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Capracotta, il paese delle bufere


La "biblioteca capracottese" di Massimiliano Ossini.

In Molise c'è un piccolo borgo che conta meno di mille persone a cui amo tornare, di tanto in tanto, per immergermi nella sua atmosfera unica. Capracotta, parte della Comunità Montana Alto Molise, è il più alto comune della regione e tra i più alti dell'Appennino. Adagiato tra le cime, a 1.421 metri, comprende nel suo territorio la vetta di Monte Campo (1.746 metri) e una stazione sciistica che permette di sfrecciare sulle piste che si articolano in questo tratto di Appennino meridionale.

Ma anche questa volta non sono venuto qui solo per sciare. I motivi per indugiare e camminare lentamente nelle vie del borgo sono infiniti e vanno dal clima alla storia, dalla geografia alla flora. Capracotta è infatti chiamato anche il "paese delle bufere", in quanto soggetto a frequenti tormente di neve che lo avvolgono in un candido manto spesso alto sino a un metro.

E una bufera di marzo ha travolto il paese proprio ieri, prima del mio arrivo. Mentre percorro la strada principale della cittadina guardo con ammirazione gli abitanti aprire varchi e ripulire le vie e i cortili antistanti le case. Conosco la loro forza e l'armoniosa simbiosi che vivono con la natura che, a queste altitudini, sa essere severa quanto dolce. Tra qualche settimana la primavera arriverà anche quassù e mostrerà il suo volto variopinto nel Giardino della Flora appenninica, appena fuori il paese, un orto botanico che raccoglie le specie floreali più rare e meravigliose dell'Appennino centro-meridionale.

La grazia e la forza di queste genti hanno origini antiche che, come quelle di questo borgo, si perdono nel tempo e nella leggenda. Le tracce umane rinvenute risalgono addirittura al Paleolitico, al periodo musteriano, e si ritiene che fin dal IX secolo fosse presente un primo insediamento.

Si racconta che il nome Capracotta derivi dal rito di alzuni zingari che catturarono una capra per bruciarla in modo da favorire la fondazione di una nuova città. L'animale però scappò sui monti e fu ritrovato nei pressi dell'attuale borgo, dove gli zingari decisero di stabilire l'insediamento. Più probabilmente Capracotta deriva dal latino castra cocta, indicando la presenza di un accampamento militare in epoca romana.

Il paese continuò a vivere con i rigidi ritmi dettati dalla montagna sotto molteplici dominazioni - longobarda, angioina - fino all'annessione all'Italia nel 1860. Durante la Seconda guerra mondiale Capracotta condivise la sorte di martire di altri luoghi arroccati su questi Appennini, come Roccaraso, in Abruzzo, che visse la tragedia della strage di Pietransieri. Anche Capracotta fu saccheggiata e completamente rasa al suolo: i tedeschi in ritirata gettarono dinamite in tutti gli edifici, risparmiando solo le chiese e l'asilo. La chiesa parrocchiale dell'Assunta, meraviglioso esempio di barocco del 1673, rimase fortunatamente in piedi, ma molte furono le case squarciate dalle esplosioni e gli abitanti uccisi.

Nel dopoguerra l'incredibile forza di queste genti di montagna seppe far risorgere il borgo dalle fondamenta, diventando ben presto meta turistica per sciatori e amanti della montagna. Camminando tra queste strade posso percepire ancora lo squarcio di quella ferita, ma più forte sento la dignità e l'amore per la loro terra degli abitanti che hanno saputo sanarla.


Massimiliano Ossini

 

Fonte: M. Ossini, I monti azzurri. In cammino sugli Appennini, Rizzoli, Milano 2022.

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