi quasi sempre di pane ammollato nell'acqua, condito d'olio e di sale. A sera, rientrano in un caseggiato di pietra, ricoverto di terra e d'erba; ivi, su poca paglia, passano la notte. Quando, d'autunno, preceduti dalle mandre belanti, scendono a svernare nelle Puglie, sembra d'assistere ad una migrazione primordiale. La massa bruna delle vellose spicca compatta sul verde dei tratturi, a cui sovrasta la figura nodosa de' pastori e fa séguito la carovana de' nitrenti, e su tutti si estolle sul cielo scialbo, sui campi ormai privi della gioia della vita, il coro dei belati, dei nitriti, degli abbaiamenti, interrotto di tanto in tanto dalle grida gutturali de' guidatori. E quel lembo di vita primitiva avanza lentamente verso il paese del sole, verso le Puglie, che da noi suonano luce e bellezza, e non ristà che a sera, in luoghi prestabiliti, dove un giorno sostarono i padri e sosteranno i figliuoli. È allora che si ha davvero l'illusione d'assistere all'arrivo d'una tribù in cerca di nuove terre e di nuovi destini. I buttari , simili in tutto, tranne nella crassa ignoranza, a quelli della campagna romana, arrivano precedendo il grosso dell'armento, scelgono il sito più adatto, che preferibilmente è una insenatura riparata da' venti e meno esposta agli assalti dei lupi, scaricano le masserizie, stendono le reti e, sciolti gli animali alla pastura, vanno in cerca di legna e d'acqua. Arriva, dopo qualche ora, il numeroso gregge a scaglioni di trecentocinquanta pecore, che noi chiamiamo mórra , uno dietro l'altra, senza confusione alcuna, occupando ognuno il posto da 'l massaro (capo) assegnato. Messi a posto gli animali, pensano a sé stessi, accendono un grosso fuoco, fanno l'immancabile acqua-sale o pancotto e poi vanno a seppellire la stanchezza ne 'l sonno, sulla nuda terra, coverti di velli di lana o di cappotti, avendo per guanciale un basto. Ben presto, ne 'l pacifico accampamento scendono le ombre ed il silenzio, rotto solo dal ritmico suono della campana de' castrati ( manzi ) che ruminano e da 'l tintinnio de' campanelli degli equini pasturanti. Dopo una diecina di giorni di viaggio, durante il quale sono esposti a tutte le ire degli elementi, arrivano in Puglia, dove restano per sette mesi, vivendo in campagna, in un ricovero costruito con grossi pali e canne intrecciate. Dormono in cuccette di legno a due piani sovrapposti, su paglia o su pelli, avvolti nello zaino , grosso sacco lanuto che li copre sino ai ginocchi. Non si spogliano che per cambiarsi la biancheria, dovendo nelle notti, in ispecie di verno, alzarsi più volte per governare gli animali e per proteggerli da' lupi. Fanno la pulizia da loro, mangiano quasi sempre acqua-sale e pancotto e ognuno per proprio conto, salvo nelle grandi occasioni, quando fanno tavola comune. A notte alta, prima d'entrare nelle cucce, si dispongono intorno al fornello , grosso fuoco al centro della cucina, e vi dicono il rosario, giuocano alla mòra o tagliano i panni addosso al prossimo o fanno discorsi più saggi e più pratici di quelli ne' circoli e ne' caffè. Ai primi giorni di quaresima mettono a bollire acqua e cenere e bevono la strana decozione, intendendo con ciò fare ammenda della baldoria carnescialesca, operazione questa che vien detta fare il bucato agli intestini . Alla fine di maggio, prima di partire per i patrii monti, fanno il sacco , grosso involto contenente gli effetti de 'l pastore, le prestazioni padronali, nonché le provvistuole per la famiglia: sapone, olio, frutta secche ecc. Tutto sommato, la classe de' pastori è formata di gente sana, allegra, semplice, disciplinata. Vivendo in campagna, senza essere costretta ai duri lavori de' campi, e lungi da' bagordi, essa desta l'invidia di tutti gli altri lavoratori. Ru mestier' d' ru pastore è na cuccagna, è com' e rugnóne 'mmies'alla sogna: ze mòre la pèchera grassa e ze la magna, fa la recotta fine e ze lècca l'ògna. Ru mestier' d' ru pastore è na cuccagna. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Folklorica pastorale capracottese , De Gaglia e Nebbia, Campobasso 1910.

  • Capracotta, dove l'Appennino incanta

    1.525 metri: questa la quota del Giardino della Flora appenninica di Capracotta (IS), un luogo straordinario, dove le piante spontanee e le antiche varietà orticole, i semplici e le piante tintorie sono raccolte, coltivate e raccontate lungo il percorso che attraversa gli oltre 5 ettari di Giardino e che è fruibile anche dai diversabili. I restanti 6 ettari sono lasciati alla naturale evoluzione: la faggeta con il suo sottobosco e le radure si sta evolvendo verso il climax. Unico osservatorio della Regione Molise sulla biodiversità, il Giardino ospita molti habitat naturali e specie endemiche, rare e protette della flora montana e alto montana dell'Appennino centro meridionale. Carmen Giancola è la curatrice, appassionata ed esperta, di questa oasi meravigliosa, dove il Paesaggista può davvero rendersi conto del valore estetico delle piante spontanee e di come sia giunto il momento di usarle in modo "massiccio" anche nei contesti urbani, dove diventano portatrici sane di biodiversità e resilienza. La gestione del Giardino è affidata ad un Consorzio composto da: Comune di Capracotta, Università del Molise e Regione. Le attività didattiche e divulgative sono rivolte alle scuole e non solo e per approfondire e studiare con l'attenzione che meritano queste straordinarie piante, è possibile anche pernottare nella foresteria. Tutti i Paesaggisti che operano sopra agli 800 m.s.l.m. dovrebbero andare in pellegrinaggio al Giardino: troveranno ispirazione e suggestioni, scopriranno che ci sono altri modi di "dire paesaggio" e di trarre dalla flora appenninica tutto ciò che ci serve per "fare paesaggio". Senza andare troppo lontano (vedi piante esotiche) proviamo a portare nel tessuto urbano qualcosa di autentico, di significativo ed evocativo: piante che raccontino un territorio, la sua gente e la sua storia. Alessia Brignardello Fonte: https://www.aiapp.net/ .

  • Il petrolio di Capracotta

    Il tartufo? La neve? L'aria purissima? La natura incontaminata? No. Quando parlo del petrolio di Capracotta mi riferisco espressamente ai combustibili fossili, liquidi e gassosi, presenti nel sottosuolo della nostra cittadina, che furono oggetto di esplorazione da parte della Montedison S.p.A. - uno dei più grandi gruppi industriali italiani - nei primi anni '70, al termine dell'attività di ricerca lungo il margine appenninico inaugurata nel 1955 dal giacimento petrolifero del Cigno, in provincia di Pescara. Era infatti il 26 maggio 1970 quando la public company meneghina chiese al Comune di Capracotta il permesso di sondare il territorio per «la valorizzazione dei giacimenti». Le indagini geologiche preliminari avevano infatti rilevato calcari e dolomie del Giurassico, calcari detritici, argilliti rossastre, calciruditi organogeni del Miocene medio, marne e calcari marnosi biancastri, tutti timidamente sintomatici della presenza di gas naturale, anche se «è evidente che informazioni strutturali profonde potranno essere ottenute mediante rilievi geofisici». Con una spesa complessiva di 280 milioni di lire, la Montedison intendeva capire se Capracotta poggiasse su un giacimento petrolifero e, in caso positivo, assicurava che «la produzione verrà offerta a Società distributrici che posseggono una rete più vicina all'area oggetto della ricerca», fermo restando che la raffinazione sarebbe stata prerogativa di Montecatini Edison «e comunque in impianti nazionali e destinati al mercato italiano». Il 21 maggio 1971 arrivò l'ok alle esplorazioni che, precedute dai rilievi geofisici eseguiti dall'AGIP Mineraria, toccarono i 2.000 metri di profondità e furono realizzate in ottobre dalla Western, poi, nel luglio 1972, dalla tedesca Prakla. L'11 giugno 1973, tuttavia, la Montedison presentò istanza di rinuncia perché i risultati della prima campagna furono «purtroppo deludenti» e quelli della seconda «di qualità scarsa e molto povera». L'Azienda concluse il proprio rapporto sostenendo che «l'area non presenta [...], dopo l'effettuazione dei lavori geologici e geofisici sopra accennati, ulteriori prospettive, tali da suggerire una prosecuzione dell'attività esplorativa». Col senno di poi tiriamo un sospiro di sollievo. Un paese d'alta montagna, per sua natura vocato agli sport invernali, alla cura delle malattie respiratorie, alla produzione casearia e al cosiddetto slow living , non poteva esser deturpato dalle attività di perforazione legate ai combustibili fossili. Ma va ribadito che i capracottesi non si tirano mai indietro quando c'è da esplorare, ed è stato giusto averci provato. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: S. Ciafani, G. Zampetti e A. Di Matteo, Texas Italia. L'estrazione di petrolio e l'ipoteca sul futuro del mare e del territorio italiano , Atti del convegno, Legambiente, Monopoli, 12 luglio 2010; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; Montecatini, Permesso di ricerca "Capracotta" 1970-1973, Documentazione tecnica dei titoli minerari cessati; F. Orlando, Un esperimento per il Mezzogiorno: Borgo a Mozzano , in «Prospettive Meridionali», VII, Centro democratico di Cultura e di Documentazione, Roma 1961.

  • Le fonti di Monte San Nicola e la Maraton-Gita del '69

    Per molto tempo Monte San Nicola è stato tenuto in debita considerazione per il fatto di esser ammantato di mistero, per via della presenza di una grotta di difficile esplorazione che, da piccoli, consideravamo abitata da spiriti, demoni e tesori, il tutto dovuto ai racconti dei nostri nonni. Il monte è stato sempre bistrattato e superficialmente considerato a livello storico visto lo scarso rispetto nei tempi a seguire salvo qualche approfondimento recente da parte di Bruno Sardella. Nel 1848 i fratelli Saverio e Domenico Cremonese segnalarono la presenza sul Monte della Macchia (com'era allora denominato) i resti di un oratorio, di «mura in opera poligonale terminanti ad est in una struttura semicircolare» e frammenti di ceramica comune e scorie di fusione. Nel 1904 Antonio De Nino relazionò la presenza di frammenti di tegoloni e di grossi e piccoli vasi di terracotta, con la denominazione del santo barese che «è poi certa prova che una qualche chiesuola sorgesse in quel culmine e di cui resta fra le macerie un'acquasantiera spezzata». Nel 1931 Luigi Campanelli individuò la presenza di tombe: Osservando dall'alto la configurazione delle mura lungo il pendio sottostante, come ne son restate le vestigia, mi parve di scorgere in esse degli ampi recinti per raccolta di bestiame ovino, anziché resti di abitazioni umane. Queste probabilmente si trovavano sulla sommità stessa del Colle di S. Nicola dove mi vennero innanzi delle sepolture scoperchiate ed ossa umane che le bagna la pioggia e muove il vento! Triste spettacolo! Nel 1992 purtroppo il sito archeologico subì la quasi totale distruzione per effetto dei lavori di posa del metanodotto della Rete Nazionale! Dove c'è vita inevitabilmente c'è acqua, ed ecco che da questo punto di vista il Monte San Nicola può ben dirsi fortunato perché è circondato da innumerevoli sorgenti di vita: la Fonte la Gravara, la Fonte del Forno, la Fonte di S. Giovanni, la Fonte Cannavina, la Fonte dei Castrati e più giù, a mezzogiorno, c'erano l'Ariente e la sorgente Scannese. Nel 1969, in occasione della festa triennale della Madonna, a don Geremia Carugno venne l'idea, innovativa quanto geniale, della prima Olimpiade Lauretana: col supporto del prof. Michele Potena " la Salaròla " e dell'ing. Giuseppe Sammarone " la Furnàra " fu difatti organizzata la cosiddetta Maraton-Gita. Lunga circa 16 km. e con partenza dalla piazza principale, la corsa si snodava per tutto il territorio orientale con la maggior parte del percorso allo scoperto, senza nemmeno la presenza di alberi, "circumnavigando" Monte San Nicola e toccando quasi tutte le fontane summenzionate. I gruppi erano sedici, costituiti da cinque concorrenti l'uno, fra cui era d'obbligo la presenza di una donna, che terminava la sua corsa nei pressi della Fonte del Forno. Posso confermare che per molti quella esperienza fu massacrante, forse perché ne avevano sottovalutato l'arditezza: di certo chi non aveva preso sul serio quella maratona fra rovi e sentieri non battuti andò incontro a crampi e distorsioni, senza contare che la gara si svolse in un giornata d'agosto sotto un sole battente e un caldo asfissiante. Ogni volta che ci avvicinavamo a qualcuna di quelle fontane ci sentivamo come dei cammelli nel deserto; trangugiavamo un illimitato quantitativo delle diverse e freschissime acque messe a disposizione da madre natura, con l'unico desiderio di arrivare quanto prima al traguardo, l'agognata meta dei cammellieri che vedono sbocciare nel mezzo del deserto il raro fiore rosso di Palestina: il miral... Filippo Di Tella

  • Molisani e molisanità

    Il molisano ama molto il lavoro, qualsiasi lavoro, domestico e pubblico (per esempio ripitturare la facciata del Municipio di Campobasso). Purché gli sia concesso di farlo con l'alacrità di un messicano sfiatato. Dunque nessuno gli ingiunga di affrettarsi. Non abituato a comandare, non sa nemmeno ubbidire. Tutte le argomentazioni sull'isolamento e la ruvida naturalezza dei molisani, l'amabile indulgenza per gli agi che la regione non offrirebbe suggeriscono ai turisti più saputi l'idea di celebrare questa condizione come garanzia di zelante austerità e encomiabili virtù. Così insistono nel consigliare ai molisani di continuare a praticare l'isolamento e la naturalezza per restare in eterno ruvidi, poveri di beni e di spirito, ma tanto tanto simpatici. Si sa che i litigiosi governanti delle altre regioni d'Italia passano il tempo in dispute diuturne (diurne e notturne) e in deplorevoli inciuci. Al contrario quelli molisani preferiscono impegnarsi in più graziose funzioni e quando capita di dover prendere qualche decisione (diciamo a caso: la promozione televisiva della regione) in men che non si dica si mettono d'accordo e si precipitano in TV. A quelli si induriscono le natiche, questi sono abituati alle lievi brezze delle performance all'aria aperta. Quelli insaziabili di potere (e ricchezze annesse) vivono schiavi delle cariche pubbliche, questi titolari di scarse risorse con quelle di cui dispongono si dedicano a spaventare le zanzare. In questi ultimi tempi si tengono nelle varie sedi istituzionali molisane molti tavoli di lavoro motivati da un'unica idea fissa: la salvaguardia delle radici e dell'integrità della regione, minacciate dalla globalizzazione. Ebbene, tutte le pur intelligenti proposte avanzate risentono di una chiara mancanza d'equilibrio derivante da un clamoroso errore ottico. Non si riesce a vedere simultaneamente le cose come sono, entro un unico scenario, e si finisce sempre per considerarle a macchia di leopardo. Oggi un'istanza per la valorizzazione di Campitello Matese, domani un'altra per l'invaso di Occhito. Una, urgentissima, per trovare una soluzione al dissesto infinito della Bifernina, un'altra per distrarre dall'emergenza infinita della Bifernina. Oggi l'alta velocità per la Campobasso-Termoli, domani l'improcrastinabilità della Termoli-San Vittore. Oggi i turcinelli a Ripalimosani, domani i cavatelli a Macchia Valfortore. Senza tregua. Evidentemente tutti i mali della vita sociale molisana e della sua storia non nascono dal niente. La loro origine sta in una chimica bislacca di corpi semplici eternamente senza sintesi, una incontenibile e letale forza centrifuga che rompe, fraziona, polverizza e disperde ogni tentativo di aggregazione. Ognuno per sé e, quando occorre, tutti contro tutti. Per la crescita della regione si dovrebbe... si potrebbe... se quei forcaioli dell'opposizione... se il Corso di Campobasso... nei centri storici sarebbe necessario... se dipendesse da noi... se veramente Di Pietro... se Jorio fosse più tosto... se, come nei paesi più evoluti, i buoi invece di essere buoi fossero trattori... Sé sé! Su una cosa sono d'accordo i molisani (conservatori, progressisti e apolitici). Ed è che tutti sembrano interessati alle sorti della regione, alla sua rinascita, alla sua consegna (o restituzione) alla vita che conta, esibendo i tanti titoli depositati nella sua storia secolare. Tutti sono convinti dell'opportunità di cambiare rotta, di finirla con le sterili sagre strapaesane di cozze, cocozze e taccozze e di avviare una trasformazione profonda e solidale di tutti i comportamenti, politici, economici, sociali, intellettuali e amministrativi con l'obiettivo ideale e morale di diventare al più presto cittadini europei (per esempio, attraverso il cosiddetto Corridoio-V-Termoli-Kiev si potrebbe andare verso una promettente balcanizzazione, e successiva uralizzazione, dribblando, allo stesso tempo, il fastidioso ostacolo dell'italianizzazione). Notizie vere (e verosimili) dal villaggio: "Capracotta perpetua il ricordo di Alberto Sordi dedicandogli un monumento. In un film l'attore romano l'aveva definita una Cortina per villeggianti non facoltosi"; "Frosolone risponde a Capracotta: anche la cittadina delle coltellerie è stata citata da Alberto Sordi in un film. L'attore romano vi recitava la parte di Fra Cacchio da Frosolone. Un comitato locale sta organizzando una degna celebrazione"; "Campobasso, come già Frosolone e Capracotta con Alberto Sordi, si appresta ad inaugurare un monumento a Vittorio De Sica. In un film in cui interpretava il ruolo di un preside inflessibile il grande attore ciociaro sanzionava una disattenzione di un precario con la famosa battuta: Ti faccio trasferire a Campobasso!". Alla cerimonia d'inaugurazione parteciperà un pronipote di Virgilio Riento. Specialità molisane: semplicità, forza di sopportazione, e soprattutto sofferenza lunga e silenziosa sotto serene apparenze. Quella che il poeta inglese Keats chiamava: "La capacità di saper resistere al negativo". Quella che dopo un'operazione chirurgica riuscita così così ("Bisogna rioperare") fa dire al malato che, comunque, il dottore ha fatto del suo meglio. Il molisano ha una cattiva salute di ferro. Il molisano sopporta le privazioni perché porta dentro di sé le norme di quella saggezza che colloca l'individuo al di sopra delle avversità. Un particolare stoicismo istintivo e elementare, una sorta di senechismo innato e dunque inconsapevole che non lo avvilisce neppure nelle sventure. Neppure quando, con la cicatrice ancora aperta, si rende conto che in certi chalet post terremoto non si sta affatto bene come a casa propria. Se qualcuno ci pensasse potrebbe mettere in relazione la complessità del carattere dei molisani con la conformità del territorio. Per esempio, l'asprezza e la severità di certi coltivatori diretti deriva senza alcun dubbio dalla connessione intima con il paesaggio collinare, petroso e argilloso, franoso e franato, di orizzonte limitato, senza climi estremi, ma anche senza dolci tepori. È particolarmente gratificante sentire un forestiero che, appena entrato in contatto con la cultura vera della regione (che peraltro è sotto gli occhi del mondo intero, se solo si degnasse di voltare la faccia), descrive i molisani con lo stesso rigore scientifico con cui un esploratore descriverebbe gli indigeni della foce dell'Orinoco. Miti, ospitali (cioè, traducendo nei fatti, prodighi di scamorze e taralli), spontanei e perfino (ma questa forse è soltanto una obliqua captatio ) che il portico della piazza di Jelsi ricorda tanto il colonnato di San Pietro. Il problema non è tanto come gli altri vedono il Molise, il problema è che gli stessi molisani non conoscono, non sono sicuri o non sanno distinguere le proprie caratteristiche demo-etno-antropologiche. Un cultore del dubbio direbbe: "Non sapere chi siamo, né dove andiamo". Prendete i portavoce per antonomasia: gli intervistatori locali inviati agli appuntamenti culturali. Tutti indistintamente, arresi e avidi di risposte, si chinano di fronte agli artisti arrivati ad Altilia o al Savoia per fargli la fatidica domanda: “Come trova i molisani? Che ci può dire del Molise?”. E la risposta, puntuale come la scadenza del mutuo, è sempre un facsimile di quella fornita benevolmente tempo fa dalla ballerina Luciana Savignano e parafrasata recentemente anche da Massimo Ranieri (interpellato ad Altilia a "Voci di una notte di mezza estate"): "Non ero mai stata/o in questi posti remoti dove ho avuto la bella sorpresa di trovare una natura incontaminata e un'ottima accoglienza". E ben gli sta (all'intervistatore di turno), ché, nella stessa situazione, una nota giornalista campobassana pagò un conto anche più imbarazzante. Quando in un convegno alla sala Ersam chiese a un collega di Roma: "Come trova i giornalisti molisani?" e quello, tra il sornione e l'implacabile, rispose: "Bene, bene, molto vivaci, vi manca solo un po' di professionalità". E va bene. La ricerca del molisan character è un mito pericoloso (e minaccioso). I segni particolari della moli sanità: una leggenda. Nessuno infatti potrebbe confondere, data l'estensione della regione, un abitante dell'alto (sic!) o, meglio ancora, dell'altissimo (sic!) Molise (già diversi tra loro) con uno della zona industriale di Termoli, o un venafrano con uno del basso (sic!) o del bassissimo (sic!) Fortore, che è quasi più pugliese. Del resto, in mancanza di una identità linguistica comune e sull'esempio dell'illuminante plurilinguismo di Campobasso (dove i borghesi di Vazzieri non capiscono il dialetto e i santantunari veraci non parlano l'italiano) quasi tutti i 136 paesi molisani si sono attrezzati reclutando linguisti di buona volontà per redigere grammatiche, dizionari e modi di dire contrastivi con l'italiano. Così ora, a far bella mostra di sé nei reparti specializzati, ci sono: il santeliano-italiano, il tufarolo-italiano, il luparese-italiano e via compulsando sino all'annunciato roccapipirozzese-italiano. Il risultato è mirabolante e non mancherà di spaccare la linguistica in due epoche: un calcolo ancora ufficioso fa sospettare infatti che almeno il 5% delle 2.400 lingue di uso scritto, censite nel mondo, è patrimonio della regione Molise. Il molisano è molisano, molisano, molisano. Come diceva quello? Nessuno è perfetto! Gianni Spallone Fonte: https://giannispallone.wordpress.com/ .

  • Paese che vai, stranezze che trovi: i nomi più bizzarri delle città italiane

    Altolà, Fiumelatte, Paperino sono nomi che possono funzionare per dei cartoni animati oppure per dei racconti a tema fantastico. In Italia, però, queste località esistono davvero, ed è per questo motivo che il sito "Hundredrooms" ha deciso di stilare una lista delle città nostrane dai nomi più bizzarri, eccone alcune tra le più stravaganti. Purgatorio: si trova in provincia di Trapani e vanta una tra le costa più belle del paese. Inoltre, è conosciuta anche per la famosa processione dei Misteri, che si celebra durante la Settimana Santa. Strangolagalli: è un Comune italiano situato in provincia di Frosinone e il suo nome deriva da diverse leggende. Una fra tutte narra di alcuni nemici che tentavano attacchi alla località al cantare dei galli. Per questo motivo, secondo le credenze, gli abitanti del luogo avrebbero deciso di ucciderli tutti. Capracotta: città in provincia di Isernia, il suo nome deriva dai Longobardi. Questo popolo era solito sacrificare una capra cotta come simbolo di buon augurio. Pocapaglia: è una frazione piemontese del Comune di Cuneo, famosa non solo per il suo nome bizzarro, ma anche per il buon vino che dalle sue terre viene prodotto. Donnadolce: si trova nel Comune di Comiso ed è un piccolo borgo ricco di bellezze e cultura. Si dice che il sorriso delle donne del luogo renda questa località ancora più piacevole da visitare. Paperino: si trova nei pressi di Prato e il suo nome non ha nulla a che fare con Qui, Quo e Qua. Deriva invece da un legionario romano di nome Paperium, fondatore di una delle 45 ville presenti nella località. Casa del Diavolo: situata in provincia di Perugia, il suo nome è, come si può intuire, molto evocativo. Il nome, secondo la leggenda, deriva dalla distruzione del paese da parte delle truppe di Annibale. Secondo altri, invece, il nome trarrebbe origine da una casa di perdizione per briganti nel lontano passato. Fiumelatte: è un piccolo paese situato lungo il lago di Como. Il suo nome deriva dall'omonimo fiume, il più corto di tutta Italia, che misura appena 250 metri e le cui acque bianche richiamano il colore del latte. Belsedere: frazione della provincia di Siena conosciuta soprattutto per l'ottimo vino. Il nome potrebbe essere puramente goliardico. Altolà: si tratta di una frazione di Porto Cesaero situata in provincia di Modena e anche in questo caso, non essendoci miti e leggende a identificarne il nome, molti sostengono sia goliardico. Michele Iacovone Fonte: https://urbanpost.it/ , 7 maggio 2017.

  • Christmas in Love

    Ora, non voglio minimamente stare qui a raccontarvi la trama del film o altro, perché, onestamente, mi sembra una perdita di tempo. E della bassissima qualità filmica di questi cine-panettoni si è già detto fin troppo, come se le parole servissero veramente a qualcosa. Più se ne parla male, e più il pubblico corre a guardarli. E pure io, ogni tanto, li guardicchio, un po' perché ho un debole per Massimo Boldi (Cipollino è uno dei miei miti fanciulleschi, insieme a Bim Bum Bam e i Puffi), un po' perché sono curioso come una scimmia. Ho preso "Christmas in Love" come avrei potuto prendere "Natale in India" o "Merry Christmas", tanto uno vale l'altro, visto uno visti tutti. Tralasciando, come detto, tutto il discorso prettamente tecnico, la domanda che da un bel po' mi pongo è la seguente: perché questi film fanno successo? La coppia Boldi-De Sica si è da poco sciolta, i telegiornali e i giornali ne hanno dato una rilevanza quasi storica, nemmeno fossero Totò e Peppino. Ma a molti dispiaceva, veramente, c'era gente con le lacrime agli occhi. Ma cos'hanno questi maledetti film per acchiappare così tanto il pubblico? Cercherò di trovare una soluzione al quesito. L'atmosfera natalizia. Perché al posto di chiamarsi "Natale sul Nilo" il film non si intitola "Ferragosto sul Nilo"? Semplice, direte voi, perché viene lanciato nei cinema a Natale. Chiaro, dico io, e aggiungo, ma perché non lo lanciano in piena estate? Ma è ovvio, perché i produttori hanno paura di floppare, perché sanno che un film del genere è una boiata tremenda, e sono consci del fatto che in estate la gente preferisce andare al mare piuttosto che chiudersi dentro una sala cinematografica. E allora puntano al Natale, aiutati dal classico "rincoglionimento natalizio", fra alberi e presepi, regali e cenoni, ci sentiamo tutti più buoni, etc... etc..., e vabbè, che sarà mai?, perché non divertirsi con Cipollino e De Sica? Il luogo esotico. Fin dagli esordi vanziniani di "Vacanze di Natale" (1983) l'azione si svolge in un luogo di sicuro impatto: Cortina, l'Egitto, l'India, l'America, al limite l'Olanda, ma mai, che ne so, a Capracotta o Riccione, dove cioè vanno in ferie il 70% degli italiani. E perché lo fanno? Ovvio anche questo, perché sanno che lo spettatore comune, invidioso di chi può girare mezzo mondo, va al cinema a vedere chissà quali straordinari luoghi esotici, e, in una sorta di transfert psicologico, pensa egli stesso di essere in India, in Egitto, e via discorrendo. Il cast. Oltre al simpatico Boldi e al raccomandato De Sica (con quel cognome, oibò...), la produzione ci infila dentro sempre qualche nome d'acchiappo. Qualche nome popolare, s'intende, qualcuno che bazzichi in televisione giorno e notte, giusto per far credere allo spettatore di essere davanti al proprio schermo casalingo, per metterlo a proprio agio. E così, ecco spuntare i "gloriosi" camei di Maria De Filippi, il bel Giorgino del Tg1, Emanuela Folliero dei Bellissimi di Rete 4, il mascellone di "Beautiful" (perdonate, non ricordo il suo nome...), Sconsolata e via così, con due o tre nomi di grido: Enzo Salvi (Er Cipolla, che tanto piace ai ggiovani), Biagio Izzo (quello che qualcuno ha definito il nuovo Troisi, sì, come no...) e i visi di gomma brutti e poco divertenti dei Fichi d'India. Et voilà, attori non bravi ma estremamente popolari: il piatto è servito, i 15enni sono accontentati, i 30enni pure, e le casalinghe pure (a vedere il mascellone di "Beautiful" andranno sicuramente in brodo di giuggiole). "Christmas In Love" ha poi una particolare caratteristica: nel cast compare anche Danny De Vito. Sì, avete capito bene, proprio lui, Danny De Vito. Danny De Vito? Sputtanarsi una più che dignitosa carriera con un tale scempio? Evidentemente sì. Ma aleggia il mistero: come abbia fatto De Vito a passare in 12 mesi da Neri Parenti al "Big Fish" di Tim Burton resta, indiscutibilmente, un mistero degno di Montalbano. Le musiche. Per risultare il più accattivanti e popolari possibili, ogni film di Natale che si rispetti ha la sua bella musichetta alla moda. Non importa poi che siano schifezzuole di infimo grado, l'importante è che abbiano venduto e che siano passate almeno una trentina di volte su MTV e "Top Of The Pops". E un anno tocca a quella litania di " aserejè aserejà " o come caspita si scrive, poi è il turno delle atmosfere indiane di non so chi, e con "Christmas In Love" si è dato spazio alla solfetta spaccaballe di una nanerottola 17enne (di cui non ricordo il nome...), che dai microfoni di "W Radio 2" Fiorello non ha esitato a definire la nuova Ella Fitzgerald (vabbè, ma Fiorello è un simpaticone, che ce voi fa?), scoperta da Tony Renis (questo è un po' meno simpatico...), vincitrice, proprio per le musiche del suddetto film, di un David di Donatello (?!). Capito? La trivialità. Ognuno ride come vuole, ma giocare basso è sempre una garanzia. Neri Parenti punta tutto sulle solite gag a suon di culi, merda, piscia, tette e figa, che per carità, non è proprio roba da Oxford, ma si va sempre sul sicuro, soprattutto verso il pubblico più giovane, quello che se guarda i fratelli Marx s'addormenta e sbuffa, ma se vede Boldi in mutande si sganascia dalle risate. Nota a parte: ma che cazzo di gioventù sta venendo fuori? Chiusa parentesi. Insomma, con la trivialità si fanno dei gran bei soldoni, non importa poi se le battute sono le stesse da vent'anni a questa parte. Ho snocciolato 5 punti, ma potrebbero essere molti di più, e ognuno si può fare i suoi. Certo è, che se il cinema italiano per tirarsi su le ossa è costretto ad aspettare il periodo natalizio accendendo un lumino nei confronti di San De Laurentiis Martire (perché con i prodotti più artistici non si fa n'euro), vuol dire essere proprio alla frutta. "Ma questi filmetti evitano il fallimento del cinema italiano", ci raccontano da vent'anni. Ma a questo punto, pur di non vedere certe vaccate, sarebbe meglio che il cinema italiano morisse per sempre. Marco Poletti Fonte: https://www.debaser.it/ , 1 novembre 2007.

  • Iocia

    "Zucchero, citrato, conserva, sardine, anche le mezzazita e attenta ai soldi"; la lista ripetuta a mente fino alla bottega di Iocia era una sorta di scommessa perché la strada offriva tante distrazioni: il cavallo nitriva spazientito mentre il maniscalco lo ferrava, la piccola coriera ansimava con qualche passeggero a bordo, le donne fuori dal forno si salutavano portando pane e pizze profumate, il vento capriccioso e freddo s'infilava tra le case, ma anche tra le parole del banditore, la legna rotolava dai mucchi improvvisati davanti ai portoni, e altro ancora accadeva a rapire l'attenzione. Svoltata la curva, ecco la vetrina del negozio, in realtà una finestra sulla strada dietro la quale si scorgeva qualche scatola, pochi barattoli colorati, un accenno di mercanzia, senza tanti fronzoli; dalla porta per un corridoio si entrava al locale che aveva un odore di tutto un po', allora occorreva chiamare Iocia che immancabilmente era al piano di sopra e poi ricordarsi ancora quello che si doveva portare a casa. Lei arrivava seria ed essenziale, di poche parole, serviva come se non avesse ascoltato, poi chiedeva improvvisamente: – A cuia sié figlia? – alla maniera di molti anziani che si rivolgevano così ai giovani sconosciuti, quindi alla risposta sembrava accennare ad un sorriso, un moto di benevolenza a dir poco incoraggiante, ma tutto qui, restituiva i soldi del resto e poi rientrava nel fondo un po' buio delle scale da dove era venuta. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio , Capracotta 2011.

  • La pezzata e il porcicidio

    Era ottobre quando la pecora Debora era arrivata nella fattoria a Capracotta. Alla fiera di Agnone la moglie del pastore Sebastiano aveva notato la pecora e, non si sa perché, aveva deciso di accattarsela, tanto costava poco. Giunta in fattoria la pecora si era ritrovata sola in un immenso ovile, che gregge e pastore erano partiti per la Puglia la settimana prima e sarebbero tornati in primavera. Era rimasta la moglie del pastore con i suoi uagliunitti, il porchetto Ninetto e la pecora Debora. La solitudine era tanta e, dopo qualche giorno, Debora era andata a far visita a Ninetto. Il porchetto, bello lordo e tondo tondo, razzolava beato nella pozza di fango antistante la stalluccia. – Quindi tu saresti Ninetto? – aveva chiesto Debora tappandosi il naso, tanto era il fetore. Nessuna risposta. – Quanto puzzi... Ancora nessuna risposta. – Va bene, se non vuoi parlare con me non importa, tanto tra un mese ti faranno a salsicce e prosciutti e non vedrò più la tua faccia lorda – aveva detto piccata Debora. Ninetto, che aveva ascoltato immobile come una statua, d'improvviso scoppiò in una fragorosa risata e rideva talmente forte da rotolarsi nel fango a pancia all'aria. Infastidita dal comportamento del porchetto, che inspiegabilmente continuava a sbellicarsi dalle risate, la pecora era andata via. Dopo qualche settimana la stalluccia del porchetto rimase vuota: il porcicidio si era compiuto anche quell'anno. Nell'ovile, adagiata su un mucchio di paglia, la pecora non faceva altro che pensare a Ninetto il porchetto e non capiva perché mai aveva riso a crepapelle dopo le cattiverie che lei gli aveva rivolto. Pensa e ripensa, Debora era giunta alla conclusione che Ninetto il porchetto fosse matto, non v'era altra spiegazione. Ma perché Ninetto rise? Voi lo avete capito? Leo Giuliano

  • Don Asdrubale di Caparotta, personaggio da opera buffa

    "Crispino e la Comare" è un melodramma giocoso dei fratelli Federico e Luigi Ricci ultimato nel 1850 su libretto di Francesco Maria Piave. La prima esecuzione assoluta si svolse a Venezia il 28 febbraio 1850 al Teatro San Benedetto. Nonostante fosse, sia dal punto di vista musicale che poetico, un lavoro probabilmente minore nel panorama dell'opera buffa italiana, "Crispino e la Comare" è stata molto celebre in Italia e ancor più all'estero per tutta la seconda metà del XIX secolo, tanto da essere eseguita, tra il 1857 e il 1871, nel Regno Unito, in India e in Australia. Alcune arie, come ad esempio "Io non son più l'Annetta", sono note ed eseguite fino ai nostri giorni e nel 1938 il regista Vincenzo Sorelli ne trasse persino un film. La storia è ambientata a Venezia nel XVII secolo. Crispino è un povero ciabattino che non riesce a sbarcare il lunario. Gli appare una misteriosa donna, la cosiddetta Comare, che lo incoraggia ad intraprendere la carriera di medico, sebbene egli non sappia nemmeno leggere. Crispino, col magico aiuto della Comare, ha successo, riuscendo a predire le guarigioni di Bortolo e Lisetta e la morte di Asdrubale. Il successo professionale però gli dà alla testa e prende a maltrattare la moglie Annetta. La Comare gli fa capire le sue colpe e lo minaccia di morte: Crispino si pente e l'armonia con Annetta è ristabilita. La prof.ssa Giosetta Guerra sostiene che "Crispino e la Comare" sia «una parodia dell'escalation sociale, favorita dai falsi valori e dalla credulità della gente, ma anche una denuncia alla malsanità... del tempo». In quest'opera comica il personaggio che a noi interessa di più non è Crispino bensì don Asdrubale di Caparotta, un ricco e avaro siciliano. La provenienza di questo prepotente ha dato vita, nel corso degli anni e delle edizioni, ad almeno una storpiatura, tant'è vero che nel libretto pubblicato nel 1853 a Napoli presso la Tipografia dei Gemelli, egli diventa «Asdrubale di Capracotta», impersonato dall'attore Giuseppe Fioravanti. È possibile che durante la rappresentazione scenica del luglio 1853 presso il Teatro Nuovo di Napoli, don Asdrubale - per un errore del redattore, del copista o del tipografo - sia salito sul palcoscenico con l'appellativo "di Capracotta"? O quel nomignolo è rimasto soltanto sul libretto? Questo è un arcano oggi impossibile da risolvere. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Melisi, Biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli. Catalogo dei libretti per musica dell'Ottocento (1800-1860) , LIM, Lucca 1990; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; F. M. Piave, Crispino e la Comare , Tip. dei Gemelli, Napoli 1853.

  • Le sorgive di campagna

    Laudato si', mi' Signore, per sor'acqua, la quale è molto utile et hùmele et pretiosa et casta... Le fonti campestri si identificavano con le contrade dell'agro. Sicché, indicando una fonte, ci si riferiva ai terreni siti nella zona ove essa era ubicata. Alcune di esse sono molto conosciute (o per lo meno lo erano); altre meno; di altre, infine, è emerso il nome da una raccolta fatta da Gregorio Giuliano. Chi, girovagando per la campagna incolta, se s'imbatte in una vecchia fonte, non gioisce intimamente come se avesse ritrovato un caro e vecchio amico? Chi, non trovandole più dove si aspettava di trovarle, o scorgendo al loro posto erbacce e pozze d'acqua torbida, non si sente opprimere da un sentimento penoso di accorato rimpianto? Vecchie, umili sorgive di campagna, com'era gradevole e familiare il chioccolìo ciarliero e giocondo con cui vi annunciavate allo stanco e accaldato passante! Che sentimenti di pace intima, sereni e limpidi come le vostre acque, suscitavate! Lievi come i pensieri dell'infanzia fruivano le vostre linfe. In quei vecchi tempi, i tempi delle campagne coltivate e degli artigiani ed operai che si trasformavano, all'occorrenza, in contadini, i nomi delle fonti campestri e boschive erano sulla bocca di tutti: entravano nei discorsi quotidiani, come il pane, l'olio, il vino. Oggi, per le mutate condizioni di vita e di lavoro, gli interessi sono rivolti altrove e i nomi delle sorgive di campagna sono andati in disuso. Alcune di esse si sono disseccate o disperse. I piloni per l'abbeverata, di cui molte erano dotate, sono in frantumi. Le cannelle dell'acqua, rotte o scomparse. Non c'è più interesse a mantenerle in vita. L'oblio le sta ricoprendo. Forse un giorno, quando l'amore per la montagna e le sue nascoste bellezze prodigiosamente rifiorirà, ci si riprenderà cura delle vecchie fonti campestri e boschive. Piacerebbe indicare, di tutte le fonti di campagna esistenti, o che esistevano, nell'ambito del territorio comunale, l'esatta ubicazione. Purtroppo non si è in grado di farlo. Più che una ricerca, il presente è un modesto lavoro di annotazione di pensieri ed emozioni suscitati dal ricordo o dalla rivisitazione, almeno in ispirito, delle antiche fonti di campagna. Inoltre, come si potrà notare, si è dato libero gioco alla fantasia, nel cercare di risalire all'origine dei nomi delle fonti stesse. Tra le fonti campestri e boschive che s'intitolano ad animali, si ricordano la Fonte dell'Orso, la Fonte del Lupo e la Fonte del Sorcio. La Fonte della Gallina, pur essendo ancora frequentata, non è nel territorio di Capracotta. Anche la Fonte dell'Orso trovasi fuori dei suoi confini: sembra, poco oltre la linea di demarcazione, nel "tenimento" di San Pietro Avellana. È però così lontana da questo paese che i suoi abitanti ne ignorano l'esistenza. I Capracottesi invece la conoscono da sempre e ritengono che essa, se non di diritto, appartenga di fatto al territorio del proprio comune. È la più nota delle tre sorgenti più sopra ricordate. Si trova nel versante occidentale di Monte Capraro, sotto la parete rocciosa della cima, a mezza costa del ripido declivio che scende a valle. La scorgi solo quando, percorrendo uno stretto sentiero che s'insinua, ombroso, tra i grandi faggi della foresta, vi giungi vicino, a due passi. Non te l'aspetti proprio di trovarla in quel punto. Ti dà subito l'impressione di essere lassù, a quell'altitudine, come sospesa. Fitti alberi frondosi le si stringono intorno d'ogni parte. Non c'è, vicino, neppure un piccolo spiazzo. L'acqua che sgorga dai crepacci della rupe scorre fra due embrici, sistemati a cannella, fresca, cristallina, defluisce placida verso il basso, attraverso un sinuoso e ripido cunicolo. Niente turba la grande pace silvestre del luogo. Non si ode alcun rumore. Sotto, si stende, ampio, ondulato, il verde manto della foresta, nel quale si aprono, qua e là, belle radure e si alzano poggi fitti di vegetazione. Lo sguardo riposa nella contemplazione dello stupendo panorama, che t'infonde un senso di inesprimibile serenità. Scorgi, in una radura, un pagliaio e il pensiero corre ai vecchi pastori e ai boscaioli che venivano quassù per i pascoli e per il taglio. Salivano a dissetarsi all'alpestre sorgiva. Salivano pure qualche volta, lupi solitari, due instancabili escursionisti della montagna: Giovanni Antonio Paglione e Noè Ciccorelli. Dopo anni di solitudine, ogni anno vi sale qualche gruppo di escursionisti, giovani e meno giovani, a cui è commesso di dare una risistemata alla vecchia fonte. E l'orso a cui il nome della fonte rimanda? Chi furono quei boscaioli o quei pastori che ebbero una mattina la sorpresa, non priva di trepidazione, di trovare presso la fonte il grosso plantigrado, sconfinato forse dal vicino Parco Nazionale d'Abruzzo? E quando la nuova si diffuse in paese, i sogni dei ragazzi forse si popolarono di altri misteri e di altri incubi. Andiamo adesso sotto a Monte Campo a rivisitare un'altra vecchia sorgiva dei boschi, o per essere più esatti, il luogo ove essa una volta sgorgava. Non si sa bene cosa volesse dire il nome col quale veniva indicata. Sto parlando della Fonte dei Carovilli. Era in quei tempi molto frequentata: dai boscaioli, dai mandriani, da Lucia di Milione, quando andava per funghi o per fragole, dalle donne che andavano a far fascine. Le comitive di giovani, se volevano fare una scampagnata coi fiocchi, sceglievano solitamente la bella radura rallegrata dal murmure lieve di questa fonte: una radura appartata, tra ombra e sole, in seno a quella magnifica selva costituita dalle fitte faggete del Campo e della Cannavinella, che più a valle si fonde con l'abetaia di Pescopennataro. Qualche gruppo di gitanti scendeva direttamente dalla cima del Campo, giù per la parete Nord; qualche altro vi perveniva dal guado di Portella Ceca. La fonte, con una bella pila per l'abbeverata, era nella parte bassa della radura. Sopramano, c'era uno spiazzo erboso, all'ombra di frondosi faggi. Era il luogo prescelto per il trattenimento e la refezione. Che ne è della sorgiva? Al suo posto si stende un viluppo di piante acquatiche, di erbacce. E la pila dell'acqua? Non se ne ha più notizia. Anni fa ci passò la ruspa con l'intento, credo, di ricapare l'acqua, forse per portarla a Prato Gentile. Fu la fine della Fonte dei Carovilli. Usciamo dai boschi e rechiamoci all'aperto, a rivisitare le fonti campestri, quelle che hanno dissetato generazioni di contadini e le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Lungo la vecchia, sassosa mulattiera che portava a Macchia, passando sotto alle Cimalte e all'Orto Ianiro, c'era (e forse c'è ancora) la Fonte dei Pezzenti. Era una delle più note fonti campestri: un punto di riferimento per tutti coloro che avevano i terreni nell'agro sud-orientale. Il suo nome lo imparavano presto pure i bambini. Poveri mendicanti girovaghi, che peregrinando di paese in paese, sostavate alle fresche sorgenti, nella campagna assolata, giusto per bere un sorso d'acqua e per mettere a mollo i tozzi di pan secco delle vostre bisacce, come potevate pensare che avreste dato il nome ad una di esse? Negli ex possedimenti ducali dell'antica contrada di Macchia si trova la Fonte del Duca. Punto di sosta e di riferimento per tutti coloro che si recavano nelle campagne vicine o che andavano ad Agnone. Un po' più a oriente sgorga la Fonte del Romito. Tutte e due scaturiscono dalla falda acquifera del Colle di San Nicola. Se la prima poteva trovare interiori risonanze di antiche dignità nobiliari, la seconda era nobilitata dalla famosa Tavola Osca, che fu rinvenuta nelle sue vicinanze. Ed ora, la Fonte di Carminantonio. Chi sa dire dov'è o dov'era? Seguiamo il gioco dell'immaginazione. Carminantonio forse un giorno, mentre vagava nel suo campo, ebbe la gradita sorpresa di vedere affiorare dal terreno una polla d'acqua. Pieno di entusiasmo, scavò, cerco le altre vene acquifere, le convogliò verso la polla principale, fece una conca e vi applicò una cannella: era nata la sua fonte, la Fonte di Carminantonio. E la Fonte Malcorpo? Ammesso che esista ancora, dovrebbe trovarsi nelle campagne che si distendono, in basso tra Vallesorda e le Fonticelle. Era guardata con sospetto. Si raccontava di un contadino che dopo aver bevuto alla sorgente, ebbe delle forti coliche addominali. L'acqua era dunque inquinata?Da che? O forse era troppo fredda e la bevuta era stata abbondante? Fatto sta che la vecchia fonte cambiò nome e divenne odiosa un po' a tutti. Un piccolo catino e un grande pilone. E giacché siamo nei pressi di Vallesorda, diamo un'occhiata alle due note sorgenti boschive che vi sono racchiuse: la Fonte del Bacile e la Fonte della Netta. Poco oltre l'entrata del bosco, sottomano alla strada, c'è una sorgiva che versa un filo d'acqua fresca in una piccola conca a bacile, il bacile che le ha dato il nome. Era meta di spuntini domenicali e qualche volta di scampagnate. Credo che non ci vada più nessuno. Il pensiero corre a te, anonimo compaesano, che scalpellasti, forse durante il taglio del bosco, la piccola conca a bacile e vi facesti pure un canaletto per il flusso dell'acqua. Silenziosa fluiva l'acqua della tua fonte all'ombra fitta dei faggi di Vallesorda. Più a monte, in una radura, poco distante dal Coppo della Madonna, c'è la Fonte della Netta. Andiamo a rivederla. È sempre ricca di acqua. Si specchiano nella sua grande pila, rivestita di borracina, le cime dei faggi. Vengono ancora ad abbeverarsi gli armenti. Fino a qualche anno fa era la meta preferita per le scampagnate di un affiatatissimo gruppo di gitanti di Sant'Antonio: scampagnate fatte ovviamente con i benefici che la tecnica moderna pone al servizio dell'uomo: senza tanti sprechi di energia motoria, dunque, come del resto è in uso dappertutto. La Fonte Fredda e la Fonte Gelata, le due gelide sorelle. Andiamo a trovare la prima, la seconda non ricordo dove sia. Usciamo dal paese per la via in cima alle Croci; giunti sopra al serbatoio, imbocchiamo, a destra, la mulattiera che portava alle Macerie e di là al Precorio. In alcuni tratti, di essa, non si distingue più nessuna traccia. È qui che Zimba e Bandista chiusero i loro poveri giorni. Giunti alle Macerie, facciamo una rapida ricognizione. Ci siamo: sei proprio tu, Fonte Fredda, col tuo pilone per l'abbeverata. Intorno ti crescono giunchi ed erbacce. Che movimento di mandriani, di pastori, di armenti, di gente dei campi c'era da te! Che pace, che solitudine oggi! Com'era fresca la tua acqua! Sulle pendici occidentali del Monte di San Nicola, poco sopra alla mulattiera che scendeva a Macchia, c'era la Fonte del Forno. Doveva esserci, vicino, un forno di campagna dell'antico borgo di San Nicola, «i cui abitanti furono decimati dalla peste del 1656: le casette, abbandonate o distrutte». Era una piccola sorgiva, le cui vene sin d'allora andavano disperdendosi. Vi andavano per acqua dai terreni di Macchia e di Cimalte. Il mistero del piccolo borgo di San Nicola, di cui, sul monte, sono ancora visibili rade rovine, aleggiava anche sulla vecchia fonte. Che dire di voi altre, umili sorgive di campagna, di cui si sa cosi poco? Scaturite ancora dal seno della madre terra, fresche e limpide come una volta? O vi siete anche voi disperse? Fonte Nascosta, dove ti nascondi? Nel folto di quale bosco o presso quale anfratto custodisci gelosa la tua linfa? Fónde de re Cuppiéglie , versi forse la tua acqua, come il nome fa supporre, in una coppetta simile al bacile di Vallesorda? Fonte Murata, è vero che la tua acqua sprizza, come un fresco e vivace zampillo, dalla viva roccia? E voi, Fónde Varde Vuória e Fónd'Ammóne , dove vi siete cacciate? Quale mistero è racchiuso nei vostri impicciati nomi? Le grandi sorgenti. I Cimenti, la Spogna e la Lama, chiamate comunemente fonti, sono in realtà sorgenti di notevole flusso, che alimentano il Verrino. Tutte e tre scaturiscono dal bacino acquifero di Monte Capraro e Monteforte. Fonti dei Cimenti e della Spogna, voi avete dignità di affluenti minori. Di voi si parlava come di possibili alimentatrici dell'acquedotto del paese. Le vostre copiose acque, fonti della Lama e dei Cimenti, facevano gola agli Agnonesi, i quali nel passato, come ricorda Luigi Campanelli nel libro su citato, cercarono, con pretestuose motivazioni, di impadronirsene. Prima di chiudere questa rassegna, due parole dedicate a tutte le altre fonti campestri e boschive del territorio del paese, che vengono in mente. Un pensiero a te, Fonte Brecciaia, da tutti tanto amata, che versi la tua fresca e buona linfa fra i cantoni e i rovi della Guardata. Un pensiero anche a te, Fonte di Santa Lucia, che sgorghi lieve dalle rocce del Campo; e uno a te, Fonticelle, che nonostante le strapazzate degli ultimi anni, che ti hanno sballottata e divelta dalla tua sede antica, sei fortunatamente ancora in forma. E come dimenticare voi, Fonte del Sambuco, sorella, in un certo senso, della Fonte degli Angeli, Fonte del Cippo, figlia della vecchia acqua del Precorio, Fonte dell'Acqua Nera di Monteforte; Fonte di Sotto al Monte, che hai allietato generazioni di comitive? Un ricordo anche per le vostre sorelle minori, qui non nominate, con l'auspicio che non scenda mai su nessuna il velo dell'oblio. Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria , a cura di V. Di Nardo, Capracotta 2016.

  • Elogio della capra

    Prologo La capra domestica ( Capra hircus ) è un ruminante dell'ordine degli ungulati del genere Capra. La presenza dell'animale nel mondo è notevole. La parte del leone la fa l'Asia con il primato della Cina seguita dall'India. Anche in Africa vi sono molti esemplari, un po' meno in Europa. La maggior parte degli studiosi raggruppano le capre in tre categorie: le capre d'Europa, d'Africa e d'Asia. La nostra capra è naturalmente compresa fra quelle d'Europa. L'allevamento della capra risale a un tempo molto lontano: essa è infatti, tra gli animali di più antica domesticazione, avvenuta verso il 9000-10000 a.C. nel Medio Oriente. In Italia è giunta dalla Grecia, dopodiché si è diffusa nel resto dell'Europa. Le razze italiane sono: la Maltese, la Ionica, la Girgentana, la Sarda e la Garganica. Ad esse sono associate numerose popolazioni locali e tipi genetici variabili da zona a zona, soprattutto nel meridione. Inoltre in Italia è presente anche allo stato selvatico sull'isola di Montecristo dell'arcipelago toscano. Ha sviluppato, per vivere in ambienti severi e difficili, una serie di peculiarità anatomiche, morfologiche e fisiologiche che la rendono adatta a particolari condizione di vita. Ha un vello formato da peli lunghi; un ciuffo di essi è posto alla regione del mento ed è chiamato barba, mentre due piccole appendici cutanee sono poste ailati del collo, detti bargigli. Possiede arti forti, asciutti, solidi nelle articolazioni, terminanti con due dita forniti di unghioni. È agile, irrequieta, curiosa, "intelligente", non affatto pigra come la pecora. La voce è un belato, a tono vario. Si muove a testa alta con atteggiamento regale, come i suoi parenti cervi, caprioli, daini, camosci, stambecchi. La coda è rivolta sempre verso l'alto. Al pascolo ha l'istinto di evitare le piante nocive, superiore a qualsiasi altro animale. Le femmine vanno in estro verso la fine dell'estate-autunno, quando le giornate cominciano ad accorciarsi e partoriscono nella primavera successiva. La gestazione dura 150 giorni. Durante il periodo dell'estro i maschi (becchi) adulti si sfidano e cozzano perla supremazia sulle femmine. Il vento di settembre diffonde l'odore sgradevole degli ormoni della riproduzione emessi dalle ghiandole sessuali. La capra, sin dall'antichità, è stato ritenuto il migliore animale produttore di latte. Si racconta che lo stesso Giove, il padre degli dei della mitologia greca, sia stato nutrito con il latte della capra Amaltea. Essa ha la capacità di trasformare in latte gli alimenti vegetali anche grossolani, ciò per l'azione cellulosolitica della flora del rumine: più rapida, più efficiente e più economicasia della specie bovina che ovina. Pur in presenza di queste ottime attitudini, la stessa non ha mai costituito grossi allevamenti, almeno in Italia, come è stato ed è ancora per la pecora, con la quale è invece quasi sempre aggregata in numero limitato. Ulisse di Omero la trova insieme alla pecora nella grotta del ciclope Polifemo. Il latte è particolarmente digeribile per le ridotte dimensioni dei globuli di grasso, per la friabilità e le dimensioni dei coaguli. È più ricco di vitamine, di sali minerali e di proteine rispetto a quello bovino. Queste qualità lo rendono adatto per l'alimentazione degli anziani, dei malati, dei convalescenti e soprattutto dei bambini. Insieme al latte offre anche la carne. Dalle sue pelli si possono ricavarevestiti, tende, otri e strumenti musicali, come la cornamusa; in Asia perfino zattere per attraversare torrenti in piena. Lo stomaco è quello dei ruminanti formato da quattro cavità: rumine, reticolo, omaso e abomaso. Per tutte le citate qualità, la capra presso molti popoli è stato il simbolo dell'abbondanza e della prolificità. La presenza della capra in forma consistente sul nostro territorio inizia dalla fondazione dei primi nuclei abitativida parte dei Longobardi. Per tale motivo scrivere della capra è raccontare del nostro paese e lo stesso nome Capracotta deriverebbe «da un rito medioevale inciso sullo stemma civico raffigurante una capra che fugge dal rogo». Può far discutere e non essere condivisibile, tuttavia voglio raccontare a quei quattro lettori di questo scritto come la mia immaginazione riesca a dare ulteriore colore e forza sulle origini del nome. Il territorio di Capracotta è posto in alto, adatto, per le sue caratteristiche rocciose e alpestri, alla vita delle capre. La stessa parola capra deriva dalla radice sanscrita "CA" che significa "in alto" e da "PRU", "andare"; quindi "CAPRU" equivale a capra "quella che mangia in alto" e il toponimo di Monte Capraro (luogo delle capre) non può essere casuale. Inoltre, insieme alla capra, vi sono i boschi da cui deriva anche l'energia del fuoco. Quindi capra e fuoco uniti come elementi simboli e rappresentativi del territorio, utili e necessari per la vita delle popolazioni presenti. Favoleggiando ancora, la capra non fugge dal fuoco, ma volteggia e gioca, secondo la sua indole, con lo stesso, come il re dei camosci con il proprio bracconiere. Il fuoco produce calore per difendersi dai lunghi e rigidi inverni; senza escludere che serve anche a cuocere le carni. Ma con l'arrivo dell'inverno e del manto bianco sulla Maiella, le divinità pagane del posto decidono che il patto di solidarietà tra il fuoco e la capra venga sciolto a vantaggio del primo. La capra deve essere sacrificata e cotta sul fuoco per il rito propiziatorio in loro onore. Capra-cotta. Ecco il nome a noi pervenuto. Il capraio della terra Si ricorda che, nei tempi passati, quasi tutte le famiglie che vivevano a Capracotta, avevano una o due capre, come gli abitanti delle Alpi avevano le arnie poste sui costoni delle montagne e perfino sulle cime dei larici per la produzione del miele che mescolavano con il latte di capra. Il paese era pieno di mestieri: boscaioli, pastori, allevatori, bastai, falegnami, muratori, pittori, sarti, calzolai, mulattieri, fabbri, mugnai, fornai. Più persone per lo stesso mestiere. Ma è stato anche il paese della capra, con l'asino, gli animali dei poveri, sempre con un solo capraio. Un mestiere antico, quanto la terra. Il capraio della terra . Così veniva chiamato. Il primo capraio di cui si ha memoria è Concezio Venditti. Poi Fiore, il fratello di Lucia ed Irene Milione (De Renzis), che morì, insieme al figlio Emilio, di dieci anni, per lo scoppio di una mina, nel mese di novembre dell'anno 1943 mentre pascolavano gli animali. La notizia della morte di Fiore rese triste tutto il paese, ancora pieno di macerie prodotte dalla guerra. Si racconta che all'abituale ora della sera, le capre furono viste fare ritorno al paese senza la presenza del capraio. Alcuni uomini del quartiere di S. Giovanni si misero alla ricerca di Fiore e del figlio. Furono trovati, senza vita, nel bosco della Difesa. Sul posto, a ricordo del tragico evento, fu messa negli anni successivi una piccola croce di ferro. A Fiore subentrò Pasqualino Di Nucci e di seguito Vincenzino Santilli, detto "La Cavuta", che lasciò il mestiere di capraio nell'anno 1960 e partì per la Germania in cerca di un nuovo lavoro, come tanti altri capracottesi. Il mestiere di capraio smise di esistere. E anche le capre che avevano aiutato la piccola e povera economia locale. Il capraio era pagato dai proprietari delle capre ed aveva anche la facoltà di mungere, per sé stesso e per un solo giorno dell'anno lavorativo, le capre che portava al pascolo. A suo carico però c'era l'obbligo di acquistare e sostenere i maschi per la riproduzione. La sua giornata di lavoro era dura e solitaria. Mestiere a cielo aperto, come quello del pescatore: figure dei Vangeli care a Gesù di Nazaret. Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, con le capre, in solitudine a guidare il gregge. Al mattino uscivano dalle case al richiamo del corno suonato dal capraio che passava per la strada principale del paese; l'uomo portava a tracolla lo sbiadito ombrello e il tascapane con dentro il frugale pranzo giornaliero. Le capre, uscendo dalle abitazioni, si univano alle altre che passavano e, a mano a mano, formavano il gruppo che andava a sostarenello stazzo posto all'uscita del paese, al di sopra della prima curva. Per questo, tuttora, detta la curva delle capre. Era la donna, l'anello forte della famiglia, che le mungeva due volte al giorno, mattino e sera e le accudiva con un rapporto umano come se fossero componenti della famiglia. Le capre, spinte dal capraio con l'aiuto del cane, raggiungevano le zone ad esse assegnate per il pascolo: Colle Cornacchia, Costa della Rughetta, a monte del bosco della Difesa. Pascoli marginali e poveri. Impervi, più rocce affioranti che fili d'erba da brucare, con discontinuità di copertura vegetale sulla quale le capre si nutrivano e si muovevano con sicurezza e l'armonia di una farfalla. Sollevavano spesso la testa, per integrare il menù e nutrirsi delle bacche (ricche di proteine) e degli apici vegetativi, in particolare dei biancospini ( Crataegus) e rosa canina. Quando poi le disponibilità alimentari diminuivano, come accadeva spesso durante il periodo estivo, cercavano di alimentarsi nel bosco, perché l'istinto della sopravvivenza è più forte di qualsiasi divieto. Questa attitudine non le rendeva gradite alla Autorità Forestale che ha sempre ritenuta la capra "distruttrice" del bosco. Su di tale convincimento, nel tempo, sono state emesse dalle varie autorità norme per limitare la presenza della capra. Tra queste si possono ricordare quelle della Repubblica di Venezia dell'anno 1762 che proibirono di tenere le capre, pena l'uccisione immediata delle stesse. Per restare ancora in Italia si può citare un R.D.L. del 1927 che istituì una tassa speciale "sugli animali caprini". È la stessa tassa che ricorda Carlo Levi nel suo libro "Cristo si è fermato ad Eboli" e per la quale i contadini erano costretti ad ammazzare le capre, perché non avevano i soldi per pagarla. È condivisibile la considerazione che i fabbisogni alimentari degli animali devono essere soddisfatti con le produzioni erbacee che si trovano fuori dal bosco. I silvicoltori ritengono che ogni azione perturbatrice - in questo caso il pascolamento - può determinare nell'ecosistema forestale, una serie di effetti negativi che si manifestano in processi di degradazione del soprassuolo forestale ed una progressiva riduzione della densità dello strato arboreo. Purtuttavia il pascolo nel bosco, in alcune particolari situazioni, può essere tollerato e consentito, coniugando le esigenze zootecniche con quelle selvicolturali, con l'aiuto del sistema giuridico degli usi civici. La legge principale (n. 1766 del 16 giugno 1927), inerente alla gestione degli usi civici, pone nella stessa categoria i boschi e i pascoli, come risorse naturali di uno stesso sistema, in modo che l'uso civico di pascolo possa integrare, insieme a quello di legnatico, l'antichissima abitudine delle popolazioni di trarre dalla terra le utilità essenziali per la vita. A tal fine, sempre sotto la direzione dell'Autorità Forestale, possono essere messi in atto interventi selvicolturali per agevolare la crescita del sottobosco erbaceo necessario per il pascolamento. Un piccolo segno dell'orientamento selvicolturale sopracitato si riscontra nella tecnica della capitozzatura (considerata una forma di ceduazione oramai scomparsa) che ha dato origine ai cosiddetti alberi "a candelabro", presenti, anche in pochi esemplari, nel bosco a monte di Colle Cornacchia e Costa della Rughetta, già zone di pascolo nel passato. La testimonianza più evidente e significativa di questa tecnica è quella adottata nel bosco di S. Antonio del Comune di Pescocostanzo (AQ), dove c'è stata l'antichissima consuetudine locale di utilizzare il bosco non per taglio, ma come pascolo arborato di uso civico per bovini ed equini. Infatti in quel bosco non sono stati eseguiti i tagli, ma delle periodiche capitozzature che, nel tempo, hanno prodotto alberi monumentali ed alcuni a forma di candelabro . Per queste testimonianze di un paesaggio di altre età, il Bosco di S. Antonio è stata la prima riserva naturale istituita dalla Regione Abruzzo (1985). Tutto ciò per dire che l'unica via ragionevole è quella di abbattere i pregiudizi (a carico della capra sono stati sempre molti), perché in natura le certezze non sono sempre da una sola parte. A Capracotta la capra non c'è più. I boschi possono stare tranquilli, ma siamo certi che sentiranno la mancanza del rumore delle sue labbra. E il capracottese? Non è scomparso, ma si è sparpagliato qua e là sul pianeta Terra. Irrequieto, alquanto senza legge . Come la capra. Sicuramente diverso da quello dei tempi del capraio della terra , ma porta con sé, nel cuore e nella mente, la capra come simbolo-mito della sua originaria identità. L'animale ci possiede e ci tiene uniti. Un grazie la capra lo merita. Lorenzo Potena Fonte: L. Potena, Elogio della capra , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. III, Proforma, Isernia 2013.

  • Notizie dei terremoti negli Abruzzi ai principii del secolo XVIII

    Nell'anno 1703 nelle due ore della notte antecedente al 1° Gennaio, fu un terremoto così violento qui nell'Aquila, che se non fossero stati gli abitanti di questa città preservati miracolosamente dal nome SS. di Gesù di cui la stessa città ne solennizza particolare festa in San Bernardino suo Protettore sarebbero senza dubbio rimasti sepolti nelle rovine. Venne detto tremuoto con vento e d'acqua impetuosissima. Precipitò in detto punto il Campanile e parte della facciata di San Pietro di Sassa, e parte della facciata di San Quinziano con qualche altro danno, ma prognostico di altre maggiori rovine si fecero in detta notte sentire da otto in dieci altre scosse sensibilissime. Replicò ai sedici di detto mese, su le 21 ora, un altro tremuoto più gagliardo del primo, facendo cascare diverse ciminiere lesionando notabilmente molti palazzi sontuosi, che appresso finirono di precipitare: distrusse la chiesa di San Pietro Coppito, e quella di Santa Maria di Roio; ed atterriti i cittadini, si ridussero alla campagna sotto le baracche con patimenti sopra del fango, freddi con incomodi grandissimi, sentendosi spianato affatto Montereale con tutte le terre e ville circonvicine. Ricorsero all'antidoto delle penitenze, per placare l'ira divina. Noi altri Cappuccini fummo li primi a far dimostrazioni, facendo otto giorni continui processioni con tre sermoni per volta, e questi si facevano nella piazza e nel ritorno al Convento ed il Popolo alla Croce, per non mettere il Popolo a pericolo nella Chiesa terminando le funzioni sempre con una disciplina in comune. Cessata la scossa lasciava sempre la terra trabalzante sotto i piedi, argomento certo che ancor di bitumi ardevano le sue viscere, prognostico di altre scosse e danni maggiori, tanto più che la ruina cominciò nelle Chiese come difatti sortì. Alli 2 di febbraio dello stesso anno 1703 su l'ora 18 fece un'altra scossa, di terremoto, così sensibile che in un breve Miserere rovinò la città quasi tutta, restando solo qualche fabbrica in piedi nel quartiere di Santa Maria di Paganica. Il tremore della terra, i precipizi degli edifici, le grida dei semi vivi i pianti dei feriti, il timore della morte, e la perdita della luce, che restò offuscata più di due ore dalla polvere fecero un tuono d'abisso, ed uno spavento infernale. I morti passarono il numero di 1.500, morendo la maggior parte nella chiesa di San Domenico, dove in quella mattina si faceva una comunione generale; sarebbero morti la maggior parte dei cittadini se antecedentemente non si trovavano aver fatte le baracche, dove si trovavano in quel tempo rifugiati. Fra le SS. Chiese magnifico era il tempio dei PP. Celestini, di San Bernardino da Siena, di Santo Equizio, il Duomo, la Chiesa dei PP. Filippini e quella di San Domenico, che poi furono restaurate in diversa altra forma, senza campanili e cupole altissime e bellissime. Ma alcune Chiese furono rifabbricate ed alcune cupole basse a forma di tazze. In tutti i Conventi dei Religiosi e Monasteri di Monache ne morirono parte e da altri rimasero feriti e storpiati, eccetto noi altri Cappuccini e Gesuiti, per grazia speciale di Dio. Noi altri Cappuccini mantenemmo diverse famiglie nobili, che avevano le baracche vicino al Convento e molte altre persone, con vino e pane ed altra poca provvisione che era in Convento da otto giorni continui, soccorrendo tutti nei bisogni spirituali e corporali. Nella nostra chiesa di San Michele benché cadesse tutta la lamia della Chiesa e vi restasse sepolta la Signora Marchesa Maria Alfieri ed un suo servitore che vollero uscir fuori dalla cappella dove si trovavano ad ascoltare la messa, furono però dissepolti vivi senza lesione alcuna, e solo la detta Signora restò un poco offesa nella testa che in breve guarì. Tutte e tre le cappelle e la sacrestia, e coro restarono in piedi, e benché vi restassero alcune piccole fessure furono subito rattoppate con calce. L'arco maestro del Capo Altare cade tutto, rimanendo miracolosamente preservato tutto il detto Capo Altare di legno col Quadro. Cadde ancora nel nostro convento di San Michele, la Comunità che stava sopra la porta Battitoia e parte del tetto del dormitojo sopra il refettorio, il quale perché portava pericolo di rovinare fu sgravato del peso delle celle che vi soprastavano, e furono poi rifabbricate di mattoni, essendo prima fatta di spogne e che vennero le dette celle più spaziose di prima per essere fatte di mattone sopra mattone; ma prima fu fortificata la muraglia madre del Refettorio con la scarpa come si vede. Cadde ancora il campanile con buona parte delle mura dell'orto, che furono rifabbricate di creta cavata dal medesimo orto e fu fatta l'arricciatura dentro e fuori di calce. Nella selva del convento di San Michele furono fatte con le pietre delle mura della Città e con legna venute da Tornimparte due calcare, che vennero perfettamente; una scaricò 700, e un'altra 1.000 quartare di calce, con la quale si restaurò il convento. Fu fatta una Baracca nell'orto di mezzo con 12 stanze, refettorio ecc. e la Chiesa vicino, nella quale dì e notte si officiava come prima e si facevano tutte le solite funzioni; nella detta Baracca vi stemmo 8 mesi con molti patimenti e benché nel Convento vi fossero rimaste stanze abitabili, non di meno i frati pel timore rimasto non assicurarono a rientrar dentro, perché i Tremuoti spesso si facevano sentire e continuarono le scosse, che di quando in quando si replicavano per 4 anni in circa senza fare però altro danno e far cadere mai più una breccia, ancorché si trovassero molte mura cadenti. Nell'anno 1705 fu rifatto dai nostri Maestri l'arco dell'altare maggiore. Nel 1706 fu fatta la scarpa del Refettorio dai medesimi maestri, cioè fra Gabriele di Capracotta, e fra Antonio d'Ascoli; e nel medesimo anno da fra Felice di Teramo e tre altri suoi discepoli fu fatto il tabernacolo, dove nella parte di dietro vi feci ancora io una breve relazione e ve l’affissi con la colla. Lo stesso maestro fece anche il Tabernacolo di San Giuseppe il qual convento non fu lesionato in nessuna maniera dal Tremuoto, e solo nella cornice della Chiesa si fece una lunga ma piccola fessura, ed un'altra vicino all'arco maestro, e solo caddero alcune poche mure dell'orto prefabbricato medesimamente di creta con l'arricciatura di calce. Nell'anno 1706 fece ai tre di novembre, giorno di Mercoledì su l'ora 21 un'altra scossa orribile di Tremuoto, che in termine di un Pater Noster diroccò tutta la città di Sulmona, con le Chiese principali, Convento di religiosi e Monasteri di Monache. Caso assai più deplorabile di questo dell'Aquila, quale ebbe antecedentemente molti avvisi dal Cielo, e si trovavano i Cittadini con qualche spirituale per le Processioni, sermoni sentiti e comunioni antecedente fatte e che attualmente facevano, e sentirono molti luoghi alli 14 e 16 Gennaio già detto; ma la povera città di Sulmona con le altre terre vicine che diroccarono, furono colte all'improvviso senza che esse lo pensassero, perché da due anni a quella parte, benché spesso si fossero fatte sentire alcune piccole scosse, non avevano fatto altro danno di quelli dell'Aquila. In Sulmona morirono quasi la metà delle genti. Il nostro Convento restò intatto, cascò solo il Campanile si ruppe la campana. I nostri Frati restarono tutti preservati miracolosamente come pure quelli di Tocco, di Caramanico, di Manoppello, della Guardia, del Gesso benché le dette terre restassero spianate ed il Convento di Tocco, e della Guardia restassero mezzo distrutti e rovinati, cadendo in ambedue i Refettori con tutto il Dormitorio che gli soprastava, facendo altri danni notabilissimi. Nell'anno 1708 fu dato principio alla lamia di San Michele, quale per avere le muraglie maestre patito notabilmente non poteva sostenersi in esse, se non le si facevano 8 pilastri. Fonte: Notizie dei terremoti negli Abruzzi ai principii del secolo XVIII , in «Bollettino della Società di Storia Patria "Anton Ludovico Antinori" negli Abruzzi», XVIII:2-14, L'Aquila, agosto 1906.

  • Un museo per le transumanze a Capracotta

    Quando i pastori abruzzesi e molisani percorrevano i tratturi con il loro bestiame, potevano portare con sé solo poche cose. Erano essenziali gli indumenti e gli strumenti di lavoro. Di cibo non ne avevano, ma "viaggiava" con loro. Era infatti per lo più costituito dal latte, dai suoi derivati e dagli stessi animali che portavano verso i pascoli di pianura e, di ritorno, in montagna. Una pecora azzoppata o comunque malandata, seppure a malincuore, veniva macellata e cucinata con pochi ingredienti: una cipolla, un po' d'acqua, qualche erba aromatica, un recipiente di rame, il fuoco e un panno di lino, la pezza, che nelle molte ore di cottura serviva ad assorbire il grasso in eccesso. E fu "La Pezzata". Un piatto povero ma gustosissimo e carico di storia che Capracotta, terra di pastori transumanti da oltre due millenni, celebra ogni prima domenica d'agosto nella splendida radura di Prato Gentile, a quasi 1.600 metri di quota. In questa occasione, turisti provenienti da tutto il centro-sud gustano l'agnello locale, il vino, l'aria fresca e la famosa pecora bollita. Ma pochi pensano ai pastori, alla transumanza e allo spessore culturale, economico, sociale e storico della Pezzata. A questo proposito per la prossima edizione sono già in vista novità: ripensare l'intera manifestazione portandola a tre giorni, introducendo una mostra, rievocando dal vivo scene di vita pastorale. Si vuole inoltre creare un museo stabile della transumanza. Allora soddisfacendo il palato, sarà anche possibile ricordare o scoprire da dove viene la Pezzata e dare un senso più ampio e profondo alla voglia di svago e di cose genuine, nel ricordo dell'antico. Francesco Romagnuolo Fonte: F. Romagnuolo, Piccoli musei d'Italia , Lalli, Poggibonsi 1994.

  • Storie d'altri tempi: il lupo

    I fatti principali di questa storia me li ha raccontati mia madre: lei, infatti, era solita raccontarmi di tutto, sia quello che ricordava in prima persona, sia quello che aveva a sua volta sentito raccontare. E sebbene pochi ormai in paese ricordino i fatti, i familiari dei protagonisti purtroppo li rammentano ancora molto bene: Felice Di Tella, nipote di Giuseppe, mi ha fornito i documenti che sono qui riportati e successivamente la signora Flora Antonelli, anche lei nipote delle protagoniste, mi ha raccontato l'intera storia di quel triste giorno, con precisione e dovizia di particolari, così come l'aveva appresa da suo padre Gennaro Alessandro Antonelli (conosciuto con il soprannome di Cellitt' ) testimone diretto dei fatti. I fatti si svolsero il 18 agosto 1918 e vedono come protagonisti alcuni componenti della famiglia di Liborio Antonelli, Giuseppe Di Tella e suo figlio Pasquale, un giovane pastore ed un lupo. All'epoca molti compaesani combattevano al fronte, mentre quelli rimasti in paese si trovavano quotidianamente a dover affrontare la povertà e la fame. La povertà, la fame e le difficili condizioni di vita soprattutto nelle campagne erano ben note anche agli esponenti della politica e della cultura che si riferivano ad esse come "questione meridionale": l'unificazione dell'Italia del 1861, forzosa e mal riuscita, non aveva portato nessun miglioramento nelle condizioni di vita della popolazione: leggi inique e vessatorie, pressione fiscale esorbitante e non sostenibile, assenza o addirittura chiusura delle scuole avevano creato solo povertà, analfabetismo e brigantaggio. Fu in quel periodo che fu coniato il motto: "O brigante o emigrante". Oltre all'agricoltura la risorsa economica principale del paese era costituita dalla pastorizia: praticata con la tecnica della transumanza, che con lo spostamento del bestiame dalla montagna alla pianura durante l'inverno e viceversa durante l'estate, regolava la vita e le attività della popolazione come feste, matrimoni, e nascite. Durante l'estate il rientro dal Tavoliere delle Puglie delle mandrie comportava un restringimento degli spazi abitualmente occupati da animali predatori come il lupo che avevano campo libero ovunque durante l'inverno, aumentavano quindi le occasioni di contatto con il bestiame domestico che diventava facilmente preda di attacchi, sia notturni che diurni, da parte dei lupi. Questa situazione è ben rappresentata nel film di Giuseppe De Santis del 1956 "Uomini e lupi" che descrive la vita dei lupari , ossia dei cacciatori che si guadagnavano da vivere uccidendo lupi per conto degli allevatori: anche nel nostro paese c'era l'usanza di portare il lupo ucciso per le strade mettendolo in mostra come un trofeo; ed il cacciatore, come riconoscimento per il servizio reso alla popolazione, riceveva sempre offerte non in denaro, che scarseggiava ovunque, ma con generi alimentari come pane, grano, mais. Apparentemente un giorno come tanti il 18 agosto 1918, ma in un periodo importante: quello della mietitura, infatti quando il grano è maturo deve essere mietuto al più presto perché una giornata di sole in più o l'eventualità di un acquazzone o di una grandinata, sempre in agguato in zone montane, possono pregiudicare notevolmente il raccolto. Lo sapeva bene anche Liborio Antonelli che, avendo perso la moglie Florinda Bisciotti solo pochi giorni prima, era rimasto in casa con la sua famiglia per una intera settimana, come era usanza quando un lutto grave colpiva la famiglia, pur avendo il grano da mietere in località Muleta dove possedeva un terreno. Florinda e Liborio avevano quattro figli: Doralice, la primogenita, sposatasi a novembre dell'anno prima, e già sola in quanto suo marito era emigrato in America in cerca di fortuna; Antonietta, nata nel 1900, nubile; Gennaro Alessandro, nato nel 1903, meglio conosciuto come Cellitt' ; e la piccola Luisa nata nel 1906, quindi appena dodicenne. Terminati quindi gli otto giorni di lutto voluti dalla tradizione, consapevole che il grano non poteva più aspettare, quella mattina Antonietta prepara il tascapane con quel poco che avevano e che sarebbe dovuto bastare per l'intera giornata di lavoro; prende l'occorrente per cucire: ago, filo e ditale, non perché debba cucire, ma perché così usavano le donne - n'z sa mié... pò sèmpre servì (non si sa mai può sempre servire) - ed insieme ad Alessandro si incammina per raggiungere le Muleta, dove avrebbero incontrato la sorella Doralice che portava con se anche il suo asino. Loro padre Liborio non va con loro perché quella mattina aveva altre faccende da sbrigare; neanche la piccola Luisa va a mietere, non per capriccio, mancanza di volontà, o per la sua giovane età, ma perché priva di scarpe per poter andare in campagna. Non tutto il male viene per nuocere, recita un proverbio, infatti la mancanza di scarpe, apparentemente penalizzante per Luisa, le salverà la vita. Le Muleta è una contrada situata proprio alle falde di Monte Cavallerizzo (sotto alla Furcatùra ), pianeggiante e soleggiata, ottima posizione per la coltivazione del grano. Raggiungere oggi le Muleta significa fare una passeggiata solitaria ed in assoluto silenzio, rotto solo dal fruscio degli alberi o dal volo di qualche uccello, ma allora non era così: sicuramente Doralice, Alessandro ed Antonietta lungo il loro percorso incontrarono altra gente che andava a mietere con le quali scambiare qualche parola, o pastori con i loro greggi o mandrie di mucche; e sentirono ogni tipo di rumore tipico della campagna: il belare delle pecore, l'abbaiare dei cani, le urla dei pastori, i canti dei contadini già intenti al lavoro: la campagna di quel tempo, quella che anche io ricordo con nostalgia ancora oggi, era proprio così: viva e meravigliosa. Durante la mietitura le giornate non finivano mai, il lavoro iniziava molto presto al mattino e terminava al calar del sole, ed anche oltre, forse proprio in una di queste giornate calde e faticose che una donna del paese rivolgendosi al sole, per rimprovero o per esortalo a tramontare esclamò la frase: – Ess' si armast' – volendo dire: lì sei rimasto, perché oggi non tramonti? La giornata per i componenti la famiglia Antonelli trascorre regolarmente: Antonietta e Doralice mietono e dietro di loro Alessandro lega i covoni, ad una certa ora del pomeriggio tranquille ed ignare di ciò che le aspetta si fermano per fare l'armrènna (una breve sosta con spuntino pomeridiano, tipico dei lavori in campagna, che si faceva attorno alle 15:30-16:00). Durante la pausa Doralice si accorge di non vedere più la sua somara e chiede al fratello Alessandro di andare a cercarla, ma poiché lui ha ancora qualche covone da legare manda Antonietta alla ricerca dell'animale. Superata una collinetta poco distante Antonietta si accorge che la somara è stata aggredita da un animale che apparentemente sembra essere un cane: la ragazza si avvicina urlando in direzione dell'animale, per cercare di farlo allontanare, ma questo si rivela essere un lupo, per di più idrofobo, e non appena sente la voce della ragazza lascia la somara e si avventa su di essa: senza che Antonietta possa rendersi conto di ciò che accade il lupo la strattona, la butta a terra e con estrema violenza si accanisce contro di lei. Doralice, preoccupata dalla lunga assenza della sorella, prova a chiamarla ma, non ottenendo risposta, si mette alla sua ricerca: appena superata la collinetta vede la terribile scena del lupo, reso cieco della malattia, che si accanisce su Antonietta, anche lei prova ad urlare nella speranza di spaventare e allontanare l'animale, ma questo sentendo la voce di Doralice si avventa su di lei. Le urla di Doralice richiamano l'attenzione di Alessandro che corre a vedere cosa stia succedendo, ma Doralice cerca di avvertire il fratello: – Vattinne, vattinne! (scappa, scappa!) – urla ad Alessandro, ma il lupo ha ormai avvertito la presenza di un'altra persona e corre verso il ragazzo, questi prova a scappare, anche se in aperta campagna non ci sono molti posti in cui rifugiarsi, fortunatamente vede un solco nel terreno e vi si butta a pancia in giù, il lupo prova ad aggredirlo e con gli artigli ferisce lievemente la testa di Alessandro che fortunatamente era protetta, come si usava a quei tempi, da un fazzoletto annodato ai quattro angoli in modo da formare una sorta di basco. Il lupo che, come si è scoperto in seguito, proveniva da Capracotta dove aveva già fatto altre vittime, prosegue la sua corsa verso il paese e si imbatte in un gregge di pecore appartenente alla famiglia di Teresa Patete, conosciuta come "la Pupa" - che in dialetto significa bambola. Il gregge era custodito da un pastorello di 16 anni di Pietrabbondante, il quale inizialmente prova a difendere il gregge, ma quando vede che il lupo si dirige verso di lui, tenta la fuga e si rifugia in una casella (le caselle erano piccole costruzioni in pietre a secco che si trovano ancora oggi sparse per la campagna e che servivano da riparo per i contadini e i pastori) ma il lupo lo segue fin dentro al rifugio e lo aggredisce con estrema violenza, non solo sfigurandolo ma causandone la morte. Ormai nelle vicinanze del paese, in zona Pantano, si trovano Giuseppe Di Tella e suo figlio Pasquale, di quindici anni, i due hanno appena terminato di arare, hanno liberato i buoi dal giogo lasciandoli liberi di rifocillarsi, ed hanno caricato sul mulo l'aratro, il giogo e tutta l'attrezzatura per l'aratura. Giuseppe, sentendo le urla, fa appena in tempo ad intuire l'accaduto quando si accorge che il lupo si sta dirigendo verso di loro e comprende che lui e suo figlio sono in grave pericolo: così tira giù dal mulo il giogo, si fascia un braccio con la giacca ed affronta il lupo infilandogli il braccio fasciato in bocca, e cercando di mantenerlo fermo esorta il figlio a prendere il giogo per colpire in testa l'animale. Pasquale ubbidisce, ma non è facile colpire solo il lupo in quanto il padre e l'animale lottano furiosamente: sia per Giuseppe che per il lupo la posta è alta: per loro si tratta di vita o di morte. Nonostante la tensione Pasquale fa del suo meglio per essere preciso, purtroppo però, per sbaglio, colpisce anche il padre che per un momento sembra avere la peggio, ma subito si riprende, riesce ad immobilizzare il lupo in modo che Pasquale possa finalmente terminare l'opera uccidendo il lupo. Nella colluttazione Giuseppe è stato morso sul braccio, ma inizialmente non sembra nulla di grave. La giornata si chiude con un triste bilancio: un morto e tre feriti dei quali due in modo grave. Sin dalla stessa sera l'Arma dei Carabinieri, coadiuvata dalle autorità locali, inizia le indagini e gli opportuni rilievi. Al lupo viene tagliata la testa ed analizzata: il risultato delle analisi conferma le supposizioni e i timori iniziali: il lupo era affetto dal virus della rabbia. Il giorno seguente Giuseppe e le povere sorelle Doralice ed Antonietta vengono portati a Napoli e ricoverati in ospedale. Le ferite al seno vengono ricucite, le sorelle Antonelli reagiscono bene alle cure ma il pericolo ed il timore dell'infezione da rabbia rimangono; e benché le ferite di Giuseppe siano soltanto superficiali, anche per lui resta alto il pericolo del contagio. Infatti, dopo quaranta giorni esatti da quel terribile 18 agosto Doralice ed Antonietta Antonelli muoiono ad un giorno di distanza l'una dall'altra. Vengono seppellite nel cimitero vicino all'ospedale dove periodicamente il fratello Alessandro va a visitarle. Alessandro prende l'abitudine di recarsi alle Muleta nei momenti liberi e di fermarsi a pensare ai piedi di una pianta di noccioline: il luogo dove per l'ultima volta aveva fatto merenda con le sue sorelle. Un giorno, assorto nei suoi pensieri, smuovendo il terreno con un rametto, vede spuntare dal terreno un ditale: forse era quello che aveva portato con sé Antonietta quel maledetto 18 agosto 1918. Il destino di Giuseppe sembra diverso, viene presto dimesso dall'ospedale e torna a Vastogirardi, per un breve periodo non mostra i sintomi della malattia, ma poi inizia ad avere i primi disturbi specialmente durante la notte: al sopraggiungere delle crisi, insieme alla moglie toglie tutto ciò che si trova nella camera, poi lei esce rinchiudendolo e resta in attesa che cessi la rabbia furiosa che lo ha assalito. Nei momenti di calma Giuseppe, rendendosi conto della situazione, si sente sempre più frustrato e quasi si vergogna al cospetto dei figli e della moglie. Intanto la malattia diventa sempre più aggressiva e le crisi si ripetono sempre più spesso: Giuseppe deve essere sorvegliato giorno e notte, pertanto ad aiutare la moglie intervengono i parenti e le autorità del Comune, finché il 12 ottobre 1918, cinquantaquattro giorni da quel fatidico 18 agosto, la malattia ha il sopravvento e Giuseppe, distrutto nel fisico e nel morale, muore. Alla sua morte, all'età di 55 anni, Giuseppe Maria Di Tella lascia 6 figli: cinque avuti da una prima moglie e l'ultimo, Pasquale, avuto da Sabatina Stizza di Carovilli, sposata dopo la morte della prima moglie. Il 24 novembre 1919 la Fondazione Carnegie, conferisce la medaglia d'argento al valor civile a Giuseppe Di Tella. Il 31 dicembre dello stesso anno il Consiglio comunale di Vastogirardi delibera che la medaglia d'argento riconosciuta dalla Fondazione Carnegie debba essere consegnata in forma solenne alla vedova Sabatina Stizza e le assegna altresì un contributo annuo di £ 1.200 rinnovabile di anno in anno secondo le necessità della famiglia. Il 31 maggio 1921 il Ministero dell'Interno conferisce la medaglia d'argento al valore civile per atto di eroismo al consigliere comunale Giuseppe Di Tella. Domenico Marchione Fonte: http://www.vastogirardiefriends.it/ .

  • Una terra contadina ricoperta di fiori

    Mentre leggevo le solite tristi notizie sull'epidemia da Corona, un breve articolo del quotidiano "Dolomiten" dedicato al fatto che il Molise non presenta quasi nessun caso di positività al Corona, mi ha riportato alla mente la vacanza spensierata che ho fatto in questa regione pochi mesi fa. Questa notizia è chiara da capire, perché in Molise non c'è molto altro se non una natura incontaminata su larga scala. Desidero quindi condividere con i lettori il giro in bicicletta fatto nell'avventuroso "Molise", sulla base dei miei appunti raccolti durante la vacanza. Il Molise, con capoluogo Campobasso, è la seconda regione più piccola d'Italia e ha circa 300.000 abitanti. Il viaggio: la costa adriatica già si intravede quando si transita vicino a Cervia. A Fossacesia siamo scesi dal treno con l'obiettivo di risalire in bicicletta la valle del Sangro, lungo il confine tra Abruzzo e la parte più elevata del Molise, e passando per l'altopiano del Matese, di raggiungere il capoluogo di regione, Campobasso. Dopo due giorni di pedalate fino a Pennadomo e sotto gli auspici di un eccellente meteo per noi ciclisti, ci siamo trovati circondati da strade invase da primule, aglio orsino, violette alpine e giacinti stellati. Il nostro percorso: dalla val di Sangro fino a Giuliopoli e poi su verso Rossello, Pescopennataro e il comprensorio sciistico di Prato Gentile a 1.500 metri di quota. La flora è sempre variegata, con piccole primule, fiori dell'erba trinità e crochi che spiccano tra resti di neve a bordo strada. La vista, man mano che salivamo di quota, diventava sempre più vasta e interessante avendo come punti di riferimento le vette innevate verso nord-ovest o alcune creste solcate da pale eoliche, che sono molto numerose in Molise per via del vento. Ne abbiamo avuto conferma da alcuni abitanti, che ci han detto che la regione è famosa per la sua ventosità. Arrivati al punto più alto del nostro giro, abbiamo deciso di prenderci una pausa: Capracotta, il nostro obiettivo del giorno, giace circa 100 metri sotto i nostri piedi. Ci godiamo una vista straordinaria in direzione ovest verso la grandiosa Majella e verso meridione con un'infilata di creste e valli, e numerosi paesini arroccati sulle colline o direttamente appoggiati a costoni rocciosi. Nel pomeriggio, dopo la vana ricerca di un posto letto a Capracotta, che secondo alcuni locali avrebbe dovuto essere semplice, la situazione si è fatta precaria. L'unico albergo aveva giorno di riposo, ma per fortuna la sua proprietaria ci ha consigliato un B&B nelle vicinanze, quasi alla fine del paese, dove abbiamo passato una notte ristoratrice. Anche la cena come la camera d'albergo sembrava appesa a un filo, perché tutti i ristoranti o erano chiusi o erano in giorno di riposo. Poi, proprio alla fine del paese, mentre mi aspettavo ormai di mangiare solo un vecchio panino, residuo delle scorte di casa, e la poca frutta rimasta, è apparso come un faro un ristorante, dove siamo stati finalmente ben rifocillati. Il giorno successivo, dopo tante pedalate in salita, dovevamo solo scendere per chilometri lungo una strada magnifica e praticamente senza traffico, con viste ampie sul circondario. Si percepisce dappertutto l'abbandono di un territorio paesaggisticamente intatto e i segni dello spopolamento, così come un intenso isolamento. Sull'altopiano del Matese La seconda parte del viaggio ci ha portati dalla val di Sangro al massiccio del Matese, attraverso la valle del Volturno e passando per Isernia. L'altopiano del Matese non ha deluso le nostre attese, anche se si è presentato diverso da come ce l'eravamo raffigurato, perché somiglia parecchio alla piana di Castelluccio nelle Marche. Il Matese non possiede un altopiano vero e proprio, ma consiste più che altro in una valle di alta montagna, cinta su entrambi i fianchi dalle vette più alte della zona (circa 2.000 metri di quota). Tre grandi laghi caratterizzano la vallata, che è orientata in direzione est-ovest, con un panorama agreste ricco d'acqua, di verde e di fiori, dove pascolano pecore, mucche e cani da guardiania. L'estate potrebbe essere più animata da un punto di vista turistico, ma da dove potrebbero venire gli ospiti, se non c'è nessuna grossa città nelle vicinanze? Sono rimasta comunque contenta di questa situazione e dopo numerose chiacchierate con le persone del posto, ho capito che non gli manca niente, che sono soddisfatti e che hanno parecchio tempo a disposizione. Su internet avevo letto qualcosa sulla principale località, Gallo Matese, e mi ero immagazzinata informazioni su una piccola e fresca località di villeggiatura estiva, ma davanti ai nostri occhi si è materializzato un paesino mezzo dirupato, con dominanti toni grigi e adagiato su una catena di verdi collinette. Tutti si conoscono e così una persona ci chiamò direttamente la signora - mentre stava facendo la spesa - da cui avevamo preso in affitto il nostro "appartamento di lusso". Una bucolica casetta, restaurata perfettamente con fondi europei, con una grande cucina al pianterreno e le camere al piano di sopra. A fianco c'era una pizzeria, il centro del paese a dieci minuti di strada più in alto, vicino l'alimentari dove abbiamo acquistato tutto quello che ci potesse servire; tutto questo alle 10 di sera e con una gentilezza e con un sorriso raramente rintracciabili altrove. Nel Matese risuonavano quelle immagini, che spesso mi ero immaginata mentre ero persa nella contemplazione delle carte geografiche. Poiché ci sentivamo super coccolati - infatti era acceso persino il riscaldamento - decidemmo di dedicare una giornata extra per una gita in montagna. L'escursione non ci ha portato in vetta, perché la ricerca del sentiero, le nuvole scure che si muovevano sui crinali, i cavalli selvatici ci hanno distolto dalla vetta e resa soddisfacente la passeggiata, anche se solo verso un piccolo passo di montagna. Sguardo sulle vette più alte del Matese Il giorno successivo, ennesima giornata perfetta e cristallina, abbiamo contemplato le vette più alte, siamo saliti a Letino e poi su e giù lungo l'ampio fondovalle, con alla nostra sinistra le vette più alte del gruppo, nell'ordine il monte Morzone, il Miletto, la Gallinola, purtroppo senza tracce di segnavie o di sentieri. Nelle vallette c'erano ancora fiori, con orchidee di numerose varietà, viole gialle e blu, fino ad arrivare al grande lago del Matese, situato all'estremità orientale dell'altopiano. Al Passo di Miralago abbiamo seguito l'indicazione per la Sella Perone, da cui avevamo previsto di lasciare Campitello Matese per scendere a valle verso Bojano e poi ancora oltre in direzione di Campobasso. Ma la strada era chiusa, gli operai forestali ci hanno detto che c'era ancora molta neve, e che se avessimo voluto, avremmo potuto portare le bici a spalla... Non abbiamo corso il rischio e a Guardiaregia, l'ultimo paese di montagna, abbiamo avuto una buona dritta da un ragazzo, su come arrivare a Bojano passando vicino alla statale, ma evitando il traffico delle auto. Tornati in fondovalle, abbiamo incontrato una vegetazione fitta e rigogliosa e durante un'ultima passeggiata a Bojano non abbiamo trovato nulla di interessante, a parte cartoline e un buon gelato. Ma la cosa migliore della cittadina era che aveva una stazione ferroviaria. Alle 9 del giorno seguente abbiamo preso il treno per Campobasso e, dopo un breve sosta, abbiamo proseguito per Termoli. Nella zona pedonale della cittadina abbiamo avuto l'opportunità di fare un ottimo pasto con cui concludere le nostre vacanze molisane. Alle 13 abbiamo preso il treno verso casa. Toni Niedrist (trad. di Luca Ciprari) Fonte: T. Niedrist, Blumenübersätes Bauernland , in «Dolomiten», CXXXIX:5, Bolzano, 7 gennaio 2021.

  • Fonti e sorgenti di Capracotta: la Fonte di Ponte di Ferro

    L'ultima fonte presente in contrada Guardata è un abbeveratoio realizzato negli anni '90, al quale non ci si è degnati nemmeno di dare un nome, motivo per cui lo scelgo prendendolo in prestito da una località limitrofa. A nord del campo di calcio intitolato ad Erasmo Iacovone, infatti, vi era in passato un'anonima cannella d'acqua che riversava le sue acque in direzione del Comunicio e che nel 1995 è stata dotata di una vasca in cemento che facilitasse l'accesso dei bovini alla risorsa idrica. Il nome della località chiamata Ponte di Ferro rimanda invece al materiale con cui, probabilmente, era costruito il precedente viadotto il quale, dopo un'importante frana agli albori del Novecento, venne sostituito da uno in pietra e cemento. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: R. Almagià, Studi geografici sulle frane in Italia , vol. II, Soc. Geografica Italiana, Roma 1910; F. Di Tella, L'oro blu di Capracotta. 100 miniere attive ed esaurite , Capracotta 2021; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • «Vento che mena, tempo che dura»: le poesie di Olindo Paglione

    Proprio come Luigi Ianiro, Vincenzo Labbate, Mauro Giuliano o Nicola D'Andrea, anche Olindo Paglione appartiene alla schiera dei poeti capracottesi poco scolarizzati. Il suo stile compositivo, tuttavia, è lontano dal sonetto ianiriano e dalla rima dandreana, tanto che i suoi versi, estremamente semplici ed elementari, appaiono più vicini alla prosa che non alla poesia. Olindo Paglione, infatti, non era un pastore né un falegname ma un artigiano della pietra, che lavorava con gusto nel tempo libero, anche se il mestiere ufficiale era quello del carpentiere, specializzato nella copertura dei tetti. Egli fu attivo perlopiù a Capracotta nonostante abbia eseguito lavori anche in Francia. Olindo Paglione rappresentava però il tipo capracottese: dedito alla famiglia ed al lavoro, persona assolutamente godibile nelle occasioni conviviali e scanzonato quando si trattava di suonare l'inseparabile organetto. Conservo alcuni suoi scritti, vergati a mano su fogli che egli stesso, un anno prima di morire, donò a mia suocera: oltre a pensieri sparsi, vi è un componimento datato 31 marzo 1992 ed altri due del novembre 1999. Su quei fogli di quadernino Olindo affermava che «questo mio scritto è una perdita di tempo, senza obbligo di leggerlo [che] ti resterà noioso, ci sono parole non complete, mal scritto, mi trema la mano. E anche la composizione, con la 3ª elementare una cosa migliore non può uscirci». Nella "Prima antologia di poeti capracottesi" - che vedrà la luce nel mese di ottobre - sono stato costretto, mio malgrado, ad espungere Olindo Paglione perché, se con Ianiro e D'Andrea non vi è stato bisogno di alcun intervento di correzione, nel suo caso è stato invece necessario riparare alcuni errori grammaticali grossolani che, tuttavia, rispecchiano la parlata di Capracotta. È grossomodo quel che viene chiamata, in linguaggio tecnico, sonorizzazione dell'occlusiva postnasale, un fenomeno linguistico in cui le consonanti occlusive sorde vengono sonorizzate quando seguono le nasali. Nel tentativo di correggersi, infatti, Olindo è caduto spesso nell'ipercorrettismo, per cui ho trovato, ad esempio, l'avverbio «quanto» in vece di quando , l'aggettivo «rovento», l'infinito gerundio «disperanto» o il plurale doppio «bracce». Ma gli errori, si sa, li fa solo chi "lavora" e, come ha scritto Olindo Paglione su uno dei suoi fogli, «vento che mena, tempo che dura»... e allora gustiamoci un paio delle sue poesie (un'altra, "Sul mare", l'avevo già pubblicata qui ): Un fiume dalle acque limpidissime Un fiume dalle acque limpidissime che scende dai monti serpeggiando nella immensa pianura interrompe il suo cammino. Al di là del fiume una donna se ne va sola soletta cantando e cogliendo fiori profumati d'amore e di grazia. Quel tristo giorno La mia ragazza trascinata dalla mente e dalla visione, a fare un giro da sola con la sua barca, in quel traditore mare. Partiti con un sole rovente, con la vela se l'è portata via il vento. Vento vento traditore della mia bella. Dopo tanto scompare dal mio sguardo. Le lacrime bagnano il mio cuore e l'anima. Mia cara, quanto saranno grandi quelle tristezze che tu stai passando... Nelle mie mani non c'è più il tuo sonno ma ci sono le tue lacrime. Nelle mie labbra non ci sono più quei tuoi profondi baci, mentre ho una bocca deformata e un cuore sradicato. Nelle mie braccia non c'è più il tuo corpo ma c'è un vuoto d'aria. Mia cara, perché mi hai lasciato? Perché non mi hai portato con te? Così scendevamo insieme nel profondo mare. Francesco Mendozzi

  • Pasquale Di Nucci, lo chef che con i suoi spaghetti agli scampi stregò gli Agnelli

    Con i suoi spaghetti agli scampi, deliziosi, aveva conquistato il palato di numerosissimi avventori, termolesi diventati clienti habitué e turisti che arrivavano a Termoli da ogni parte d'Italia per assaggiarli. E ricevuto i complimenti da personaggi illustri, rimasti impressionati dal suo talento, per citarne uno, il patron della Fiat Giovanni Agnelli. «In tanti sono passati di qui», ricordano gli amici di sempre. Pasquale Di Nucci, titolare dello storico ristorante tipico che portava il suo nome fino a una decina di anni fa in corso Fratelli Brigida, è morto all'improvviso, all'età di 78 anni, nel pomeriggio di oggi, stroncato da un infarto nella sua casa di Capracotta, dove stava trascorrendo gli ultimi giorni di vacanza, prima del rientro a Termoli, città in cui viveva da oltre mezzo secolo con la sua famiglia, nell'abitazione al lato della sua attività. Uno chef molto quotato, che si era fatto un nome dopo essersi formato da autodidatta in Svizzera e in giro per il mondo, in diverse località di richiamo. Nonostante fosse uomo di montagna, originario dell'Alto Molise, si era specializzato nella cucina tipica di pesce. Aveva battezzato i suoi spaghetti agli scampi "alla Faruq", in onore del re d'Egitto, che trascorse buona parte del suo esilio a Roma, dove insieme alla moglie fu protagonista delle cronache mondane della Dolce Vita. Nel 1967 lavorò nello storico hotel Quisisana, simbolo di Capri dalla seconda metà dell'800, nella piazza dell'incantevole isola. Nel '69, il suo rientro in Molise: fu cuoco dell'Hotel Giardino, per un anno e mezzo, e in seguito, nel 1971, aprì il suo ristorante, in via Fratelli Brigida, dove ora si trova il negozio di articoli tessili Zucchi, pochi metri dopo l'incrocio con corso Umberto I. Un piccolo locale, dove accolse i tanti clienti che arrivavano appositamente anche da fuori regione. Nel 1972 Di Nucci partecipò anche a una trasmissione televisiva, condotta da Ave Ninchi e dall'enologo e maestro della cultura gastronomica Gino Veronelli, programma in onda sulla Rai, "antenato" de "La prova del cuoco". Con i suoi formidabili piatti a base di pesce lo chef molisano riuscì a battere i rappresentanti della Sardegna. Il ristorante intanto cambiò location, si trasferì di fronte, al numero civico 101, in locali più spaziosi che negli ultimi anni sono diventati sedi elettorali dei candidati sindaci durante le amministrative. Lì Di Nucci ospitò diversi personaggi celebri, per citarne solo uno, l'avvocato Giovanni Agnelli e la sua famiglia, che si fermarono a pranzo, dopo l'inaugurazione della linea di produzione del motore Fire nello stabilimento di Rivolta del Re. Era il 1985, anno memorabile per il ristoratore, che riuscì a stregare l'avvocato del Lingotto, rimasto impressionato dalla cura e dai sapori dei suoi piatti. Tanto che Susanna Agnelli in persona, come amano ricordare gli amici profondamente rattristati per la scomparsa del 78enne, gli propose di diventare lo chef di casa, di trasferirsi da loro per un anno di prova. Invito che Di Nucci declinò, pur essendone ovviamente molto onorato, per rimanere in quella che era diventata la sua città d'adozione, dove per tanti anni ancora continuò a svolgere il suo lavoro e a ricevere anche altre personalità di rilievo. Il ristorante è chiuso dal 1999, da quando Di Nucci decise di andare in pensione per dedicarsi completamente alla sua famiglia. Il 78enne lascia la moglie Antonietta, i due figli, Lisetta e Gianfranco, la nuora Teresa e i nipoti. I funerali si svolgeranno domani giovedì 6 settembre alle ore 16 a Capracotta, nella chiesa di Santa Maria in Cielo Assunta. La notizia della sua scomparsa si è diffusa in breve tempo nella città adriatica, e ha aperto la memoria, tra i numerosi amici e conoscenti, ai tanti ricordi, della sua bravura ai fornelli, e di quell'«indimenticabile piatto di spaghetti agli scampi». C. M. Fonte: https://www.primonumero.it/ , 5 settembre 2012.

  • L'esperienza di un piccolo Comune

    Il Comune di Castel del Giudice è un piccolo, anzi piccolissimo comune di 150 abitanti "lordi" - perché di solito ce ne sono anche di meno - tra l'Abruzzo e il Molise, e se guardiamo ai parametri che definiscono le caratteristiche socio-economiche di un territorio, possiamo dire che è un'area interna più interna delle altre. Non è come qui nelle Marche, dove si pone il problema di una riconversione delle aree. Da noi si pone il problema di "creare" un'idea di sviluppo. Noi siamo stati caratterizzati da uno spopolamento storico. I nostri territori sono abbandonati sia dal punto di vista agricolo che umano. Come piccoli comuni ci siamo rimboccati le maniche negli anni scorsi senza avere la presunzione di risolvere i problemi. Non solo io, che ho lavorato negli ultimi cinque anni, ma anche chi mi è intorno e mi ha preceduto è stato animato da vera passione per il destino del nostro paese. E siamo partiti - lo dico facendo così un po' di filosofia - dalle debolezze, cercando di trasformare quello che è oggi un motivo di debolezza in un punto di forza. Nel 1999 abbiamo cominciato a muovere i primi passi realizzando un piano per le residenze assistite per anziani che mancavano. C'era una legge, l'art.20 della l. 64 - che voi non conoscete ma Franco certamente sì perché la l. 64 è la madre di tutte le agevolazioni del Sud - che prevedeva interventi per l'edilizia ospedaliera. Il Comune, che non ha una vera e propria sede utile se non un teatro, mise la propria bandierina per farne una sede di una residenza sociale assistita. Sempre nel '99 pensammo di utilizzare invece un altro punto di debolezza: avevamo una scuola elementare abbandonata e una scuola materna abbandonata da tempo, dato che oggi abbiamo un servizio di scuolabus verso una scuola in un vicino paese dell'Abruzzo, che rappresentavano un problema economico perché comunque andavano mantenute. Pensammo quindi di riconvertirle e sulla base di questa programmazione teorica lanciammo la sfida alla Regione Molise chiedendo di mantenere queste strutture all'interno della programmazione, ma rifiutando il pack , l'offerta del finanziamento. Nel senso che volevamo che rimanesse il contenuto della programmazione ma provvedendo noi al finanziamento. Questo nasceva dalla consapevolezza che i soldi effettivi non c'erano ma al contempo non volevamo perdere il diritto della programmazione. Per finanziare l'iniziativa ci venne in mente di chiamare i cittadini a diventarne soci. Quindi il Comune promosse la nascita di una cassa comune e chiedemmo ai cittadini di investire per diventare soci di questa cooperativa; 25 cittadini risposero presente. Usufruimmo anche di un finanziamento agevolato da parte di una banca locale e quindi raggiungemmo un capitale soddisfacente per trasformare la scuola elementare in RSA. Oggi è l'unica struttura del genere nel Molise e occupa stabilmente 22 persone ormai da 15 anni. La scuola materna l'abbiamo trasformata invece in struttura per anziani autosufficienti operando in modo da integrare le due strutture. Da qui la gente ha cominciato a capire che le proposte che andavamo a fare potevano essere trasformate in realtà. La seconda marginalità, o debolezza, era per noi quella dei terreni abbandonati, che costituiscono anche un problema idrogeologico. Nel 2000 venne un agronomo del Nord a spiegarci come gestivano i territori montani in Trentino-Alto Adige e ci chiese perché non provavamo anche noi a fare come loro. Grazie alla sua esperienza il Comune costituì una seconda public company a cui aderirono 75 cittadini, distribuiti in più paesi contermini, e alcune imprese. Io come sindaco non chiedo finanziamenti ai privati ma cerco di farmi dare tre-cinque-diecimila euro per sostenere l'avvio dell'attività economica nuova e dico che il loro gesto è importante per questo. Costituimmo quindi la società "Melise", che significa mela-Molise. Al momento abbiamo quaranta ettari di mele e produciamo mele sia tradizionali che varietà di mele storiche recuperando fino a sessanta varietà molto ricercate dal mercato per la scarsa reperibilità. E la scarsità del nostro mercato locale e l'abbandono dei nostri territori si è trasformato in un vantaggio competitivo. Gran parte delle nostre mele finiscono in Germania e a Monaco di Baviera, non perché noi siamo più bravi ma perché là apprezzano la qualità del prodotto incontaminato. L'altro anno avevo ospiti dei tedeschi che erano venuti nel periodo di Pasqua. Considerate che il nostro paese sta poco sotto il paese di Capracotta che è uno dei più alti dell'Appennino, a 1.400 m. e allora c'era ancora la neve e un piccolo ruscello scendeva nella conca dove sono le piantagioni e loro rimasero affascinati dal fatto che quelle mele venivano alimentate dall'acqua derivata dallo scioglimento della neve. Per noi era una sciocchezza, un'ovvietà, ma non per loro... e lì ho capito qual è il vantaggio che noi abbiamo, il valore commerciale su cui possiamo puntare, che è l'ambiente, la genuinità della coltivazione. È per questo che vengono da fuori a prendere il nostro prodotto a prezzi per noi soddisfacenti. Stiamo adesso puntando anche sul mercato locale e nazionale, verso il mercato di Roma in particolare, cercando un rapporto diretto con il consumatore. Come occupazione garantiamo 5 persone a tempo indeterminato più 20 persone stagionali per le fasi di maggiore lavorazione. Terza iniziativa. La marginalità individuata è non solo nell'attività agricola ma anche nell'allevamento, nell'abbandono delle stalle. Caratteristiche dei nostri modi di allevare è che le stalle non erano sotto l'abitazione ma erano concentrate in una zona specifica del centro del paese. Il progetto è quello di trasformare queste vecchie stalle in un albergo diffuso. Abbiamo dovuto fare una precisa ricognizione per individuare i proprietari degli immobili. Chi stava in Germania, chi in America, chi non si sapeva dove fosse... poi nessuno era in condizione di andare dal notaio a vendere questi immobili per via dei frazionamenti, le comproprietà etc... grazie agli anziani del paese che sapevano tutto delle diverse generazioni, li abbiamo però individuati e convocati tutti in assemblea all'interno della RSA comunale, per dare prova della serietà delle proposte dell'amministrazione comunale. Facemmo una specie di referendum per sapere se la maggioranza dei proprietari era d'accordo nel trasformare la loro proprietà in una struttura ricettiva, con tutti gli impegni finanziari, amministrativi, tecnici che questo comporta. Ricordo che l'80% dei proprietari presenti rispose sì. Il problema è che questi immobili non potevano essere venduti, quindi abbiamo sfruttato la l. 120 del 2002 che dà la possibilità ai titolari di riqualificare pezzi del proprio territorio a fini urbanistici con un passaggio importante che consente ai comuni di espropriare a vantaggio di un soggetto primario partecipato dal Comune. Quindi noi abbiamo accolto la disponibilità di tutti, abbiamo definito un prezzo da corrispondere ed alla fine abbiamo avviato l'esproprio. In questo caso non abbiamo fatto la public company perché ci siamo accorti che i proprietari non erano disposti ad investire altre risorse e abbiamo pensato di chiamare altri soci investitori accanto al Comune. Dei 50 immobili da recuperare 25 ne abbiamo ristrutturati e 8 sono in ristrutturazione. Il Comune ha impegnato in questo progetto tutte le risorse che erano a disposizione a vario livello per le aree interne. Un piccolo comune deve capire che non può sostenere tanti progetti importanti, ma deve puntare su un solo progetto importante capace di dare un futuro alla comunità e concentrare tutte le iniziative in quella direzione. Abbiamo venduto beni per dirottare il ricavato in quell'azione. Tutte le costruzioni sono state ristrutturate seguendo le direttive della Soprintendenza. L'unico spazio nuovo è stato creato ipogeo, sotto la piazzetta del borgo, per realizzare un centro benessere e farci un ristorante dove il qui presente agronomo Menghini ha avuto il piacere di soggiornare. Questo progetto è partito nel 2003 ed abbiamo aperto il ristorante e il centro benessere quest'anno, da cinque sei mesi. Nei week-end abbiamo diversi clienti. Abbiamo anche una presenza in diversi portali, da Slow Food a Legambiente. Abbiamo altre idee in cantiere come lo sviluppo della convegnistica, la realizzazione di un piano di comunità all'interno del Comune stesso, la riscoperta di altri luoghi abbandonati... Abbiamo creato quindi dei contenitori intorno ai quali abbiamo coinvolto tutta la nostra comunità e tutto il nostro territorio. Penso che non abbiamo fatto altro che la nostra parte. Nel nostro piccolo abbiamo dimostrato che si può fare, anzi si deve fare, perché non siamo noi il problema principale del nostro governo, e quindi dobbiamo essere noi propositivi, noi presentare delle proposte nella consapevolezza che non siamo un peso ma un'opportunità. In questo modo ce la possiamo fare. Per i nostri territori interni il futuro di gioca sulla residenzialità. Noi abbiamo avuto esperienza di un ragazzo che è venuto da Bologna a fare assistenza nella nostra struttura, figli che sono tornati in paese, nuove generazioni... abbiamo tanti altri soggetti che sono disponibili a tornare o ad arrivare se c'è il lavoro. Quindi bisogna partire dal lavoro se si vuole vincere la sfida del futuro nelle nostre aree interne. Lino Gentile Fonte: Sguardi nel territorio , in «Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche», XXII:229, Polverigi, Giugno 2016.

  • Settembre: andiamo alla Madonna...

    Ripercorrendo i passi della mia esperienza di prete che vive gomito a gomito col popolo nella comunità parrocchiale, tra i tanti problemi pastorali, ho affrontato il tema: "Come vivere la fede in una dimensione di popolo". La partecipazione e la condivisione di vita con la gente e per la gente, mi ha indicato una strada per una analisi delle espressioni della religiosità popolare: cogliere, cioè, non la semplice religiosità, ma la fede del popolo. Mi sono accostato con umiltà ad un principio perenne: il sensus populi è anche sensus fidei . La fede popolare è anche istituzionale, è nell'alveo della Chiesa. Gli insegnamenti del Vangelo sono innervati nella vita quotidiana e nella sapienza di un popolo. Condividere, per capire, con la fatica di cercare e contemplare le fede nella vita del popolo, è compito pastorale arduo e da approfondire continuamente. L'anima di un popolo affiora nelle espressioni e nelle manifestazioni della devozione popolare. La religiosità popolare è l'espressione di una dimensione profonda dell'uomo, nella sua autenticità, traduce sempre una vera "fame" del sacro e del divino. Non è inferiore o subalterna alle forme religiose ritenute più raffinate: si correrebbe il rischio - afferma Giovanni Paolo II - che paesi e villaggi diventino « deserto senza storia, senza religione, senza linguaggio e senza identità, con conseguenze gravissime » . È una forma eminente di inculturazione di una fede creduta e vissuta: rispecchia e rivela i tratti caratteristici delle varie genti. È anche espressione di una cultura e generatrice di un ethos popolare. Traduce una dimensione "comunitaria", fondata sull'appartenenza ad un mondo comune e rende possibile la comunicazione. Ha stretto legame col mondo contadino e, per Capracotta nel passato, col mondo dei pastori, dei carbonai e degli artigiani. Costituisce anche oggi una ricchezza per molti versi esemplare. Anche la "festa" manifesta la dimensione popolare della religione e l'identità di una comunità radicata in un luogo e in una storia. È momento concreto di affermazione - sia pur parziale - di una società non frammentata: esprime convivialità, gioia, gusto di ritrovarsi e stare insieme. Da un punto di vista teologico-pastorale si può dire che i fedeli prendono coscienza di essere popolo, quando il loro aggregarsi esprime la solidarietà e la vicinanza tra credenti di una cultura e un territorio. Nelle festività di settembre in onore di S. Maria di Loreto, scandite in tre giorni (7, 8 e 9), trovo attuate le indicazioni e il significato della religiosità popolare di impronta squisitamente mariana. In una società globalizzata e segnata da un relativismo etico-religioso, il "convenire" dalle varie parti d'Italia e del mondo verso la terra delle proprie origini, perché... "esce la Madonna"... riempie il cuore di gioia e di speranza di ogni capracottese, impregna la vita di profonda e sofferta spiritualità. Le radici storiche risiedono nella particolare configurazione della montagna e nella rete di comunicazione dei tratturi attraverso cui i pastori conducevano ogni anno le greggi dai pascoli invernali della Puglia agli alpeggi estivi del Molise alto e di Capracotta. La religiosità popolare, mai venuta meno nel corso dei secoli, ha sempre messo al centro la devozione alla Madonna. Il Santuario di S. Maria di Loreto, segno dell'irrompere di Dio nella storia umana, costituiva una pausa di ristoro (fisico e spirituale), meta e traguardo del pellegrinare della vita, oasi dello spirito per un clima favorevole per le proprie esperienze di fede. La Madonna dell'Incoronata di Foggia innalzava il suo "arco" con la Madonna di Loreto per accogliere i voti, le preghiere, le gioie, le sofferenze e... tante parole espresse con i sospiri dell'attesa e del ritorno. " O Madonna de Lurìte, accumpàgname Tu " era ed è ancora l'invocazione di ogni capracottese che passa dinanzi a quella chiesetta, scoprendosi il capo e segnandosi con il segno della croce. Un paese che non ha radici o, se le ha, le recide crudamente è destinato al fallimento e alla morte. La cultura contadina e artigianale è rimasta psicologicamente presente nella nostra gente apportando quell'etica delle cose pensate, soppesate, valutate criticamente: dentro c'è l'equilibrio delle stagioni, del buon senso, della morale evangelica, di una "sentita e vissuta" devozione alla Madonna di Loreto. Oggi sembra una cultura superata, nel segno della speranza e delle aspirazioni più alte di ogni capracottese, superata, non vinta, perché ben orientata è sempre ricca di valori. Manifesta una sete di Dio, che solo i semplici e i "poveri di spirito" conoscono; rende capaci di generosità e di sacrificio fino all'eroismo, di inventiva e di creatività in ogni angolo della terra dove è approdato un figlio di questa montagna arida ma ricca di talenti. Genera atteggiamenti interiori, raramente osservati allo stesso grado: pazienza, sacrificio, senso della croce, distacco, apertura agli altri, devozione. Il passato non può essere sommerso dalle distrazioni del presente. Il nostro paese, Capracotta, è un paese "dell'anima", perché ha sempre messo al centro la Madonna, la Madre di Dio e Madre nostra, venerata nel bel Santuario all'ingresso del paese. Non si passa mai per caso, ma si è sempre pellegrini verso qualcosa di grande e di sublime, capace di rimettere in moto la volontà di cambiare il senso della propria vita e il suo impatto col tempo e con la storia. « Gli antichi abitanti – afferma Luigi Campanelli – sentirono quasi un bisogno spirituale di consacrare quel luogo a convenirvi devotamente per invocare aiuto nella partenza e rendere grazie al ritorno. Al fervore religioso si aggiunse una gara di generosità tale da garantire alla Chiesetta un "patrimonio vistoso", per assicurare, "in prosieguo della pastorizia", i frutti di una crescente prosperità » . Il popolo capracottese, attraverso il tempo, si fa destinatario e protagonista di questo "fenomeno religioso" che si riempie di attesa quotidiana nell'arco di un triennio, e poi diventa esplosione incontenibile, commossa, sentita, partecipata come un fatto di famiglia. Il tessuto vivo di gente riunita da ogni parte del mondo intorno ad una Immagine che percorre le vie del paese, in un clima di devozione filiale, sottolinea il fenomeno dell'aggregante concordia di popolo, che è la "paesanità", che sorpassa il folklore del rapido passaggio dei cavalli, unico flebile retaggio di una tradizione passata segnata da tante fatiche e da tante rinunce. Il Monumento all'Emigrante, finanziato e realizzato dai capracottesi sparsi nel mondo con la solerte guida di Giuseppe Paglione, posto sotto lo sguardo benedicente della Madonnina, è il segno di una presenza continua e vigile di tanti "figli" di questa terra, interpreti dell’antico popolo sannita, ricco di passioni e nutrito di tanta forza morale, sostenuta e irrobustita da un vivo senso della religione. Un cantautore siciliano, Armando Bonfiglio, che ha sposato a Leamington in Canada una figlia di Angeluccio Paglione, affascinato dalla festa dell'otto settembre ha scritto una struggente canzone dal titolo "Festa a Capracotta". Il ritornello mette in risalto il miracolo della festa del "convenire nella convivialità": Questa è la festa della Madonna, metti il vestito, aggiusta la gonna. Sono venuti da tutto il mondo per celebrare questo evento. Tutti insieme ci incamminiamo a passo quieto per la Madonna di Loreto... Madonna sei troppo importante, hai riunito tutti quanti... Sono felice e molto lieto per la Madonna di Loreto! Anch'io negli anni giovanili ho avvertito fortemente il fascino religioso della devozione alla Madonna. All'ombra di quel Santuario è sbocciata la vocazione al sacerdozio di mio fratello e mia. Leggendo nel volto dei miei paesani i sentimenti e le emozioni del ritorno e il distacco struggente della partenza, ho interpretato in dialetto capracottese la gioia della festa e il dolore della lontananza. Due forti emozioni si intrecciano e si completano sotto lo sguardo materno di Maria, nel segno della fede e della condivisione: la gioia dell'arrivo, il dolore della partenza. Il naturale e il soprannaturale non sono piani sovrapposti, ma fili intrecciati nell'unico ordito della vita. La vicinanza a Dio, alla Madonna, ai santi non si misura a metri, ma a battiti di cuore! Osman Antonio Di Lorenzo Fonte: O. A. di Lorenzo, Settembre: "Andiamo alla Madonna"... , in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.

  • Pierina Di Nucci

    Un posto d'onore spetta anche alla compaesana Pierina Di Nucci, da anni residente a Milano e impegnata come sarta nel mondo della lirica, dello spettacolo e dell'alta moda. Davvero non c'è luogo di prestigio dove il sartore capracottese non abbia lasciato tracce. Credo che se le ricerche continuassero a cercare nella vita dei tanti capracottesi dediti all'arte del cucito chissà quante novità potremmo ancora scoprire. Il merito di Pierina è stato quello di conquistarsi un posto alla Scala di Milano come sarta costumista degli abiti di scena dei più grandi soprani, tenori e ballerine della platea lirica nazionale e mondiale. Tra le sue mani sono passati, solo per fare alcuni nomi, i costumi di scena dell'indimenticabile tenore Luciano Pavarotti (famoso il mantello dell'opera "Don Carlo"), del baritono spagnolo Placido Domingo, della soprano Mirella Freni e delle ballerine Oriella Dorelli e Luciana Savignano. Pierina, quindi, ha vestito i più grandi artisti del Teatro alla Scala di Milano. Ma come è arrivata Pierina al tempio della lirica italiana e mondiale? Pierina è nata nel 1944 a San Severo in provincia di Foggia durante lo sfollamento dei suoi genitori in questa cittadina a seguito della guerra del 1943 che aveva interessato anche Capracotta. Pochi giorni dopo la nascita, terminata la guerra in paese, assieme alla famiglia rientrò a Capracotta. Completati gli studi dell'obbligo cominciò a frequentare a circa dieci anni come apprendista sarta il laboratorio di Giuseppina Sanità dove ha imparato il mestiere e svolta l'attività fino a venti anni. Dopodiché si mise in proprio lavorando presso la casa paterna. Nel 1968, sposata con Marino Sozio, si trasferì assieme al marito a Milano. Per molti anni ha continuato a svolgere l'attività di sarta in casa fino a quando i figli diventati grandicelli le consentirono di migliorarsi. E così fece domanda alla direzione del Teatro alla Scala per un posto da sarta costumista. Superò brillantemente il provino e nel 1986 conquistò il suo camerino per vestire gli artisti in scena al teatro. Il lavoro alla Scala le diede tante soddisfazioni. Tanti furono i complimenti ricevuti dalla direzione e dagli attori, ma il disagio fisico a seguito degli orari notturni da sopportare cominciò a farla guardare altrove. E così, col magone alla gola, dopo quasi dieci anni di Scala trovò occupazione sempre come sarta presso casa Prada dove tuttora divide il suo lavoro tra le atelier di via Monte Napoleone e la galleria Vittorio Emanuele II di Milano. Matteo Di Rienzo Fonte: M. Di Rienzo, Il diario di Capracotta. Luglio 2012 - Giugno 2013 , Capracotta 2013.

  • Il caciocavallo sannita

    L'Appennino, si sa, è territorio di pecore e pecorini, ma nella zona del Sannio sono i formaggi vaccini a farla da padroni: su tutti, il caciocavallo. Il Sannio è l'area, tra Molise e Campania, dove duemila anni fa si erano insediati i Sanniti: una popolazione italica nata dal Ver Sacrum (Primavera Sacra) compiuto dai Sabini in seguito alla vittoria sugli Umbri. Il Ver Sacrum era un rito di ringraziamento verso gli dèi, durante il quale veniva promesso in sacrificio tutto quello che sarebbe stato prodotto nella primavera successiva; anche i bambini nati in quella primavera era donati alla divinità: compiuta la maturità sarebbero stati espulsi dalla comunità e, guidati da un animale sacro, avrebbero colonizzato nuove terre. I Sanniti Pentri seguendo il bove arrivarono alle sorgenti del Biferno e lì sorse la città di Bovaianum , l'attuale Bojano. Forse è proprio a causa dell'importanza dell'animale sacro a Marte che, qui, cominciarono a produrre i formaggi vaccini. Oggi, nell'Alto Sannio si trova il parco archeologico di Pietrabbondante, dove si può ammirare il teatro-tempio, il più importante luogo della civiltà sannita. Tra le comodissime sedute - di quello che fu un vero e proprio senato per le popolazioni sannite - venne usata per la prima volta la parola "Italia". Non distante, ad Agnone, sorge un altro tempio: il Caseificio Di Nucci , dove dal 1662 si tramanda l'antica arte casearia. La famiglia Di Nucci, originaria di Capracotta, da ben undici generazioni tramanda l'arte dei formaggi a pasta filata. Franco Di Nucci è il meddíss (capo-guida dei popoli sanniti) dell'azienda; dopo gli studi in storia e filosofia ha deciso di continuare la tradizione di famiglia nonostante il parere contrario del padre. Per lui non c’è nulla di più coerente: « Gli uomini che hanno fatto le grandi scoperte dell’agricoltura sono sostanzialmente degli intellettuali » e il caciocavallo è una di queste grandi scoperte. La lavorazione a pasta filata nasce nell'Italia del Sud, dove le alte temperature inacidiscono il latte che non può più essere usato per i formaggi. Il genius loci ha fatto sì che a qualcuno venisse l'idea di versare dell’acqua calda nel latte acidificato: ed ecco la pasta filata! Franco si muove tra prodotti e processi di lavorazione come un vero professore: la passione per il suo lavoro ci rapisce. Tutto il processo inizia dal territorio e dalla raccolta del latte, una materia prima valorizzata da un sistema di pagamento che premia l'alta qualità. Questo sistema "a premi" oltre a stimolare la crescita degli allevamenti permette la lavorazione del latte a crudo, fondamentale per preservare tutte le caratteristiche di profumo e sapore dei pascoli dell'Alto Sannio. Franco è a tratti poetico nell'esprimere il suo amore per la natura, non perde occasione per elogiarla con il suo sapiente uso della parola: « i nostri pascoli formano un alimento che, in questo meraviglioso laboratorio che sono gli stomaci delle vacche, viene lavorato e si trasforma in un fantastico prodotto: il latte ». Per creare la pasta filata a latte crudo, viene aggiunto un siero innesto (che ha una parte di latte acido) che attiva la fermentazione grazie a « i microorganismi del territorio, delle erbe, dei fiori, degli animali, ma anche quelli delle nostre mani e della nostra presenza » racconta Franco. Per controllare la qualità della cagliata, usa il cucchiaio ereditato da suo padre. Quello stesso cucchiaio, quando verrà il momento, passerà al figlio Francesco che sta seguendo le orme del padre all'interno del laboratorio. Con il cucchiaio, simbolo della tradizione familiare, ci mostra la trasformazione della cagliata che, messa nel siero ad 83 °C, diventa in pasta filata. E così, grazie ad un'antica sapienza, dall'impasto malleabile, trasformabile e plasmabile, si va a creare un gomitolo di pasta filata in forme che favoriscono la fermentazione e la stagionatura dei formaggi. Le mani di Franco si muovono dolci e sicure creando meravigliosi prodotti come la manteca (una sfera di burro profumatissimo avviluppato dalla pasta filata), le scamorze (se ne trovano anche di arricchite con tartufo o peperone dolce) o la straordinaria stracciata (un filo di mozzarella vincitore di numerosi premi). Il vero capolavoro però rimane il caciocavallo: in un sapiente gioco di prestigio Franco arrotola la pasta filata fino a creare l'inconfondibile forma a pera con la testina. Come se lo vedesse per la prima volta,  ci dice: « Guardate che capolavoro, mio padre è un artista e anche mio figlio Francesco è un artista » . Sicuramente anche Franco lo è, aggiungiamo noi. Una volta che il caciocavallo ha preso forma viene appeso, in coppia, a "cavallo" di una pertica, da cui il nome. Dopo essersi raffreddato, viene passato in acqua salata dove si "asciuga" e per poi venire sottoposto a stagionatura. Fino a due/tre mesi si parla di un caciocavallo semi stagionato, se si va oltre si ottiene il caciocavallo stagionato di Agnone: un capolavoro! La stagionatura, come per i grandi vini o salumi, avviene in una cantina speciale - una sorta di caveau . Entriamo quasi ossequiosi in questa stanza, ricavata dalla roccia rapillo e ricoperta da caciocavalli appesi ad aspettare il momento giusto per essere gustati. Franco accarezza le muffe che si sono formate sulla scorza ormai arancione e ce ne fa sentire l'odore: un bouquet di profumi unico. Le muffe che hanno colonizzato questo ambiente sono le stesse dei formaggi erborinati come il gorgonzola o il roquefort: con la trasformazione chimico-fisica penetrano lentamente nel caciocavallo che resta a stagionare per almeno 6-8 mesi. Franco ci racconta degli innumerevoli premi vinti dal suo caciocavallo stagionato: persino quello delle olimpiadi del formaggio in Svizzera: « Quando sono salito sul palco con la banda svizzera che suonava l'inno italiano è stata un'emozione unica. È stato come vincere una finale dei mondiali » .  A proseguire la tradizione di famiglia, oltre al figlio Francesco, ci sono Antonia e Serena. Mentre il padre Franco la guarda orgogliosa, Antonia ci spiega che in moltissimi che vengono a vedere « questi matti che fanno i formaggi da 350 anni » . Forse le fonti e le ricerche storiche non ci daranno ragione, ma a noi piace pensare che i sapori delle erbe, delle muffe e del latte sprigionati da questo straordinario formaggio siano un lascito di quella popolazione che per prima colonizzò l'area del Sannio. Per questo motivo, per noi, il caciocavallo di Agnone rimarrà il Caciocavallo Sannita. Francesco Sabatini Fonte: https://www.vasentiero.org/ .

  • Quanda re sole 'ndora

    Quanda re sòle 'ndòra re M ó nde e re Cuàmbe, uàrdare nghe n'am ó re capracuttése. Siénde na voce, add ó rale dall'aria chéle ch'è re sole a ŝ tu paese. Coma vu ó bene a màmeta nen te le puó scurdà, cuscì ŝta luce chiara t'arcòrda l'amore ca a ŝta terra ira purtà. Nen te ne pu ó scurdà de la Madonna, pènsace spìsse e va' a chéla chiesetta, ce ŝ ta na mamma ch'aspetta e sèmbre spera che pòzza armenì quìre ch'aspetta. Mario Di Tanna Quando il sole indora Quando il sole indora Monte Capracotta e Monte Campo, guardalo con un amore capracottese. Senti una voce, odoralo dall'aria quel che è il sole in questo paese. Come vuoi bene a tua madre non lo puoi scordare, così questa luce chiara ti ricorda l'amore che devi portare a questa terra. Non te ne puoi scordare della Madonna, pensaci spesso e va' a quella chiesetta, c'è una madre che aspetta e sempre spera che possa tornar colui che attende. (trad. di Francesco Mendozzi)

  • Vite capracottesi: Ermanno Del Castello

    Ermanno Del Castello nasce a Burlington, la cittadina più capracottese d'America, da Sebastiano e Giuseppa Carugno. Come tanti emigrati, il padre si era visto storpiare il cognome in Del Costello, finché la furia semplificatrice della società americana non disidrata per sempre quel cognome in Costello. Dopo le scuole pubbliche Ermanno frequenta la Temple University , dove si laurea nel 1950 in Ingegneria industriale. Presta servizio, durante la Seconda guerra mondiale, nell'aviazione navale e resta attivo fino al gennaio 1946, finché non viene nominato controllore per la Burlington County Bridge Commission , posizione che ricopre fino al 1964. Dapprima consigliere della sua città natale, nel 1967 ne diventa sindaco, rimanendo in carica per ben 33 anni. Nel 1975 è presidente della Conferenza dei Sindaci dello Stato. Il suo amore per Burlington e per i suoi cittadini non conosce limiti. Lavora instancabilmente alla riqualificazione cittadina, rendendo quell'angolo di New Jersey un moderno, dinamico ed attrattivo centro residenziale. Sempre iscritto nelle fila democratiche, dal 1982 al 1984 Ermanno è senatore del New Jersey, la carica elettiva più alta (tra i confini statali) dopo quella di governatore. In occasione della festa della Madonna di Loreto dell'8 settembre 1984, Ermanno visita finalmente Capracotta, il paese dei suoi genitori, e, durante i comizi e le interviste di rito, sfoggia un discreto dialetto capracottese, certamente migliore di quello di tanti capracottesi emigrati in città italiane. Sposato con Alice Cook, ha due figli: Mark e Donna. Nel 2007 l'istituto d'arte della città viene ribattezzato Herman T. Costello Lyceum Hall Center for the Arts e nel 2008 egli è nominato sindaco emerito. Ermanno Del Castello, per tutti Herman Costello, è morto nella sua (e nostra) Burlington l'11 giugno 2017. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: P. Costello, James Joyce , Kyle, London 1992; T. De Angelis, Surviving Is Such a Joy! , Dorrance, Pittsburgh 2023; M. Esposito Shea e M. Mathis, Burlington , Arcadia, Dover 2001; P. Genovese, Jersey Diners , Rivergate, New Brunswick 1996; J. E. Lynch, Plant Closures and Community Recovery , National Council for Urban Economic Development, Washington 1990; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

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