• Letteratura Capracottese

L'abbandono di Sant'Angelo


Le rovine di S. Angelo del Pesco (foto: Marka).

In un paese distrutto, il problema della vita è angoscioso, mancavano cibi, l'acqua era scarsa. A tamponare queste vitali necessità non vi era altra soluzione: abbandonare il paese distrutto.

Il comando alleato fece pressione da Capracotta affinché la popolazione abbandonasse il paese. Il predetto comando non poteva inviare mezzo di trasporto perché tutti i ponti risultavano distrutti. È forse da questa ambivalenza tragica tra ordine e disordine da parte della popolazione, nasce il dolore, un dolore tra l'altro e cioè il dolore più vivo: quello di abbandonare il paese. E così i santangiolesi, la quasi totalità, nei primi di dicembre decise di raggiungere, a piedi, Capracotta. Le fasi del viaggio, tenuto conto della natura delle strade, la mancanza di forza, ognuno portava qualche piccolo sacco sulle spalle.

Dopo quasi una lunga giornata di cammino si raggiunse Capracotta, dove alla periferia, i camion inglesi ed americani ospitarono i profughi effettuando la distribuzione di viveri. La colonna era formata da una decina di camion ed a tarda sera si raggiunse Carovilli dove il comando alleato aveva provveduto a preparare un accampamento. Si cercò di raggruppare tutti i nuclei familiari per non creare confusione.

A Carovilli si rimase per una settimana. In questo periodo nacque un bambino e la partoriente venne assistita da un medico polacco ed il bambino porta il suo nome (Enrico). Da Carovilli, sempre per mezzo di camion, i profughi vennero fatti affluire a Campobasso. La sosta si protrasse per ancora una settimana. Di qui si partì in treno (carri merci) per raggiungere la città di Bari. Qui si sostò per qualche giorno e poi si raggiunse, il giorno di Natale, la stazione di Taranto. Sempre in treno, si raggiunse la Basilicata e precisamente il Comune di Pisticci in provincia di Matera. Tutti i profughi vennero fatti alloggiare in aule scolastiche.

A ciascun profugo vennero consegnate due coperte, un materasso, una ciotola di alluminio, cucchiaio e forchetta. Il pasto veniva confezionato e servito dal personale del Comune con l'aiuto di qualche persona scelta fra i profughi. Dopo qualche settimana di permanenza a Pisticci iniziò lo smistamento nei vari comuni delle Puglie. Alcuni vennero inviati a Martina Franca, altri a Castellaneta, Oria, San Vito dei Normanni, Trani. Circa un centinaio, a mezzo autocorriera, raggiunse il Comune di Montescaglioso. In questo grande centro agricolo si arrivò la sera del 31 dicembre 1943. Le autorità del Comune misero a disposizione il pian tereno della casa comunale. L'accoglienza, da parte della popolazione di Montescaglioso, fu calorosa. Il mattino del 1° gennaio 1944 tutti i santangiolesi vennero invitati a pranzo dalla popolazione. Ogni giorno le donne del paese portavano viveri.

Col passare del tempo il Comune organizzò una specie di refettorio in modo che ciascuno, a mezzogiorno, disponeva di un piatto caldo. Questo refettorio, per ragioni diverse, venne soppresso e ciascuna famiglia, con mezzi di fortuna, provvedeva a confezionarsi la propria cucina.


Cesare Zezza

Fonte: C. Delle Donne, Momenti, Graficart, Formia 1994.

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